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Full text of "Storia di Padova della sua origine sino al presente"

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PR. GIUSEPPE CAPPELLETTI 



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VOLUME SECONDO 



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Premiata Tipografia Edit. F. Sacchetto 
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STORIA DI PADOVA 



DALLA SUA ORIGINE SINO AL PRESENTE 



DAL CAVALIERE 



PR. GIUSEPPE CAPPELLETTI 



VENEZIANO 



VOLUME SECONDO 



PADOVA 



PREMIATA TIPOGRAFIA EDITRICE F. SACCHETTO 



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PREFAZIONE DELL'AUTORE 



Fin qui ci si presentò Padova, nelle moltiforme sue vicende 
di venticinque e più secoli, città legalmente sovrana; ma quinci 
innanzi la dovremo considerare siccome suddita o piuttosto figlia 
della repubblica .di Venezia, nella dipendenza, da un lato, dalle 
leggi di questa, e nella conservazione, dall'altro, della sua libera 
amministrazione municipale. Imperciocché gli estranei dominatori, 
che, con lo svolgere di tanti secoli, gli uni agli altri si succedettero 
nella suprema sovranità di essa, ne ricevevano, potrebbe dirsi, 
il mandato dall'unanime voto della nazione, padrona di sé, libera, 
indipendente. E sebbene quelli con le armi prevalessero gli uni 
agli altri, sicché ne diventasse il Signore colui, che sull'avversario 
vinceva; l'unanime assenso però della civica assemblea gli e ne 
conferiva legalmente l'autorità. L'abuso poi, che di questa facevano, 
li rendeva non di rado tiranni, e perciò esposti alle secrete 
macchinazioni di chi, per la sicurezza e prosperità della Patria, 
desiderava nuovo dominatore, il quale di questa si occupasse meglio 
■che della propria personale grandezza, o dello sfogo vituperevole 

184885 



6 PREFAZIONI 

delle sue più turpi vendette. Erano costoro Signori di Padova, 
per ismungere impunemente il sangue; per ingrandire non la 
nazione, ma la propria famiglia; per guadagnarsi protezione e 
forza all'ombra dell' imperiale autorità, piuttostochè cattivarsi la 
benevolenza dei loro concittadini. 

Padova fu perciò nel colmo della prosperità finche si resse 
da se, finche tenne chiuso l'accesso ad ogni straniera influenza ; 
finche degl' imperatori e dei re fu alleata ed amica; ma cominciò 
ad avvolgersi nelle inquietudini dappoiché gì' imperatori, sotto 
pretesto di protezione, vollero impicciarsi, o ne furono invitati, 
a comporre le differenze domestiche od a farlesi mediatori di 
riconciliazione e di pace. Ella sempre ne rimase al di sotto. 

Conseguenza di tuttociò furono i moltiplicati raggiri di Eccelino 
da Romano, sostenuto dalla potenza imperiale di Federigo II, 
finche gli riesci di farsi padrone di Padova. — Padrone: ma 
soltanto per amichevole componimento, che rimase schiacciato 
in fine dalla prevalente tirannia di costui. E sebbene si adoperasse 
egli a domare lo spirito pubblico, da tanti secoli avvezzo alla 
reggenza popolare; — se non attuale sempre, virtuale però e 
nel diritto; — non potò riuscirvi giammai, perchè i Padovani, 
conscii della propria sovranità nazionale, si adoperarono a togliere 
dalle sue mani la loro città ed a rientrare, anche di fatto, nel 
loro naturale diritto ; ma la forza delle armi prevalse, e Padova 
ricadde ancora sotto il dominio di lui. La popolazione, è vero^ 
chi per timore e chi per adulazione, proclamò suo jSic/nore il 
tiranno vittorioso. Ma perciò non perde ella il suo diritto di 
sovranità, cui esplicitamente non cede giammai; nemmeno in 
mezzo alle innumerevoli violenze e crudeltà di lui. 

Poscia gli Scaligeri dominarono in Padova, e la brevissima 
loro dominazione preparò la via a quella dei Carraresi. Jacopo da 
Carrara, proclamato protettore, governatore, ^Capitano, jSignore generale 
di Padova e del popolo padovano, fu anch'egli semplice mandatario 
per la volontà della nazione, che gli e ne affidava il mandato. 
Si obbligò anzi con giuramento all'osservanza degli Statuti ed a 
valersi della conferitagli sovranità a protezione e difesa della citta, 
del distretto, della nazione che avevalo eletto. La sovranità dunque 
rimase, anche in questa occasione, virtualmente nel Comune di 



PREFAZIONE 7 

Padova. Nò gli e la tolsero le susseguenti mosse degli Scaligeri, 
che in sulla metà del secolo XIV se ne disputarono il possesso 
col Carrarese, il quale in fine se la ritolse. Ai da Carrara venne 
dietro 1 Visconti, signore di Milano, ed a lui di nuovo la casa 
di Carrara, la quale finì per la spontanea dedizione del Comune 
di Pado/a alla repubblica di Venezia. Tuttociò s' è veduto nel 
progresso della Storia, sino all'epoca appunto, da cui ne prende 
le mosse questo secondo volume. 

Di qua ebbe principio per Padova un'epoca novella. La sua 
spontanea dedizione alla repubblica di Venezia, — la quale, 
dichiarando di non voler ricevere la Città e il territorio padovano 
dalle mani del Carrarese, ma sibbene dal Comune e dai legittimi 
rappresentanti di questo, autenticò di fatto il principio politico 
di non conoscerne in altri la vera e naturale sovranità, se non 
in esso, — fu una solenne rinunzia della propria sovranità, da 
tanti secoli posseduta, e quindi una legale trasfusione di questa 
nel seno materno di una Potenza, che sott'ogni aspetto avrebbe 
saputo cooperare alla prosperità ed al decoro di lei; alla tutela 
de' suoi diritti contro qualunque estranea molestia ; all' esescizio 
libero ed assoluto della sua civile amministrazione. 

Nella narrazione pertanto, a cui in questa seconda parte mi 
accingo, si avranno luminose le prove di tuttociò ; sicché vedrassi 
che la prosperità di Padova sotto il regime della Serenissima 
Signoria di Venezia non fu minore di quella che aveva goduto 
nei giorni della sua indipendenza. Ed anzi; se vogliasi por mente 
alla più luminosa gloria, che non le venne mai meno, della sua 
Università degli studj ; se ne vedrà il caldo impegno a farla fiorire 
e primeggiare sopra tutte le altre Università dell' Europa; 
istituendone persino una particolare magistratura, che di essa 
esclusivamente si occupasse e che con provvide leggi ne regolasse 
le interne ed esterne discipline. 

Spenta la Veneziana repubblica, non se ne spensero in Padova 
le sagge istituzioni, che vi aveva quella introdotte; perchè le 
successive dominazioni, in cui con Venezia andarono avvolti i 
destini di lei, sostanzialmente gli e le conservarono intatte: benché 
sottoposte, per le moltiformi esigenze dell' indole dei tempi, ad 
accidentali modificazioni. 



8 PREFAZIONE 

Nutro fiducia, che, siccome il primo volume di questa mia 
Storia, lungrT esso il corso della pubblicazione, trovò favore 
presso gli eruditi, i quali con lettere a me dirette me ne diedero 
lode e mi esortarono caldamente a dare in luce quanti pia avessi 
potuto documenti inediti relativi a Padova ed alla sua Storia: 
così anche questo sia fatto degno del compatimento e della 
benevolenza che imploro, dei veri dotti e dei sinceri amatori 
delle patrie cose. / 



LIBRO XIII. 



Dalla dedizione di Padova alla repubblica di Venezia 
(an. 1405) sino alla scomunica di Sisto IV (an. 1483) 



CAPO II 

Sistemazione della politica amministrazione di Padova. 

Da poi che il Comune di Padova ebbe compiuto il solenne 
atto della sua spontanea dedizione alla repubblica di Venezia ; 
questa, che aveva formalmente dichiarato di accettarla dal Co- 
mune stesso e non già dal Carrarese, ne contraccambiò l'atto 
generoso col prendersi ogni cura per lo bene, ed il prospera- 
mento della nuova provincia, che s' era posta, quasi figliuola 
amorosa, sotto la saggia amministrazione di questa provvida 
madre. Ella, siccome ho narrato nel capo XX del precedente 
libro (1), accordò agli ambasciatori della città ogni grazia; e 
sopra tutto le confermò sovranamente i suoi Statuti e con- 
suetudini, guarentì al suo lanificio gì' impetrati privilegi, ed ob- 
bligossi a mantenere in Padova lo studio generale degli sco- 
lari, con tutte le cospicue prerogative, di cui era stato arric- 
chito in addietro. 

Concertate in questa guisa le cose, il Comune, d'intelli- 
genza con la Signoria di Venezia, elesse a vice-podestà Enrico 
Alano, professore di giurisprudenza; e poscia, entrati solenne- 
mente al suono di musicali strumenti i Provveditori Veneti, 

(1) Pag. 421 del voi. I. 



10 LIBRO XIII, CAPO I 

con li vessilli spiegati di san Marco, il vice-podestà presentò 
loro lo scettro e le chiavi della città. Così, dopo tanti disastri 
e calamità e rivoluzioni e tumulti guerrieri, cominciò per Pa- 
dova un'esistenza novella, un ordine nuovo di cose, che in breve 
tempo la ristorò dai danni sofferti sotto l' inquieto dominio 
di un principe ambizioso a sleale; ed a compenso di essere 
scomparsa dal rango di Capitale imperante, ebbe il vanto di es- 
sere diventata porzione non ultima di una Repubblica, la quale 
seppe, Anch' ebbe esistenza, conciliarsi la stima e la venera- 
zione delle stesse primarie Potenze d' Europa, non tanto con la 
forza, quanto col concetto acquistatosi di una saggia ed avve- 
duta politica. 

La prima cura, che si prese di Padova il Senato di Venezia, 
fu la politica amministrazione della città e della provincia. — 
La città fu costituita in podesteria, ed altre sette ne forma- 
vano le primarie terre e castelli della provincia; oltre a sei 
vicarie territoriali, dipendenti dalla civica reggenza. Le pode- 
starie, ossia i luoghi soggetti ad un podestà, che ne compo- 
nevano la provincia, furono : 

Padova, 
Montagnana, 
Monselice, 
Cittadella, 
Piove di Sacco, 
Campo San Piero, 
Castelbaldo, 
Este. 

Lo sci vicarie, che ne completavano la provincia, erano : 

Con sei ve, 

Ànguillara, 

Teolo, 

Arquà, 

Mirano, 

Oriago. 



ANNO UOS 11 

Il governo di Padova fu dalla repubblica di Venezia organiz- 
zato così : — Ogni sedici mesi il Senato vi mandava duo sonatori 
a sostenervi la carica di podestà l'uno, di captiamo l'altro ; ed 
inoltre vi mandava due nobili a compiere l'ufficio di camer- 
lenghi, ed altri due in qualità di castellani. — Il podestà, detto 
anche pretore, vi amministrava la giustizia, scioglieva i litigi, 
sentenziava i colpevoli : nel che lo assistevano due periti in 
legge. Le sue sentenze potevano essere appellate alla magi- 
stratura degli Auditori novi, in Venezia. — Il captiamo, detto 
anche prefetto, era il comandante militare della città e del suo 
territorio : aveva cura del castello, del] e mura, delle porte, dei 
dazii e di ogni altra pubblica rendita. — Il camerlengo vi am- 
ministrava denaro pubblico, spendeva, riscuoteva, teneva i libri 
dei conti, sotto la dipendenza del capitanio : l'avanzo, che vi 
faceva, doveva essere versato nella cassa del Camerlengo di 
Venezia. — Il castellano era capo del presidio militare, che ne 
custodiva il castello : a lui erano affidate le armi, le muni- 
zioni, le vettovaglie : dipendeva anch' egli dal capitanio. — 
Un Consiglio maggiore rappresentava il governo civico di Pa- 
dova, ed a questo apparteneva l'elezione delle magistrature su- 
balterne e dei reggenti le sei vicarie territoriali. Si regolava 
co' suoi particolari Statuti, ai quali il Senato, nel 1420, diede 
conformazione novella, ed allora assunsero il nome di Codice 
riformato : lo che ho fatto altrove (1) avvertire. Ed a questi 
medesimi Statuti, nell' anno 1626, il Senato diede forma mi- 
gliore. Con queste sagge misure la repubblica di Venezia, la- 
sciando alle provincie di nuova provenienza le proprie leggi 
municipali, se ne cattivava V animo dei cittadini, i quali in 
contraccambio cooperavano alle premure di essa per la propria 
nazionale prosperità. 

Le altre sette podestarie avevano ciascuna un podestà, che 
le governava nella pubblica amministrazione, eletto dai Senato. 
Nel resto si reggevano anch'esse coi loro particolari statuti. — 
Giova qui esporre di ciascheduna succintamente qualche sto- 
rico cenno sull'origine e sulle vicende loro particolari. 

(1) Nel cap. XIV del lib. VII, pag. 178 del voi. I. 



12 LIBRO XIII, CAPO I 

Montagnana. Dicevasi , negli antichissimi tempi, Mons 
Anejamy. Fu castello illustre, di cui nelF Italia così narra 
l'Alberti (1): «Il nobilissimo castello di Montagnana, molto 
« habitato da civil popolo per cotal maniera, che piuttosto pare 
« una città, che castello, attendendo alla civiltà et ricchezza 
« di quello. Illustrò questo castello Bartolomeo eccellente filo- 
« sofo e nominatissimo medico, come dimostrano le opere da 
« lui scritte, et massimamente dell' infermità e dei bagni. 
« Trasse il cognome di Montagnana, ed è così addimandato 
« dai letterati. Lo seguitò in dottrina il suo nipote (anch'egli 
« Bartolomeo, nominato il gobbo di Montagnana), che fiorì nei 
« nostri giorni. Diede gran fama eziandio a questo castello 
« Secco, anche lui addimandato di Montagnana, valoroso capi- 
« tano di militia, del quale fa memoria il Biondo nel vente- 
€ simoterzo libro dell' historie. » — È situato il castello di 
Montagnana sopra un canale d'acqua, detto il Fiumicello, che va 
a perdersi nel lago di Vighizzuolo. — E quanto ai due valenti 
Montagnana, zio e nipote, commemorati qui dall'Alberti, come 
anche del valoroso Secco capitano di milizia lodato dal Biondo, 
non ho potuto trovare traccia alcuna presso gli storiografi 
dello Studio di Padova. Forse i due Montagnana non insegna- 
rono dalla cattedra, e perciò non vi sono annoverati : il Secco 
non avrà, con segnalate imprese militari, da potersi meritare 
presso gli storici nazionali particolare commemorazione. Bensì 
un Aldreghetto da Montagnana, unica notizia che se ne abbia, 
è segnato, con un Bevenuto da Forlì, nel diploma di laurea 
conferita nel 1351 ad Jacopo da Cremona (2). 

Monselice, di cui l'Alberti similmente ci dà notizie anti- 
che con le seguenti parole: «Egli è nominato questo luogo 
«da Plinio, nel XIX capo del terzo libro, Acelum, e da To- 
« lomeo Acediim, posto in Venezia (3) presso Padova, secondo 
« Pontico Yiranio nelle Annotazioni. Vero è, che sono altri che 



(1) Presso il Tentori, Stor. Yen. pag. 162 del toni. XI. 

(2) Veci, il Colle, Stor. Scient. dello Stud. di Pad., pag. 92 del toni. III. 

(3) Ossia, nella Venezia. 



ANNO 1408 13 

« dicono, che ì sita Asolo nel territorio di Trevigi, da cui ebbe 
«origine Ezzelino da Romano crudelissimo tiranno, come nota 
«il dotto Barbaro nelle correttioni Pliniane. Fu minato que~ 
«sto castello con Pàdova dai Longobardi, come scrivo Paolo 
« Diacono nel quarto libro delle Listone, et Biondo nell'ottavo 
« libro delle historie. Poscia nel decimo ottavo dice con Corio 
« nella seconda parte delle historie, che nel mille ducento cin- 
« quantasei liberò Azzone da Este Monselico et Solono fortissimi 
« castelli dalle mani di Ezzelino e li consegnò al legato del 
« papa. Se ne insignorì altresì Can Grande della Scala di esso 
« castello nel mille trecento diciotto, eh' era prima nominato. 
«Monte Divitie, così scrive Corio nella terza parte delle hi- 
« storie, poscia nel mille trecento trenta otto ne venne sotto 
«la signoria di Vinegia (1), che era prima soggetto a Mastino 
« della Scala essendovi dentro per difensione Pietro dal Verino,. 
« il quale l' haveva mantenuto un anno essendovi assediato 
« dentro da i venetiani, de i quali era capitano Rolando de' Rossi. 
« Rimase poi sotto a i venetiani sino al mille cinquecento nove. 
«Nel qual tempo passò sotto Massimiliano imperatore, con le 
« nobili città e castelli della regione (2). Et così vi perseverò 
« sino al mille cinquecento dicisette, in questi tempi fece molte 
«mutationi con gii altri luoghi di questa regione. Pur affine 
«ritornando sotto i signori venetiani insino oggi sono vivuti 
« pacificamente. » Ho voluto trascrivere tutto questo racconto, 
che fece l'Alberti sulle testimonianze del Corio e del Biondo, 
non perchè io vi aderisca, ma per far conoscere quanto sva- 
riate e discordi fossero a que' tempi le narrazioni degli sto- 
rici, che si copiavano l'uno dall'altro; mentre le storie, che 
noi conosciamo per nazionale tradizione e locale testimonianza, 
ci narrano in altra guisa e ce ne mostrano le inesattezze cro- 
nologiche. — Più diligentemente narrò di Monselice il Cogno- 
lato Gaetano, nel suo Saggio dì memorie della terra di 

(lj È inesatta questa indicazione, secondo le notizie storiche recate 
nel precedente volume, di mano in mano che mi avvenne di commemo- 
rare Monselice. 

(2; Meglio si potranno verino ire queste date nel progresso della 
Storia. 



11 LIBRO XIII, CAPO I 

Monselice. Egli ne dice, che più antica memoria, che se ne 
abbia, è deiranno 583, quando resistè alle forze di Alboino re 
dei Longobardi. Ne dice conquistata la terra da Agilolfo, dopo 
la rovina di Padova, e la dice ricovero dei Padovani per quasi 
due secoli. La dice donata dal re Pipino, ma senza effotto, 
alla Chiesa Eomana. Godeva Monselice a que' tempi la dignità 
e la prerogativa di Comitato. Da un vecchio documento del- 
l'anno 950 raccogliesi, che Padova stava allora sotto la prote- 
zione di Monselice (1), essendovisi ricoverati molti de' suoi cit- 
tadini. Yi fece residenza a lungo un giudice; nò allora for- 
mava parte del territorio padovano. Diventò nelF undecimo 
secolo giurisdizione dei marchesi d'Este, alternando padrone 
col dominio imperiale. Alla fine, dopo la metà del secolo XII, 
diventò soggetta a Padova; e con questa passò alla sua volta 
sotto il dominio veneto. Abbiamo veduto (2), come nel 1337 
avvenisse l'espugnazione del castello di Monselice per le armi, 
non dei soli Veneziani, ma dell'esercito della lega, ch'era com- 
posta di Veneziani, di Fiorentini, di Padovani. Altre inesat- 
tezze vi sarebbero da correggere, ma non è questo il luogo. 
Noterò bensì, quanto all'etimologia di Monselice, ch'essa non 
può derivare da Acelum; perchè Acelum, come tutti i dizio- 
narii mostrano, è Asolo. L'etimologia di Monselice è Mons 
Silicis, ed è attestata particolarmente dalle cave di pietra, di 
cui abbondano i suoi dintorni. — Le vicende di Monselice, pria 
ch'entrasse a formar parte della veneta dominazione, furono di 
mano in mano narrate nel progresso di questa storia: tutto 
il di più, che si volesse conoscerne, si può cercare nella citata 
dissertazione del Cognolato. 

Cittadella. Grossa terra murata ne forma il centro, ca- 
poluogo della podesteria più settentrionale che avesse la pro- 
vincia di Padova; confinante a ponente col vicentino, a tra- 
montana col bassanese, a levante col trivigiano. È bagnata 
a ponente dal fiumicello detto Brentella. Anche di Cittadella 

(1) Ved. il Brunacci. 

(2) Net cap. ]X dei lib. li, pag. 247 del voi. I. 



ANNO 1408 16 

parlò l'Alberti; e ne trascrivo le parole: « Ritornando poscia 
« alla Brenta, si vede a man destra di essa, sopra la contrada 
« di Limina ; ove comincia esser intiera, Cittadella, castello edifi- 
« cato dai padovani nell'anno 1100; il qual castello essendo stato 
«consigliato a Pandolfo Malatesta da venetiani nel 1504, in 
« compensatone della rinontia fatta a loro da Ini di Rimine (del 
« qual n'era signore) disperando di potersi difender dai ponte- 
« fici romani (della quale giurisditione era) essendo morto papa 
«Alessandro sesto (come scrive il Sabellico nel secondo libro 
« dell' undecima Eneade, et anche io mi ricordo) poi ne fu pri- 
« vato da detti signori havendo lui ribellato, essendo stato rotto 
« il loro esercito da Lodovico duodecimo re di Francia. Egli è 
«questo castello molto civile, nobile e pieno di popolo et di 
« ricchezza. » — Fin qui l'Alberti. Quanto alla cessione di Cit- 
tadella, avvenuta nel 1503 (non già nel 1504, come scrive 
l' Alberti) a Pandolfo Malatesta, abbiamo dai registri della 
cancelleria ducale della repubblica di Venezia, che i Mala- 
testa signori di Rimini, sino dai primi anni del secolo XIV, 
erano stati ascritti alla nobiltà veneziana mentre ne teneva 
il dominio Pandolfo il seniore; che nel 1389 i Malatesta 
ebbero bisogno dell'assistenza della repubblica veneta, da cui 
ottennero un podestà (1); che questo continuò ad essere loro 
mandato sino all'anno 1502; che in quest'anno, Pandolfo Ma- 
latesta; per salvarsi dalle violenze del duca Cesare Borgia, fi- 
gliuolo del papa Alessandro VI, nò potendogli da per sé solo 
resistergli, cede intieramente alla repubblica di Venezia il pro- 
prio dominio su quella città; e che la repubblica in contrac- 
cambio gli diede il dominio di Cittadella (2): del quale fu poi 
spogliato quando si diede al partito della lega formata del 
papa, del re Ili Francia e dell' imperatore Massimiliano. Furono 
celebri nella storia di Cittadella gii eretici, detti appunto di 
Cittadella, primo dei quali, in ordine di tempo e di merito, 
fu il dotto Pietro Cittadella (3) nato nel 1478, e processato 

(1) Lib. Icona della cariceli, ducale, sotto l'anno 1389. 

(2) Lib. Deda della Cariceli. 

l3) Ved. lo Scardeon^, Do antiq. arò. Patavii, pag. 247, ediz. di 



16 LIBRO XIII, CAPO I 

nel 1541. Ebbe varii proseliti sino all'anno 1562 (1). — Nella 
podestaria di Cittadella rimanevano compresi tra i molti vil- 
laggi, che ne formano il distretto, i due feudi di Sant'Anna 
31orosina e di Sant'Anna ed Onara; quello della nobile fami- 
glia veneziana dei Morosini, questo dei Conti di Cittadella 
di Padova. 

Pieve di Sacco, che oggidì corrottamente si nomina Piove 
di Sacco, e che nei bassi secoli dicevasi Corte di Sacco. Di 
questo castello e del suo territorio ho parlato altrove (2) ed 
ho anche notato, come, sino dall'anno 897, era stato donato in 
feudo ai vescovi di Padova, i quali perciò assunsero il titolo 
di Conti di Pieve di Sacco. Qui aggiungerò, coll'erudito Au- 
relio dall'Acqua (3), che nel IX secolo si appellava questo ca- 
stello col nomadi Corte Saccisca; che nel 1205 fu fatta una 
strada di cammino da Pieve a Padova : lo dice V Ongarello. 
Altre- vicende di Pieve furono da me commemorate, ciascuna 
alla sua volta, lungh'esso il corso della storia narrata nel mio 
primo volume. Ivi si sono vedute le violenze, le guerre, i danni 
cagionati al suo territorio da Eccelino, dal pontificio legato, 
dai Carraresi, dai Veneziani. Eespirò alfine questo castello 
un'aura di prosperità quando nel 1405 passò sotto il dominio 
della repubblica di Venezia; la quale dacché ne diventò pa- 
drona, prese particolare cura del suo territorio, per viste com- 
merciali, circa la coltivazione del lino. 

Campo san Piero. Ebbe questo castello un tal nome sino 
dall'ottavo secolo, perchè n' era padrona la famiglia Campo- 
san-Piero; la quale figurò molto nella storia di Padova. Dal 
dominio di questa famiglia passò poscia in potere nli Ubertino 

Basilea 1560. Si noli, che nolla sentenza del card, Mignaneìli è detto: 
Petrus di- Specialiis ex oppido Cittadella Pad. disi. 

(1) Un'erudita Memoria scrisse sugli eretici di Cittadella il dotto 
professore Giuseppe de Leva, inserita negli Alti dell'Istituto Veneto, dalla 
pag. G79 alla 772, del toni. 11, serie IV. 

(2) Nella pag. 59 e seg. del voi. I. 

(3) Mem. Sfor. del Castello di Pieve dì Secco, Venezia 1801. 



INNO UOS 



17 



da Carrara, e finalmente, nell'anno 1405, fu della repubblica 
veneta, la quale vi stabilì la residenza di un podestà. 

Castelbaldo. — Non è di origine antichissima. Fu una 
fortezza fabbricata dai Padovani, nel 1242, per difendere il 
loro territorio dalle scorrerie dei Veronesi. Seguì la sorte del- 
l' intiera provincia quando questa diventò, nel 1405, soggetta 
alla repubblica di Venezia; e fu allora stabilita capoluogo di 
una podestaria. 

Este. — Kinomatissimo castello, oggi città, di cui ho 
parlato più volte nel progresso della mia Storia. Anticamente 
nominavasi Ateste; ed è opinione la più comune ed accredi- 
tata, che questo nome gli sia derivato dal suo fondatore Ate- 
ste, uno dei compagni di Antenore. Le lapidi* i marmi, ed al- 
tri pregevoli monumenti, che a quando a quando vi furono 
dissotterrati, ce l'attestano città non infima della terrestre Ve- 
nezia. Ne parlò a lungo l'Alberti, le cui parole trascrivo (1): 
« Vedesi poi Este, anche egli honorevolissimo castello, da Pli- 
« nio, nel 19 capo del lib. 3, Ateste addi mandato, benché dice 
«il corrotto libro Aceste. Parimente lo nomina Steste Cornelio 
« Tacito, nel 19 libro delle Historie, et Tolomeo et Antonino, 
« perchè Antonino disegna esser 25 miglia da Padova ad Ate- 
«ste, et bora non se ne annoverano oltre quindici o sedici. 
« Vero è, che soggiunge poter essere errore nella scrittura di 
« Antonino, cioè, che voglia dire quindici ed essergli stato ag- 
« giunto dieci (2), che dicano 25. Io sono etiandio di opinione 
« che '1 sia questo Ateste, da quelli notabili scrittori nominato 
«per più ragioni. Fu rovinato questo nobile castello da Ez- 
« zelino da-Eomano, et ad Enzo re di Corsica, et da Gamia 
« figliuolo di Federico secondo, havendone scacciato Azzone 
« marchese di esso, come scrive Corio nella seconda parte delle 
« historie nel 1247, avvenga che il Corio dica cinquanta, che 
«non può essere, per esser egli fatto prigione dai bolognesi 

(1) Italia, a carte 417, presso il Tentori, pag. 173 del tom. XI. 

(2) Potrebbe credersi, essendo scritto il numero eoa cifre romane, ed 
essere quindi nato lo sbaglio da XV a XXV. 

CJappblletti. Storia ài Padova. II. 2 



1S LIBRO XIII, CAPO I 

«nel 1249, come si può vedere nell'undecimo libro delle historie 
«di Bologna da me scritte. Poscia Ezzelino vi lasciò alquanti 
« saracini ad habitare, secondo Biondo nel 17 libro dell' histo- 
«rie. Trasse origine di questo honorevole castello la molto 
« illustre famiglia d' Este ora duchi di Ferrara, di Modena et di 
« Reggio di Lepido, secondo Eafael Volterrano et molti altri 
« scrittori. » — Questi marchesi, dall'anno 970, dopo le molte 
vicende ed invasioni dei barbari, dominarono in Este, finché 
nel 1405 unitamente a Padova ne diventò padrona la repub- 
blica di Venezia, e fu residenza di un podestà. 

Le sei vicarie della provincia, governate ciascuna da un 
rettore, eletto dal consiglio civico di Padova, sono: 

Conselve, che negli antichi documenti, sino dall'anno 1014, 
nominavasi Caput sylvw, a cagione di vasta Selva, ch'esisteva 
nelle contigue pianure. Vi risiedevano anticamente vicarj im- 
periali: soggiacque a molte devastazioni: fu tiranneggiata an- 
che da Eccelino. Tra i villaggi del suo distretto dev' essere 
commemorato Tatù maggior e, feudo dei conti Lazzara. 

Anguillara, piccola terra sulla sponda settentrionale del- 
l'Adige. 

Teolo n ; è simile : sta su di un colle ameno. 

Arquà, divenuta celebre per lo soggiorno e per la morte 
del Petrarca; al che hanno relazione le parole dell'Alberti (1), 
il quale, narrando dei colli Euganei, dice: «Sono lungo questi 
«colli molte belle contrade et ville tra le quali era vi quella 
« d'Arquato detto Montanare, a differenza d' un'altra ; eh' è nel 
« Polesine di Rovigo, molto nominata per la memoria di Fran- 
« sco Petrarca, ove lungo tempo soggiornò et eziandio passò 
«all'altra vita. Et qui fu molto onorevolmente sepolto in un 
« sepolcro di marmo, sostenuto da quattro colonne rosse, et ivi 
«è inscritto il suo epitaffio fatto da esso, che così dice: 

Frigida Francisci lapis hio tegit ossa Petrarchai 
Suscipe Virgo Parens anirnam, saie virgine parce 
Fessaque jam terris, coeli requiescat in arce. 

(1) Italia, a cart. 426. 



INNO UOS 19 

Al distretto di Arquà apparteneva anche il villaggio di 
Abano, rinomatissimo per le sue acque termali, altrove da me 
commemorate; ed egualmente le altre di Montagnone, di Santa 
Elena, di Monte Grotto, di Monte Ortone in questo stesso 
distretto. 

Mirano, grossa terra di antica origine bensì; ma di poca 
importanza, la quale nel 1232 apparteneva, come luogo di fron- 
tiera ai Padovani. Questi nel 1272 ne avevano accresciuto le 
fortificazioni, le quali da Cane della Scala furono distrutte nel 
1320. Cinque anni dopo, fu dichiarata castello sotto la giuris- 
dizione criminale della famiglia Peraga. Nel 1405, diventò 
anch'essa dei Veneziani. 

Oriago antica terra nominata Aureliaco, finitima col ter- 
ritorio del dogado; era poco discosta da Lizza Fusina. Stava 
precisamente al margine della laguna, e lo attesta il suo vero 
nome Ora lacus, cangiato poscia in Aureliaco, ed alla fine 
corrotto nell'odierno di Oriago. 



CAPO II. 

Ordinazioni del Consiglio municipale di Padova per la 
sua civica sistemazione. 

Non tardò il Comune di Padova ad esercitare i suoi diritti 
di municipale amministrazione. Al quale proposito trovo in 
una* cronaca padovona antica, le seguenti notizie : « Pervenuta 
«la città di Padova sotto il felicissimo dominio Veneto, nel 
« farsi il primo Consiglio, fu ritrovato, che per le guerre pas- 
« sate e per le innumerabili crudeltà usate ai Padovani dalle 
« case d'Onara (1) e Carrarese era quasi estinta per causa di 
«povertà una gran parte de Cittadini. Onde vedendo un in- 
« conveniente sì grande li signori Veneziani fecero alcuni cit- 
tadini, et in particolare confirmarono tutti gli antichi pri- 
«vilegii; e ciò fu l'anno 1405, dove che allora fu cominciata 

(i) Ossia, da Romano. 



20 1IBRO XIII, CAPO II 

«la descrizione delle famiglie nobili et antiche che si ritro- 
« varono dopo tanti flagelli in essere nella nostra città, con le 
« loro origini et insieme ancora la descrizione et origine delle 
«famiglie nobili nuovamente in diversi tempi dalli Carraresi 
« e dalli veneziani l'anno suddetto 1405 fatte. » 

E qui noterò, sulla fede di cronache antiche (siccome ho 
già esposto nell'Appendice del volume precedente) essere state 
numerate, nel gran Consiglio del 1237, le famiglie nobili pa- 
dovane, esistenti allora, nel numero di centrentaquattro, delle 
quali per la crudeltà del tiranno Eccelino, sessantacinque fu- 
rono spente, sino all'anno 1256. Fattane poi 1' enumerazione 
delle superstiti, nel 1259, dopo la morte di Eccelino, si tro- 
varono ridotte a sessantanove. In altro Consiglio maggiore, 
nell'anno 1318, sotto il dominio carrarese, furono trovate set- 
tantun, forse per essersene disgiunte due, che ne cagionarono 
le differenze da 69 a 71. E nell'anno 1404, allorché Francesco 
Novello da Carrara ne volle fatta enumerazione in Consiglio 
maggiore, se n'ebbero ottantuna. 

Di tutte queste ho dato il nome ad una ad una, nel pre- 
cedente volume (1). E quanto a quelle famiglie, t che, dopo la 
dedizione dei Padovani alla repubblica di Venezia avessero 
aspirato ad essere aggregate alla cittadinanza di Padova fu 
deliberato nel maggior Consiglio (continua la Cronaca di cui 
ho recato testò le parole) « che qualunque persona di qualsisia 
«condizione venisse ad habitar in Padova, et ivi comprasse e 
« fabbricasse una casa con un Portico, dopo dieci anni di abi- 
« tazione si intendesse cittadino padovano e potesse come tale 
« concorrere e conseguire qualunque benefizio ed offizio della 
« Città. Onde in brevissimo tempo la città di Padova, in vigor 
« di questo Statuto fu in varii tempi ripiena di molte persone 
« ricche, le quali erano in considerazione di Cittadini. » 

Lo Statuto, che il maggior Consiglio della città compilò 
nel detto anno 1420, è una giudiziosa raccolta delle precipue 
leggi, che nei secoli addietro erano state stabilite intorno a 
qual si fosse materia di civile amministrazione, e che secondo 

(i) Pag. 50S e scg. 



ANNO U05 — 17 *20 21 

T indole dei tempi fossero adottate alle attuali circostanze ; 
raccolta opportunamente ampliata di quanto il bisogno esigeva 
per la pubblica prosperità. Esso è distribuito a tenore degli 
argomenti, che quei sapienti giureconsulti reputarono necesarii 
al propostosi fine. Né posso esimermi dal farne qui compen- 
diosa enumerazione, acciocché i miei lettori ne possano formare 
adequato giudizio; e la farò con l'ordine stesso da quelli as- 
segnato. 
I. Sulla competenza del giudice e sul giudice caduto in 
sospetto. — E comprende questa rubrica statuti antichi 
del 1236, del 1239, del 1271, del 1316, del 1339 e del 
1347. 
IL Sui giorni giuridici e sui fer iati. — Ne comprende del 
1274, del 1276, del 1278, del 1339: uno solo ne ha del 
1420, che risguarda le discipline stabilite pei notari. 

III. Chi s'abbia ad ascoltare in giudizio e sulla legittima- 

zione delle persone. — Ed anche qui sono raccolte leggi 
antiche del 1225, del 1271, del 1284, del 1289, del 1316, 
del 1366: e quanto a riforme introdotte in questo anno 
1420, ve n' ha una sola, sotto il podestà Marco Dandolo, 
ed il capitano Lorenzo Bragadin, e stabilisce le disci- 
pline circa gli avvocati difensori. 

IV. Sulle citazioni e sulV ordine di 'procedura nelle cause ci- 

vili. — Vi si riconfermano venticinque degli statuti an- 
tichi, tra i quali è da notarne uno del 1236, che di- 
chiara invalidi ed inattendibili i documenti scritti sopra 
carta di bambace; ed otto se ne decretano di nuovi. 

V. Sui mercatanti e sui litigi circa le loro mercanzie. 

VI. Sulle cause delle persone miserabili. — Una sola legge 

ne fu stabilita nel 1420. 
VII. Sulle appellazioni. — Ed è anche questa del medesimo 

anno 1420. 
Vili. Sulle differenze e sui compromessi tra congiunti. — Una 

sola regola vi fu stabilita nel 1420. 
IX. Sulla prescrizione dei possedimenti : la quale prescrizione 

è limitata ad un ventennio: tranne contro il comune di 

Venezia a di Padova. — Legge del 1420. 



22 LIBRO XIII, CAPO li 

X. Sui pegni, e sul riceverli, consegnarli e subastarli. — 
Tutte le discipline su ciò appartengono all'anno 1420. 
XI. Suir insinuazione degli stromenti: del 1420. 
XII. Sulla fede degli istr omenti: del 1420. 

XIII. A chi sia lecito acquistar beili in Padova e nel di- 
stretto: legge dello stesso anno. 

XIV. Sulle alienazioni, sulle obbligazioni, sui debiti, sulle 
usure: anche su ciò le leggi sono del nuovo Statuto. 

XV. Sulla restituzione delle carte dei debiti: similmente. 
•XVI. Sui testamenti e sulle ultime volontà. — Qui n' è 

rinnovato un antico statuto del 1256. 
XVII. Sulla successione delle femmine. — Circostanziato 

provvedimento del presente anno 1420. 
XVIII. Che il padre non possa venire obbligato a dare al 
figliuolo la parte; e come si possa provare Vetà del 
figlio: Statuto del 1420. 
XIX. Sui feudi. 
XX. Sulle decime. 

XXI. Sui livellari e sugli agricoltori. — Queste tre ru- 
briche appartengono al nuovo statuto. 
XXII. Sui villici e sugi' inquilini. — In questa rubrica 
fu confermato lo stabilito dal vecchio statuto del 1236 
e vi furono aggiunti saggi provvedimenti per l'avvenire. 
XXIII. Regole sui danni recati: statuto nuovo del pre- 
sente anno. 
XXIV. Sui guardaboschi. 

XXV. Sulle uve. 

XXVI. Sul bestiame. 

XXVII. Proibito il passaggio sulle terre seminate. 
XXVIII. Sui banditi od esiliati. 
XXIX. Sulle carceri e sui carcerando 
XXX. Sulla cessione dei beni. 
XXXI. Sui fuggitivi da Padova per debiti. 
XXXII. Sui pagamenti degli Instromenti. 

XXXIII. Sul pagamento degli Atti giudiziaria 

XXXIV. Sui notari del Sigillo. 
XXXV. Sui notari dell'Aquila. 



INNO U05 — U20 23 

I quali statuti ottennero poscia l'approvazione e la con- 
ferma dal Senato della repubblica di Venezia, con diploma 
ducale del doge Francesco Foscari del 6 luglio 1430. 

Continua similmente la serie degli statuti coli' ordine 
seguente : 

XXXVI. Riforma sulla successione delle femmine. 
XXXYII. Suir obbligo di registrare gì' Instr omenti. 
XXXVIII. Sulle varie consorterie: Statuti vecchi, rinnovati, 
del 1236, 1278, 1283, ed altri anni. 
XXXIX. Sui famigli e serventi. 

XL. Sugli statuti del Comune di Padova» — Ne con- 
tiene cinque di vecchi, e ne aggiunge uno del 1420 
del 17 luglio. 
XLI. Sugli stridatori, ossia banditori, o preconi, e sulle 
paghe da darsi ad essi. 
XLII. Siili ammettere in Padova i forestieri. 
XLIII. Sulle fazioni da imporsi e stille pene ai trasgres- 
sori, — Sono dodici statuti vecchi ed uno solo del 1420. 
XLIV. Sugli estimi e sulle fazioni della città di Padova. 
XLV. Sulle turbative di possesso. — Contiene questa ru- 
brica dodici statuti vecchi. 
XLVI. Sui misfatti, e sull'arbitrio del podestà. — Ne 
contiene diciotto degli antichi; tre del corrente 
anno 1420. 
XLVII. Siili 'ufficio del giudice criminale. — Sei decreti 
degli statuti vecchi: uno solo de' nuovi. 
XLVIII. Sui notari criminali. — Quattro decreti antichi, 
due di nuovi. 
XLIX. Sulle accuse e sull'ordine di procedura criminale. 
— - Contiene molte leggi degli statuti antichi, e due 
del nuovo. 

L. Sui bestemmiatori di Dio e de' suoi santi. — Con- 
tiene cinque leggi degli statuti vecchi. 
LI. Sulle parole ingiuriose. — Ha tre sole leggi. 
LII. Degl'insulti, delle piaghe, delle ferite. — Ne ha 
tredici dagli antichi statuti: tre del nuovo di que- 
st'anno 1420. 



24 LIBRO XIII, CAPO II 

LUI. Sugli omicidi — Contiene sette degli antichi statuti. 

LIV. Degli assassini, dei traditori, e dei sospetti. — Un- 
dici degli statuti vecchi ne compongono la rubrica. 
LV. Di coloro, che ingiuriano gli afjìziali pubblici. — 
Sono due capitoli degli antichi statuti; ed uno del 
presente anno 1420. 

LVL Dell'adulterio, dell'incesto, del rapimento delle donne. 

— Ne contiene otto degli antichi, e cinque di nuovi. 
LVII. Dei furti e degV incendi. — Tre statuti antichi. 

LYIII. Sui testimonio ed instrumenti falsi. — Ne ha simil- 
mente tre degli antichi. 
LIX. Sulle trabeazioni, ossia sui regali ricevuti dal giu- 
dice. Contiene tre statuti vecchi. 
LX. Sulla confisca dei beni. — Ne ha quattro di antichi 

e due di nuovi. 
LXI. Delle condanne da scriversi, pubblicarsi ed esigersi. 

— Rinnova tre statuti antichi e ne stabilisce quat- 
tro di nuovi. 

LXIL Sul catturarsi i malfattori. — Ne contiene parecchi 

degli antichi. 
LXIII. Sulle armi proibite. — Sono ventidue statuti antichi 

e due di nuovi. 
LXIV. Sui vagabondi notturni. — Ne ha sette antichi ed 
uno nuovo. 
LXV. Sulle meritrici e sui ruffiani e ruffiane. — Contiene 

sei statuti vecchi ed uno nuovo. 
LXVI. Sui banditi ed altri consimili; sono più statuti. 
LXVII. Sugli estimi e sulle fazioni delle ville. — Contiene 

cinque statuti nuovi, e trenta degli antichi. 
LXVIII. Sugli obblighi dei consorti; ha un solo statuto vecchio. 
LXIX. Dell'ufficio degV ingrossatovi ; col qual nome inten- 
devansi i sorveglianti, o simili, sulle acque e strade. 
LXX. Sul giuramento degli ebrei, secondo il loro rito e 
religione. 
La serie degli argomenti, su cui versano le Costituzioni 
del Consiglio civico di Padova del presente anno 1420, ci fa 
palese la giudiziosa assennattezza di quei consiglieri, i quali 



ANNO U03 — USO 25 

nel complesso di esse vennero a stabilire un codice legislativo 
per la civile e criminale amministrazione della giustizia. Ed 
acciocché coteste loro Costituzioni ottennessero forza di legge, 
furono assoggettate all'esame ed all'approvazione della Sere- 
nissima Signoria, ed in quell'anno stesso ne ottennero la piena 
ed assoluta approvazione. Ciò viene attestato dalle parole del 
Proemio, le quali dicono: «Dappoiché è necessario, che ogni 
« instituzione, di bene e beatamente vivere derivi dalla giustizia 
« come dal fonte di tutte le virtù, che conduce a tutte le altre 
« parti convenienti ad una vita onesta, non evvi ufficio alcuno, 
«quale sembri più necessario a quelli tutti, che presiedono 
« alla Città, di quello, cioè, procurare, che gli uomini sieno re- 
« golati perpetuamente da più che ottime leggi, se mai sia pos- 
« sibile. Ma perchè in tutte le altre cose, le quali apparten- 
gono alla società umana, è così disposto, che tutte quelle, 
« le quali crebbero in grandezza ed eccellenza e guadagnaronsi 
« la meraviglia degli uomini, se siino richiamate e confrontate 
«col loro principio piccole affatto sembrano ed umili; così 
« conosciamo accadere chiaramente in questo stesso incontro di 
« stabilire e decretare leggi ancorché salutari, di modo che tut- 
« tociò che fu inventato e pubblicato dagli antichi nostri legi- 
« slatori, se dallo studio e considerazione dei posteri non fosse 
« stalo migliorato ed accresciuto, mai le stesse città, principati 
« ed imperi si avrebbero posto in questa bellissima ordinanza di 
« tutte le cose, la quale di giorno in giorno osserviamo. È ne- 
« cessano adunque, che tutti quelli li quali vogliono provvedere 
« ed attendere ad ampliare la Repubblica, ovvero ad accrescere 
« il comune vantaggio delle città, procurino in primo luogo con 
«tutto lo sforzo di migliorare le leggi da nostri antichi già 
« scritte, ed aggiungerne di nuove alle già ritrovate. Che se dagli 
« rettori delle città ancor più piccole e subalterne debbesi una 
«sì fatta diligenza adoprare ; molto più poi debbesi metter in 
« uso verso quelle città, le quali per l'antichità de' loro venera-' 
« bili fondatori e per la dignitade ed eccellenzia di tutte le buone 
«arti sono da più delle altre. La qual cosa considerando ed 
« appieno conoscendo quanto contenesse in sé di utilitade, decoro 
« ed ornamento, gli magnifici ed insigni signori Marco Dandolo 



26 LIBRO XIII, CAPO li 

« nostro pretore e figliuolo di Benedetto nelli suoi tempi uomo 
« gravissimo e sapientissimo e Lorenzo Bragadino figliuolo dello 
« spettabile e prestantissimo signor Marco, Capitani o della no- 
« stra città-, inviarono uomini sceltissimi, ambasciatori al sere- 
«nissimo ducale Dominio di Venezia con pubbliche lettere, le 
« quali ottennessero alla città nostra colla autorità del Senato 
« permissione di correggere, mutare, levare, aggiungere e dichia- 
« rare l'antico Jus. A quali avendo que' Padri Conscripti rispo- 
« sto, che atteso il singolare e precipuo amore e somma bene- 
« volenza, che tengono verso la città nostra avrebbero pronta- 
« mente concesso lo che avessero addimandato, e per ciò fare 
« avendo gli Ambasciatori nostri riportato da que' stessi Padri 
« Conscripti un pubblico decreto a questi nostri clarissimi Ret- 
« tori sopra questo affare; acciocché non fosse decretata cosa 
« alcuna contro il costume della Città, gli stessi Rettori scel- 
« sero da ciascun ordine i principali uomini per gravità e per 
« dottrina, li quali con somma lode si affaticassero per conse- 
« guire una esatta cognizione delle municipali leggi, degli co- 
« stumi degli uomini, della condizione della Città, della na- 
« tura del luoco e del paese, per servirsi poscia della loro opi- 
nione nell'esecuzione di quanto eragli stato imposto e co- 
mandato. Tutte le altre cose poi, che grandi e difficili fossero 
«le moderassero col loro ingegno, e con la loro sapienza. Di 
« cotesto immortale beneficio adunque se ne vorremmo davvero 
« considerare e misurar la grandezza, chi mai potrà con degne 
«laudi esaltare bastevolmente cotesto serenissimo ducale Do- 
« minio? Chi potrà condegnamente con degne laudi esal- 
tare bastevolmente col mezzo delle lettere la clemenza, la 
«benignità, la giustizia di codesto felicicsimo Principato ? Im- 
« perocché contenendosi nelle nostre leggi molte cose, parte 
« inique, parte comuni ai nostri presenti giorni, costumi ed 
«uso, e parte divenute superflue ed oscure; qual maggior be- 
« neficio puote conferire a codesta nostra città V illustrissimo 
« Dominio di Venezia, quanto con suo decreto et autorità sta- 
«tuire, che si servissimo de leggi, nelle quali è posta la sa- 
«lute della Città, emendatissime e correttissime: è un affare 
«così salutare ed opportuno fosse commesso a questi nostri 



ANNO UO!> — 1420 27 

« Kettori, da quali, con somma sapienza potessero essere tutte 
« le cose inventate, con ammirevole prudenza disposte, con lo- 
«devole severità corrette, con oculatissima diligenza supplite, 
« diminuite e dichiarate. Da codesti adunque sapientissimi Ret- 
« tori fu con sommo studio corretto l' intiero Jus della nostra 
«Città, fu patitamente esposto, fu perfezionato, fu polito, 
« cosicché non vi sia luoco o a diligenza più attenta, e ad in- 
«gegnio più perspicace, o a sapienzia più elevata per poterlo 
« nuovamente correggere, elucidare, perfezionare, polire. A buona 
« equità, non pertanto possiamo chiamare fortunata codesta 
« nostra regia Città la quale vide gì' instituti e le leggi stabi- 
lite da nostri maggiori ridotte a tal ordine e forma, per 
« cui il presente felice e prospero nostro stato non solo si con- 
« fermi, ma vie più si renda illustre e beato, a laude e gloria 
« dell'onnipotente Iddio e della Vergine Maria, degli Ss. Marco 
« Evangelista, Prosdocimo e Danielo, sotto i di cui felicissimi 
• auspici il Serenissimo nostro Dominio e codesta nostra città 
« viene protetta e si governa. Correndo F anno della Nascita 
« del nostro Signor Gesucristo, MCCCCXX. Indizione XIII. » 

Esiste infatti nel registro Deliberazioni Secreta Cancel- 
leria del Senato, a carte 28, l'atto, con cui gli ambasciatori 
municipali di Padova, ch'erano Pietro degli Scrovegni e Lodo- 
vico de' Buzacarini, addì 3 febbrajo 14.18, chiedevano al Senato 
la facoltà di riformare i loro statuti; e questa fu loro ampia- 
mente concessa, con ducale decreto dell' aprile seguente (1). 
Mi astengo dal trascriverla perchè troppo circostanziata e per 
ciò soverchiamente lunga. 

E quanto all' intiero corpo degli Statuti di Padova, fu- 
rono questi stampati nel 1551, 1556, nel 1747, ed ultimamente 
nel 1873, nella quale edizione sono raccolti i soli statuti del 
secolo XII sino all'anno 1285. 

(1) Luog. cit. cart. 28 a tergo, e seg. 



2S 



CAPO III. 

Rinnovazione del diploma ai tessitori di panni, 
dopo V incendio avvenuto nel palazzo municipale. 

Avvenne, che dopo la generale approvazione degli Statuti 
padovani ed i diplomi ovvero Privilegi concessi per gli trattati 
della dedizione, un furioso incendio si appicasse al palazzo del 
Comune e vi perissero moltissimi documenti; tra i quali il 
diploma concesso nel 1405 all'arte dei tessitori e mercatanti 
di panni, ed ha il titolo Privilegium draperiorum Padue (1). 
I danneggiati implorarono dal senato di Venezia la rinnova- 
zione del loro: né la condiscendenza del senato fu tarda ad 
acconsentirvi. In seguito adunque del documento primitivo, por- 
tante in fronte il nome del doge Michele Steno, fu aggiunta 
l'annotazione (2) seguente : 

«Perfectum autem fuit et innovatum suprascriptum pri- 
«vilegium in millesimo quadrigentesimo vigesimo, Indictione 
« XIII, die XXIII mensis Maij, quia primum privilegium alias 
« superinde confectum, ducante inclite memorie domino Michele 
«Steno predecessore nostro comhustum fuerat: in combustione 
« palati! nostri comunis Padue. 

« Datura, in nostro ducali palatio die vigesimoquarto mensis 
«Maij, Indictione XIII. MCCCCXX.» 

E più sotto, nell' istessa pagina 30 del libro medesimo, è 
soggiunta quest'altra nota: 

«Eefectum fuit etiam privilegium suprascriptum die 23 
« Junij 1429 cum infrascripto principio usque — fuit dominio 
«nostro expositum parte draperiorurn nostre civitatis Padue; 
« — Quod privilegium nostrum eis concesum casualiter est 
« amissum et supplicatum est quod dignemur ipsum eis renici 



(1) Nel lib. VII de Palli, a cart. 29 e seg. 

(2) Ivi, cart. 30. 



ANNO U06 29 

«facere. Eius itaque supplicationibus inclinati, ipsum manda- 
« vimus renici et vobis mitti in forma propria qua primo con- 
«cessuin fuit: Yolentes et vobis mandantes quod si dictum pri- 
« vilegium est amissum, presens pri vilegium dici facere debeatis 
« quibus spectat et ipsum ad cautellam et futurorum memoriam 
«in actis cancellane deinde registrari. Tenor privilegii talis 
« est; Videlicet etc. » — Né di questo occorre trascrivere qui 
l'intiero tenore, perchè altrimenti sarebbe d'uopo fare altret- 
tanto di tutti quelli altresì che risguardano le varie arti ed i 
varii distretti della padovana provincia. 

Altre leggi furono anche in seguito fatte dal Civico Con- 
siglio di Padova di mano in mano, nelle molteplici occorrenze; 
e queste, similmente approvate dal Senato, furono aggiunte 
nelle varie ristampe che si fecero degli statuti. Talvolta anzi, 
per una sola modificazione o riforma od aggiunta di uno Sta- 
tuto, fu chiesta ed ottenuta l'approvazione del Senato, siccome 
avvenne per lo statuto num. XVII, sulla successione delle fem- 
mine, e per la riforma (al num. XXXVI) di questo medesimo 
statuto sullo stesso argomento di successione delle femmine. 

Intorno a questo tempo furono introdotte correzioni e mo- 
dificazioni anche negli statuti dell'Università; ma su questi 
non mi fermo per ora, dovendomene occupare più determina- 
tamente quando parlerò dei provvedimenti del senato per lo 
buon ordine e retta amministrazione di questa, sì relativamente 
agi' insegnanti, come relativamente agli scolari che ne frequen- 
tavano lo studio. 



CAPO IV. 

Onorevoli uffici, a citi dalla repubblica di Venezia 
erano chiamati sovente i cittadini di Padova. 

La provvida sistemazione delle politiche cose ricondusse 
ben presto la prosperità nelle varie classi dei cittadini di Pa- 
dova, e precipuamente nella reggenza dei pubblici affari; 



30 LIBRO XIII, CAPO IV 

perchè, siccome nell'ampia amministrazione della veneziana re- 
pubblica, tutto procedeva con meravigliosa regolarità, così questa 
nuova provincia altresì, affigliata ad essa, preparava a sé, nella 
fedele sommessione alle sovrane leggi di lei prosperamento e 
tutela. Né il senato si astennne dal valersi, nelle difficili im- 
prese, del consiglio e dell'opera dei tanti valorosi, che illustra- 
vano col loro sapere la patria, precipuamente per le profonde 
loro cognizioni legali. 

Prode guerriero padovano fu intorno a questo medesimo 
tempo, Paolo II Leone, il quale aveva militato valorosamente 
sotto Francesco I da Carrara, il vecchio, ed era stato alta- 
mente onorato dal duca di Milano, che lo aveva fatto coman- 
dante supremo delle sue truppe, e consigliere insignito di molti 
e cospicui privilegi, prestò proficuamente l'opera sua ed il suo 
braccio al veneziano governo, dappoiché a quella Signoria s'era 
data la patria di lui. Perciò, con Pandolfo Malatesta, nel 1413 
fu mandato a reprimere P invasione ungherese, e ne trattò e 
ne ottenne cinque anni di tregua. La repubblica, quasi per 
mostrargli la sua gratitudine, gli diede in moglie una giovine 
Soranzo di famiglia patrizia. 

Né di questo padovano soltanto approfittò il senato veneto, 
nelle sue politiche emergenze. Altri nella diplomazia si di- 
stinsero e con la loro legale sapienza seppero prestargli utili 
servigi. E infatti, tra gli ambasciatori, che nel 1405 erano stati 
elotti dal Comune di Padova, per andare a Venezia a trattare 
della dedizione a quella repubblica, si trovava Gian Francesco 
Capo di Lista, conte e cavaliere padovano, il quale nel 1422 fu 
assunto alla cattedra di professore delle decretali in questa 
Università. E poiché in quest'ufficio s'era acquistata altissima 
rinomanza, il senato veneto, nel 1428 lo mandò suo ambascia- 
tore a Ferrara da prima, e poscia a Bologna, per ricomporre 
le politiche dissenzioni, che ne tenevano agitati gli animi. 
Quinci passò a Milano, per trattare di riconciliazione e di pace 
col duca Filippo Maria Visconti, il quale ne sottoscrisse il 
trattato a' 18 di aprile. Promosso il Capo di Lista, quasi in 
ricompensa di questa buona riuscita, alla cattedra del diritto 
civile, veniva chiamato soventi volte a Venezia per essere 



ANNO 140S 31 

consultato in gravi affari di quella repubblica (1). E per essa inol- 
tre sostenne onorifica ambasciata al concilio di Basilea, insieme 
con Andrea Dandolo, ove lasciò chiara memoria di sé. Ritor- 
nato in patria, continuò le interrotte lezioni sulla cattedra di 
giurisprudenza. 

Di simil tempra si mostrò, nel maneggio dei pubblici af- 
fari, il valentissimo giureconsulto Leone de Lazara nobile pa- 
dovano, il quale, datosi con fervore allo studio, riesci uomo di 
gran dottrina e meritossi la stima del governo; e perciò per più 
anni consecutivi gli fu affidata la reggenza di varie città della 
repubblica. Nell'anno infatti 1425 fu mandato vicario pretorio 
a Feltre; nel 1427, a Brescia; negli anni 1428, 1431, 1436, a 
Vicenza; nei 1429 e nel 1443, in Udine; nel 1430, a Treviso; 
nel 1432 e nel 1437 a Bergamo; nel 1434, a Verona. Anche 
i bisogni della sua patria ne indussero il Consiglio maggiore 
a valersi di lui, per disimpegnare affari di somma rilevanza. 
Lo inviò pertanto nove volte a Venezia suo ambasciatore al 
senato; e quattordici volte lo elesse all' incarico di Anziano e 
Deputato della città. — Nella compilazione o correzione degli 
statuti civici, di cui ho recato di sopra la serie, e che nel- 
l'anno 1454 ebbero bisogno di riforma, questo valente giure- 
consulto prese parte tra i dodici correttori, che vi furono scelti 
dal civico voto. 

CAPO V. 

Contrasto della repubblica di Venezia con la corte di Roma 

per la nomina del vescovo di Padova. 

Dacché la città di Padova col suo territorio era passata 
sotto il dominio della repubblica di Venezia, l'elezione dei ve- 
scovi si faceva dal senato, e per lo più cadeva sopra patrizi 

(1) Non so perchè il Colle, nella sua Storia scientifico-letteraria dello 
Studio di Padova, non abbia fatto menzione di questo esimio giureconsulto, 
che pur troviamo encomiato dallo Scardeone, de Anliq. urb. Patav. p. 174; 
dal Facciolati, Fasti Gymn-Patav. part. I, pag. 24; dal Papadopoli, Hist. 
Gijmn-Patav. tom. I, pag. 222; dal cav. ab. Tiraboschi, Stor. Lett. Ital., 
tom. 6, part. % pag. 466. 



32 LIBRO XIII, CAPO V 

delle più cospicue famiglie veneziane, e ne continuò il diritto 
di nomina finché quella ebbe esistenza. Or avvenne, che, suc- 
ceduto nel 1458, il papa Pio II al defunto Calisto III, sorse 
grave contesa col nuovo pontefice, la quale forse avrebbe po- 
tuto generare' funeste conseguenze, se d' indole altera e feroce 
fosse stato Pio II, come lo era stato in addietro taluno dei 
suoi predecessori. 

Pio II era il celebratissimo Enea Silvio Piccolomini, il 
quale aveva difeso il concilio di Basilea contro le decisioni del 
pontefice Eugenio IY; ma, innalzato anch'egli alla cattedra di 
san Pietro, aveva cangiato parere, ed aveva confutato e ritrat- 
tato, con una sua bolla apostolica, quanto aveva scritto da 
prima su quel proposito. D'allora in poi, s' era fatto diligen- 
tissimo in sostenere e difendere i diritti e le prerogative della 
sede romana. Perciò si accinse a voler richiamare a sé la no- 
mina ai vescovati dello stato veneziano: ed incominciò da 
quello di Padova, ch'era rimasto vacante per la morte del ve- 
scovo Fantino Dandolo. D'altronde il senato, ch'era sempre nel 
suo primitivo diritto di nominare i vescovi de' suoi stati (1) ; 
prima ancora che giungesse a Venezia la notizia di questa pon- 
tificia deliberazione, vi aveva nominato il protonotario aposto- 
lico Gregorio Correr, nobile veneziano, e ne fece ripetute istanze 
al pontefice, delle quali si conserva il tenore nelle Delibe- 
zioni del senato, sotto l'anno 1459, 8 marzo (2). 

In frattanto Pio II vi nominò il cardinale Pietro Barbo, 
ch'era vescovo di Vicenza. Nacque perciò grave contrasto, per- 
ciocché nessuno dei due voleva rinunziare alla nomina fatta. 

Pietro Barbo era veneziano, cardinale del titolo di san 
Marco; dimorava in Eoma. Il senato diede ordine all'amba- 
sciatore suo in Roma di parlargli, informandolo dell' elezione 
già fatta, e di esortarlo a rispettare la scelta del senato; di 

(1) Noterò qui, che né i patriarchi di Grado, nò i vescovi di Castello, 
ossia di Venezia, s' intitolarono mai alla maniera delle altre chiese, Per 
la grazia di Dio e della sede apostolica; ma sempre si dissero e così con- 
tinuano a dirsi, sino al presente, i patriarchi di Venezia, — o Per la di- 
vina demenza, ovvero, Miseratone divina. 

(2) Cart. 178 a tergo; 190 a tergo; 203 e seg. 



ANNO 1458 66 

accomodare quindi il contrasto col rinunziare alla nomina fatta 
dal papa. Ma il cardinale non volle cedere alle insinuazioni 
dell' ambasciatore : per lo che il governo ricorse ai soliti mezzi, 
già in altre simili circostanze adoperati. Comandò al cavaliere 
Paolo Barbo, fratello del cardinale, d' indurre, sotto pena di 
bando, il fratello a rinunziare quella nomina. Non" si piegò per 
questa minaccia l'eletto pontificio, benché sapess'egli, che il se- 
nato non era solito di minacciare indarno: ed infatti il cava- 
liere Barbo fu bandito. Tuttavolta il cardinale per qualche 
anno rimase inflessibile; ma finalmente mosso dalle crescenti 
sciagure, che angustiavano la sua famiglia, obbedì al senato e 
rinunciò, limitandosi a chiedere una riserva di duemila ducati 
all'anno sul vescovato di Padova. 

Fu prudente il papa a non insistere d'avvantaggio nella 
sua pretesa: chiuse gli occhi su quel contrasto e diede mano 
all'accomodamento, concedendo ad Jacopo Zeno — ch'era vescovo 
di Belluno e che il senato aveva sostituito nella nomina al 
protonotario Gregorio Correr, fatto abate di san Zeno di Ve- 
rona, — la canonica investitura del vescovato (1). L'esule Paolo 
Barbo venne richiamato subito in patria, e fu ristabilito nel 
suo onore e nella sua dignità. 

Parrebbe per altro dalla cronaca del Ferrigni doversi dire, 
che il papa, nel calore del contrasto abbia scomunicati i Ve- 
neziani, e che il senato in siffatta occasione abbia consultato 
il collegio de' giureconsulti di Padova. Ne avrebbe avuto V in- 
carico dell' esame giuridico il professore Pietro Bagaroto, il 
quale avrebbe opinato, siccome altre volte opinarono, e prima 
e dopo, i più distinti luminari della ecclesiastica giurispru- 
denza, che il senato dovesse appellare contro quella scomunica 
al prossimo concilio futuro. « Tutto il collegio (narra il cronista) 

(1) Devo qui correggere una inesattezza^dell' Ughelli [Hai. sacr.), il 
quale disse, che questo Jacopo Zeno abbia scritto dieci libri delle sue 
azioni. Ciò non è vero. Egli scrisse di suo zio Carlo Zeno, valoroso co- 
mandante generale della flotta e dell'armata veneziana, nel tempo della 
famosa guerra contro i Genovesi, detta comunemente la guerra di Chiog- 
gia; e dedicò l'opera sua al pontefice Pio II. (ved. il Foscarini, Stor. della 
letter. veneziana, pag. 248; ed il Quirini, epist. 101, pag. 59). 

Cappelletti. Storia di Padova II. .3 



34 LIBRO XIII, CAPO YI 

«aderì alla proposizione del Bagaroto, che stesa in Con- 

« sulta, tutti si sottoscrissero. » Ma ben presto si acquietarono 

gli animi, come di sopra ho narrato, e la buona armonia tra 

la repubblica e il papa venne ripristinata. Ma di tuttociò non 

si trova traccia nei registri del Senato. 



CAPO VI. 

Congiura scoperta in Padova, 

Intorno a questo tempo, in sulla metà del secolo XV, le 
cronache veneziane conservarono la notizia di una congiura or- 
dita in Padova a danno della repubblica di Venezia, per favo- 
rire V ultimo avanzo dei Carraresi, messer Marsilio, e ristabi- 
lirlo nel dominio di quella città. Ho promesso altrove (1) di 
parlarne determinatamente, ed eccomi a farlo. 

Le trame di questa congiura furono scoperte nel marzo 
dell'anno 1435. Un villico se ne accorse, e ne diede pronta- 
mente informazione ai rettori veneziani residenti in Padova. 
Di questo fatto, per non allungarmi di troppo, narrerò le cir- 
costanze con le stesse parole del diligentissimo cronista Gero- 
lamo Savina (2) il quale così ce le trasmise: 

« 1435. adi 17 marzo fu descoverto un trattado per un 
« homo da villa con doi noli della Villa del Conte, quali eran 
« sta richiesti da Marsilio da Carrara che dovea intrar in Padova 
« e prenderla, questi fecero intender questo fatto alli rettori et 
« uno de sui figlioli venne a Venetia e manifestò come in la notte 
« seguente Marsilio da Carrara dovea intrar in Padova per il che 
« fu immediate mandato Andrea Mocenigo e Silvestro Morosini 
« avogadori de Comun e Toma Duodo capitano delle gallie grosse 
« de Fiandra e tutti li sui patroni et altri nobili quali se mes- 
« seno ben in ordene con gran compagnia, la mattina zonseno 



(1) Nel cap. XXV del lib. XII, pag. 402 del volume I. 

(2) Mss. della bibliot. Marciana di Venezia, num. GXXX1V della class. 
VII, cart. 228 e se<?. 

7 a 



ANNO Aiòli 35 

«a Padova e se presentarono all'i rettori, era podestà Marco 

«Dandolo e capitano Lunardo Caravello e fu mandato in ca- 

« stello zente veneziane. E li traditori fuziseno soprazonzendo 

« ogni hora zente da Yenetia trovarono alle porte delli tradì- 

« tori specialmente Manfrò Spazza cancelier del comun de Pa- 

« doa et Nicolò Scrovigno che stava alle bollette, et Alberto 

« Conte, quali furono apicadi per le gola al palazzo de Padoa. 

«El zorno seguente fu preso Marsilio da Carrara con 15 sui 

« seguazzi, quali venivano da Trento verso Padoa e furono me- 

«nadi tutti a Venetia e furono accompagnadi per Padoa fino 

« al Portello eoa molta zente con più de 350 homeni e fu posti 

«in una barca de quelle della riviera della marca e racco- 

« mandado a Toma Duodo accompagnado con assai barche zon- 

« zeno a Venetia a tre hore de note et el zorno seguente ditto 

« Marsilio da Carrara fu menado in camera del tormento dove 

« è el collegio del consegio di X e fu esaminado hore quattro 

« e meza de longo, e confessò ogni cosa perchè el giera sta 

«menado e come Thavea ordene per la via d'un monaro cho 

« andava nel castello per tuor e portar biave, el qual era senza 

« guardia e lui doveva intrar con li suoi seguazzi e prenderlo 

« et quella notte istessa dovea vegnir Cristofolo da Tolentin 

« che giera sul Polesine con 1500 cavalli e zoso per Po dovea 

«vegnir una gran quantità de burchi e de zente. Confessando 

« chel have el tutto el fu sentenziado che la mattina seguente 

«gli fusse tagliada la testa fra le due colonne de san Marco, 

« et tre furono appicadi per la gola alle colonne rosse. Fu an- 

«che tagiìado la testa a Lodovico Buzacarin et a Francesco 

«suo fiol per rebelli su la piazza de Padoa; et molti altri 

« padroni et de altre nation furono apicadi et altri tagiiadi in 

«pezzi e tutto el suo posto in comun, e cusl finì la famiglia 

«di Carrara qual era statta in dominio di Padova 86 anni (1). 

«El resto de quella famiglia fugirono da Padova et andorono 

« a stantiar sul reame de Napoli, eccetto li Papafava, che son 

« discesi dalli Carrara che restarono in Padoa. Fu per venetiani 



(1) Interpolatamente però col dominio, che v'ebbero gli Scaligeri ed 
alla loro volta i Visconti. 



36 LIBRO XIII, CAPO VI 

«dato provision a quel contadin con doi figlioli che mani- 
«festorono el trattado lire cinquecento per uno all'anno, a 
« loro e sui heriedi, et libertà de portar le arme et assolti de 
« ogni facion rea! et personal, et furono fatti cittadini de quel 
« luogo dove voranno habitar. Si intese che questo trattado fu 
« fatto per opera del duca de Milan el qual fesse vegnir d'Al- 
« lemagna el ditto Marsilio da Carrara et trattò el tradimento 
« con quelli de Padova, » Fin qui l'erudito cronista, a cui vanno 
d'accordo tutte le altre cronache contemporanee. Così, come 
dice appunto lo stesso Savina, venne a finire in Marsilio la 
famiglia dei Carraresi, né più la repubblica di Venezia ebbe 
per quella parte a temere veruna insidia, che potesse compro- 
mettere o minacciare la sicurezza del suo dominio sulla città 
di Padova. 

Tutt' al • più qualche rimasuglio, benché innocuo, se ne 
scoperse nel progresso degli anni seguenti ; ma fu sull' istante 
sopito. Di uno tra i cospiratori contro la pubblica sicurezza ci 
dà notizia un decreto del Consiglio dei Dieci, il quale, non 
avendo potuto avere in mano il ribelle Jacopo degli Scrovegni, 
ricco e potente cittadino padovano, ne confiscò tutti i beni 
(più tardi venduti ad altri dallo stesso Consiglio de' Dieci) e il 
tenore del decreto, che li confiscava è questo, che ad oggetto 
di storica erudizione patria, soggiungo tratto dall' Originale 
registro (1), 

MCCCCXLIIL Indidiom VII Die XXVI febrmrii. 

« Cura, per mortem egregii viri domini Petri de Scrovignis 
« omnia bona relieta per q. Dominum Henricum de Scrovignis 
« seniorem et Dominum Ugolinum ejus filium ex forma testa- 
« mentorum suorum et ex forma testamenti ipsius q. Domini 
« Petri devenire debebant in Jacobum de Scrovignis eorum ne- 
«potem, nunc rebcllem nostri dominij. Qui secundum formam 
« consiliorum habitorum supremum a doctoribus non per se sed 
«prò fisco nostro acquirit: 

(1) Misti C. X, nel lib. XII, a cart. 148. 



ANNO ÌUZ — UG3 37 

«Vadit pars. Quod omnia bona predieta mobilia et im- 
« mobilia intus et extra Padnam et in Venetiis prò imprestitis 
«et prode imprestitorum de Venetiis que fuerunt suprascrip- 
« torum Domini Henrici et Domini Ugolini et que ipse quondam 
« Dominus Petrus possedit usque ad mortem suam, et que de- 
« venire debebant in ipsum Jacobum, nisi fuisset rebellis. Cura. 
« conditionibus et modis infrascriptis confiscentur in nostrum 
« Comune libere et integraliter. Salva tamen particula sua le- 
« gittima que spectat ad filiam ipsius quondam Domini Petri 

« ex forma Statutorum Padue et de jure etc De qua pena 

« non possit fieri aliqua gratia, nec etiam presens pars revocari 
« sub eadem pena etc. etc. » 

Dominicus Stella notarius 
excell. Consilij. X. 



CAPO VII. 

Gravissima controversia circa V identità del corpo di san 
Luca Evangelista, alla quale presero parte Venezia, 
Padova e Roma. 

Accomodata questa controversia, non andò guari, che .ne 
sorgesse ben tosto un'altra e più solenne e più grave tra Pa^ 
dova e Venezia, impegnate d'ambe le parti le civiche rappre- 
sentanze, sicché riuscì questa clamorosissima. E benché ne sia 
stato motivo un oggetto affatto religioso; non posso astenermi 
dall' occuparmene perchè la storia di una città e di una nazione 
non ha da escludere dalle sue pagine i fatti, che toccano la 
religione, quasicchè non fossero fatti e avvenimenti storici; 
massime avvenuti in un secolo, in cui alle civili egualmente 
che alle ecclesiastiche cose prendeva parte, con frate Ile volo ar- 
monia, ogni classe di cittadini. Per non essere soverchiamente 
prolisso, compendierò la narrazione, che ne fece il Cavacelo (1). 



(1) Ilist. Ccenob. s. Justince, lib. V, pag. 230. - Ne racconta la serie 
delle circostanze anche il Dondi dall'Orologio, nella Dissert. IX, pag. 2a e seg. 



3S LIBRO XIII, CAPO VII 

• Trattavasi dell'identità del corpo dell'evangelista san Luca, 
e ne accesero il fuoco alla clamorosa controversia, in sulla metà 
del secolo XV, i frati francescani di ■ san Giobbe di Venezia, 
in onta alle pacifiche convinzioni dei monaci benedettini di 
santa Giustina di Padova e di tutta eziandio la città. Ed ec- 
cone l'origine. 

Distrutto dai Turchi l' impero greco, e tornati vani gli 
sforzi di loro contro V Ungheria, si rovesciarono con tutte le 
loro forze sul regno di Bosnia; lo soggiogarono e tutte le 
Provincie e città ne saccheggiarono. Conservavasi nella capi- 
tale il corpo di un beato, che dagli abitanti era creduto in 
buona fede e onorato, siccome di san Luca evangelista. Nel 
saccheggio di quella città riesci ai frati francescani dell'osser- 
vanza, di sottrarre quel corpo dalle fiamme, e fuggendo por- 
tarlo seco a Venezia e collocarlo nella chiesa di san Nicolò 
del Lido. Lo regalarono poscia al doge d'allora, ch'era Cristo- 
foro Moro, munificentissimo protettore dell' ordine loro nella 
chiesa di san Giobbe, da lui ridotta poco dianzi a forma de- 
corosa ed elegante. Quivi egli determinossi di trasferirne la 
salma. Ma poiché sapeva che in Padova si teneva per fermo, 
esistere il corpo di san Luca evangelista nella chiesa di santa 
Giustina, non azzardò di avventurare alla pubblica venerazione 
una dubbia reliquia. 

Per togliere siffatto dubbio e per conoscere la verità, co- 
mandò con decreto ducale del 1463, ai rettori di Padova, che 
dovessero far aprire l'urna marmorea, in cui dicevasi conser- 
vare il corpo dell' Evangelista, ed informar lui del risultato. Alla 
quale investigazione fu stabilito il dì 11 agosto, e vi andarono 
il capitanio e il podestà, accompagnati dai due valentissimi 
medici Paolo da Fiume e Francesco Passera da Genova, inca- 
ricati della revisione e ricognizione delie ossa componenti quel 
corpo. V intervennero anche i deputati della città e il cancel- 
liere Spazzarin, acciocché ne scrivesse gli atti. 

Aperta l'urna, si trovò una cassa di piombo d' antichissi- 
simo lavoro, la quale conteneva uno scheletro, senza testa, della 
quale nessun frammento vi si trovò. L'antichità della cassa e 
lo scheletro presentavano analogia di tempo a quello della 



ANNO 14G3 



39 



morte del santo Evangelista. Ma nò la revisione, nò 1» storia 
dell'antico trasferimento e dell' invenzione bastavano a togliere 
le dubbiezze primitive. Perciò il doge Cristoforo ne scrisse al- 
l'ambasciatore della repubblica Bernardo Giustiniani, residente 
in Koma, ordinando che ne fosse consultata la santa sede. 
Pio II, conoscendo la necessità di un diligente esame sulla 
faccia del luogo, delegò il cardinale Bessarione, ch'era allora 
apostolico legato per la santa Sede negli stati della repubblica, 
del quale sosteneva le veci in Venezia Nicolò Perotti arcivescovo 
di Siponto. Andarono a Venezia anche l'abate di santa Giu- 
stina col canonico Jacopo Leonessa; ed anche la città di Pa- 
dova vi mandò i suoi ambasciatori a trattare la controversia 
dinanzi al tribunale dell'arcivescovo Sipontino. I frati france- 
scani addussero le ragioni, che sembravano loro più opportune, 
a difesa del corpo trasferito a Venezia, ed altrettanto fecero i 
Padovani a sostegno di quello, che possedevano da sì lungo 
tempo nella loro città (1). Ma una storiella, o leggenda, che 
per tutti i caratteri dovevasi reputare apocrifa, fece tale im- 
pressione sull'animo del cardinale legato, che per essa deter- 
minossi a pronunziare sentenza in favore dei francescani. E la 
sentenza diceva: «Le ossa esistenti in santa Giustina di Pa- 
« dova, le quali sino ad ora furono credute di san Luca Evan- 
« gelista e come tali venerate, non essere punto di questo santo, 
« né doverlesi per tali reputare, ne venerare : ed il corpo testé 
« recato dal regno di Bosnia, esistente ora nella chiesa di san 
«Nicolò del Lido, tenuto finora e venerato pel corpo di esso 
«san Luca Evangelista, doversi avere e venerare siccome 
« tale » (2). 

Si può ben credere, che i Padovani non s' acchetarono a 

(1) Le portò dell'una parte e dell'altra il Cavacelo. 

(2) 11 testo originale della sentenza è questo : Ossa in Ecclesia s, Ju- 
stince de Padua existentia, quee hactenus prò ossibus s. Lucce tenia, habita 
et venerata fuerunt, non fuisse nec esse ejusdem s. Luco? Evangeliche, nec 
prò talibus habenda, tenenda et veneranda. Corpus vero nupcr e Regno Bo- 
snice delatum et mine in Ecclesia s. Nicolai de Littore existens et hactenus 
prò corpore dicti s. Lucce Evangelista? tentum, habitum et veneratimi prò 
%ali et tale habendum etc. 



40 LIBRO XIII, C1PO VII 

questa* sentenza del Sipontino, a sì frivoli motivi appoggiata 
e senza la dovuta assennattezza (come il fatto ci mostrerà in 
appresso) pronunziata. I Padovani ne appellarono alia santa 
Sede. Mandarono perciò a Roma il canonico Giorgio Buzzaca- 
rini, perchè ne proseguisse la causa in nome del clero e della 
città; ed a rappresentarvi i monaci di santa Giustina fu de- 
putato l'abate di san Paolo di Roma. 

Un ostacolo al proseguimento della causa fu la somma 
estimazione, in cui tenevasi, di pietà e di dottrina, il cardinale 
Bessarione, sicché il papa non sapeva a chi affidare la presi- 
denza su questo affare, persuaso che ognuno avrebbe esitato 
a pronunziare contro una sentenza di lui. Ma intanto morì 
Pio II e vennegli successore Paolo II, il quale di mai animo 
tollerando l'amarezza dei Padovani, che dopo tanti secoli aves- 
sero a vedere smentita la loro devozione, chiamò a sé la causa, 
ne accettò l'appellazione e nominò a presiedervi i due cardi- 
nali Giovanni Carvajal del titolo di sant'Angelo, e Bernardo 
Eruto del titolo di santa Sabina. Furono esposte le ragioni 
dell' una parte e dell'altra, e forse non sarebbe riuscita felice- 
mente la cosa, se non si fosse considerata una rilevantissima 
circostanza, a cui nessuno aveva posto mente in addietro. I 
monaci di san Paolo facevano continue e fervorose preghiere 
all'Altissimo, acciocché si degnasse di fare palese la verità, cui 
tenevano per fermo, edotti da tradizionale notizia di più se- 
coli, essere dalla parte della loro congregazione. Alcuni anche 
avevano intrapresa per devozione la visita delle sette chiese di 
Roma, e mentre un giorno si trattenevano in questo esercizio 
nella basilica Vaticana, raccomandarono il loro affare alle pie 
preci di un sacerdote di quella Chiesa, il quale godeva parti- 
colare opinione di santità. Questi li esortò a starsene di buon 
animo, perchè la causa doveva interessare non ai soli monaci 
di santa Giustina e alla città di Padova, ma anche alla Vaticana 
basilica, ove da quasi nove secoli si conservava la testa del 
santo Evangelista, cui da Costantinopoli aveva portato a Roma 
il pontefice san Gregorio il grande ed avevala collocata in un' 
urna d'argento. Se il corpo testò recato a Venezia era intiero 
con la sua testa, non potevasi prestar fede alla sentenza del 



ANNO 1465 41 

cardinale Bessarione di rimpetto alla reliquia di Roma,, inne- 
gabile sotto ogni aspetto. 

Nel riconoscimento del corpo di san Luca esistente in Pa- 
dova già da cinque secoli addietro, fu contestato mancarvi la 
testa; laddove in quello di Venezia, peritato dai medici, non 
solo era la testa, ma per le sussistenti unioni ed adesioni, mo- 
stravasi appartenere veramente a quel corpo. Ed oltre a ciò 
asserivano i medici essere quello il corpo di un uomo vissuto 
non più di due secoli avanti quell'epoca. 

Rappresentate al tribunale dei cardinali ed al papa que- 
ste ragioni, ed in pari tempo presa ad esame la reliquia di 
Roma con le relative attestazioni autentiche di tanti secoli, e 
riconosciutala identica e ligittima; fu abbandonata la sentenza 
del Bessarione, e fu intimato ai frati minori osservanti, sotto 
pena di scomunica, di non esporre quel corpo, siccome del- 
l'evangelista san Luca. E così la vittoria fu in favore dei Pa- 
dovani; benché per riguardi professati al cardinale Bessarione 
s'abbia voluto astenersi dal pubblicare la sentenza in iscritto; 
cosa veramente disdicevole, che nelle stesse cause religiose 
abbiano a prevalere non di rado riguardi umani, per cui tenere 
occulta la verità, quasi a tutela della considerazione, d'altronde 
meritamente dovuta per cento altri motivi al giudice che non 
seppe giuridicamente scoprirla. Corsero intanto più anni, fin- 
ché, insistendo un secolo ^dopo, presso il papa Gregorio XIII 
i monaci di Padova, acciocché con un atto pubblico ne fosse 
fatta palese la verità, il papa, valendosi della circostanza della 
nuova ristampa del Martirologio corretto, comandò, che senza 
dar copia della sentenza, vi si dovesse registrare, pel giorno 
18 di ottobre, eh' è il giorno della festa di san Lucca, la se- 
guente indicazione: XV Kal. Novembris, Natalis B. Lucce 
Evangelista, qui multa passus prò Christi nomine Spiritu 
Sondo, pieno obiti in Bìthynia, cujus ossa Constantinopolim 
translata sunt, inde Patavium delata. 

A chiusa poi di tutto questo racconto dirò ; che il corpo 
del beato Luca, portato dalla Bosnia, ^sta tuttora in Venezia 
a san Giobbe; ma sull'altare della sagrestia e privo di vene- 
razione, perchè i patriarchi di Venezia, propensi sempre ad 



42 LIBRO XIII, CAPO VII 

esagerazioni in omaggio di Eoma, non solo gli negarono la 
qualificazione di Evangelista (ed era ciò ragionevole; né di più 
esigeva la suindicata decisione di Roma) ma lo privarono al- 
tresì di quel qualunque culto, che per tanti anni eragli stato 
tributato nella Bosnia, prima di essere trasferito a Venezia. 
Che questo non fosse il corpo dell' Evangelista, incontrastabili 
argomenti di fatto lo avevano comprovato giuridicamente; e 
la pontifìcia autorità lo aveva autenticato. Ma che poi lo si 
dovesse fraudare anche del culto, che da circa due secoli una 
intiera città gli aveva tributato; non saprei quale ecclesiastica 
giurisprudenza o qual disciplinare o liturgica regola potesse 
mai, non che suggerirlo; immaginarlo nemmeno. 



LIBRO XIY. 



Dalla scomunica di Sisto IV (an. 1489) sino alla guerra 
della .lega di Camlirai (an. 1509) 



CAPO I. 

Padova è ravvolta nella scomunica fulminata da Sisto IV 
contro i Veneziani. 

Dacché i Padovani s'erano dati alla repubblica di Venezia, 
furono a parte attiva e passiva di quanto in comune accadeva 
alla dominante Signoria. Or avvenne, che i Veneziani, l'anno 
1482, entrati in guerra, per istigazione (se non diretta, certo 
indiretta) del papa Sisto IV contro Ercole duca di Ferrara, 
stavano già in sul punto di farsi padroni della città, avendo 
ormai conquistato tutti gli altri luoghi di quello stato. Quando 
un secreto maneggio del re di Napoli, d'accordo con quello di 
Spagna, indusse il papa a staccarsi dalla lega, ch'egli stesso 
aveva proposto e desiderato colla Signoria di Venezia a danna 
del duca di Ferrara, e lo consigliò invece ad assocciarsi ai 
nemici di quella ed a faiiesi anch'egii nemico. Per guadagnare 
l'animo del papa gli promisero, che quando avesse voluto aderire 
alla lega proposta da loro a difesa del duca di Ferrara, eglino 
darebbero al nipote di lui, conte Gerolamo signore d'Imola, il 
comando supremo delle armate ed una pensione di centomila 
ducati, ed inoltre gii procurerebbero i principati di Rimini e 



44 LIBRO XIV, CAPO I 

di Faenza : ben già s' intende, scacciandone gli attuali posses- 
sori. Sisto IV vi rimase colto nella rete, perchè toccato sul 
debole dell' ingrandimento del nipote. 

Il trattato s'era tenuto in Eoma secretissimo. Ciò non di 
meno, l'ambasciatore veneziano seppe ottenerne traccia. Ne 
parlò quindi al papa schiettamente e gli disse — non essere 
ignoti i concerti per distaccarlo dalla repubblica; — non po- 
tersi persuadere, che la Santità sua, favorisse con aperta in- 
giustizia le insinuazioni dei nemici di essa, nel mentre ch'essa 
con le proprie armi aveva liberato gli stati della Chiesa dalle 
truppe del re Ferdinando di Napoli ed aveva assicurato il do- 
minio del conte d' Imola, e mentre la guerra contro il duca di 
Ferrara era stata intrapresa di suo consenso e poco meno che 
di sua istigazione; — essere suo dovere il porle sott' occhio, 
che indarno gli artifizj del re di Napoli avrerbero mai distolto la 
repubblica dal proseguire animosamente la guerra incominciata. 

À queste rimostranze dell'ambasciatore veneziano il papa 
rispose, non doversi prestar fede ai falsi rumori, che s'erano 
sparsi; dovere perciò i Veneziani riposare tranquilli sul conto 
di lui, nulla standogli più a cuore dei loro interessi. Ma non 
ostante questa dichiarazione, Sisto IV sottoscrisse a' 19 dicem- 
bre del detto anno 1482, un trattato di lega offensiva e difen- 
siva col re di Napoli, col duca di Milano, coi fiorentini e col 
duca di Ferrara, per la quale si stabiliva, che Alfonso, primo- 
genito del duca di Ferrara sposerebbe la figliuola del conte 
d'Imola; — che Lodovico Maria Sforza, governatore di Milano 
sarebbe capitano generale della lega; — che il conte d'Imola 
avrebbe una compagnia di mille lancie, mantenuta a spese dei 
confederati; — che il re Ferdinando e i Fiorentini resti- 
tuirebbero alla santa Sede tutte le piazze, che le avevano 
tolte, purché il papa avesse mandato ai Ferraresi mille uo- 
mini di truppe ausiliarie ; — che sua Santità farebbe restituire 
tutti i prigionieri della battaglia eli Velletri; — che i Vene- 
ziani potrebbero entrare a parte della lega tostochò avessero 
evacuato dal territorio ferrarese. 

Ciò fatto, il papa comunicò il trattato all'ambasciatore 
veneziano, dichiarandogli di avere accolto sotto la sua protezione 



ANNO 1482 45 

il duca di Ferrara, ed essere quindi ingiusta cosa che la repub- 
blica di Venezia, senz' altro motivo che la propria ambizione, 
facesse guerra ad un figlio della Chiesa romana. L'ambascia- 
tore freddamente rispose, che renderebbe informato il suo 
governo di quanto la Santità sua gli aveva comunicato. 

Sisto IV scrisse allora al doge Giovanni Mocenigo un 
breve apostolico per giustificare la propria condotta ed inti- 
margli la riconciliazione col duca di Ferrara; altrimente sa- 
rebbesi trovato in obbligo, dietro l'esempio de' suoi predeces- 
sori, di metter mano alle armi spirituali. Mandò questo breve 
a Venezia per mezzo di un vescovo, il quale chiuse la sua 
missione con la solita minaccia della scomunica — « L'udì con 
« sorpresa e sdeguo inesplicabile la repubblica (scrive il Friz- 
« zi (1) storico ferrarese) e tanto fu lontana dall' arrendervisi, che 
«anzi raddoppiò il fervore per proseguire una guerra, nella 
« quale si trovava essa così bene in vantaggio. » Ed era ben na- 
turale, che questo inaspettato rovesciamento di pensare e di 
operare di Sisto IV dovesse muovere il senato veneto a sor- 
presa ed a sdegno; dappoiché questa guerra era stata comi- 
sigliata da lui (2), ed ora ne voleva troncare il progresso, 
dopo aver spesi tanti denari e morti tanti fedeli cittadini (3). 
Il senato, tenutane consultazione, rispose al vescovo ambascia- 
tore del papa a mezzo di Bernardo Giustiniano, cavaliere e 
procuratore di san Marco e savio del consiglio (4) nel mede- 
simo senso, in cui aveva risposto l'ambasciatore veneziano. Scris- 
sero alla repubblica anche i cardinali, esortando anch' eglino il 
doge a desistere da quella guerra; ed anche ad essi rispose nel 
medesimo senso il medesimo cavaliere Giustiniano. 

Sdegnato per questo rifiuto il pontefice, e più ancora per 
la continuazione della guerra e dell'assalto dato dai Veneziani 
alla città di Ferrara, deliberò di pronunziare contro di loro 
sentenza di scomunica. Convocò il concistoro per consultarne 

(1) Pag. 128 del tom. IV. 

(2) Lo avverte anche il Sanudo, ne' suoi Commentarli della guerra di 
Ferrara, pag. 55. 

v3) Sanudo, luog. cit. 

(4) La sua risposta fu messa a stampa. 



46 LIBRO XIV, C1PO I 

coi cardinali. Ma il cardinale Marco Barbo veneziano, patriarca 
di Aquileja, levatosi in mezzo, parlò francamente, adducendo le 
ragioni più acconcie per poternelo dissuadere. Ed oltre al com- 
memorare i molti meriti della repubblica in favore della Chiesa 
romana, non si lasciò sfuggire la notevole circostanza, aver 
essa intrapreso cotesta guerra, di assenso, di consiglio e per- 
sino coll'ajuto di lui; ed essere in verità cosa strana ed ine- 
splicabile, che la santa Sede scomunicasse i Veneziani, i quali 
l'avevano difesa, mentre non lo era stato colui, che Y aveva 
assalita. 

Nulla valse però a far cangiare consiglio a Sisto IV. Egli 
a' 27 di maggio 1483 pronunziò la sentenza di scomunica, per 
la quale comandava, che la repubblica restituisse tutto ciò, 
ch'ella aveva acquistato sul duca di Ferrara; senza di che, e 
doge e nobili e sudditi e repubblica erano tutti scomunicati; 
ed erano sotto interdetto tutte le terre del veneto dominio, e 
nominatamente le città di Padova, di Verona, di Vicenza, di 
Brescia, di Treviso, di Bergamo e collettivamente le città e le 
terre di oltremare; — vietati quindi i divini offizj e l'ammi- 
nistrazione dei sacramenti, ed imposto al clero sì regolare che 
secolare di partirsi; entro un fissato limite di giorni da tutti 
i luoghi del veneziano dominio; — posti inoltre ad arbitrio di 
chicchesia i beni sì mobili che immobili dei Veneziani; — sciolti 
i debitori dai loro debiti, ed anzi sottoposto a scomunica chiun- 
que avesse ciato loro alcuna cosa ; — e chiunque avesse pigliato 
le armi contro i Veneziani, che guerreggiavano sotto Ferrara, 
prosciolto con plenaria indulgenza e da colpa e da pena di 
tutti i suoi peccati; — il doge, la signoria, il senato e tutte 
le magistrature privati della loro dignità, del loro uffizio, dei 
loro domimi; — i Veneziani dichiarati infami in qualunque 
angolo della terra, incapaci di rendere testimonianza in giu- 
dizio, di testare, di ereditare; — esclusi i loro figliuoli e ni- 
poti e discendenti sino alla quarta generazione dalle funzioni, 
dai benefizii, dalle dignità ecclesiastiche; obbligati i forestieri 
ad uscire senza indugio con tutte le loro robe e mercanzie dal 
territorio veneto, sotto pena di uguale scomunica; — proibito 
loro qualunque traffico o contratto coi sudditi della repubblica, 



INNO U83 47 

proibito eli vendere ad ossi granaglia o viveri, sotto pena, ol- 
treché di scomunica, di nullità dei contratti; — sciolti i sud- 
diti da qualunque giuramento di fedeltà verso la repubblica; — 
interdetto ad ogni principe cristiano sotto le medesime pene, 
di unirsi in alleanza con le, malgrado anche i trattati per 
avventura vigenti, i quali si reputerebbero nulli e come non 
fatti mai ; — comandato a tutti i sovrani di perseguitare e far 
perseguitare nei propri stati i Veneziani, che vi si fossero tro- 
vati per occasione di traffico e di sequestrarne i beni e le mer- 
canzie. — Questo compendiosamente è il contenuto della fa- 
mosa bolla di Sisto IV (2), il quale disponeva dei Veneziani 
e delle cose loro, come se ne foss'egli stato il padrone. 



CAPO IL 

Pubblicazione della bolla di scomunica. 

La bolla papale fu pubblicata in Ferrara dal frate Cesario, 
teologo dell'ordine dei Serviti, il dì 1° giugno 1483, per co- 
mando del cardinale Gonzaga, sopra un pulpito nel mezzo della 
piazza, nel mentre che sulla porta del duomo celebrò la messa 
Tito Novello, vescovo di Adria. 

Tosto che ne giunse notizia a Venezia, il consiglio dei 
dieci intimò al patriarca Maffeo Grirardo: che, provenendogli 
da Eoma qual si fosse breve o bolla o lettera apostolica, do- 
vesse portarla immediatamente, senz'aprirla, ai capi di esso 
consiglio. Ed uguale intimazione fece a tutti i vescovi e pre- 
lati dello stato. Fece inoltre custodire diligentemente tutti i 
passi, per arrestare gli emissarii della corte di Roma, i quali 
avessero tentato di penetrare perciò nel territorio della repub- 
blica.. Incaricò tutti i pievani della città, i signori di notte, i 
capi dei sestieri d' invigilare perchè nessuna carta fosse affissa 

(1) Il testo assai lungo di questa bolla, è stato pubblicato in più oc- 
casioni. Lo si può leggere anche nella mia Stor. della Rep, dì Yen., ove, 
a pag. 68 e seg. del voi. VII, 1' ho portato testualmente. 



48 LIBRO XIV, CAPO II 

alle porte delle chiese od altrove. Ma ad onta di tutte queste 
precauzioni, la bolla giunse al patriarca per la via di Man- 
tova. Egli fedele ed obbediente al suo governo, secondo gl'in- 
segnamenti dell'apostolo, che comanda a chicchessia di obbedire 
alle supreme autorità imperanti (1), — ne portò al Consiglio 
de' dieci il dispaccio, chiuso ancora e suggellato. 

I dieci, letto che n'ebbero il contenuto, pubblicarono tosto 
un decreto, con cui comandavano a tutti gli ecclesiastici, sì 
regolari che secolari, di continuare secondo il solito le sacre 
uffiziature nelle loro chiese, sotto pena d'incorrere nella dis- 
grazia della repubblica. I primi a rifiutarsi dalFobbedire furono 
i frati francescani del convento di san Giobbe, adducendo a 
pretesto, che qualunque censura, anche ingiusta, obbliga nel 
foro esterno e deve avere il suo effetto. Nel quale pretesto non 
valutavano punto la necessità dell' intimazione notoria e pub- 
blica della censura medesima. Per la quale disobbedienza, il 
Consiglio de' dieci li esiliò dagli stati. Altri frati di Padova, 
di Vicenza e di Verona, tosto che n'ebbero notizia, raccolsero 
i sacri vasi delle loro chiese e fuggirono all'estero. 

Un altro decreto dello stesso consiglio comandava a tutti 
gli ecclesiastici, sudditi veneziani, ch'erano fuori degli stati e 
precipuamente in Eoma, di ritornare senza indugio ai loro be- 
neficii, sotto pena di farne sequestrare le rendite. 

Questo decreto pose moltissimi nell' imbarazzo, perchè di- 
sobbedendo a quello incorrevano nella indignazione della re- 
pubblica; ubbidendovi ed allontanandosi perciò da Roma, in- 
correvano nella scomunica papale, ovvero, come attesta il Na- 
vagero (2), era imposta sopra di loro una taglia, od erano 
venduti siccome schiavi. 

Intanto le rendite di quelli, che non erano ritornati, ve- 
nivano esatte dai rettori delle città e custodite a disposizione 
del governo. Ciò particolarmente si fece pel cardinale Barbo, 
patriarca di Aquileja, pel cardinale Foscarini eh' era vescovo 
di Padova, pel cardinale Micheli vescovo di Verona e pel 

(1) Omnis anima sublimioribus potestatibus subdita sit, eie. 

(2) Star. Yen., presso il Muratori, Rer. Hai. Scrip. 



ANNO U38 49 

cardinale Zeno vescovo di Vicenza. « Le quali entrate, dice il 
«Sanudo compiuta la guerra furono restituite alli detti car- 
dinali, perchè non avevano potuto venire di qua. » Per ri- 
scuotere e custodire le rendite dei vescovi e dei prelati, che 
non erano rientrati nello stato veneto, il senato elesse tre gen- 
tiluomini, i quali furono Nicolò Muazzo, Ambrogio Contarmi e 
Antonio Tron. 



CAPO III. 

Il senato provoca il parere dei teologi e dei giureconsulti, 
circa la risposta da contrapporre alla sentenza del papa. 

Eidotte a questo estremo le cose, furono chiamati a con- 
sulta alcuni prelati, che si trovavano casualmente in Venezia, 
primo dei quali Gerolamo Landò patriarca di Costantinopoli, e 
con essi anche tre de' più esperti canonisti, che si conosces- 
sero, ed in principalità il valentissimo Giambattista Eosello, 
dottore e lettore ordinario di sacra e civile giurisprudenza nel- 
T Università di Padova; e col consiglio di questi fu esteso un 
atto di appellazione ad un concilio da convocarsi; dichiarando 
che, durante l'appellazione, non si dovesse fare veruna novità, 
ma tutte le cose dovessero rimanere nello stato attuale. Fu 
decretato, che quest'atto di appellazione si pubblicasse a suono 
di trombe per tre giorni consecutivi in Venezia e nelle altre 
città, e che poscia lo si facesse affiggere anche in Roma, nei 
luoghi più cospicui, acciocché fosse a tutti manifestato. 

L'incarico di affiggere in Roma quest'atto di appellazione 
era di somma difficoltà e delicatezza: tuttavolta se ne incaricò 
un corriere dello stato, a cui fu promessa una proporzionata 
ricompensa. Egli di fatto andò a Roma, affisse di notte l'atto 
dell'appellazione alle porte delle tre principali basiliche, e partì 
nel giorno seguente senz'essere stato scoperto. 

Sisto IV oppose all'appellazione della repubblica, un mo- 
nitorio, per cui ribatterne i motivi addotti e per aggravare 
vie più su di essa la pena intimata, e comprendervi in ess^i 

Cappelletti. Storia di Padova. II. 4 



50 LIBRO XIV, CAPO IV * 

anche quattro notari Lodovico de' Zamberti, Filippo e France- 
sco de' Morandi ed Andrea Pace, che ne avevano scritto l' in- 
strumento, ed Jacopo de' Pierleoni e Daniele Zuto o piuttosto 
Zuccolo, dottori in legge, che vi assistettero. 

Padova, che essendo compresa negli stati della repubblica, 
partecipava altresì alle politiche vicende di questa; perciò né 
l'interdetto né la scomunica di Roma sgomentarono punto il 
clero o il popolo padovano: ogni cosa anzi procede senza la 
minima alterazione, finché le medesime potenze alleate, stanche 
di quelle inquietudini ed esauste per le gravissime spese, ven- 
nero spontaneamente a proposizioni di pace. I giureconsulti 
dell' Università vi fecero la più brillante comparsa, e la pace 
fu conchiusa e firmata il dì 7 agosto M84, con sommo ram- 
marico del papa Sisto, che non vi avrebbe acconsentito, e che 
sì fattamente lo amareggiò, sino ad affrettargliene la morte, 
da cui fu colto a' 12 di quello stesso mese. 



CAPO IY. 

Venezia e le città dello stato veneto, sono sciolte dalle censure 
dal pontefice successore. 

Successore di Sisto IV fu, a' 31 di agosto, il genovese 
cardinale Cibo, il quale assunse il nome d'Innocenzo Vili. Le 
scomuniche del defunto pontefice non erano state tolte per anco. 
Il senato, benché non le avesse curate, perchè reputavate in- 
giuste, desiderò tuttavia che fossero annullate, acciocché ve- 
nisse tolto con esse qualunque seme d' inquietudine e di discor- 
dia nello Stato, e nelle coscienze. Ne scrisse perciò ai quattro 
cardinali veneziani Barbo, Zeno, Micheli e Foscari, acciocché 
andassero tutti assieme a visitare il nuovo pontefice e pale- 
sargli il giubilo della repubblica per la sua esaltazione, sup- 
plicandolo in pari tempo a togliere quelle censure, di cui, fatta 
la pace col duca di Ferrara, era stata tolta altresì la cagione. 
Innocenzo papa domandò tempo a rispondere, perchè ne voleva 
esaminare a fondo 1' affare. Alla fine, dopo molte consulte, 



ANNO lisi 51 

dichiarò ai cardinali veneziani, essere disposto a levarle, purché 
il senato promettesse di non imporre mai più in avvenire de- 
cime sul clero, di rinunziare alla nomina dei benefizi e di 
mandare a Roma ambasciatori a chiedergli perdono. 

Le condizioni non furono accettate; ed Innocenzo non volle 
accordare la chiesta assoluzione. 

Ma ben presto un contrasto insorto tra Fiorentini e Ge- 
novesi, che avrebbe potuto cagionare grave scissura tra le 
due repubbliche, costrinse il papa, il quale avrebbe voluto 
prestare aiuto ai suoi connazionali, ad avere bisogno dei Ve- 
neziani. Per farseli favorevoli impegnò il vescovo di Antivari 
a maneggiare la loro riconciliazione con la santa Sede, ed a 
stimolarli a chiedergli l'assoluzione, non esigendo da loro ve- 
run'altra condizione, tranne che per mera formalità gli diri- 
gessero un'istanza, in cui, dopo esposti i motivi che li ave- 
vano indotti ad entrare in guerra col duca di Ferrara, lo sup- 
plicassero a togliere le scomuniche, l' interdetto e le maledi- 
zioni imprecate dal suo antecessore sul loro stato e nomina- 
tamente sopra le singole città di esso. 

N'era semplicissima la condizione, né offriva l'aspetto di 
alcuna umiliazione per parte dei Veneziani; anzi porgeva occa- 
sione ad una piena giustificazione della condotta tenuta dalla 
repubblica in tutto il progresso di questo affare. Perciò il se- 
nato non ebbe la minima difficoltà ad acconsentirvi. 

La supplica fu spedita a Roma il dì 13 del seguente gen- 
naio 1485; e vi fu accolta con somma soddisfazione. Il papa 
ne sottoscrisse a' 2 di marzo il breve della riconciliazione, che 
fu subito promulgato in tutte le città dello stato. 

Fu deliberato allora di mandare a Roma quattro amba- 
sciatori, secondo il costume, a complimentare il nuovo ponte- 
fice e ad attestargli la venerazione e l'ossequio della repubblica. 



52 LIBRO XV, CAPO V 



CAPO V. 



Nuovi disgusti con Roma per la nomina 
del vescovo di Padova. 

La felice riuscita del maneggio del vescovo di Antivari 
per ristabilire la pristina corrispondenza ed amicizia tra la 
repubblica e la santa Sede e la poca lealtà del re di Napoli, 
collegato con gli Orsini ed ajutatore di essi con le armi, per 
coadiuvare la ribellione contro il pontefice, indussero questo a 
chiedere assistenza di truppe ai Veneziani, i quali non tarda- 
rono a condiscendere alle sue istanze, per avere così occasione 
novella, oltreché ad acquistarsi merito presso la santa Sede, 
anche per dare sfogo al proprio astio contro il moltiforme animo 
del re Ferdinando. 

Ma pria che il senato si determinasse ad inviargli le 
truppe, sorse nuova occasione, benché momentanea, di disgu- 
sto col pontefice. Ed eccone la cagione. 

Era vacante il vescovato di Padova, ed il senato, valendosi 
del suo diritto di nomina, vi aveva eletto Pietro Barozzi, ve- 
scovo di Belluno. Contemporaneamente in Roma il cardinale 
Micheli vescovo di Verona aveva chiesto al papa di essere 
trasferito alla Sede patavina, ed il papa gli e ne aveva con- 
cessa la traslazione. Giunte a Roma le lettere del senato, che 
presentavano la nomina del Barozzi, Innocenzo Vili ricusò di 
darne l'approvazione; ed il senato d'altronde ricusò di cono- 
scere per vescovo di Padova il cardinale Micheli, e quindi gli 
negò il possesso delle rendite del vescovato. Non si voleva 
cedere nò dall'una parte né dall'altra. Il papa mandò a Ve- 
nezia appositamente un suo incaricato, acciocché inducesse il 
senato ad essere condiscendente alla volontà del pontefice : tutto 
fu inutile. Il senato anzi portò più innanzi la sua fermezza. 
Fece intimare al cardinale Micheli, che rinunciasse alla nomina 
pontificia, sotto minaccia d' incorrere nell' indignazione della 
repubblica. Ned egli si piegò ad ubbidire. Il senato allora gli 
fece sequestrare le rendite del vescovato e con questo mezzo 



ANNO U85 53 

lo costrinse a cedere. Ubbidì e rinunziò alla nomina avuta. 
Cedo similmente anche il papa, e fece spedire le bolle in fa- 
vore del Barozzi, eletto dal senato. 

Terminò così, anche per questa volta, il contrasto per la 
sede di Padova; benché in seguito la repubblica ne abbia do- 
vuto sostenere di consimili anche per altre sedi (1). 

Aggiungerò sul proposito di questa controversia pel ve- 
scovato di Padova, che, per quanto parve al Dondi dall'Oro- 
logio (2), sembra, che il papa non avesse già inteso di tras- 
ferire il Micheli dal vescovato di Verona a quello di Padova; 
ma ne lo avesse piuttosto stabilito commendatario; la qual 
cosa sarebbe riescita al senato di ancor più grave rincrescimento. 



CAPO VI. 

Pittori celebri, che fiorirono in Padova 
circa questo medesimo tempo. 

Le controversie esterne, che molestavano talvolta la re- 
pubblica di Venezia per cagione delle città aggregate in que- 
sto secolo alla sua dominazione, punto non impedirono, che le 
arti belle "fiorissero di pari passo con la coltura scientifica degli 
studii medici e legali. Padova, sempre gloriosa per lo suo stu- 
dio deir Università, e sempre a tutte le altre nazioni superiore 
per la celebrità di questo, poteva andar lieta anche per la fe- 
lice riuscita, che intorno a questo medesimo tempo vi facevano 
nelle arti belle alcuni de' suoi cittadini. Di essi deve fare la 
storia particolare menzione. Per non essere soverchiamente pro- 
lisso, mi limiterò a commemorare i più cospicui artisti, che 
lunghesso il secolo presente fiorirono dacché Padova era dive- 
nuta suddita di Venezia. Eglino furono in principalità il Man- 
tegna, il Vellano, il Montagaana, i due Campagnola padre e 
figlio, il Bordoni, il Lancilao, il Pizzolo, il Briosco, i quali tutti 

(1) Pel patriarcato di Aquileja nel 1491. 

(2) Dissert. IX, pag. 67. 



54 LIBRO XIV, CAPO YI 

prosperarono sotto gli auspicj dei Veneziani e lasciarono eccel- 
lenti prodazioni del loro ingegno. Iacomincierò dal Mantegna. 

Andrea figliuolo di Biagio Mantegna cavaliere viene enco- 
miato come pittore, intagliatore, plastico, lavoratore in bronzo 
e poeta. Egli nacque in Padova nel 1436 di condizione assai me- 
schina ed umile: ma sino dagli anni primi spiegò un genio 
particolare per la pittura, a grado che nell'età di dieci anni 
fu registrato nella fraglia dei pittori di Padova. Fu scolaro 
dello Squarcione e con esso viveva alternandone il cognome. 
Anzi lo troviamo detto Squarcione sì negli atti della fraglia 
dei pittori, come anche in alcuni atti notarili. Si rese impa- 
reggiabile per la perfezione e dottrina nel disegno, per la vi- 
vacità e forza del colorito, per la naturalezza, espressione, ar- 
monia e finitezza; ma sopratutto nella prospettiva toccò l'ul- 
timo apice della perfezione. E sebbene le sue pitture mostrino 
talora qualche durezza, non lasciano però di essere condite di 
ammirabile venustà e di somma dottrina. 

I molti e pregiati lavori, ch'egli eseguì in patria, in con- 
correnza dei più valorosi suoi condiscepoli, gli acquistarono al- 
tissima fama; sicché, invaghitosene Lodovico Gonzaga marchese 
di Mantova, lo trasse, nel 1468, a' suoi servigi, ed ivi condusse 
ad esecuzione opere stupende; e tanta stima n'ebbe il marchese 
per le sue esimie doti, che gli conferì il grado di cavaliere. 

Innocenzo Vili lo domandò al Gonzaga, per farlo dipingere 
in Eoma le delizie del suo Belvedere (1). Vi si recò nel 1488 
ed ivi eseguì eccellenti lavori sommamente pregiati; compiuti 
i quali, due anni dopo, colmo di regali e di onore ritornò a 
Mantova, ove fece altri dipinti insigni, celebrati assai dagli 
scrittori. 

In Italia, egli fu il primo intagliatore di stampe; e ne la- 
vorò più di cinquanta. Finì la sua vita in Mantova, nel set- 
tembre del 1500, in età di anni settanta. Fu sepolto con ono- 
revoli esequie nella chiesa di sant'Andrea, ove sul suo sarco- 
faco ne fu collocato il busto in bronzo, fuso da lui medesima 
con aggiuntavi l'epigrafe: 

(1) Neu Mayr. Il Prato della Valle, pag. 97. 



ANNO U99 55 

Esse pare?n hunc novis si non prccponis Anelli 
JEnea Mantinece qui simulacro, vides. 

Gli scrittori, che l' hanno commemorato, lo encomiano sic- 
come uomo di gentili ed onorati costumi in tutte le sue azioni. 
L'Ariosto lo annovera tra i primi pittori antichi e del bel secolo 
della pittura. A lui fu eretta una statua nel Prato della Val- 
le (1), a spese del margravio di Brandeburgo. 

Esistevano in Padova (ed alcuni tuttora n'esistono) molti 
dipinti di lui; dei quali non pochi o perirono per la mala cura 
avutane, od andarono venduti fuor d'Italia. Di troppo mi al- 
lungherei se volessi farne qui distinta enumerazione. Imper- 
ciocché se ne contano oltre agi' indicati di sopra, in Vicenza, 
in Verona, nell'abazia di Fiesole ecc. ecc. — Di questo esimio 
padovano parlarono lo Scardeone (2), il Vasari (3), il Lo maz- 
zo (4), il Lanzi (5), il Brandolese (6), il Moschini (7), l'Ario- 
sto (8), il Tiraboschi (9) ed altri. 

Vallano o Ballano, padovano, fusore di bronzi, fiorì circa 
la metà del presente secolo. Fa allievo del Donatello, e tanto 
ne imitò la maniera, che taluni presero le opere dello scolaro 
per quelle del maestro. Si ammirano in Padova, nella basilica 
di santo Antonio, dieci tavole in bronzo, fuse da lui, rappre- 
sentanti altrettanti fatti dell'antico testamento. Nella chiesa 
dei Servi, esiste altra tavola in bronzo a basso rilievo, eseguita 
nel M92 a Paolo da Castro e ad Angelo suo figlio. In san 
Francesco grande, fuso in bronzo il monumento e la statua 
del veneziano Pietro Eoccabonella, professore nella patavina 

(1) N'è la XXI. 

(2) De antiq. urb. Patav., pag. 371. 

(3) Vite dei pittori, pag. 475 del torci. II. 
- Ci) Tempio della Pitt., pag. 41 e (6. 

(5) Star, delia Pitt. tona. I, pag. 96, 99, 108 — tom. II, pag. U, — 
torci. Ili, pag. 51, — tom. IV, pag. 5. 

(6) Pitt. di Pad. pag. 285; Vita del Mantegna. 

(!) Guida di Pad., pag. 87; — ■ Origine e vicende della pittura in 
Pad. pag. 31. 

(8) Canto 33, strof. 2. 

(9) Stor. della leti ital., tom. VI, part. HI, pag. 1092. 



56 LIBRO XIV, CAPO TI 

Università, non che la cospicua tavola in bronzo dell' ultimo 
altare: lavori entrambi compiuti dal suo scolaro Andrea Riccio, 
perchè la morte non permise al Vallano di condurli al termine. 

Montagnana Jacopo, pittore esimio padovano, entrato nella 
fraglia dei pittori a' 17 aprile 1469, reputato allievo di Gian 
Bellino. Di lui lasciò scritto il Lanzi (1): « Merita special men- 
« zione un Cristo risorto, eh' è in vescovado, e quivi pure tutti 
«i ritratti dei vescovi di Padova, e i busti degli apostoli con 
«alcune loro gesta di chiari-scuri eleganti molto, lavoro del 
« 1495, ove il pittore soscrivesi — Jacopus Montagnana — 
«non Montagna, come leggesi nel Vasari e nel Ridolfi. È di 
«lui una copiosa tavola al Santo: lo stile piega quanto altri 
«al moderno: e quantunque abbia pur del Veneto nel sapor 
« delle tinte, ritien però nel disegno non so che di più preciso 
«e più svelto sul far della scuola padovana. A questo pure 
«manifestamente conformasi nella insigne pittura che lasciò 
«in Belluno alla sala del Consiglio, ove rappresenta istorie 
«romane. È opera vastissima, che a prima vista parria da 
« ascriversi al Mantegna, così le figure son disegnate e vestite 
«e composte: che anzi alcune, che il Mantegna avea di già 
« inserite nella sua cappella agli Eremitani di Padova, ricom- 
«pariscono quivi fedelmente copiate nelle stesse forme e mo- 
«venze. Indizio è questo o che amendue sortirono la stessa 
« educazione, o se non altro, che il Montagnana profittò molto 
« della scuola Padovana. » 

Campagnola Gerolamo, padovano, fu pittore, scultore, let- 
terato e poeta, in sulla metà di questo medesimo secolo. L'e- 
ditore delle opere del Vasari, stampate in Roma, lo dice nato 
nelle Marche; ma lo Scardeone, contemporaneo non solo, ma 
congiunto con esso in relazione strettissima di amicizia, lo dice 
apertamente padovano. Ebbe suo maestro di pittura lo Squar- 
cione. Scrisse varj opuscoli in latino sopra diversi argomenti, 
tra cui una lettera sopra alcuni antichi pittori al servizio dei 
Carraresi. Visse quasi nonagenario. 

Campagnola Giulio, figliuolo di lui, nato in Padova, ebbe 

(1) Stor. della Pili., tom. Ili, pag 50. 



ANNO U99 57 

distinta lode anch'egli di valente pittore, miniatore, ed incisore. 
Giovane coltissimo, possedeva una straordinaria felicità d' in- 
gegno, per cui, nell'età di tredici anni, parlava francamente 
il latino ed il greco, e di sedici parlava anche l'ebraico. Passò 
alla corte di Ercole duca di Ferrara, ove copiò i dipinti del 
Mantegna e del Bellino con tale diligenza e perfezione, che 
per poco non ne- uguagliarono gli originali. Eseguiva i ritratti 
con tanta esattezza e maestria, ch'erano assai stimati e ricer- 
cati. Dipinse in patria per le chiese di san Clemente, della 
beata Elena, di santo Mattia e di santa Croce. Cantava e suo- 
nava per eccellenza. Meritò lode dal poeta Panfìlio Sasso. Né 
di lui si hanno altre notizie. 

Bordoni Benedetto, padovano, godè alta rinomanza di geo- 
grafo, di cosmografo, di miniatore e di letterato (1). Egli è 
l'autore &&Y Isolarlo. Esercitò a lungo in Padova l'arte di mi- 
niare, ed esistevano in vari monasteri, particolarmente in santa 
Giustina, più e più libri da lui miniati, dei quali s' ignora pre- 
sentemente la sorte. 

Lancilao, detto anche Lancislao, pittore padovano, studiò 
in Koma ed ivi dipinse molto. Di lui si aveva in patria una 
tavola da altare, nella chiesa di san Francesco grande (2). 

Pizzolo Nicolò, pittore padovano, discepolo anch'egli dello 
Squarci one, e forse il primo competitore del Mantegna; morì 
ucciso a tradimento in fresca età. Di lui non si sa che abbia 
lavorato se non un dipinto nella chiesa degli Eremitani, ed 
uno nell'esterno di una casa in pescaria vecchia (3). 

Briosco Andrea padovano, detto Crispo o Riccio a cagione 
della sua capigliatura, visse dopo la metà del presente secolo. 
Fu scultore, fusore di bronzi ed architetto. Ebbe suo maestro 

(1) L'identità del nome col Bordoni, padre di Giulio Cesare Scaligero, 
lo fece reputare da taluni veronese. Ma ne smentiscono l'asserzione i più 
distinti letterati, tra cui Apostolo Zeno, il quale ce lo mostra per più mo- 
tivi, diverso da quello. A me poco importa occuparmi di questa questione, 
mentre a mio favore ho i migliori letterati d'Italia. 

(2) Veci, lo Scardeone, il Vasari, il Lanzi, il Moschini, che ne hanno 
parlato. 

(3) Ved. il Vasari, il Brandolese, ed il Lanzi. 



5S LIBRO XIV, CAPO VI 

il Vallano, commemorato di sopra. In Padova lavorò in argilla 
nella chiesa di san Canciano, alcune figure, le quali quanto 
meritano di essere encomiate per la esecuzione artistica, al- 
trettanto n' è da disapprovare il colorito, di cui sono state 
poscia coperte. Nella basilica del Santo, è lavoro suo il mo- 
numento del professore Trombetta col relativo busto di bronzo; 
sono sue le due tavole esprimenti l' una Davidde e l'altra Giu- 
ditta; è suo il superbo candelabro di bronzo, opera maravi- 
gliosa e faticosissima, che gli costò dieci anni di lavoro (1). 
N'ebbe in premio una medaglia, che gli fu coniata, e che ne 
porta da un lato l'effige, con intorno le parole: Andreas Cri- 
spus patavinus oeneum D. Ant. Candelabrum, e nel rovescio, 
una stella sopra un ramo di alloro spezzato, e col moto: Ob- 
stante genio. — Viene encomiato assai questo valaroso artista 
anche nella sua qualità di architetto, di cui se non esistessero 
altri lavori, il solo modello, ch'egli ideò della chiesa di santa 
Giustina, quale oggidì la si vede, basterebbe a guadagnargli emi- 
nente seggio tra gli architetti. — Morì il Briosco l'anno 1532 a'16 
di luglio, in età di anni 62. Fu deposto in un decoroso monu- 
mento, appoggiato alla facciata della chiesa di san Giovanni di 
Verclara, ornato di onorevole epigrafe, che ne commemora il più 
distinto lavoro; il candelabro, cioè, di cui ho detto di sopra. 
Con lui chiudo queste brevissime indicazioni a commemo- 
razione dei valenti artisti padovani, che si distinsero nella 
pittura, e nella scoltura, e nell'arti consorelle, ed illustrarono 
la patria in questo secolo XV, sotto gli auspizii della serenis- 
sima Signoria veneziana, a cui Padova s'era data. Da queste 
tranquille e pacifiche notizie ci porta ora il progresso della 
storia alla considerazione delle politiche vicende, in cui, con le 
altre città della repubblica, andarono ravvolte le sorti di Pa- 
dova per la memoranda lotta, che preparò ad esse la malignità 
delle potenze d' Europa, confederate a danno di lei nella tre- 
menda lega di Cambrai . 

(1) Ne foce minutissima e diligente descrizione il Bigoni, nel suo Fo- 
restiere istruito delle cose pia belle della basilica di sant' Antonio, ecc. dalla 
pag. 42 alla 46. Questo lavoro, che si può dire unico al mondo, non costò 
che la tenue somma di seicento ducali. 



ANNO 1S09 59 



CAPO VII. 



Breve sposizione degli avvenimenti, che ordirono le fila 
di quella lega. 

Se si volesse entrare in una diligente investigazione delle 
cause, che lavorarono la famosa lega formata in Cambrai con- 
tro la repubblica di Venezia, non sarebbe sì facile il venirne 
a capo. Essa fu causata da motivi così remoti e contrarii alle 
cose, che in progresso ne susseguirono, che la perspicacia delle 
menti più illuminate non avrebbe potuto prevederne gli effetti. 
La repubblica di Venezia, quando si unì questa lega per di- 
struggerla, si trovava nel miglior stato della sua floridezza. 
Tuttavolta non mancano conghietture a renderne almeno pro- 
babile l'origine. 

L' imperatore Massimiliano, in condizione di guerra col re 
di Francia, progettò ai Veneziani una pace assoluta alla quale 
non vollero essi aderire. Irritato egli perciò, nell'eccesso della 
sua rabbia, ne macchinò la vendetta. Andò mendicando alleati, 
che gli si unissero contro Venezia. E primo di tutti trovò il 
papa Giulio II, che aveva motivi di rancore con la repubblica, 
per lo rifiuto di questa ad accettare vescovo di Vicenza un suo 
nipote; la quale invece n'elesse un altro ed a questo assegnò le 
rendite del vescovato, invece che a quello, che n'era stato nomi- 
nato dal papa. E nonostante tutta l'insistenza di Eoma al doge 
e al senato, il governo non volle mai cedere : anzi, aggiungendo 
alla disobbedienza lo scherno, il nuovo eletto s' intitolava ve- 
scovo di Vicenza per la grazia di Dio e del senato. 

Non vi volle di più per accendere lo sdegno di Giulio II, 
il quale si fece istigatore presso tutti i sovrani d'Europa contro 
la veneziana repubblica. Ne fu maneggiato il trattato con tale 
e tanta secretezza, che i Veneziani non n' ebbero notizia, che 
dope conchiuso. Non mi allungherò di troppo a narrare gl'in- 
cidenti gravi e moltissimi, che con la storia di Padova non 
hanno stretta e particolare attinenza. 

Padova fu compresa nel primo articolo del trattato, perchè 



60 LIBRO XIV, CAPO VII 

doveva, con Verona, Trevigi, Vicenza e Eovereto essere devo- 
luta all' imperatore. — Ed il papa doveva, per l'articolo se- 
condo, pronunziare sentenza di scomunica contro i Veneziani e 
contro tutte le città dei loro possedimenti, se non avessero 
aderito alle singole condizioni del trattato. Ed ecco Padova 
ravvolta in una orrenda catastrofe, perciò soltanto perchè for- 
mava parte degli stati veneziani. La guerra fu intimata e la 
repubblica l'accettò. Rivolse ben tosto il suo animo ai gran- 
diosi preparativi da farsi ed alle misure da prendersi per non 
lasciare in preda ai nemici la sorte e 1' incolumità de' suoi sud- 
diti, cui proteggeva ed amava come figliuoli. 

Il papa incominciò le sue ostilità con una bolla di sco- 
munica a tutti gli stati e le città di essa, del tenore delle 
precedenti. Ed anche Padova nominatamente vi fu compresa. 
Nel seguente libro ne vedremo più da vicino le particolari 
emergenze. 



LIBRO XV. 



Vicende di Padova a cagione della Lega di Cambra! 
(dall'anno 1509 al 1516) 



CAPO I. 

Sagge precauzioni della repubblica di Venezia a preserva- 
mene delle città de' suoi stati dai danni dell' imminente 
guerra. 

Il senato Veneto, entrato in guerra contro i confederati, 
aveva dato al generale in capo della sua armata ordini severi 
e precisi^ perchè non si venisse a battaglia; ma si cercasse 
di tenere a bada i francesi, ch'erano stati i primi a farglisi 
incontro a Cassano dalla parte della Giara d'Adda, e che ab- 
bastanza lasciavano travedere il timore e la dubbiezza dell'a- 
nimo loro, sapendo di trovarsi a fronte di un esercito assai 
più numeroso e pria che loro giungessero i rinforzi, che aspet- 
tavano dall' imperatore Massimiliano. E con tanto più di ra- 
gione il senato suggeriva al suo generale un siffatto contegno, 
in quanto che si sapeva, penuriare di vettovaglie il campo ne- 
mico, e doversi perciò presagire, che i soldati non avrebbero 
tardato a sbandare, e quindi l'esercito della repubblica sarebbe 
rimasto vincitore, senza spargimento di sangue. 

In questo sentimento era entrato di buon animo il conte 
di Pitigliano, supremo condottiero delle truppe veneziane, uomo 



62 LIBRO XV, CÀPP I 

attempato e prudente nei consigli; ma non così la pensava il 
suo collega generale Bartolomeo d'Alviano, giovine ardente, il 
quale poco apprezzava una vittoria ottenuta senza strepito mi- 
litare. Il re francese presentò ai Veneziani battaglia; né il 
conte Faccettò. Rimase tranquillo ne' suoi alloggiamenti, in cui 
non poteva essere assalito. Per lo contrario il d'Alviano di- 
staccò le sue truppe da quelle del conte di Pitigiiano, e pro- 
vocando egli stesso i francesi audacemente a battaglia, il dì 
14: maggio 1509, vi rimase intieramente sconfìtto. Questa scon- 
fìtta ne chiamò un'altra di poi, nella quale lo stesso Bartolo- 
meo d'Alviano, coperto di ferite, fu preso, nell'atto che ten- 
tava di riunire le disperse soldatesche e riparare al disordine 
dell' esercito. Furono tali i primordii di questa guerra mal- 
augurata, per li quali il progresso delle truppe francesi toccò 
in quindici giorni la meta delle conquiste progettate nei trat- 
tato della lega ed al re Luigi XII individualmente assegnate. 
In frattanto anche Verona, con le terre e i castelli del 
suo territorio, passò all'ubbidienza dell'imperatore; e ben presto 
ne imitarono l'esempio successivamente, 1' una dopo l'altra, le 
città di Vicenza e di Padova, ed altri luoghi altresì di quelle 
Provincie. Della defezione di Padova precipuamente abbiamo 
notizia dalle lettere di Luigi da Porto (1), scrittore contempo- 
raneo, il quale ci fa sapere che Leonardo Trissino, o, come 
altri lo dicono, de Dressina, nobile vicentino, bandito dalla pa- 
tria, perchè colpevole di omicidio, ritiratosi in Germania, tosto 
ch'ebbe notizia della rotta dell'esercito veneziano a Giara d'Adda, 
si recò a Trento, ed udendo le rovinose condizioni degli affari 
della repubblica, sino a non esservi nemmeno chi occupasse le 
città, massimo quelle, che, per gli articoli della lega, avreb- 
bero dovuto toccare all'imperatore; assunse da per so stesso 
il carattere di commissario imperiale, prima ancora che Mas- 
similiano si movesse dalla Germania, e con sei uomini a ca- 
vallo ed una sessantina all' incirca, di fanteria, partì alla volta 
di Vicenza e ne prese il possesso. Poscia, accompagnato da 
gentiluomini vicentini del partito imperiale, venne a Padova, 

(lj Lett. XIV e seg. 



ANNO 1U09 G3 

dovo i nobili similmente gli consegnarono la città. Qui, senza 
vermi mandato dell'imperatore, distribuì, a nomo sempre di 
lui, diplomi, feudi, titoli, onori e precipuamente i beni dei pa- 
trizi veneziani. 

Il senato, ponendo mente al pericolo, in cui si sarebbero 
poste le città della repubblica, ove queste avessero opposto 
resistenza alle straniere invasioni, od ella avesse voluto respin- 
gerle, saggiamente deliberò di sciogliere dal giuramento di fe- 
deltà i sudditi di tutte quelle città, su cui avevano stesa la 
mano rapace i principi confederati. Né già questa memoranda 
deliberazione del senato fu conseguenza, come taluni maligna- 
mente spacciarono (1), di uno stolto timore o di eccessivo av- 
vilimento; ma per finezza di sapientissima politica, in vigore 
di questa deliberazione comandò, che si facesse noto a tutti i 
cittadini di quelle, essere stati sciolti da qualunque legame verso 
la repubblica, e che se ne ritornassero in patria i governatori 
di ciascheduna, in un colle truppe di presidio, che vi erano. 

Molto e in molte guise parlarono contro questa delibera- 
zione gli storici e i politici stranieri, quasi accusando il se- 
nato di essersi per ciò abbandonato ad immoderato sbigotti- 
mento ed angosciosa aberrazione di mente (2). Ma per l'oppo- 
sto, sulla saviezza e proficuità di una risoluzione così maravi- 
gliosa e singolare, il Denina, preceduto in ciò da altri storici 
veneziani e particolarmente dal Paruta, ne lodò la condotta 
altamente, con le politiche riflessioni, che qui soggiungo : 
« Quello, che può far credere, che il senato veneto, benché op- 

« presso da sì grave e sì inopinata rovina conservò tutta 

« la flemma e la prudenza, che nel tempo della maggior calma 
« si possa desiderare da un corpo politico sì ragguardevole, fu 
« la determinazione che prese di lasciar in libertà le città sud- 
« dite e permettere spontaneamente e dar ordine, ch'esse pas- 
« sassero in balìa degli stessi nemici della repubblica; deter- 
« minazione, che per più rispetti fu creduta salutare alla repub- 
« blica. Oltre al prossimo ed immediato fine, che doveva essere 

(1) L'autore dello Squitlinìo, il Guicciardini, il Macchia velli ed altri. 

(2) Darvi, Slor. ven. lib. 22, V. 10, pag. 53. 



64 

«di provvedere al bisogno presente, ritraendo alla guardia 
« della stessa capitale Venezia le genti che stavano altrove di 
« presidio, il senato otteneva in primo luogo questo vantaggio, 
«che non obbligando imperiosamente e per forza le città del 
« suo dominio a prender le arme per opporsi agli assalti delle 
«potenze collegate, non metteva i sudditi nella necessità di 
« essere disobbedienti ; il che senza dubbio avrebbe posto gran- 
dissimo ostacolo alla ricuperazione delle cose perdute; per- 
ciocché i popoli, che contro il voler della repubblica, o per 
«inclinazione o per non poter far di meno, fossero passati 
« all'obbedienza d'altro padrone, avrebbero poi avuta assai mag- 
«gior ripugnanza e difficoltà di tornare, qualunque volta la 
«fortuna cambiasse aspetto, sotto il dominio de' veneziani per 
« timore d'esser da loro trattati come ribelli. In secondo luogo, 
« facendo così passare diverse città in mano di coloro, a cui la 
«lega ne doveva procurare l'acquisto; come quelle della Eo- 
« magna al pontefice ; Padova, Verona e Vicenza all' impera- 
«tore; i porti del regno di Napoli a Ferdinando; s'impediva, 
«che la più parte di quelle terre non cadessero in potere dei 
«soli francesi; perchè essendo assai mediocri le forze del papa, 
« e lontane quelle di Ferdinando, e Massimiliano non essendo 
«ancora calato in Italia, sarebbe stato facile a francesi dopo 
«la prima vittoria occupar per sé anche la parte destinata 
« agli altri. La qual cosa quando che fosse accaduta e Luigi XII 
«avesse al suo ducato milanese aggiunto sì grandi acquisti, 
«non restava più a' Veneziani speranza di risorgere, e l'Italia 
« tutta era posta in manifesto e gravissimo pericolo di diven- 
«tare un'altra volta provincia della monarchia francese. Fi- 
« nalmente col partito che prese il senato di fare che ciascuno 
«dei collegati ottenesse subitamente ciò, che si era proposto 
« di conquistare, si rendeva più facile la dissoluzione della lega, 
«dal qual scioglimento poteva unicamente nascere la salute 
« della naufragante repubblica. » 

E d'altronde, se tali non fossero state le viste del senato 
in concedere a questi suoi sudditi la libertà: che importava di 
scioglierli, mentre già, sciolti o non sciolti da esso, sarebbero 
egualmente passati sotto il potere dei nemici? — L'esito poi 



ANNO Ì509 65 

ne coronò le intenzioni; perchè tutte quello città, come più 
presto poterono, ritornarono spontaneamente alla primitiva ob- 
bedienza della repubblica. 



CAPO II. 

Padova è riacquistata dai Veneziani. 

Tanta finezza di politica del senato suggerì inoltre non 
solo l'opportuno consiglio di premunire la dominante contro 
qualunque esteriore molestia e di porla in istato della più va- 
lida sicurezza; ma lo persuase inoltre ad intraprendere ma- 
neggi di riconciliazione e di pace. Incominciò dal pontefice, il 
quale si sarebbe fors'anco piegato a favorevoli sentimenti; e 
se n'erano anche presi buoni concerti; ma trovò valida oppo- 
sizione negli ambasciatori del re di Francia e dell'imperatore 
Massimiliano. Fu incaricato di solenne legazione a quest'ultimo 
un gentiluomo veneziano, Antonio Giustiniani, il quale non 
ottenne migliore effetto (1). 

L' inutilità di siffatti tentativi fece entrare in gravi con- 
siderazioni il senato, e nuovo coraggio gì' infuse ad accingersi 
all' impresa di riaversi da tante perdite. Si presentò al primo 
sguardo dei senatori il riacquisto di Padova, il quale poscia 
avrebbe condotto la repubblica al riacquisto di molte altre città. 

Padova allora trovavasi sprovveduta di conveniente pre- 
sidio. V'era governatore quel Leonardo Trissino o da Dressina, 
il quale di propria autorità ne aveva preso il possesso a nome 
dell'imperatore. Non aveva di presidio che ottocento uomini; 
e sebbene per guadagnarsi l'animo dei cittadini, avess'egli dis- 
tribuito loro alquanti dei beni tolti a gentiluomini veneziani, 



(1) Il Guicciardini (Stor. d'Italia, lib. Vili, cap. II, pag. 63 e seg. del 
tom. II, dell'ediz. di Milano 185) sogaò uà discorso dell'ambasciatore veneto, 
in cui fece dire al Giustiniani ciò ch'egli avrebbe voluto che avesse detto ; 
ma da tutti gli storici e veneziani e forestieri (tranne lo spagnuolo Gueva) 
è confutato e smentito. 

Cappelletti. Storia di Padova. II. 5 



66 LIBRO XV, C1PO li 

pure la popolazione era tutta a favore della repubblica; sic- 
come lo era anche la maggior parte del contado circonvicino, 
perchè le frequenti violenze dei recenti dominatori, facevano 
ricordare e desiderare la moderazione del governo veneziano (1). 

Fu discusso lungamente in Senato sul progetto e sul modo 
di ricuperare Padova, ed alla fine se ne affidò l'incarico al 
provveditore Andrea Gritti. Il piano dell' impresa fu concertato 
così. Egli con quattrocento uomini d'arme e tremila fanti (2) 
e due mille cavalleggeri albanesi, andasse a Noale, ed ingros- 
sate le sue schiere da moltissimi contadini, che gli si sareb- 
bero associati, si dirigesse verso Padova per assaltare la porta 
di Codalunga : ed intanto, duemila contadini, con trecento fanti 
ed alquanti cavalli, andassero ad assalire il Portello, ch'è dal- 
l'altro lato orientale della città, onde spargere con ciò lo spa- 
vento e la confusione negli assaliti. Per ingannar meglio le 
conghietture e le idee degli avversar]', 1' altro provveditore, 
Cristoforo Moro, facesse mostra di andare ad accamparsi a 
Cittadella. 

Questo ben ordinato disegno ebbe un esito felicissimo. I 
fanti, giunti alla porta di Codalunga, la trovarono mezzo aperta, 
perchè poco prima erano giunti, ed altri avevano anche co- 
minciato ad entrare in città, parecchi carri di fieno, i quali 
non a caso, ma per astuzia dei Gritti, vi erano stati mandati. 
Ed altri appunto vi erano entrati, ed altri si erano fermati ad 
arte colà, sulla porta, perchè i contadini; che li menavano, vi 
fingevano dei guasti, per cui non potessero progredire. Per 
questo artifizio rimase calato il ponte levatojo, acciocché in- 
tanto le genti veneziane sopraggiungessero, e quindi entrassero 
felicemente, senza che nessuno, per così dire, della città se ne 
accorgesse. Le precedeva il cavaliere della Volpe, co' suoi 

(1) Narra a questo proposito il Muratori (Annali d' Hai. an. 1509), 
clic « i Padovani avevano già cominciato ad assaggiare più d' un poco, 
«qual fosse il disordinato governo dei loro ospiti novelli. Frequenti si 
«provavano i rubamenti; non era salvo l'onore delle donne; le risse, che 
« sposso succedevano co' soldati, costavano la vita ai cittadini e il sacco 
« alle lor case. » 

(2) Altri dissero cinquemila. 



ANNO 1S09 67 

cavalleggieri; gli veniva dietro lo Zitolo da Perugia o Lattanzio 
da Bergamo con una porzione dell 7 infante ria. 

Arrivavano poscia di mano in mano genti fresche a soste- 
nerne le mosse. Leonardo da Dressina se ne accorse allora sol- 
tanto, che queste genti furono giunte sulla piazza, ed ormai 
disperando di potere con li suoi pochi militi, respingere cote- 
ste forze, prese il partito di venire anch' egli sulla piazza co' 
suoi ottocento tedeschi e con Brunoro da Sarego, condottiero 
di cinquanta cavalli, e di aspettare, se, affrontando colà l'im- 
peto dei nemici, fossero accorsi a sostenerlo coloro, che aves- 
sero per avventura favorito in Padova il partito imperiale. Ma 
questa ed ogni altra speranza fu vana, perchè il popolo non 
si mosse. 

Gli uffiziali cesarei, sì per questo e sì per udire il popolo 
che gridava Marco, Marco, si videro costretti a rifugiarsi nel 
castello della città, che, sprovvisto di munizioni e di viveri, 
non tardò, poche ore dopo, a rendersi; sicché i Veneziani rima- 
sero padroni dell' intiera città. — Né tardarono gli arrabbiati 
villani a stendere da per tutto le mani rapaci. Vi rimasero sac 
cheggiati i banchi, le case e le botteghe degli Ebrei e circa 
ottanta case di nobili padovani aderenti agii imperiali, e vi 
andarono perdute molte ricchezze. Tutto era confusione, urli e 
grida. Per buona ventura, il grosso dell' armata tardò ad arri 
vare, a cagione degli ostacoli, che le barche trovavano nei ca- 
nali; mentre se fossero giunte in Padova tante genti, che dif- 
ficilmente si sarebbero potute frenare, tutta la città ne sarebbe 
stata desolata. Opportunamente perciò i capi dell'esercito pro- 
clamarono un bando, che sotto pena della forca nessuno più 
osasse saccheggiare. Lo stesso giorno vi giunse il conte di Pi- 
tigliano col maggior nerbo dell'armata, e da per tutto egli ri- 
condusse la quiete ed il buon ordine. 

Accadde questo memorando avvenimento il giorno 17 luglio 
1509; giorno, che per essere sacro a santa Marina, fu d'allora 
in poi festeggiato annualmente in Venezia, per pubblico decreto, 
nella chiesa di questa santa ; ed ivi recavasi a commemorazione 
di ciò il doge con tutta la Signoria; ed in questa occasione il 
pievano di essa chiesa gli mostrava le chiavi delia città di 



6S LIBRO XV, CAPO II 

Padova, ivi perciò appunto depositate. Le quali chiavi, demo- 
lita in questo secolo quella chiesa, furono ricuperate per le 
sollecite cure del benemerito canonico Giannantonio Moschini, 
ed affisse nel chiostro dell'odierno seminario patriarcale, ad or- 
namento archeologico del medesimo, ed a memoria altresì del 
faustissimo avvenimento (1). 

Nò voglio tacere ciò che scrisse -l'anonimo Padovano, e che 
il Muratori ripete, circa il riacquisto di Padova, essere stato 
effetto di un tradimento ordito da Costantino despota della 
Morea, il quale comandava allora le soldatesche italiane di 
Massimiliano. Pretende egli, che « papa Giulio avesse già ri- 
« conosciuto, essere il meglio della Chiesa e dell' Italia, che si 
«conservasse la repubblica di Venezia, per opporla non meno 
« ai turchi che alle potenze cristiane, le quali venivano a con- 
culcare e mettere in ceppi le provincie italiane: laonde dati 
«ordini secreti ad esso Costantino di favorire sotto mano i 
«Yeneti, il mandò a Trento a Massimiliano Cesare con cin- 
« quantamila ducati, per sollecitarlo a calare in Italia per paura 
«che i Francesi non prendessero il rimanente dello stato ve- 
« neto. Fu inviato costui a Padova con le genti imperiali. Per 
« quanto que' Padovani che amavano il nome imperiale lo scon- 
« giurassero di non ispogliar la città dell'opportuno presidio, 
«volle agli andare a campo ad Asolo. Crebbero le apparenze 
«che Padova fosse in pericolo: ma per quanto anche i suoi 
« capitani, cioè Pandolfo Malatesta, Lodovico e Federico da Boz- 
«zolo, il marchese d'Ancisa ed altri il consigliassero di cac- 
« riarsi in Padova, troppo sprovvista di gente : nulla mai volle 
« consentirvi. » 

Nò sarei lungi dal credere, che Costantino, guadagnato 



(1) Il Dubos, storiografo della lega di Gambrai, disse ricuperata Pa- 
dova dalle armi venete il dì 2D giugno. Ma erroneamente, perchè tutti gli 
storici veneziani ed anche padovani, tra cui l'anonimo di Padova, testi- 
monio oculare, ne dicono avvenuto il fatto a dì 17 del mese di luglio l'anno 
di nostra salute 1 500, giorno di santa Marina in martedì. E «tale appunto 
«soggiunge il Muratori (Annal. d'Hai), secondo la lettera domenicale G, 
«fu il 17 di quel mese.» Lo che, più di tutto, veniva ad attestare l'an- 
nuale solennità della repubblica. 



ANNO 1809 G9 

secrotamente dal denaro veneziano, abbia tenuto siffatto con- 
tegno, servendo in pari tempo e alle intenzioni del papa e 
agl'interessi della veneta repubblica. 



CAPO III. 

Conseguenze, che di qua derivarono alla nobiltà padovana. 

Se Padova, per le cose narrate, potè ascrivere a sua somma 
ventura l'essere stata sottratta da un saccheggio universale; 
non ebbe similmente la sorte di schivare per altro verso la 
propria ruina. Quasi tutta infatti la nobiltà padovana s'era mo- 
strata vogliosa di mutare governo, ed erasi dichiarata aperta- 
mente in favore degl' imperiali. Ma non mancò loro il castigo. 
Preso che fu dai Yeneziani il castello di Padova a discrezione, 
furono inviati alle carceri di Venezia e quei nobili padovani 
che aderenti al partito imperiale si erano colà ritirati e molti 
altri ch'erano stati presi in città. Leonardo Trissino finì ben 
presto la vita nelle carceri; altri in sulla fine di novembre 
furono giustiziati pubblicamente (1), ed i pochissimi che 
poterono durare molti anni, furono di poi mandati a confine 
in varii luoghi delle coste marittime. Ed oltre a ciò la mag- 
gior parte degli altri nobili padovani fu chiamata a Venezia, 
ed a ciascuno fu imposto l'obbligo di presentarsi ogni giorno 
ad un determinato ufficio. Molti di essi e delle principali fa- 
miglie, chi per paura e chi per altre cagioni, se ne fuggirono 
di poi, e conseguentemente furono dichiarati ribelli, e tutti i 
loro beni passarono al fisco (2). la questa occasione e per 
questo motivo perì il fiore della nobiltà padovana. Qui però non 
finirono le sciagure di Padova. Lo vedremo in appresso. 

Il riacquisto intanto di Padova aperse ai Yeneziani la strada 
a novelli vantaggi, perchè tutti i luoghi di questa provincia 

(1) Questo rigore fu disapprovato dagli stessi storici veneziani, in 
principalità dal Bembo, 

(2) Ved. il Muratori, Annal. d'Ila!., an. 1509. Presso l'anonimo pado- 
vano sono registrati i nomi di quanti vi rimasero colpiti. 



70 LIBRO XV, CAPO III 

ritornarono spontaneamente, 1' un dopo l'altro, alla soggezione 
della repubblica. La propensione generale dei contadini e del 
popolo verso il governo veneto facilitò alle truppe di questo il 
riacquisto altresì di Legnago, fortezza importantissima per eser- 
citare valida influenza sui territorii di Padova, di Vicenza e di 
Verona. 

Né devo qui passare sotto silenzio, che il senato, dopo 
questi prosperi avvenimenti, ponendo mente ai vantaggi, che 
ne deriverebbero allo stato, se i sudditi fossero stimolati a de- 
dicarsi con tutto l'animo al pubblico servigio, decretò, che 
quanti s'erano mostrati fedeli fossero dall'erario risarciti di tutte 
le perdite fatte ed anche di tutte quelle, che fossero per sof- 
frire nel corso di questa guerra. Munificenza in verità senza 
esempio, alla quale non poterono astenersi dal tributare sen- 
timenti di ammirazione gli stessi scrittori non affezionati alla 
veneziana repubblica (1). Ned ebbe il governo a pentirsi di 
questa sua generosità, nò da questa rimasero esclusi coloro, 
che vi si affidarono. Padova fu la prima a sperimentarne i be- 
nefici effetti. Siccom'era stata la prima a ritornare nel seno 
della repubblica, a cui, cent'anni addietro, s'erano dati spon- 
taneamente i suoi cittadini. 

Un incidente alquanto ridicolo sopravvenne, in conseguenza 
della ricuperazione di Padova e di Legnago, a Francesco Gon- 
zaga, marchese di Mantova: incidente, che menò grande stre- 
pito in tutta l' Italia. Egli partito da Mantova alla testa di un 
corpo di cavalleria, per andarsi ad unire in Verona col signore 
della Talissa, fermossi con poche truppe nell' Isola della Scala, 
grosso casale del veronese, non circondato da mura, nò pro- 
tetto da veruna fortificazione. Se ne accorse il presidio di Le- 
gnago, a cui comandava il capitano Carlo Marino, avvisatone 
dai villani. Per lo che disposte secretamele le cose, il Marino 
spedì colà Lucio Malvezzi con dugento cavalleggeri e Ciotolo 
da Perugia con ottocento fanti e molte brigate di contadini, 
i quali, giunti la notte del 9 agosto, lo sorpresero, rt ne sva- 
ligiarono d'armi, di cavalli, e di arnesi tutti i soldati. Francesco 

(1) Ved. il Dubos, Slor. della lega di Cambray, part. I, lib. I, p. 74. 



ANNO 1S09 



71 



Gonzaga uditone il parapiglia o figurandosene la cagiono, balzò 
di letto, ove so ne giaceva coricato tuttora; fuggì in camicia, 
precipitatosi da una finestra, ed andò a rimpiattarsi in un 
campo di saggina. Ivi lo colsero alcuni contadini, che lo con- 
dussero a Legnago, prigioniero di guerra, donde poscia fu man- 
dato a Venezia, alla prigione delle Torreselle; «e quivi, dice 
l'annalista <T Italia (1), per lungo tempo si riposò. » 



CAPO IV. 
I tedeschi assediano Padova. 

L'indolenza dell'imperatore Massimiliano in lasciarsi to- 
gliere così vilmente la nobile città di Padova e tutti gli altri 
luoghi, che ne furono conseguenze, mosse le voci di ognuno, e 
poi le penne degli storici a proverbiare l' indolenza di lui, che 
non sapeva determinarsi ad unire il suo esercito e calare in 
Italia. I Veneziani d'altronde, persuasi, ch'egli, dopo tanta pi- 
grezza, sarebbesi alla fine determinato a calarvi, e che il suo 
turbine sarebbe andato a scaricarsi su Padova, si diedero con 
la maggior sollecitudine a fortificar la città ed a provvederla 
di maravigliosa quantità di viveri e di munizioni da guerra. 
Quivi anche spinsero il maggior nerbo delle truppe di fanteria 
e di cavalleria: con l'aggiunta di dugento giovani volontari, 
ciascuno dei quali condusse con sé a proprie spese dieci o quin- 
dici e venti uomini armati. Ne diede l'esempio in principalità 
il doge Loredano, mandandovi due suoi figliuoli, come in ap- 
presso dirò. 

Massimiliano alfine, quando vide già già per andare per- 
duto il frutto della lega, ed in procinto di vedersi tolte ad 
una ad una le città così facilmente ottenute, si determinò a 
porsi in marcia per venirsele a conservare. Scelse la via che 
per le montagne conduce alia provincia di Vicenza: ma non 
vi giunse che dopo lunghissimi e gravi stenti, perchè i villani, 

(1) Muratori, an. 1509. 



72 LIBRO XV C1PO IV 

affezionati alla repubblica e favoriti dall'asprezza dei luoghi, 
gli si erano ferocemente ribellati, e di passo in passo gli e no 
contrastavano il terreno. Giunto al piano, trovò ricuperata dal- 
l'esercito veneziano la massima parte della provincia padovana; 
sicché a grande stento e con gravissima perdita di soldati potè 
inoltrarsi sino alla città, ed ivi formò i suoi progetti per ri- 
mettersene al possesso. 

L'esercito suo era formidabile pel numero de' combattenti; 
ma senza ordine e senza unione, perchè composto di varie na- 
zioni e di molti volontari. Penuriava di denaro, benché poco dianzi 
avess'egli avuto cencinquantacinquemila scudi dal re Luigi XII 
per F investitura di Milano, ottenuta addì 14 giugno di questo 
medesimo anno (1), e censessantamila ducati d'oro, per più ti- 
toli,' dal papa. Ad onta di tuttociò, la principal paga che Mas- 
similiano dava alle sue genti, consisteva nel permetter loro, 
che saccheggiassero tutto il territorio padovano. Nel quale sac- 
cheggio, fu terribile la desolazione di questa fertilissima re- 
gione; ma costò d'altronde assai cara agli aggressori imperiali, 
perchè i contadini, oltre all' essere stati sempre affezionati e 
fedeli alla repubblica, irritati da tante violenze e crudeltà di 
costoro, ne sacrificarono alla loro vendetta quanti ne poterono 
cogliere. 

Padova, per l'opposto, presidiata da una truppa di ben 
venticinque mila uomini, riccamente approvigionata, come di 
sopra ho notato, e di munizioni e di viveri, non aveva paura 
di un assedio, con cui l'austriaco Cesare avesse voluto strin- 
gerla. Il senato reputava della massima importanza, per la si- 
curezza della propria sorte nella terraferma d' Italia, il buon 
esito della difesa di questa città; e per ciò con tutto l'animo 
vi si diede. Lo stesso doge Leonardo Loredan si adoperò ad 
accendere vieppiù il coraggio dei senatori, i quali già per la 
massima parte vi si trovavano bea disposti. Parlò con mera- 
vigliosa eloquenza e trasse tutti al suo partito, sicché la difesa 
di Padova fu decretata a pieni voti e con nazionale entusiasmo. 
Le cose dette da lui in questa occasione ci furono conservate 

(1) Du-Mont, Corp. Diplom., presso il Muratori, Anna!. d'It. an. 1509. 



ANNO 1509 73 

quasi da tutti gli storici sì veneziani che forestieri, benché tutti 
le abbiano esposte con le stesse parole ; nò posso astenermi 
dal trascriverle qui, perchè intieramente spettanti alla storia 
di Padova. Preferisco trascriverle come dal Guicciardini (1) le 
abbiamo. 

Ed eccone il tenore: 



CAPO V. 

Discorso del doge al senato, per la difesa di Padova. 

— « Se, com' è manifestissimo a ciascuno, prestantissimi 
senatori, nella conservazione della città di Padova consiste non 
solamente ogni speranza di poter mai ricuperare il nostro im- 
perio, ma ancora di conservare la nostra libertà; per lo con- 
trario, se la perdita di Padova ne seguita, come certissimo, 
l' ultima desolazione di questa patria, bisogna di necessità con- 
fessare, che le provvisioni e le preparazioni fatte insino ad ora, 
ancora che grandissime e meravigliose, non siano sufficienti, 
né per quello che si conviene per la sicurtà di quella città, né 
per quello che si appartiene alla dignità della nostra repub- 
blica. Perchè in una cosa di tanta importanza e di tanto peri- 
colo, non basta che i provvedimenti fatti siano tali che si possa 
avere grandissima speranza, che Padova si abbia a difendere; 
ma bisogna siano tanto potenti, che, per quel che si può prov- 
vedere con diligenza e industria umana, si possa tenere per 
certo, che abbiano ad assicurarla da tutti gli accidenti che improv- 
visamente potesse partorire la sinistra fortuna, potente in tutte 
le cose del mondo, ma sopra tutte le altre in quelle della 
guerra. Né è deliberazione degna dell'antica fama e gloria del 
nome veneziano, che da noi sia concessa interamente la salute 
pubblica e l'onore e la vita propria e delle mogli e figliuoli 
nostri alla virtù di uomini forestieri e di soldati mercenaria 
e che non corriamo noi spontaneamente a difenderla con i petti 

(i; Lib. Vili, cap. IV. 



74: LIBRO XV, C1PO V 

e con le braccia nostre. Perchè, se ora non si sostiene quella 
città, non rimane a noi più luogo di affaticarci per noi mede- 
simi; non di dimostrare la nostra virtù, di non spendere per 
la salute nostra le nostre ricchezze. Però, mentre che ancora 
non è passato il tempo di ajutare la nostra patria, non dob- 
biamo lasciare indietro opera o sforzo alcuno, nò aspettare di 
rimanere in preda di chi desidera saccheggiare le nostre facoltà, 
di bere con somma crudeltà il nostro sangue. Non contiene la 
conservazione della patria solamente il pubblico bene, ma nella 
salute della repubblica si tratta insieme il bene e la salute 
di tutti i privati, congiunta in modo con essa che non può stare 
questa senza quella; perchè cadendo la repubblica e andando 
in servitù, chi non sa, che le sostanze, l'onore e la vita dei 
privati rimangono in preda dell'avarizia, della libidine e della 
crudeltà degli inimici? Ma quando bene nella difesa della re- 
pubblica non si trattasse altro che la conservazione della pa- 
tria, non è premio degno dei suoi generosi cittadini, pieno di 
gloria e di splendore nel mondo e meritevole appresso a Dio? 
Perchè è sentenza insino dei Gentili, essere nel cielo determi- 
nato un luogo particolare, il quale felicemente godano in per- 
petuo tutti coloro che avranno aiutato, conservato e accresciuta 
la patria loro (1). E quale patria è giammai stata che meriti 
di essere più ajutata e conservata dai figliuoli che questa ? La 
quale ottiene ed ha ottenuto per molti secoli il principato tra 
tutte le città del mondo, e dalla quale i suoi cittadini ricevono 
grandissime ed innumerabili comodità, utilità ed onore; am- 
mirabile, se si considerano o le doti ricevute dalla natura, o 
le cose che dimostrano la grandezza quasi perpetua della pro- 
spera fortuna, o quelle per le quali apparisce la virtù e la no- 
biltà degli animi degli abitatori. Perchè è stupendissimo il sito 
suo, posta unica nel mondo tra le acque salse e congiunte in 
modo tutte le parti sue, che in un tempo medesimo si gode la 
comodità dell'acqua e il piacere della terra; sicura, per non 

(1) Omnibus, qui palriam conservarmi, adjuverint, auxcrint, certuni 
esse in cesio ac definilum locum, ubi beati cevo sempiterno fvuantur. Gic. de 
Republica lib. VI. 



INNO 1509 75 

essere posta in terra forma, dagli assalti terrestri; e sicura, 
per non esser posta nella profondità del mare, dagli assalti 
marittimi. E quanto sono maravigli osi gli edilizi pubblici o 
privati, edificati con incredibile spesa e magnificenza e pieni 
di ornatissimi marini forestieri, e di pietre singolari, condotte 
in questa città da tutte le parti del mondo; e quanto ci sono 
eccellenti la pittura, le statue, le sculture, gli ornamenti dei 
mosaici e di tante bellissime colonne e di altre cose simi- 
gliane ! E quale città si trova al presente, ove sia maggior 
concorso delle nazioni forestiere, che vengono qui, parte per 
abitare in questa libera e quasi divina patria sicuramente, 
parte per esercitare i loro commercj ? Onde Venezia è piena di 
grandissime mercatanzie e faccende, onde crescono continua- 
mente le ricchezze dei nostri cittadini, onde la repubblica ha 
tanta entrata nel circuito solo di questa città, quanta non hanno 
molti re degli intieri regni loro. Lascio andare la copia dei 
letterati di ogni scienza e facoltà, la quantità degi' ingegni e 
la virtù degli uomini dalla quale congiunta con le altre con- 
dizioni, è nata la gloria delle cose fatte maggiori da questa 
repubblica e dagli uomini nostri, che dai romani in qua abbia 
fatto patria alcuna, e che sia pienissima di abitatori, abbon- 
dare ogni cosa. Fu il principio della città ristretto in su que- 
sti soli scogli sterili e ignudi e non di meno distesasi la virtù 
degli uomini nostri prima nei mari più vicini e nelle terre cir- 
costanti, di poi ampliatasi con felici successi nei mari e nelle 
Provincie più lontane, e corsa insino alle ultime parti dell'O- 
riente acquistò per terra e per mare tanto imperio e tennelo 
sì lungamente e ampliò in modo la sua potenza, che stata 
tempo lunghissimo formidabile a tutte le altre città d' Italia, 
sia stato necessario, che ad abbellirla siano concorse le fraudi 
e le forze di tutti i principi cristiani, cose certamente proce- 
dute con l'aiuto del sommo Dio, perche è celebrata per tutto 
il mondo la giustizia, che si esercita indifferentemente in que- 
sta città, per il nome solo della quale molti popoli si sono 
spontaneamente sottoposti al nostro dominio. Già a quale città, 
a qual imperio cede di religione e di pietà verso il sommo Dio 
la patria nostra? Ove sono tanti monasteri, tanti tempi, pieni 



76 LIBRO XV, C1PO V 

di ricchissimi e preziosissimi ornamenti, di tanti stupendi vasi 
e apparati dedicati al culto divino? Ove sono tanti spedali e 
luoghi pii, nei quali con incredibile spesa ed incredibile utilità 
dei poveri si esercitano assiduamente le opere della carità? È 
meritamente per tutte queste cose preposta la patria nostra a 
tutte le altre : ma oltre a queste, ce n' è una, per la qual sola 
trapassa tutte le laudi e la gloria. Ebbe la patria nostra in 
un tempo medesimo l'origine sua e la sua libertà : né mai nacque 
né morì in Venezia cittadino alcuno, che non nascesse e mo- 
risse libero : né mai è stata turbata la sua libertà; procedendo 
tanta felicità dalla concordia civile stabilita in ogni modo ne- 
gli animi degli uomini che in un tempo medesimo entrano nal 
nostro senato e nei nostri consigli, e depongono le private dis- 
cordie o contenzioni. Di questo è causa la forma del governo, 
che temperato di tutti i modi migliori di qualunque specie di 
amministrazione pubblica e composto in modo e a guisa di ar- 
monia proporzionato e concordante tutto a sé medesimo, è du- 
rato già tanti secoli senza sedizione civile, senz'armi e senza 
sangue tra i suoi cittadini inviolabile e immaculato, laude u- 
nica della nostra repubblica, e della quale non si può gloriare 
né Roma, né Cartagine, né Atene, né Lacedemone, né alcune 
di quelle repubbliche, che sono state più chiare e di maggior 
grido appresso gli antichi. Anzi appresso noi si vede in atto 
tale forma di repubblica, quale quegli, che hanno fatto mag- 
giore professione di sapienza civile, non seppero mai né im- 
maginarsi né descrivere. Adunque a tanta e sì gloriosa patria, 
stata moltissimi anni antemuro della fede, splendore della re- 
pubblica cristiana, mancheranno le persone dei suoi figliuoli e 
dei suoi cittadini? E ci sarà chi rifiuti di mettere in pericolo 
la propria vita e dei figliuoli per la salute di quella? 

La quale contenendosi nella difesa di Padova, chi sarà 
quello che neghi di voler personalmente andare a difenderla? 
E quando bene fossimo certissimi essere bastanti le forze che 
vi sono, non appartiene egli air onor nostro, non appartiene 
egli allo splendore del nome veneziano, che si sappia per tutto 
il mondo, che noi medesimi siamo corsi prontissimamente a di- 
fenderla e conservarla? Ha voluto il fato di questa città che 



ANNO 1509 77 

in pochi dì sia caduto dalle mani nostre tanto imperio; nella 
qual cosa non abbiamo da lamentarci tanto della malignità 
della fortuna, perchè sono casi comuni a tutte le repubbliche, 
a tutti i regni, quanto abbiamo cagione di dolerci, che dimen- 
ticatici della costanza nostra, stata insino a quel dì invitta, che 
perduta la memoria di tanti generosi e gloriosi esempi dei no- 
stri maggiori, cedemmo con troppo subita disperazione al colpo 
potente della fortuna: né fu per noi rappresentata ai figliuoli 
nostri quella virtù ch'era stata rappresentata a noi dai padri 
nostri. Torna ora a noi l'occasione di recuperare quell'ornamento 
non perduto, se noi vorremmo esser uomini, ma smarrito ; per- 
chè andando incontro all' avversità della fortuna offerendosi 
spontaneamente ai pericoli, cancelleremo la infamia ricevuta; 
e vedendo non essere perduta in noi l'antica generosità e vir- 
tù, si ascriverà piuttosto qual disordine a una certa fatale tem- 
pesta alla quale né il consiglio né la costanza degli uomini 
può resistere, che a colpa e vergogna nostra. 

Però se fosse lecito, che tutti popolarmente andassimo a 
Padova, che senza pregiudizio di quella difesa e delle altre ur- 
gentissime faccende pubbliche, si potesse per qualche giorno 
abbandonare questa città, io primo, senza aspettare la vostra 
deliberazione, piglierei il cammino, non sapendo in che meglio 
potere spendere questi ultimi dì della mia vecchiezza, che nei 
partecipare, con la presenza e con gli occhi, di vittoria tanto 
preclara; o, quando pure (l'animo abborrisce di dirlo) morendo 
insieme con gli altri non essere superstite alla rovina della 
patria. Ma perchè né Venezia può essere abbandonata dai con- 
sigli pubblici, nei quali col consigliare, provvedere e ordinare 
non meno si difende Padova, che la difendano con le armi 
quegli che sono quivi, e la turba dei vecchi sarebbe più di 
carico che di presidio a quella città; né anco per tutto quello 
che potesse occorrere, è a proposito spogliare Venezia di tutta 
la gioventù; però consiglio e conforto, che, avendo rispetto a 
tutte queste ragioni, si eleggano dugento gentiluomini dei 
principali della nostra gioventù, dei quali ciascuno, con quella 
quantità di amici e di clienti atti alle armi che tollereranno 
le sue facoltà, vada a Padova per stare quanto sarà necessario 



78 LIBRO XV, CAPO TI 

alla difesa di quella terra. Due miei figliuoli con grandi com- 
pagnie saranno i primi a eseguire quel che io, padre loro, prin- 
cipe vostro, sono stato il primo a proporre; le persone dei quali 
in sì grave pericolo offerisco alla patria volentieri. Così si 
renderà più sicura la città di Padova ; così i soldati mercena- 
ri, che vi sono, veduta la nostra gioventù pronta alle guardie 
e a tutti i fatti militari, ne riceveranno inestimabile allegrezza 
e animosità, certi, che essendo congiunti con loro i figliuoli 
nostri, non abbia a mancare da noi provvisione o sforzo al- 
cuno. La gioventù e gli altri, che non aneleranno, si accende- 
ranno tanto più con questo esempio a esporsi sempre che sarà 
di bisogno a tutte le fatiche e pericoli. Fate voi, senatori, le 
parole e i fatti dei quali sono in esempio e negli occhi di tutta 
la città, fate, dico, a gara ciascuno di che ha facoltà sufficienti, 
di far descrivere in questo numero i vostri figliuoli, acciocché 
siano partecipi di tanta gloria; perchè da questo nascerà non 
solo la difesa sicura e certa di Padova, ma si acquisterà que- 
sta fama appresso a tutte le nazioni, che noi medesimi siamo 
quegli, che col pericolo della propria vita difendiamo la libertà 
e la salute della più degna e della più nobile patria che sia 
in tutto il mondo. » — 

Questi sentimenti del doge Loredan destarono in tutti 
siffatto entusiasmo, che, dietro l'esempio dei figliuoli di lui, 
Alvise e Bernardo, non tardarono ad arrolarvisi gli altri nobili. 
Se ne formò un corpo di ben trecento, ciascuno dei quali a- 
veva al suo soldo parecchi altri valorosi giovani, sicché ne fu 
composta una truppa di diecimila all' incirca. 



CAPO VI. 

Mosse dell' imperatore Massimiliano, per disporsi ali 'assedio 

di Padova. 

Giunto Massimiliano nelle vicinanze di Padova, ricevette 
un rinforzo considerevole di milizie, colà speditegli dai due re 
Luigi XII e Ferdinando; dal papa Giulio II e dal duca di 



INNO 1509 79 

Ferrara. Quest' ultimo lo ajutò anche col mandargli un gran- 
dioso treno di grossa artiglieria. Narrano gli storici, che l'eser- 
cito imperiale consistesse in più di ottantamila fanti e venti- 
mila cavalli, composto di tedeschi, di francesi, di borgognoni, 
di spagini oli e d' italiani. E quanto alle artiglierie, di cui ab- 
bondava, leggo nella Storia del cavaliere Bajardo (1), « che le 
« truppe di Massimiliano, conducevano cento sei pezzi di arti- 
« glieria nei carretti, il più piccolo dei quali era un falcone, 
« e sei grosse bombarde di getto, caricate su grossi carri per 
« via di congegni ; quando si volevano far batterie, si levavano 
« giù a terra, e tenevasi sollevata la bocca del pezzo con un 
«grosso piuolo, e perchè non rimbalzasse indietro opponevasi 
« un robusto riparo. Queste artiglierie tiravano palle di pietra, 
« perchè di getto non si sarebbe potuto levarle, e tutto al più 
« non tiravano che quattro volte al giorno. » 

Anche il papa vi mandò Lodovico Pico conte della Mi- 
randola, con dugento lancie e duecento cavalli leggeri. Ed 
ognuno si credeva, che Massimiliano, con un esercito sì po- 
tente, avesse da assorbire Padova: ma invece cominciò a per- 
dere il tempo nelF impadronirsi di Limena, di Monselice, di 
Este, di Montagnana e di altri luoghi del territorio padovano. 

Incominciato che fu l'assedio, non passava giorno senza 
qualche azione o dall' una parte o dall' altra. Gli assediati 
mandavano fuori, e non mai inutilmente, la cavalleria leggera 
a far prigionieri al campo nemico. Massimiliano, tenendosi in 
largo dodici miglia da Padova, verso il Polesine di Eovigo, si 
teneva aperta la comodità a far vettovaglie. Alla fine si mosse 
verso la città, con la determinazione di stringerne più rigoro- 
samente l'assedio. Si fermò al ponte del Bassanello, per ten- 
tare, ma indarno, di far deviare il corso delle acque, che flui- 
scono in Padova. Erano qui radunate tutte le sue genti e tutte 
le artiglierie : e di qua volle tentare un assalto alla città. Ma 
cangiò pensiero ben presto, perchè venne assicurato, che Pa- 
dova da questo lato era troppo bene fortificata, e che dalla 
parte invece del Portello; dalia parte, cioè, che mena a Venezia; 

(1) Nel cap. XXXIII. 



80 LIBRO XV, CAPO VI 

le fortificazioni n'erano alquanto deboli. Risolse perciò di darle 
da questo lato l'attacco: né potè trasferirvisi con tanta facilità, 
perchè le paludi e le varie acque, che circondavano la città, non 
gli permisero di potervi andare se non per lungo e largo giro 
di molte miglia. Gli fu duopo girare sino a Bovolenta, grossa 
terra, eh' è discosta da Padova per ben dieci miglia: e dovette 
impiegarvi più giorni. 

In quei luoghi paludosi ed acquosi, una ciurma di tremille 
villani, confidati nella difficoltà e sicurezza di questi, erano an- 
dati a cercarsi ricovero, menando seco una grandissima quan- 
tità di bestiame. Fortuitamente gì' incontrò nel suo cammino 
l'esercito imperiale, ed ebbe a somma ventura di farne ricco 
bottino. Più lieto perciò e pigliando a buon augurio cotesto 
vantaggioso incontro, giunse Massimiliano al Portello il dì 15 
settembre. L'esercito di lui era imponente; ma d'altronde, an- 
che la difesa di Padova era ridotta al massimo della perfezione. 

Egli fece appostare le artiglierie, ed a furia di cannonate 
ottenne larga breccia nel bastione che difendeva questa porta. 
Nò perciò se ne mostravano punto sbigottiti gli assediati, i 
quali anzi molestavano assai con le loro artiglierie, tutto l'e- 
sercito circostante. Ed in pari tempo gli stradioti e i caval- 
leggieri della repubblica non tralasciavano le continue scorrerie 
sino agli alloggiamenti dei nemici. Lucio Malvezzi ebbe l'ar- 
dimento persino di uscire da Padova, con una grossa squadra 
di cavalleria, per accogliere e condurre in città un sussidio di 
quarantamila ducati, che gli venivano da Venezia (1). 

Il bombardamento di nove giorni aveva prodotto intanto 
nelle mura della città gravi danni, sicché parve a Massimiliano 
giunta l'opportunità di darvi l'assalto. Ma quando nelF indo- 
mani, fu per accingervisi, trovò che 1' acqua della fossa era 
stata dagli assediati, alzata di molto. Gli fu d' uopo adunque 
differire ad altro giorno l' impresa. Alla quale impresa il con- 
dottiero Zitolo da Perugia aveva già preparato il rimedio e consi- 
gliava anzi, che si lasciasse pure Massimiliano eseguirne a tutto 

(1) Lo storico veneziano Bembo, nel suo lib. IX, descrive minuta- 
mente le circostanze di questa astuzia. 



ANNO 1S09 81 

suo bell'agio il progetto, acciocché se ne avesse tutto in un 
punto a pentire. 

Moltiplicato perciò dagl' imperiali il bombardamento, ed 
in modo particolare contro il bastione, che il Mocenigo od il 
Giustiniano dissero Castel Gattese, ed era dalla parte della porta 
di Codalunga, ne fu aperta vieppiù larga la breccia. Allora 
l'imperatore ne comandò l'assalto generale: per lo quale co- 
mando francesi, tedeschi, spagnuoli vi salirono animosamente 
in tre corpi separati, acciocché l'emulazione nazionale di cia- 
scuno di loro lo rendesse più vigoroso e feroce. Ed in vero fu 
terribile quell'assalto. Gli spagnuoli furono i primi a guada- 
gnare il bastione, e vi piantarono tosto lo stendardo imperiale. 
Ma quando vi furono saliti, saltò fuori con le sue genti Zitolo 
da Perugia; fece appiccare il fuoco. alla mina, che vi avea pre- 
parata, ed assalì vigorosamente e respinse gli assalitori ; i quali 
vi perirono per la massima parte a ferro e a fuoco. Con che, 
l'esercito, ch'era già preparato per fare un impeto universale 
sulla città, rimase inerte e rientrò senz' aver combattuto ne' 
suoi alloggiamenti. Ciò accadde a ; 27 di settembre. 

Massimiliano perciò, disanimato e privo di ogni speranza 
di vittoria, conobbe l' insuperabile difficoltà, dell' impresa; e 
considerando scemato di molto il suo esercito e vicine le piog- 
gie, che gli potevano fare più rovinosa guerra che non i ne- 
mici; levò il campo il giorno 2 di ottobre; condusse a luogo 
sicuro l'artiglieria; fece ritirare l'esercito sino a Limena; poi 
si condusse in più alloggiamenti a Vicenza; ed in fine sciolse 
l'esercito e si raccolse a Verona. 



CAPO VII. 

Gelosie e dissidii tra gli ufficiali e capitani delle varie nazioni 
che componevano questo esercito. 

Di un esito così infelice, ch'ebbe cotesto assedio, — in- 
cominciato con sì enorme apparato di soldatesche, — attribuiva 
Massimiliano la precipua cagione all' indolenza degli uffiziali, 

Cappelletti. Storia di Pcidova II. 6 



82 LIBRO XV, CAPO VII 

dei capitani francesi, i quali disapprovavano le mosse di quella 
campagna e ne sostenevano di mal animo le fatiche, percioc- 
ché conoscevano, che nessun vantaggio vi avrebbero essi ot- 
tenuto; nessuno ne sarebbe derivato alla nazione. 

A proposito di questa indolenza, udiamo il racconto, che 
ne fece lo storico contemporaneo, da cui furono raccolte le 
azioni del cavaliere Bajardo (1): — Il Palissa generale fran- 
cese, a cui Luigi XII aveva affidato la difesa delle città, as- 
segnate all' imperatore e l' incarico di assisterlo fedelmente, e 
di dipendere dagli ordini di lui; pria che si desse mano al- 
l' impresa di Padova, raccolse nella sua tenda i varii capitani 
del suo esercito, e nell'atto di porsi a mensa con loro, così 
parlò: Miei signori, bisogna desinare, perciocché ho alcuna 
cosa a dirvi, la quale, se prima la dicessi, forse non mange- 
reste di buon appetito. Dopo il pranzo adunque mostrò loro 
una lettera dell' imperatore, che lo avvisava a tenersi pronto 
co' suoi-, per dare l'assalto alla città di Padova. La lettera fu 
letta da coloro due volte per intenderla meglio; udita la quale 
ciascuno si guardava in viso ridendo, aspettando chi avrebbe 
voluto parlare. « Eh via, disse il signore d' Imbercourt, non bi- 
« sogna star tanto sopra. Mandate allo imperatore, che noi 
«siamo apparecchiati: già mi noia il campo, perocché le notti 
« son fredde e comincia il buon vino a venir meno. Del che 
«tutti ne risero. Tutti si accontarono alle parole del signor 
« d' Imbercourt. Il Palissa guardava il cavalier Bajardo, e vide 
«che faceva mostra di stuzzicare i denti, come se udito non 
« avesse. Va bene, gli disse ridendo, or su! Ercole di Francia, 
« che ne dite voi ? Non è ora di stuzzicarsi i denti, sì di ri- 
« spondere lestamente air imperatore. Il buon cavaliere, che 
« era suo costume di pigliarsi solazzo, rispose : Se noi voglia- 
« mo al postutto metter fede nel signor & Imbercourt, non vi 
«è che andar dritto ali 'assalto: ma conciossiachè sia un cat- 
« tivo gioco per uomini d'arine V andarne a piedi, io me ne 
« ritirerei volentieri. Pure, se devo dire ciò che ne penso, 

(1) Stor. del cav. Bajardo, cap. XXXVII e seg.; e ved. anche le Mem. 
di Flmrangcs, tom. XVI. 



anno v<m 83 

* l'imperatore manda che facciate metter a terra tutti gli gentil- 
« uomini francesi per correre all'assalto co 1 suoi lanzichenec- 

* chi. Per me, quantunque non abbia io bene alcuno a questo 
«mondo, pure sono io gentiluomo: tutti voi altri siete gran 
« signori e di buona casa, e si fanno molti delle nostre 
«genti d 7 arme. Pensa dunque lo imperatore, che sia ragi- 
onevole di far pericolare a gran rischio tanta nobiltà colla 
«pedonaglia, di cui chi è calzolajo, chi panattiere e chi ar- 
«tigiano, i quali non si tengono tanto all'onore come i gen- 
«tiluomini? che io m'abbia la sua mercè, ma e 7 non si fa 
« troppo onore. Io penso, che voi, signore, dobbiate rispondere 
«all'imperatore così: che voi avete chiamati i vostri capitani 
«i quali son deliberati di fare la sua volontà; ben egli sa- 
« persi che il re loro signore ne 7 suoi ordini non ha persona 
« che non sia gentiluomo, mescolargli tra la pedonaglia tutta 
« la bassa gente, valere quanto non fare alcuna stima di 
«loro; ma anchJegli avere molti conti, signori e baroni della 
« Germania: gli metta a terra colla gente d 7 arme di Francia, 
« la quale ben volentieri marcerà innanzi, poi verranno i lan- 
« zichinecchi se bene lo crede. » 

Queste relazioni degli scrittori francesi ci mostrano chia- 
ramente, esservi state gelosie e gare tra la nobiltà di Francia 
e i baroni della Germania; ed essere stato questo uno dei prin- 
cipali motivi, per cui dall' impresa di Padova, ad onta di tanto 
splendido apparato di forze, l'imperatore se ne parti svergognato. 
Anche il da Porto, scrittore contemporaneo e testimonio dei 
fatti, ci conservò notizia dei dissapori che tenevano disuniti 
gli animi delle due nazioni, così scrivendo (1): «I Francesi, in 
« dispregio dei Tedeschi, hanno a dì passati sbaragliato un'adu- 
« nanza di molti paesani, che verso Campo san Piero si erano 
« in alcune paludi fatti forti, e impedivano le vittuarie al campo 
< imperiale e'1 saccomano da quella parte; e poiché ciò non 
«avevano potuto far i Tedeschi, ne sono state tra i capitani 
«male parole: ond' è molto cresciuto l'odio tra loro e potrebbe 
«questo per avventura essere la salute dell'assediata città.» 
— E lo fu eli fatto, come fu narrato di sopra. 

fi) Nella lettera XXI. 



S4 LIBRO XV, CAPO Vili 

CAPO Vili. 

Riacquisto delle altre città e dei castelli del 'padovano. 

La brillante difesa di Padova e la vergogna avutane dal- 
l' imperatore Massimiliano, riuscirono a maggior gloria ed a 
consolazione del Senato, che aveva saputo così bene valersi 
dell'opera e del coraggio de' suoi capitani. Massimiliano, d'al- 
tronde, ponendo mente alle proprie disavventure, conosceva di 
non poter progredire, in questo stato di cose, nell' azzardosa 
sua impresa a danno delle città da lui poco dianzi usurpate 
alla repubblica di Venezia; né con l'esercito suo scompaginato 
e avvilito avrebbe certo potuto insistere nei suoi progetti. Per- 
ciò, in sull'allontanarsi da Padova, fece proporre al Senato una 
sospensione di offese; ma il Senato, ricusò di acconsentirvi, ed 
approfittando anzi e della partenza -dell'esercito di lui e dello 
ardore delle proprie truppe, diede ordine di progredire nel 
riacquisto degli altri luoghi e castelli sì del padovano, come 
anche delle adiacenti provincie. Le truppe infatti della repub- 
blica, approfittando delle genti che rimanevano oziose in Pa- 
dova, cui lasciarono presidiata di conveniente guarnigione, 
espugnarono con tutta facilità Bassano, Feltre, Belluno; poi 
presero di assalto il castello della Scala: donde retrocessero 
a togliere dalle mani degT imperiali quello altresì di Monse- 
lice, discosto dieci miglia da Padova. 

Difendeva Monselice una guarnigione di cinquecento uomini, 
i quali si ricoverarono dentro la torre; nò volevano cedere a 
patti ragionevoli. Allora i vincitori vi accesero al basso grande 
fuoco tutto all'intorno. La maggior parte eli loro preferì di 
perire tra il fuoco, piuttostochè arrendersi. Alquanti cercarono 
di salvarsi precipitandosi dai merli di quella torre; mavì ve- 
nivano accolti sulla punta delle alabarde (1), Grli altri luoghi 
del territorio padovano — Este, Montagnana, Colonia, Citta- 
della — apersero le porte alle genti della repubblica, procla- 
mandole come loro liberatrici. 

(i) Slor. del cav. Bajardo, cap. XL. 



anno um Sa 

Anche la città di Vicenza, la quale, due o tre giorni avanti, 
era stata costretta a giurare fedeltà ed obbedienza a Massimi- 
liano imperatore, invitò le milizie della repubblica ad entrarvi 
ed a pigliarne di bel nuovo il possesso. E tanto furono rapidi 
i vantaggi, che la liberazione di Padova procacciò alle armi 
veneziane, che prima ancora che Massimiliano avesse potuto 
nella sua fuga arrivare a Trento, il conte di Pitigliano era già 
accampato sotto le mura di Verona. Tuttavolta non potò im- 
padronirsene, perchè la città era troppo bene presidiata dalle 
truppe imperiali, e perchè i cittadini erano troppo fedeli alla 
obbedienza dell' imperatore. 



CAPO IX. 

Maneggi secreti del papa per unirsi ai Veneziani e distogliere 
i confederati dal recare ad essi nuove molestie. 

Quanto prosperavano da un lato le cose dei Veneziani, al- 
trettanto andavano alla peggio dall'altro gli affari dei confe- 
derati per le scambievoli dissenzioni, che li ponevano di con- 
tinuo in procinto di separarsi a vicenda. E primo eli tutti 
Giulio II pontefice, — che aveva maneggiato quella confede- 
razione a danno dei Veneziani; che li aveva colpiti con eccle- 
siastiche censure; ch'era concorso con le stesse sue truppe ad 
assodare vieppiù la potenza di tanti principi e 1' energia di 
quell'impresa; — fatto consapevole della liberazione di Pa- 
dova e degli altri luoghi dalle tremende sciagure di una guerra 
devastatrice, né rimanendogli più speranza alcuna di vedere 
schiacciati i Veneziani, si die' a consigli più miti e deliberò 
di voler conservare incolume la loro repubblica. Non è qui mio 
ufficio di esporre "le molte e calde intraprese di lui, per distac- 
care 1' unione dei componenti la lega ; vi corsero sopra quasi 
quattro anni, nel corso dei quali, in mezzo alle instabilità delle 
reciproche tendenze; non altro potè ottenere, che costringere, 
per così dire, i Veneziani a mettersi in pace con la Chiesa. 
Nacquero intanto gravi disgusti tra l' imperatore ed il re di 



86 LIBRO XV, CAPO IX 

Francia, perchè quello non contribuiva a questo le spese di 
guerra, a cui nei capitoli della lega si era obbligato. Ne na- 
cquero anche tra 1' imperatore ed il papa, perchè questo non 
voleva più muoversi a discapito dei Veneziani. Il Senato desi- 
derava anch'egli la riconciliazione col papa, acciocché, staccato 
lui dalla lega, ne rimanessero sciolti e con lui e tra loro gli 
altri confederati. Troppo stava a cuore della repubblica la sal- 
vezza e la tranquillità de' suoi sudditi. 

Sei ambasciatori aveva mandato a Eoma il Senato, sino 
dal settembre del 1509; e quando il papa si mostrò impegnato 
egli stesso per la riconciliazione, il Senato nel febbraio rin- 
novò ad essi il mandato di procura, acciocché ne potessero le- 
gittimamente trattare. E poiché prevedevasi, che Giulio II, 
benché lavorasse egli stesso per questa pace, avrebbe manife- 
stato condizioni gravose e difficili; perciò il Senato, nelle se- 
crete istruzioni, che diede loro, li autorizzò ad acconsentire 
a qualsiasi dura e durissima pretensione; che il papa avesse 
potuto accampare; perciocché l' importante della repubblica era, 
che ad ogni costo si cercasse di sciogliere la lega, ned eravi 
altro modo fuori di questo per ottenerne l' intento. 

Ne furono patteggiate adunque le condizioni; se ne este- 
sero i preliminari; ne furono comunicati a vicenda i pensa- 
menti e le ratifiche; e sebbene lunghe dispute ne ritenessero 
ad arte gli ambasciatori veneziani prima di sottoscriverle; si 
venne in fine ad estenderne un formale trattato. — I sei am- 
basciatori erano Domenico Trevisan, cavaliere e procuratore di 
san Marco, Leonardo Mocenigo, Alvise Malipiero, Paolo Cap- 
pello cavaliere, Paolo Pisani, il quale pria della conclusione 
del trattato morì, e Gerolamo Dona. — E sebbene la repub- 
blica non facesse gran conto delle censure spirituali, inflitte 
per deficienza di armi temporali in chi le infliggeva; tuttavia 
acconsentì di chiedere e di assoggettarsi all'assoluzione delle 
medesime, e con quelle ceremonie esteriori, cui alla romana 
ampollosità piacque di stabilire. L' importante si era, che il 
papa, riconciliato con la repubblica, riducesse inefficace l' unione 
dei principi confederati. 

Indarno per altro si adoperò Giulio II, per distaccare dal 



ANNO 1810 87 

re di Francia V imperatore Massimiliano: questi anzi se ne 
adontarono assai per la protezione da lui concessa ai Vene- 
ziani. Si formò, dopo molti secreti maneggi, una nuova lega tra 
questi e il pontefice; della quale gli articoli più importanti fu- 
rono : — « che fosse assalita per terra e per mare la città di 
« Genova, la quale stava sotto la protezione, o piuttosto sotto la 
« sovranità del re di Francia, che gli Svizzeri, condotti a sti- 
pendio del papa, discendessero sul ducato di Milano; che i 
« Veneziani dal canto loro pensassero a ricuperare le terre oc- 
cupate dall'imperatore Massimiliano; che l'esercito pontificio 
«coadjuvato dai Veneziani, passasse sul ferrarese, poi nella 
«Lombardia e nel milanese; acciocché, mentre Luigi XII a- 
« vesse impegnato le sue truppe a difesa de' suoi stati, fosse 
« riuscito facile ai Veneziani il ricuperare intieramente gli stati 
« perduti nella terraferma d' Italia ed assicurarsene il possesso, 
« ed al papa il ricuperare la città di Ferrara. » 

In seguito di ciò incominciarono le mosse militari del papa 
e dei Veneziani contro i principi della lega: n'ebbe il comando 
supremo il marchese Gonzaga signore di Mantova. Il re di 
Francia si riconciliò e si strinse in nuova alleanza coli' impe- 
ratore Massimiliano. Le terre veneziane si trovarono allora in 
grave pericolo, perchè un corpo di cinquecento cavalleggieri e 
due mila fanti, mandati dal duca di Ferrara, con dugento uo- 
mini d'arme, occuparono senza ostacoli il Polesine di Rovigo, 
da cui i Veneziani s'erano allontanati, e presero la torre Mar- 
chesana in ripa all'Adige dalla parte eli Padova. Ed ecco per- 
ciò esposta questa città e tutta la sua provincia al pericolo di 
ricadere sotto straniero servaggio. 

Ciamonte infatti, generale del re di Francia, ottenuti que- 
sti vantaggi, si portò a Castel Baldo, donde con semplici messi 
ottenne le terre di Este e di Montagnana. A lui si congiunse 
allora il principe di Anault, luogotenente imperiale, il quale, 
uscito da Verona con trecento lancie francesi e dugento uomini 
d'arme e tremila fanti tedeschi, erasi incamminato sul vicentino, 
ed ivi senza opposizione gli si era reso il castello di Lonigo. I 
Veneziani intanto ritirandosi s'erano ridotti di mano in mano 
alle Brentelle, luogo a tre miglia da Padova. Qui Giampaolo 



88 LIBRO XV, CAPO X 

Baglione, governatore dell'esercito, ed il provveditore Andrea 
Gritti si chiusero opportunamente in alloggiamento forte, per- 
chè il paese è pieno di argini ed è circondato dalle acque dei 
tre fiumi Brenta, Brentella e Bacchiglione. 

Le genti condotte dai Ciamonte e dall' Anault si rovescia- 
rono su Vicenza, la presero; e ne trattarono i cittadini con le 
più orrende forme di crudeltà. I Francesi poscia assalirono e 
presero Legnago, il di cui Governatore veneziano si rese al co- 
mandante francese, a condizione che fossero salve le vite e gli 
averi. Ma la condizione poi non fu osservata dal vincitore, per- 
chè uscitone co' suoi soldati il governatore veneziano Carlo 
Maino, furono questi svaligiati dalle genti del Molardo coman- 
dante francese. La resa del borgo si tirò dietro la perdita di 
tutte le altre fortificazioni di difesa, perchè il presidio vene- 
ziano, che guardava l'altro bastione sull'opposta estremità della 
terra, fuggì frammezzo alle paludi, abbandonando armi e ba- 
gagli. Anche la rocca ne fu espugnata per capitolazione, di 
cui portavano i patti, che la nobiltà rimanesse prigioniera di 
guerra, e che i soldati, deposte le armi, se ne partissero salvi. 
Così fu deliberato, ed il comandante francese lasciò a Legnago 
cento lancie e mille uomini eli presidio, e se ne andò a tentare 
altre imprese sul territorio padovano. 

All'annunzio di così grave disastro, le truppe veneziane, 
che s'erano accampate alle Brentelle, non si riputarono più al 
sicuro colà, e per ciò, addì 28 giugno 1510, vennero a chiu- 
dersi in Padova; lasciandone così il territorio in balìa dei loro 
nomici. 

CAPO X. 

Mosse delle truppe confederate, sui luoghi 
del territorio di Padova. 

La determinazione del Baglione governatore dell'esercito 
veneziano e del provveditore Andrea Gritti di ritirarsi in Padova 
diede agio al generale Ciamonte di unire il suo esercito con 
le truppe tedesche, le quali avevano bisogno di sostegno per 



ANNO Vò\0 89 

accingersi a nuove imprese. Esse non di meno poterono impa- 
dronirsi di Monselice e di altri luoghi di quei dintorni, nel 
mentre che altri corpi scorrevano ad assoggettare Cittadella, 
Marostica e Bassano. Tuttavolta ne furono considerevoli le per- 
dite, perche ad ogni passo erano costretti a lottare contro le 
popolazioni, che raccolte in massa cercavano d' impedirne i pro- 
gressi ; ed era tanta l'affezione che quei villani portavano alla 
repubblica di Venezia, che preferivano, anche fatti prigionieri, 
di morire, piuttostochè distaccarsi dalla sua devozione e rin- 
negarla (1). 

Ed oltre a questi vantaggi, che gli alleati ottenevano con 
sì gravi stenti, trovavano ad ogni istante novelli ostacoli, a 
cagione dello stato sfavorevole delle soldatesche imperiali, im- 
potenti a tutto, senza l'opera del generale francese; non va- 
lendo da sé sole a conservare all'imperatore le terre, che, se- 
condo i patti della lega, si andavano conquistando per conto 
suo. Legnago, a cagion d'esempio, doveva essere di lui ; ma per 
conservarlo fu d'uopo che truppe francesi la presidiassero. Di 
là si volle fare un colpo su Montagnana, e per tentarlo si ado- 
perarono le genti del presidio di Legnago. L' impresa andò fal- 
lita; ed al Ciamonte fu d' uopo mandarvi altri soldati per con- 
servare quell'acquisto così importante. E quando fu d' uopo 
muovere la fanteria tedesca, ch'era in Verona, i soldati tu- 
multuarono e si rifiutarono dall'uscire di città, perchè Massi- 
miliano ritardava loro le paghe, che pur erano assai meschine. 
Eglino anzi volevano ritornare alle loro case; e fu costretto il 
generale francese, perchè non facessero di peggio e l' impera- 
tore non perdesse la città, di pagar loro novemila ducati per 
lo stipendio corrente e prometterne loro altrettanto pel mese 
venturo. In somma, una guerra condotta a questo modo da 
collegati di tal fatta non poteva trovare né consistenza né accordo. 

A questi discapiti delle armi confederate ne susseguì un 
altro e più funesto e più grave. Imperciocché il Ciamonte avea 
lasciato governatore militare in Legnago il capitano la Grotta; 
e questi, appena seppe che i Veneziani s'erano ritirati in Padova, 

(1) Guicciardini, Stor., lib. IX, cap. II. 



90 LIBRO XV, C1PO XI 

mosso le sue genti a saccheggiare Montagnana. Vi trovò nei 
popolani validissima resistenza, e nel mentre quei soldati fran- 
cesi attendevano sparpagliati a far bottino, sopraggiunse da 
Padova un grosso corpo di cavalleggieri Veneziani, i quali 
senza grave difficoltà ne fecero orrendo macello, senza che po- 
tessero quei saccheggiatori salvarsi neppure con la fuga, perchè 
un ponte da loro stessi tagliato ne aveva tolto loro ogni via. 
In questa occasione, per testimonianza del Buonacorsi, — « dei 
«franzesi non si salvò altro che un paggio, ed i veneziani, 
« prese le insegne degT inimici morti, andarono verso Legnago, 
« ma scoperti, non poterono prenderlo. » 

Il generale Ciamonte, per mantenervi a presidio una con- 
veniente guarnigione, mandò colà nuove truppe, tolte dal corpo 
della sua armata. Dopo di che lasciò il territorio padovano 
ben munito di milizie, che potessero sostenere le provocazioni, 
a cui le avessero costrette i Veneziani, che custodivano Padova; 
ed egli condusse il suo esercito addosso a Bologna; poi, nel gen- 
naio del 1511, strinse d'assedio la Mirandola, donde inutil- 
mente partì. Costrinse poscia a conflitto le truppe dei veneziani e 
del papa, che tenevano in angustie Ferrara e le mise in rotta. 

Giulio II propose allora un congresso ai principi confede- 
rati per trattare di pace. Se ne trattò, ma nulla vi si con- 
chiuse, perchè il vescovo di Grurck ministro imperiale non vi 
acconsentiva, se non a patto, che i Veneziani rimanessero pure 
nel possesso di Padova e di Treviso, ma ricevendone l'investi- 
tura dall' imperatore a titolo di feudo, mediante l'esborso di 
dugentomila ducati, da pagarglieli cinquantamila all'anno. 

Tuttociò il papa concertava da per so e senza saputa della 
Signoria di Venezia, a cui faceva egli di poi grandi istanze 
perchè ne accettassero i patti. Ma il Senato, malgrado le pre- 
ghiere e persino le minaccio di lui, se ne rifiutò con irremovi- 
bile fermezza; e dichiarò di essere pronto a tutti gli avvenimenti 
della guerra, piuttostochè comperare la pace a condizioni così 
vili e gravose (1). Anzi i Veneziani, poco dopo, ritirarono le loro 

(1) Non posso astenermi dallo smentire qui una gratuita asserzione del 
Sisrnondi, il quale disse (Stor. delle repubb. ila'., tom. XIV, pag. 99), 1 Vene- 
ziani essere siali costretti di accondiscendere a quelle esorbitanti domande 



INNO 1IÌ13 91 



milizie dall'esercito pontificio, e le unirono a difesa di Padova 
e di Treviso, ch'erano minacciato dalle truppe tedesche. 



CAPO XI. 

1 Veneziani entrano in alleanza col re di Francia. 

In seguito a tutti questi avvenimenti, i Veneziani, indarno 
sperando nella confederazione col papa Giulio II, di cui ave- 
vano abbastanza conosciuta la poca lealtà, risolsero di trat- 
tare col re di Francia, per fermare con esso un trattato di 
amicizia e di alleanza contro V infedeltà di nemici disprezza- 
ti di ogni legge e di ogni trattato. Morì intanto, a 21 feb- 
braio 1513, Giulio II; a cui fu sostituito il cardinale fiorentino 
Giovanni de' Medici, il quale assunse il nome di Leone X. 

Fu conchiuso tra i contraenti il trattato a' 23 marzo 1513 
in Blois, ed il giorno 22 maggio successivo se ne fece la pub- 
blicazione in Venezia, con le solite formalità a san Marco ed 
a Rialto. 

Tostochè il nuovo pontefice ebbe sentore di una lega, che 
stavasi per conchiudere tra la Francia e la repubblica di Ve- 
nezia, ma ch'egli non credeva per anco conchiusa, perchè al 
momento della sua elezione non era stata per anco pubblicata, 
fece ogni sforzo per impedirla. Ma non v'era più tempo; nò il 
senato acconsentiva di violare la fede di un recente trattato, 
né sacrificare ad una speranza incerta i vantaggi certi della 
sua unione col re Luigi. 

I due eserciti confederati si unirono, — il francese sotto 
il comando di Luigi della Tramoggia e del Maresciallo Trivul- 
zio; il veneziano sotto gli ordini di Bartolomeo d'Àlviano, conso- 
ciato ai due provveditori Domenico Contarmi ed Andrea Loreclan. 

Nò qui spetta a me il render conto di tutte le mozioni di 

dell'ambasciatore imperiale, ed avere offerto eglino stessi di pagare ia varie 
rate a lunghi termini i dugento mila ducati. Dagli atti autentici della Can- 
celleria secreta del Senato ne apparisce invece il contrario. Chi sa mai 
donde il Sismondi abbia attinto quella fallace notizia? 



92 LIBRO XV, CAPO XI 

questi due eserciti a danno degT imperiali; perchè non appar- 
tengono alla storia di Padova. V'ebbero i veneziani ora van- 
taggi, ora discapiti nei varii combattimenti or qua or là con- 
tro i nemici. Ma finalmente la posizione degli affari indusse 
il papa Leone X a sperare pieghevoli i veneziani a condizioni 
di pace. Mandò pertanto un suo nunzio a Venezia ed inte- 
ressò il re di Spagna ; acciocché vi mandasse per lo stesso 
fine il conte del Carreto. Il Senato ascoltò le loro esortazioni 
e le proposte di mediazione; ma poiché l'imperatore Massi- 
miliano non voleva rinunziare a veruna delle sue protensioni, 
nò la repubblica voleva trattare di accordi, se prima l'impe- 
ratore non avesse restituite le città di Verona e di Vicenza, 
il Senato dichiarò eli bel nuovo, che le disgrazie della guerra 
non avrebbero mai potuto fargli accettare condizioni, che giu- 
dicasse contrarie all'onore e agi' interessi della repubblica. 

Fatte queste dichiarazioni, il Senato non pensò ad altro 
che a prepararsi alla difesa. Mise in pronto tutte le sue forze 
e di terra e di mare : fece numerose leve di soldati nella Eo- 
magna; trasse dalla Dalmazia e dall'Albania abbondanti re- 
clute di cavalleria leggera; armò prontamente le galere, che 
aveva in Venezia ed in Candia e ne ordinò l'unione nel porto 
di Zara. Eidusse finalmente le sue precauzioni al fortificarsi 
in Padova ed in Treviso, uniche piazze, di cui Venezia da que- 
sto lato fosse rimasta padrona. 



CAPO XII. 

Gli alleati assediano Padova. 

Anche Y esercito spagnuolo e tedesco rinforzato per le 
nuove truppe, che il papa aveva loro mandate, si preparò ad 
assalire più da vicino i Veneziani nei loro possedimenti. Eai- 
mondo da Cardona, viceré di Napoli, che comandava in nome 
del re di Spagna, ed il vescovo di Grurck, eh' era ministro im- 
periale, vennero ad accamparsi alla Battaglia, luogo discosto 
tre miglia da Monselice ed otto da Padova. Tennero consiglio 



ANNO ll>15 93 

di guerra, per deliberare sullo mosse da farsi, e conchiusero 
tutti ad unanimità, doversi portare l'assedio su Padova, perchè, 
espugnata questa, non sarebbe rimasta ai Veneziani che la sola 
città di Trevigi, la quale non avrebbe potuto sostenersi a lungo. 

Padova era presidiata da numerose truppe: il comandante 
in capo dell'esercito veneziano, Bartolomeo d'Aviano, vi aveva 
spedito molta artiglieria e tutti i suoi grossi bagagli ed attrezzi, 
per regolare a tutto suo bell'agio le mosse militari, a seconda 
di quanto avesse veduto prepararsi dai nemici. Tostochè seppe 
con certezza, ch'eglino s'erano determinati a cingere di assedio 
questa città, ordinò al Baglione di entrare in Trevigi con due- 
mila cinquecento fanti e quattrocento cavalli; ed egli si venne 
a chiudere in Padova. Molti nobili e cittadini veneziani, ani- 
mati dall'esempio e dalle esortazioni di Andrea Gritti, vi erano 
entrati anch'essi per dare aiuto all'esercito in qualità di volontari. 

Bartolomeo d'Alviano aveva avuto la precauzione di far 
abbattere i borghi, demolire le case, tagliare gli alberi tutto 
all' intorno della città, acciocché i nemici non avessero potuto 
avvicinarlesi occultamente; ma fossero costretti a fare i loro 
movimenti alla scoperta. Dopo l' ultimo assedio, con cui Y im- 
peratore Massimiliano s'era indarno lusingato di espugnarla, 
era stata assai bene fortificata con nuovi bastioni, con fosse e 
con ogni più opportuna opera di difesa; era stata soprabbon- 
develmente approvigionata di munizioni e di viveri ; e di grossi 
cannoni era guernito tutto il suo terrapieno. 

L'esercito dei confederati venne ad avvicinarsi vieppiù alla 
città; venne a piantare il suo campo sulla riva destra del 
Bacchiglione, a due sole miglia da Padova. Lo componevano 
ottomila fanti e mille cavalli. Appena giunto vi, si accinse alle 
prime opere di assedio; ma vi trovò gravissima difficoltà. Su 
quell'ampia spianata non poteva piantare punti di offesa, né 
trovava lavoratori, che si assoggettassero ad eseguire le opere 
necessarie per apparecchiare un assedio regolare; né d'altronde 
la mollezza del suolo paludoso, e conseguentemente insalubre, 
poteva acconsentire ad una militare dimora. Perciò furono co- 
stretti i comandanti a ricoverare le loro truppe dentro a trin- 
ciere e contentarsi di un lavoro assai lento ed esposto sempre 



9i LIBRO XV, CAPO XIII 

agi' insulti e alle scorrererie degli assediati. Biuscì loro di 
compiere al fine, benché con somma fatica, una prima paral- 
lela; ma dovettero tosto abbandonarne l'impresa, perchè le 
continue molestie dei difensori ne investivano i lavoranti, ne 
uccidevano molti, e molti ne disperdevano. G-li assediati man- 
davano fuori ogni giorno grosse squadre di cavalleria, che 
toglievano ai nemici le vettovaglie, o ne arrestavano i convo- 
gli, o ne abbruciavano i magazzini. 

I soldati e tedeschi e spagnuoli mormoravano intanto 
contro i loro comandanti e precipuamente contro il vescovo di 
Gurck, a cui rinfacciavano palesemente gli eccessi dell'ambi- 
zione sua, a cui li sacrificava per farsi merito dinanzi all'im- 
peratore suo padrone. Né per verità se ne lagnavano a torto; 
imperciocché trovavansi oppressi da fatiche e da malattie, mo- 
rivano di fame per deficienza di vettovaglie, e persino soffri- 
vano ritardo in ricevere le loro paghe. Ma poiché le loro la- 
gnanze non sortirono alcun effetto, eglino passarono alle minac- 
ele; e sì che i comandanti dell'esercito confederato dovettero 
alla fine levare l'assedio, indarno da venti giorni intrapreso. 

Padova per ciò rimase libera da ulteriori molestie dei ne- 
mici; e non solo adesso, ma eziandio in seguito, finché durò 
la presente guerra. Perchè, sebbene i confederati cercassero sfogo 
all' ira loro in altri luoghi della repubblica, su Padova però 
non osarono più di muoversi, persuasi dell' inutilità dei loro 
sforzi ad espugnarla. Né già per questo il Senato rimosse da 
lei le sue attenzioni; ben conoscendo, che nella salvezza di que- 
sta e di Trevigi era concentrato l'onore e la salute della re- 
pubblica. Perciò sebbene i nemici non ne cercassero diretta- 
mente il danno; tuttavia il Senato, scorgendone talvolta indi- 
rettamente il pericolo ; vi accorreva tosto con le sue sagge de- 
liberazioni. La qual cosa vedrassi di mano in mano nel pro- 
gresso della narrazione. 



ANNO 1513 90 

CAPO XIII. 

Mosse dei Veneziani nel vicentino. 

Il da Cardona infatti, viceré di Napoli, per rifarsi del 
tempo inutilmente sprecato nei tentativi dell'assedio di Padova, 
si volse a devastare, quanto più gir fu possibile, il territorio 
della repubblica. Da Padova calò a Lizza- Fusina, a Mestre, a 
Marghera, mettendo a ruba e a fuoco tutte le terre e i villaggi 
di quelle parti, lasciando all'arbitrio delle sfrenate soldatesche 
lo sfogo di ogni più orrenda brutalità. 

Il Senato, irritato per sì feroce ed inumana baldanza, 
diede ordine al comandante generale Bartolomeo d'Alviano di 
uscir" pure da Padova in campagna aperta contro i nemici : la 
qual cosa egli stesso da molto tempo chiedeva. Lasciata tut- 
tavia la città ben presidiata, uscì ad incalzare gli spagnuoli 
sperando di troncar loro il cammino al passaggio del Brenta. 
Vi giuntegli prima di loro; anzi nel punto stesso, in cui. ar- 
rivavano anch'eglino. Intesero questi la gravezza del pericolo, 
che li minacciava, e quindi, per evitarlo, fecero mostra di sa- 
lire a passarlo più in su. Non isfuggì d'occhio al d'Alviano il 
motivo di quella mossa, e vedendo, che la cavalleria spagnuola 
marciava in quella direzione, egli la seguì a linea parallela. 
Ma nel mentre, che la cavalleria così operava, l'infanteria con 
mossa contraria, piegò a cercarsi passaggio più al basso; co- 
sicché senza ostacolo potè valicare il Brenta, e poscia, richia- 
mata prestamente la cavalleria, affrettare la sua marcia alla 
volta del Bacchigliene, ch'erale pur d'uopo di tragittare. Né 
tardò il d'Alviano a tener dietro ai medesimi, e con tanta ce- 
lerità, che ne prevenne una seconda volta 1' arrivo anche al 
varco di questo fiume. Perciò gli Spagnuoli non ne azzarda- 
rono il passaggio, prevedendone infelice l'impresa; ed in quella 
vece reputarono miglior cosa il retrocedere e risalire lungh'esso 
il Brenta sino a Bassano, per tentar poscia la via dei monti 
nella valle dell'Adige, e di là dirigersi a Verona. 

Bartolomeo d'Alviano ben s'accorse di queste intenzioni dei 



96 LIBRO XV. CAPO XIII 

nemici, ed aspettò che fossero ben inoltrati nel territorio vi- 
centino, per poi tentare su loro un colpo risoluto. Distaccò 
frettolosamente Nicolò Vendramino, con tutta la cavalleria leg- 
giera, acciocché andasse a molestare la retroguardia e con ciò 
ritardare la marcia del viceré. Fece rompere tutti i ponti dei 
piccoli fiumi, donde gli Spagnuoli dovevano passare; fece in- 
gombrare di sassi tutte le strade e da contadini armati occu- 
pare tutte le alture. Mandò a Vicenza Andrea Gritti e con lui 
Giampaolo Baglione richiamato appositamente da Trevigi con 
un terzo delle milizie, che presidiavano quella città; affidò ad 
un corpo di cinquemila paesani il passo di Montecchio e diede 
loro a rinforzo alcuni pezzi di cannone; ed in fine s'inoltrò 
egli stesso, col rimanente del suo esercito alla pianura, ch'è in 
sulla metà della via tra Vicenza e Verona; ed ivi si trincerò. 

Non è a dire con quanta prestezza fossero date e condotte 
a buon punto tutte queste disposizioni. Egli nel piano mili- 
tare, che aveva immaginato, calcolava di aspettare colà il ne- 
mico, il quale, quando avesse trovati chiusi tutti i passaggi e 
si fosse trovato esausto di viveri, avrebbe dovuto necessaria- 
mente ridursi al dilemma o di perire di fame o di venire alle 
mani con le genti della repubblica. 

Il da Cardona viceré di Napoli era giunto co' suoi Spa- 
gnuoli alla Motta, due miglia discosto da Vicenza e quattro 
dagli accampamenti veneziani. Gravissimo scorgeva il suo pe- 
ricolo, spaventosa la posizione del suo esercito. Trattavasi, o 
di perire di fame, se avesse voluto far sosta; o di avventurare 
la sorte di tutte le sue genti, se fosse venuto nella determi- 
nazione di continuare la sua marcia. Né sapendo a qual par- 
tito appigliarsi, radunò i suoi capitani e tenne consiglio di 
guerra. La durezza della posizione aveva animato sino alla di- 
sperazione le truppe, sicché fu conosciuta la necessità o di pe- 
rire da prodi o di aprirsi un passaggio con la spada alla mano. 
L'ardore n'era unanime in tutti, perchè tutti vedevano inevi- 
tabile la propria perdita. 

Detto, fatto. Il da Cardona fece venire innanzi l'armata in 
ordine di battaglia. Distaccò tutta la cavalleria ed alcune com- 
pagnie di fanteria spagnuola e le spinse ad investire i posti 



INNO 1513 97 

avanzati del campo venoziano. I Veneziani le respinsero col 
cannone. Nò di più si fece, perchè soprag^iunse la notte, du- 
rante la quale, i due eserciti stettero a fronte F uno dell'altro 
guardando diligentemente i propri posti. 

I Veneziani si avanzarono alquanto in sull'albeggiare del 
giorno, per attraversare la strada, ch'era di fronte al nemico, 
il quale, tostochè se ne accorse, girò a destra per cercarsi 
strada opportuna tra le montagne di Schio. Gli Spagnuoli non 
avevano bagagli né tende; soltanto avevano seco il pingue 
bottino raccolto da loro nel saccheggio del territorio padovano. 
Questo abbandonarono per poter marciare più liberi. Si divì- 
sero in tre corpi, e per questa guisa poterono sottrarsi dal pe- 
ricolo, che poco dianzi li aveva sì gravemente angustiati. 

Protesse questa loro ritirata una folta nebbia, per cui non 
potè accorgersene il generale veneziano se non che a giorno 
fatto. Non indugiò quindi ad inseguirli. Mandò dietro a loro 
tutta la cavalleria leggera, con ordine di attaccarne i primi 
battaglioni e con questi scaramucciare finché F armata avesse 
potuto raggiungerli. Egli aveva seco mille cinquecento coraz- 
zieri e diecimila fanti, di cui una metà era di reclute fresche. 
Mescolò i soldati novelli coi veterani ; assunse il comando del 
grosso dell' esercito ; ne diede ad Antonio Pio F ala sinistra ; 
e la destra, dov' era tutto il nerbo della cavalleria, a Paolo 
Baglione. Quest'ultimo aveva avuto ordine di progredire in- 
nanzi al di là della prima linea dei nemici ; acciocché, quando 
ne fosse impegnato nel combattimento il corpo più grosso, po- 
tess' egli assalire il nemico di fianco, ed infrattanto il Pio, 
che ne formava la retroguardia, lo avesse investito alia coda. 

CAPO XIV. 

Conflitto dei Veneziani contro gli Spagnuoli, 
che vi rimangono vincitori. 

La mattina del 7 ottobre 1513, il generale degli Spagnuoli 
aveva camminato due sole miglia ed era giunto con le sue 
truppe alla Motta, donde la sera innanzi era partito. Bartolomeo 

Cappelletti. Storia di Padova II. 7 



98 LIBRO XV, CAPO XIV 

d' Alviano gli andava incontro, tenendosi alla fronte difeso 
da venti pezzi di artiglieria. Il da Cardona, molestato dai 
cavalleggieri veneziani e vedendo Tarmata nemica in ordine 
di battaglia, ed in sul punto già di attaccarlo, fece far alto 
ai suoi e si dispose al combattimento. La fanteria abbassò le 
picche per impedire V impeto della cavalleria, da cui era in- 
calzata, Corsero a darle aiuto alcuni squadroni di cavalleria 
spagnuola, cercando d' invilluppare quella dei Veneziani, e ne 
ebbe assai buon effetto, perchè costrinse questi a ritirarsi 
combattendo. Tostochè lo seppe il d' Alviano, affrettò la marcia 
per sostenere i suoi cavalleggieri.; ed infrattanto incontrò la 
vanguardia nemica, comandata da Prospero Colonna. La investì 
vigorosamente e la mise in fuga. I montanari di quei dintorni, 
vedendone lo scompiglio, credettero vinta la battaglia, e disce- 
sero perciò a far preda sui vinti ed a rinforzare le fila dei 
vincitori. Ma il viceré di Napoli spinse a-vanti il grosso della 
sua armata, composto del nerbo dell' infanteria spagnuola. I 
montanari, che non si aspettavano quella sorpresa, spaventati 
si diedero a fuga precipitosa, gridando disperatamente, essere 
tutto perduto. Le loro grida sparsero il terrore nei soldati, che 
si perdettero anch'eglino di coraggio, si sbandarono, ed infine 
presero anch'essi disperatamente la fuga. 

Iu mezzo a tanta viltà, si adoperava indarno il d'Alviano 
e con ragioni e con preghiere e con minaccie, a riunire le sue 
truppe : il terrore ne aveva occupato gli animi ; ed il suo piano 
di battaglia restò rovesciato. I soldati tentarono di salvarsi a 
Vicenza, ma ne furono impediti dai nemici e quasi tutti am- 
mazzati: altri, che cercarono scampo in passare a nuoto il pic- 
colo fiume Rorone, vi si affoggarono. Il d'Alviano, coi rimasu- 
gli della sua armata, si ritirò inTrevigi; Paolo Baglione, che 
più degli altri s'era inoltrato, rimase ravvilluppato con la sua 
cavelleria frammezzo a paludi e fu costretto a darsi prigio- 
niero. Andrea G ritti, inseguito dai nemici fin sotto la spianata 
di Vicenza, trovò salvezza per mezzo di una fune, che dalle mura 
della città gli fu calata, e che lo trasse al sicuro (1). Questa 

(1) Leggesi questa circostanza nella vita di lui medesimo, scritta da 
Nicolò Barbarigo: Uostes subsequenti cum jam jam manu tenerent, spesque 



INNO 1M3 99 

sconfìtta costò alla repubblica intorno a quattromila uomini e 
vi perde estinti sei de' suoi primari capitani, e n'ebbe sotte di 
prigionieri. 

Padova anche in questa occasiono, come lo era stata tre 
anni addietro, potò dare asilo, per la sua propinquità con Vi- 
cenza, a quanti vicentini, col meglio delle loro robe e con le 
mogli e coi figli, trovarono tempo di ricoveratisi. Ed in verità 
la cura, che si prendeva per Padova il governo di Venezia, il 
quale non cessava di considerare in essa la salute della repub- 
blica, la tutelava largamente contro qualunque molestia nemica. 

Ed a tutela appunto di Padova spiegò il Senato una ma- 
ravigli osa moderazione' anche in mezzo a sì funesto disastro. 
Lungi infatti dal rovesciare sul suo comandante generale la 
cagione di tanto danno, gli scrisse anzi una lettera di bene- 
volenza e di fiducia, per dargli coraggio a sostenere il suo in- 
carico. Gli manifestò, che, sebbene la repubblica abbia avuto 
sì grave motivo di afflizione per le vicende recenti, non però 
s'era lasciata sorprendere dall'avvilimento ; che, invece di soc- 
combere sotto questo nuovo colpo, era risoluta di raddoppiare 
gli sforzi per riparare la sventura; che lo esortava e lo pre- 
gava ad avere coraggio ed a non smarrirsi dell'animo per co- 
testo avvenimento; che, preservato lui incolume, v' èra buon 
fondamento a sperare miglior sorte nell'avvenire; che ponesse 
ogni sua cura per conservare Padova e Trevigi, al qual fine 
gli manderebbe soldati, munizioni e danaro quanto ne avesse 
avuto bisogno. 

Ed infatti, per la salvezza di queste due città, raccoglieva 
soldati, vi aggregava artigiani, mandava gli arsenalotti a di- 
fenderle. Ed erano per verità assai bene difese; perciocché 
queste erano presidiate da seimila uomini di buòna fanteria e 
mille cinquecento di cavalleria; nò d'altronde mancava al se- 
nato denaro per assoldare all'uopo e per accrescere, occorrendo, 
le munizioni e da bocca e da guerra. 



itti Vicentiam urbem, quo ex clade contendebat, ingredi pene prcecisa esset, 
quod portus iis qui principes fugiendi fuerant, ne hostes introirent, ante eia- 
serant oppidoni, fune a prcesidiis in murum sublatus periculum vix evasit. 



100 LIBRO XV, CAPO XV 

CAPO XY. 

Guerra dei Veneziani nel Friuli. 

Ma poiché sopra tutto stava a cuore del Senato il paterno 
consiglio di soccorrere tutti i suoi sudditi fedeli, sì perchè fos- 
sero sempre più legati da vincoli di gratitudine verso la re- 
pubblica e sì perchè fosse tolto loro ogni più lieve motivo di 
sottrarsele dalla dovuta obbedienza; perciò venne sapientemente 
nella deliberazione d' incalzare le truppe dei confederati ovun- 
que minacciassero danni ai sudditi ed ai possedimenti suoi. 

Non è perciò a dirsi con quanto di ardore cooperasse alla 
salvezza della città di Crema in Lombardia, unica città rima- 
sta alla repubblica in quelle parti; e alla difesa del castello 
di Osopo nel Friuli. Di Crema potè in breve assicurarsi, per 
la sconfitta totale, che dai pochi avanzi dell'esercito veneziano 
sostennero le truppe degli alleati. Ma quanto ad Osoppo, n'era 
più difficile ed importante la lotta. 

Non erano rimasti ai Veneziani in tutto il Friuli se non 
i due forti castelli di Osopo e della Chiusa, situati all'ingresso 
delle montagne inaccessibili, e che per la loro posizione tron- 
cavano affatto ai tedeschi qualunque comunicazione con F in- 
terno dell' impero. Situato Osopo sulla cima di una rupe al- 
tissima, in riva al Tagliamento, era inespugnabile, né poteva 
esser vinto che per fame. Tuttavia il conte Frangipane (1), 
capitano delle truppe imperiali, s'era accinto a tentarne l'assalto. 
Aveva perciò piantato le sue batterie su di un colle di rim- 
petto al castello ; ma i colpi de' suoi cannoni non ne toccavano 
che le mura, le quali erano scavate nella rupe stessa. Imma- 
ginò allora di alzare una torre di legno, livellata con la sua 
cima all' altezza del terrapieno della fortezza, per gittarvi po- 
scia un ponte levatoio, donde tentarne l'assalto. 

Alla difesa di Osopo stava con pochi soldati il conte 

(1) Il Guazzo lo dice Francatane. 



ANNO UHI 101 

Gerolamo Savorgnano, che n'era il padrone. Egli lasciò progre- 
dire il lavoro del Frangipane sino a metà, e poscia con al- 
quanti colpi di cannone gli mandò a pezzi ogni cosa. Altri 
tentativi fece il capitano imperiale; ma inutilmente, od allora 
appigliossi al partito di bloccare il castello, onde ottenere per 
fame ciò ch'era impossibile ottenere altrimente. L'insistenza 
del comandante imperiale, continuava anche nei primi mesi 
dell'anno 1514. 

Seriamente allora il Senato conobbe la necessità di venire 
ad una decisiva risoluzione. Luughi contrasti ebbero luogo tra 
i senatori prima che vi si determinassero. Molti opinavano, 
doversi mandare truppe addosso al nemico, e mandarne in sì 
gran numero da costringerlo a ritirarsi. Altri opponevano, es- 
sere troppa imprudenza l' esporsi di bel buovo a periglioso con- 
flitto, dopo tante sciagure testé sofferte nella sorte delle armi. 
Soggiungevano altri, doversi più saggiamente impiegare ogni 
mezzo per mantenersi Padova e Treviso, da cui dipendeva la 
salute dello Stato ; né doversene scemare le guarnigioni per 
impegnarne in altre imprese di dubbia riuscita i soldati già 
scorati per le recenti avversità; perchè alla fin fine era più 
facile il sostenersi difendendo le piazze, in cui stavano chiusi, 
piuttostochè condurli in campagna aperta ad affrontare un ne- 
mico già vincitore, il quale certo avrebbe approfittato della 
lontananza di essi, per sorprendere quelle città, al cui acqui- 
sto da tanto tempo agognava. 

In mezzo a questi contrasti, parlarono altamente contro una 
poetica sì timorosa Antonio Grimani, uno dei savii grandi, e 
Luca Tron, consigliere ducale. Mostrarono, essere della mas- 
sima importanza il soccorrere Savorgnano e salvare Osopo, 
non tanto perchè dalla salvezza di questo castello dipendeva 
il ricupero dei Friuli, quanto perchè ottenevasi di qua un 
nuovo mezzo di sicurezza per Trevigi e per Padova; — la 
perdita di Osopo divenire alla repubblica di gravissimo disca- 
pito in quanto che il viceré di Napoli, sciolto da qualunque 
timore alle spalle, ingrandirebbe il suo esercito con le truppe 
del Frangipane e potrebbe con più fiducia tentare la conqui- 
sta di Padova e di Trevigi; — doversi almeno calcolare il 



102 LIBRO XV, C1PO XV 

vantaggio per parte della repubblica, che quand'anche le truppe 
spedite ad assistenza di Osopo non trionfassero pienamente 
stille genti del Frangipane, lo porrebbero almeno nell' impo- 
tenza e di proseguire il blocco e di devastarne le campagne. 
Ed altre simili ragioni aggiungevano, per cui mostravano nella 
liberazione di Osopo, la sicurezza e la tranquillità di Padova 
e di Trevi gi. 

Ai quali ragionamenti il Senato non seppe resistere. 
Perciò diede ordine al supremo generale Bartolomeo d'Alviano 
di andare con una porzione delle truppe, ch'erano in Padova 
ed in Treviso, verso il fiume Livenza ; di non passarlo senza 
aver preso da prima le necessarie precauzioni per assicurarsi, 
in ogni triste evento una ritirata; di esplorare diligentemente 
tutte le mosse dei nemici, affinchè non accadesse, che il viceré 
da Cardona, messo in accordo col Frangipane, lo pigliasse in 
mezzo e lo disfacesse. 

Il d'Alviano partì da Padova sull'istante. Per non dare 
alcun sospetto ai nemici, prese con so quattrocento soli ca- 
valli e settecento fanti; gente scelta e valorosa. Giunse in 
due marcie a Sacile, ov'erasi ricoverata la guarnigione di 
Udine. Là seppe, che il castello di Portogruaro era occupato 
da cinquecento tedeschi, i quali mandavano di continuo pic- 
chetti per la campagna a scaramucciare coi soldati veneti di 
Sacile. Egli lasciò, che costoro scorressero, secondo il solito 
la pianura, per incontrarsi con quelli; ed intanto condusse 
tutti i suoi ad imboscarsi in luogo acconcio al combattimento. 
Entrarono infatti gli allemani a zuffa coi veneti, e quando li 
vide impegnati nella pugna, mandò fuori alquanti de' suoi, i 
quali vigorosamente gT investirono, gli sbaragliarono, gì' in- 
seguirono sino a Portogruaro. Il d'Alviano intanto, col resto 
delle sue genti, tenne lor dietro, e, benché fosse notte e pio- 
vesse, fece dare la scalata al castello, lo prese di assalto, ucci- 
se tutti i tedeschi che lo presidiavano, e lo abbandonò al 
saccheggio. 

Dopo questo vantaggio si dispose a marciare contro il 
Frangipane; ma prima ancora che si movesse, ebbe notizia, 
che cotesto condottiero d' armi, informato deli' arrivo di lui, 



ANNO l'ili 103 

aveva levato il blocco ed erasi avviato per ritirarsi di là dei 
monti. Subito lo fece inseguire dalla cavalleria, che no rag- 
giunse presso a Venzone la retroguardia imperiale, e ne fece 
orrendo macello. 

In pari tempo, il conte Savorgnano, liberato dal blocco, 
raccolse in fretta dugento cavalli e molta gente del paese, e 
corse dietro ai fuggitivi tra le gole di quelle montagne. Ar- 
rivò addosso alla fanteria, la mise in rotta, le tolse tutti i 
bagagli e sette grossi pezzi di cannone. Lo stesso Frangipane, 
ridotto senza soldati, si diede alla fuga ; ma, pochi giorni ap- 
presso, Giovanni Vitturi lo sorprese in un' imboscata e lo 
condusse prigioniero a Venezia. 

Questa vittoria trasse all' obbedienza della repubblica 
Udine, Cividale, Montefalcone e tutti in somma i castelli e le 
terre, che i tedeschi avevano occupato nel Friuli. Bartolomeo 
d'Alviano avrebbe voluto progredire più oltre ; ma contento di 
ciò, ricondusse a Padova le sue genti vittoriose ed assicurò 
vieppiù stabilmente la sorte di questa città. 



CAPO XYI. 

La pace è conchiusa : la lega è sciolta. 

In mezzo a tante vincite e rivincite, che tenevano in an- 
gustie tutta quanta l' Italia, i confederati desideravano la pace, 
perchè conoscevano, che, proseguendo così, tutti insensibilmente 
si distruggevano e nelle forze fìsiche e nelle morali. Si spo- 
polavano i paesi, si estenuavano gli erarii pubblici. Era tempo 
adunque ; che alcuno si intromettesse per trattare di pace: e 
vi s' intromise il pontefice Leone X. Venezia per verità aveva 
fatto innumerevoli sacrifizi; ma pur aveva saputo difendersi 
da sé sola contro tutte le collegate potenze d'Europa; ed 
avrebbe saputo insistere ulteriormente nella sua preminenza, 
forte com'era nelle precipue sue piazze di Treviso e di Padova, 
nelle quali due sole, ben guarnite com'erano di difensori, fa- 
ceva consistere i destini di tutta la sua terraferma. Oltre alle 



104: LIBRO XV C1PO XYI 

buone guarnigioni, che aveva in quelle, poteva contare, che per 
lei si sarebbero arrolati soldati da per tutto. Le sue flotte 
erano numerose e ben armate; mentre per l'opposto i nemici 
andavano indebolendosi di giorno in giorno, ed erano scarsi di 
viveri e di ogni altra cosa più necessaria. 

Tuttavia non era lontana dal concorrere anch'essa nei 
sentimenti di pace; né infatti se ne mostrò aliena, allorché 
il papa le mandò i suoi nunzi a trattarne; facendole porre 
sottocchio, che, riconciliata la repubblica coli' imperatore , 
tutti gli altri stati d' Europa vi avrebbero preso parte. E ciò 
proponeva, perchè lo spaventava l' idea, ch'ella fosse entrata 
in buoni rapporti col re di Francia. Contrario a questo acco- 
modamento era sempre stato il vescovo di Gurck, delegato im- 
periale ; anzi nel mentre che se ne trattavano le condizioni, 
il da Cardona, viceré di Napoli, fingendo d' ignorare ogni cosa, 
continuava le sue ostilità sul territorio di Padova, né cessava 
dalle rapine e dai saccheggi. I Veneziani se ne lagnarono col 
papa, mostrandogli in questo contegno de' suoi confederati un 
aperto disprezzo della persona di lui, e adoperandosi per in- 
durlo a ritirare dal loro esercito le sue truppe ed a collegarsi 
anch' egli con la Francia e con essi, per deprimere sì enorme 
baldanza dell' imperatore e del re di Spagna. Ma tutte queste 
considerazioni furono inutili, e le speranze di pace svanirono. 

I Veneziani intanto ottenevano molti vantaggi in Lom- 
bardia; nel mentre che il da Cardona tentava di venire a 
giornata col generale d'Alviano, nella lusinga di terminare 
così la campagna del 1514. Ma il d'Alviano cercò di evitarla 
e ricondusse perciò l'armata sua sotto Padova, ove il nemico 
non poteva azzardare veruna impresa senza evidente pericolo 
di soccombere. 

E sebbene Leone X riassumesse i suoi maneggi per la 
pace, nulla potè conchiudere, perchè i Veneziani, conoscendone 
le intenzioni, eh' erano di tenersi amico P imperatore per esal- 
tare la propria famiglia, ottenendo da lui in feudo a suo fratello 
Giuliano de' Medici la sovranità di Parma, di Piacenza, di Reggio 
e di Modena, troncarono le trattative e posero, come priina> tutta 
la loro fiducia nella conservazione di Padova e di Trevigi. 



ANNO 18U 105 

Non mi fermerò a commemorare qui le varie mosse dei 
Veneziani in armonia coi Francesi, perchò affatto estranee alla 
storia di Padova. Padova rimase incolume, dopo le vicende 
narrate di sopra. Le trattative di pace furono riordinate; e la 
pace venne alfine conchiusa. Così terminò la funesta guerra 
della Lega di Cambrai, che bensì costò alla repubblica im- 
mensi tesori, ma che fece conoscere a tutto il mondo quanto 
possa nell'animo di chi sente affetto per li suoi sudditi Firn- 
pegno e la sollecitudine a preservarli incolumi dalle nemiche 
violenze. Padova più che altre città lo seppe; e Padova rico- 
noscente, conchiusa che fu la pace, mandò a Venezia (e fu di 
esempio a tutte le altre città, che ritornarono all'obbedienza 
di lei), solenne deputazione per attestare alla Serenissima Si- 
gnoria il suo sincero attaccamento e la costante sua devozione. 



LIBRO XVI. 



Provvedimenti della Repubblica «li Venezia per la 
sistemazione dello Studio Generale di Padova. 



CAPO I. 

Istituzione della Magistratura dei Riformatori dello Studio 

di Padova. 

L'Università di Padova, che nei secoli addietro aveva lumi- 
nosamente fiorito in faccia a tutta l' Europa, era caduta nel pre- 
sente secolo in grave abbandono, a motivo dei tanti guai cagio- 
nati precipuamente dalle guerre, che per più anni travagliarono 
T Italia, in conseguenza della funesta lega dì Cambrai, di cui 
nel precedente libro ho narrato gli avvenimenti, ed in cui ebbe 
Padova pagine sì luminose. La repubblica di Venezia, la quale 
sino dal primo suo entrare al possesso di questa nobilissima 
città, s'era obbligata a conservarne lo Studio, con tutte le co- 
spicue prerogative e coi distinti privilegi, che da secoli pos- 
sedeva, — tostochò ebbe ricuperata tutta la sua terraferma 
d' Italia, volse le sue premure a rianimare questo sacrario delle 
scienze più ragguardevoli e necessarie. A tal fine istituiva il 
Senato la gravissima Magistratura de' Riformatori dello Studio 
di Padova, perchè riformassero, dice tra gli altri il Faccio- 
lati (1) — ciocché per la guerra era stato deformato. 

(1) Fasti Gymnasii Patav. — Ut reformarent quidquid per bellum de- 
formatimi est. 



108 

Né già, che questo nome di Riformatori sia stato per la 
prima volta adattato ai componenti questa nuova Magistra- 
tura. Osservò sapientemente il Colle (1), che qualche secolo 
addietro, solevasi pubblicare ogni anno, sotto il nome del po- 
destà, la serie o il rotolo dei professori, eletti dalle ballotta- 
zioni del corpo scolastico, sulla relazione dei quattro Solleci- 
tatori o Trattatori dello Studio, e dice che « questa operazione 
« si chiamava riforma, o informare il titolo, e quindi Rifor- 
« matori quelli che vi presiedevano. » Al quale proposito si legge 
nel vecchio Statuto di Padova, rinnovato nel 1420, essendo 
podestà Marco Dandolo e capitano Lorenzo Bragadin, sotto il 
titolo De reformatoribus Studii (rub. X) — « stabilirsi ed or- 
«dinarsi, che per conservare con somma diligenza lo studio 
« degli scolari, s'abbiano ad eleggere in ciascun anno, dal po- 
« desta e dal capitano di Padova, quattro probi cittadini, da 
«loro reputati idonei, i quali siano sollecitatori e riformatori 
« dello Studio, come sempre fu solito ecc. (2). » 

Ed a maggiore conferma dell'antichità di questa denomi- 
zione ricorderò un documento del 1414, portato dall' Affò (3). 
in cui narrasi, che la nuova erezione dello Studio pubblico in 
Parma sotto Nicolò d' Este, fu stabilita de consensi* spectabi- 
liwn Reformatorum hujus almi studii. 

Ma per prendere le mosse dalle positive notizie che si 
hanno negli autentici registri della Cancelleria secreta, devo 
qui avvertire che l'Istituzione genericamente di questa Magi- 
stratura fu decretata addì 21 febbraio 1516, coli' assenso del 
maggior Consiglio. Ed in conseguenza di ciò troviamo nei re- 
gistri del Senato, essere stati eletti nel 1528, Andrea Moce- 
nigo e Nicolò Tiepolo all' ufficio di provveditori e riformatori 

(1) Stor. scientifico-letteraria dello Stud. di Pad., nel cap. Ili, pag. 89 
del voi. I. 

(2) De Reformatoribus Studii, Rub. X. — Potestate D. Marco Dandulo 
et Capitaneo D. Laurentio Bragadino 1420. Ut studium scolarium stimma 
cura diligenlia conservetur, statuimus et ordinamus, quod singuìis annis per 
Dominos Poteslatem et Capitaneum Paduoì eligantur quatuor boni cives, qui 
eis videbuntur idonei, qui sint Solicitatores et Reformatores Studii, ut semper 
solili fùerunt eie — Ex Stat. vet. civit. Paduae. 

(3) Notizie degli Scrittori Parmig. tom. II. 



INNO ili U — 1528 109 

dello Studio, ed essere stato imposto loro l'ordine di proporre 
opportuni suggerimenti su ciò. Ne trascrivo il decreto origi- 
nale, quale si legge nei registri del Senato, terra (1). 

Die xxij mensis suprascripti (settembre) 

« Essendo sta per la autorità, che già per avanti fu data 
«per questo conseglio al Collegio nostro, eletti da esso i N. 
«homeni Andrea Mocenigo et Nicolò Tiepolo doctori, provve- 
« ditori et reformatori del studio de Padoa, perchè è ben con- 
« veniente che essendo informati i siano quelli che habbino a 
« proponer .quanto gli parerà in beneficio et honor del ditto 
« studio, 

però 

« L'anderà parte, che alli prenominati doi Nobeli nostri 
«per autorità di questo conseglio sia data facultà de venire 
« et metter etiam loro parte in questo conseglio pertinente al 
« officio loro. » 

De parte 140 

De non 12 Expulsis expellendis (2) 

Non syncere 5 

Posteriormente a questa deliberazione, il Senato ne pigliò 
un'altra, venticinque giorni dipoi; la quale così trovasi espressa 
nello stesso suindicato registro, a carte 75 tergo. 

MDXXVIIL Die XVII octobris. 

«Fu preso in questo conseglio a 22. settembre preterito 
«una parte pertinente al Studio di Padoa et reformatori di 

(1) Ann. 1528, cart. 71 a tergo. 

(2) Questa formula expulsis eie. ovvero expulsis expellendis si rife- 
risce alla formalità, che per legge dovevasi osservare nella trattazione di 
qualunque affare, pria di venirne alla ballottazione; di far uscire, cioè, dalla 
sala del Consiglio coloro, che avessero avuto qual si fosse diretta od in- 
diretta attinenza con le persone o coll'argomento, di cui si trattava in 
quel giorno. 



110 LIBRO XVI, CAPO I 

« quello cum disordine perchè nel prohemio di quella si dice, 
« che per Pauctorità già per avanti data per questo Consiglio 
« al Collegio nostro siano sta per quello eletti i doi reforma- 
« tori del ditto studio, et che però havessero facultà di venir 
« et metter etiam loro parte in questo conseglio pertinente al 
« officio suo, come in quella se contien. Et tamen la auctorità 
« data per avanti per questo conseglio al prefato collegio, che 
«fu sotto il dì 21 febbraro 1516, quando a compiacenza della 
«magnifica città nostra di Padoa fu deliberà di ritornar il 
« studio, non si extende salvo che esso collegio havesse libertà 
« per quel anno fino al principio del studio de praticar di haver 
«lectori excellenti da esser conducti per questo conseglio, et 
«non altramente, né in ditta deliberation si dice che il col- 
« legio habbi libertà di far denomination de reformatori, però 
«è necessario cum la rivocation de ditta denomination prove- 
« dere acciò che in tutto se osservi li ordini santi di questa 
« ben istituita repubblica la distribution di Magistrati nostri. 
«L'anderà. parte che tal denomination fatta de i doi p're- 
« senti reformatori come processa cum disordine sia revocata 
« et sia presa, che per scrutinio di questo conseglio et del corpo 
« di quello sia subito fatta election de tre reformatori del ditto 
« studio di Padoa, quali siano per anni doi proximi, et possino 
«metter parte in questo conseglio pertinente al officio loro. 

De 'parte 149 

De non 18 

Non syncère 4 Electi die suprascripto 

* Sebastiana Foscarenus d. 

* Nicolaus Thepul. d. 

* Laurentius Bragadenus. 

Per P integrità storica devo qui notare, che la delibera- 
zione mentovata di sopra, nel decreto testé recato, è di que- 
sto tenore (1). 

(1) Sonalo, Terra, reg. 19, ari. 1516, a cart. 141, terga. 



ANNO 1S28 111 

Die XXI febniarij. 

«Essendo sta alla presentita nostra li oratori de la Ma- 
« gnifica città di Padoa: et principalmente supplicatone che 
«siamo contenti restituir et ritornar el studio in quella terra; 
« adducendo quanto ciò sarà a proposito et de la Signoria no- 
« stra et de tutta quella città e populo et perchè 1' è cosa no- 
« tissima quanto questo sta per ceder ad utile et ornamento de 
« tutta quella terra et habitanti di essa et etiam quanto el sia 
« per esser a commodo de tutti li dacij et altre cose nostre 

peritò 

«L'anderà parte, che per Auctorità de questo conseglio sia 
« preso chel sia facto intender alli dicti Oratori et scripto alli 
«Rettori nostri de Padoa, che, siamo ben contenti et volerno 
« ritornar il studio in quel florido stato che lera solito esser. 

« Et damò (1) sia commesso al collegio nostro, che in questo 
« tempo, che e sino al principio de studio debano practicar de 
«haver lectori excelienti in l'una et l'altra scientia, acciò 
« possino seguir li effetti de sopra dechiariti. Non se possendo 
«perhò condur alcuno per el dicto collegio senza deliberation 
«de questo Conseglio come se et solito et conveniente. 



De parte 


177 


facte fuerunt littere die XXV 


De non 


6 


mensis suprascripti 


Non sincere 








Ponendo in ordine pertanto queste deliberazioni, ci è fatto 
di conoscere, che la primitiva istituzione della Magistratura 
dei Riformatori dello Studio di Padova avvenne, in vigore 
del surriferito decreto, 21 febbraio 1516; per cui — nel men- 
tre che il Senato accoglieva le istanze del Comune di Padova, 
il quale chiedeva continuata l'esistenza del suo Studio Gene- 
rale, e ne incaricava i Rettori della città per l'esecuzione, — , 

(1) Ed inoltre. 



112 LIBRO XVI, G1PO II 

veniva anche commesso al Collegio di far pratiche diligenti 
per la scelta di valenti professori sì di legge che di medicina 
(in runa et V altra scientia); coll'avvertenza; che il Collegio 
non possa determinarne la condotta; ossia non li possa fissare 
all'ufficio loro, se non in seguito alle deliberazioni del Senato; 
— cosicché il collegio vi aveva ingerenza consultiva; il Senato 
deliberativa. 

Ma poiché si credè erroneamente, che quel decreto conce- 
desse al collegio l'autorità di farne l'elezione, anziché la sola 
proposta; e due riformatori infatti n'erano stati eletti, a 22 
settembre 1528; come apparisce dalla parte presa, di cui ho 
recato di sopra il tenore (1); — perciò, venticinque giorni dopo, 
un altro decreto (2) annullò l'operato di quello e scelse i tre 
'Riformatori e ne dichiarò le precise attribuzioni; — ed è il 
decreto del 17 ottobre successivo. 

Questa è la vera e precisa notizia delF istituzione di questa 
Magistratura, della quale per altro non esistono scritture od 
atti prima dell'anno 1542. 



CAPO IL 

Regole universitarie di antica istituzione. 

Non è qui mia intenzione di esporre minuziosamente le 
vicende e la storia della patavina Università: tutt' al più, ne 
darò le più essenziali notizie, dopo le pochissime che ne ho dato 
all'epoca della sua primitiva fondazione (3). 

La repubblica di Venezia, dacché Padova le si diede, con- 
servò all'Università, quanto almeno alla sostanza, le attribu- 
zioni e le prerogative, che sino dal suo principio le deriva- 
rono, sì relativamente ai presidi, come anche agli scolari. Ge- 
neralmente parlando, le precipue costituzioni di una lo erano 
anche dell'altra. I rettori, che vi presiedevano, si contenevano 

(U Pag. 109. 

(2) Che di sopra ho recato. 

(3) Nel capo IV del lib. VI; pag. 115 e seg. del voi. I. 



ANNO 1528 113 

in armonia colla scolaresca e con la Civica rappresentanza, 
negli scambievoli rapporti, a tenore delle proprie costituzioni. 
Ce ne conservò distinta esposizione la famosa carta, così detta, 
di Vercelli, eretta nell'occasione che i Vercellesi volevano to- 
gliere ai Padovani l'onore dell'antica loro Università; la quale 
carta, appartenente all'anno 122S, ci fu conservata dall'abate 
Zaccaria, nel suo rinomato Iter literarium per Italiani. Essa 
non è che una ripetizione dei patti e delle regole, che lega- 
vano la comunità di Padova con l'affluenza dell'estera gioventù, 
che vi si recava allo studio. La comunità di Vercelli non in- 
tendeva!, che di addattare alla sua nascente le regole già in 
vigore nelle precedenti di Bologna e di Padova.. 

La sostanza n'era così : — « Si accorda, tra li procuratori 
« del comune di Vercelli per l' una parte e gli scolari per l'al- 
«tra, che il Comune provvederà gli scolari di 500 abitazioni 
«delle migliori della città, la pigione delle quali non ecceda 
« lire 19 di Pavia, e sarà determinata di consenso di due sco- 
« lari e di due cittadini, e in caso di discordia con quello an- 
« che del Vescovo o suo vicario. Si eccettuano però le case che 
« servono di abitazione ai forestieri in tempo di pubblico mer- 
« cato. Quando i professori o gli scolari vorranno licenziare le 
«abitazioni, dovranno farlo al podestà. 

«Il Comune darà ad imprestito agli scolari dieci mila 
« lire di Pavia per due anni, col censo di due denari per lira, 
«per li sei anni seguenti col censo di tre denari per lira; e 
« queste 10000 lire il Comune le farà portare in qualche luogo 
«sicuro, come in Venezia, e ne darà il bisogno agli scolari, 
« ricevendo i pegni, li quali il Comune restituirà per pura li- 
«beralità agli scolari quando saranno a Vercelli nelle abita- 
«zioni destinate per essi, quando però offrano una malleveria 
« o un giuramento nelle principali persone di essi, di non par- 
«tire dalla città senza restituire il denaro. 

«Il Comune provvederà che gli scolari possano avere le 
«cose spettanti al vitto, ed in tempo di carestia sommini- 
« strerà loro il frumento e le granaglie a quel prezzo, per cui 
«le avrà comperate. 

«Il Comune deputerà due cittadini e gli scolari due del 

Cappelletti. Storia di Padova II. 8 



1U LIBRO ITI, CAPO II 

« loro ceto, per fissare lo stipendio dei professori, invitandovi 
« il Vescovo per terzo, in caso di discordia. Siano i professori : 
« un teologo ; tre dottori di legge civile, due interpreti del De- 
«creto e due delle Decretali, due medici, due dialettici e due 
«grammatici. Questi vengano eletti da quattro rettori dei 
«Francesi, degl'Italiani, de' Provenzali e degli Alemanni; i 
«quali ultimi abbiano per giunta la reggenza delle altre na- 
« zioni. Prestato il giuramento di eleggere i più dotti, non 
«vaglia reiezione, se non ottenga almeno tre suffragi; e nel 
«caso di uguaglianza, abbia luogo con voto il professore teo- 
«logo. Fatta l'elezione sia tenuto il podestà d' inviare* legati 
« agli eletti, i quali debbano procurare in ogni modo che ac- 
« Gettino la cattedra. 

«Il Comune riguarderà gli scolari come cittadini, e prò- 
« curerà di conservare la pace nella città, e sarà pronto a bi- 
« sogni degli scolari; inoltre conserverà loro i privilegi che 
«hanno, eccettuato i delitti criminali, pei quali saranno sog- 
« getti alle comuni leggi della città. 

« Il Comune provvederà 1' Università di due bidelli, che 
«goderanno i privilegi degli scolari. Vi saranno due ama- 
nuensi, provveduti dal Comune, i quali faranno le copie dei 
«libri di teologia e di legge agli scolari e ne sarà il prezzo 
«limitato dai rettori (1). 

«Nel caso di discordia tra gli scolari, il Comune procu- 
«rerà il componimento senza parzialità. 

« Gli scolari e i loro procuratori siano immuni dalle pub- 
«bliche imposte del Comune. 

«Tali patti durino per otto anni. 

« Il podestà di Vercelli e il Comune siano tenuti a man- 
« dar per Y Italia ed altrove a far noto, che lo Studio è sta- 
« bilito in Vercelli, invitandovi gli scolari (2). 

«I patti siano inseriti nello Statuto della città e giurati 
« dal Podestà prò tempore. Gli scolari promettano che procu- 
« reranno di venire a Vercelli in tanto numero, che basti ad 
% 

(1) Ciò, perchè non per anco era in uso la stampa. 

(2) La qual cosa tendeva a togliere gli scolari dall'Università di Padova. 



ANNO 1328 115 

«occupare i 500 ospizi accennati, e aggiungano che dabunt 
« operavi qiiod universum Studium Padutv veniet Vercellis 
<et morentur ibi usque ad octo annos; si tamen faceva non 
«potermi, non teneantur. 

«Protestino gii scolari, essere loro intenzione, che nò i 
« professori nò gli scolari possano avvocare presso giudice ec- 
« clesiastico o civile se non per cause proprie. Promettano, che 
< non saranno consenzienti in cosa alcuna contraria alla città, 
« ma ne avviseranno il Governo. 

«Si conchiude, che sia uguale l'autorità dei Settori, né 
« crescer possa col crescer il numero dei rispettivi scolari. » 

Queste regole e questi patti, che vigevano in Padova sino 
dai primordi dell' Università, continuarono ad essere in vigore 
sostanzialmente sino alla veneziana istituzione della Magistra- 
tura dei Riformatori, ed in seguito altresì, finché nuove cir- 
costanze ne consigliarono qualche modificazione od aggiunta, 
che alla sua volta mi verrà di notare. 

Che abbia poi cessato in Padova lo studio generale, per 
l'avvenuto trasferimento a Vercelli, non saprei come affermarlo. 
In Vercelli bensì ebbe vita, dopo il 1228, uno Studio gene- 
rale; ma ciò non prova, che sia stato tolto da Padova; benché 
il Tiraboschi, non trovando alcun documento, che ricordi Stu- 
dio in Padova dal 1228 al 1260, non abbia avuto riguardo ad 
affermarlo. Non avvertì però il chiarissimo scrittore, esserne 
attestata invece la continuazione anche in Padova dall'esistenza 
dei professori dal 1229 in poi; tra i quali giova ricordare un 
Jacopo da Piacenza, un Filippo d'Aquileja, un Pietro ed un 
Giovanni Spagnuoli ed il celebratissimo giureconsulto Alberto 
Galeotto da Parma. Ed anzi continuano memorie positive del- 
l'esistenza dello studio in Padova anche negli anni 1231, 1232, 
1239, 1249, 1253 ed anche in seguito (1); cosicché è chiaro, 
che lo Studio non fu interrotto giammai. 

(1) Ved. il Rolandino nella Stor., il Muratori, Antiq, med. cevi. Dissert. 
47; il Colle, Stor. scient Aeller \ dello Stad. di Pad., pag. 65 del voi. I. 



116 LIBRO XVI, CAPO III 

CAPO III. 

Provvide discipline spettanti alle rispettive attribuzioni 
e prerogative dei componenti legalmente lo Studio. 

La giurisdizione dell' Università patavina, la quale da prin- 
cipio era formata dall' unico corpo di tutti gli scolari, di qua- 
lunque scienza od arte si fossero, cominciò nell' anno 1261, 
dappoiché il Comune di Padova, che governava allora le cose 
dello Studio, formò alcuni Statati vantaggiosi agli scolari,; e 
n'era fondamentale, che il rettore di questi, di conserva con 
l' Università, ne facesse all' uopo, ed avessero fedelmente ad 
essere osservati. 

Una provvisione o legge ne venne di conseguenza; che gli 
scolari, cioè, i quali avessero aspirato al Magistero, fossero esa- 
minati alla presenza del vescovo e dei maestri dell'Università. 
Ma prevedendo il vescovo, che questa sua preminenza potesse 
forse col tempo essergli tolta Mia potestà secolare, provocò 
dal sommo pontefice, ch'era allora Urbano IV, la conferma di 
quello Statato e l'ottenne ai 9 gennaio 1263; con dichiara- 
zione, che sarebbe nulla qualunque promozione venisse fatta 
diversamente (1), la qual bolla fu rinnovata più ampiamente, 
nel 1269 ai 14 di giugno, dal successore pontefice Clemente IV. 

Non si hanno traccie prima dell'anno 1260 dei rettori, che 
in addietro presiedettero all'Università. Perciò gli storici non ne 
conoscono come primo, che Ansaldo Spagnuolo. Certo è per altro, 
che in vigore degli statuti, apparteneva a tutto il corpo della 
scolaresca il diritto di scegliere co' propri suffragi e dal suo 

(1) Della relativa bolla mi limito a darne in annotazione il testo, che 
è così: zz«Urbanus Episcopns servus servorum Dei, Venerabili fratri Epi- 
« scopo Paduano salutem et Apostoiicam benedictionem. — Lecta coram 
«Nobis Fraternitatis tuae petitio continebat, quod Reciores Universitatis 
« Magislrorum et Scholarium Paduao deliberalione provida statuerunt, quod 
«Scholares ipsius Universitatis, qui debent in Magistros assumi coram Epi- 
scopo Paduano, pnesentibus Doctoribus Universitatis ejusdem, examinari 
«debeànt diligenter, et idem Episcopus, si reperiantur idonei, debet licen- 
«tiam docendi concedere, et statutum hujusmodi fuit, ut asseris, inviola- 
«bililer observatum. Nos igilur tuis supplicationibus inclinali Statutum 



ANNO 1528 117 

gremio il rettore. Di qua si vede, che cotesto corpo costituiva 
quasi una repubblica, con statuti proprj e particolari discipline. 

Da principio tutti gli scolari formavano un corpo solo, 
qualunque scienza od arte avessero professato ; unica perciò ne 
era la rappresentanza, unico il governo. Ma quando V ingente 
numero di scolari non ne comportava più in una sola persona 
l'incarico, fu preso di eleggerne due ; ed inseguito ne furono 
anche determinate le attribuzioni, per togliere quinci ogni oc- 
casione a scambievoli contrasti, che non di rado sopravveni- 
vano. Un rettore fu stabilito per l'Università o collegio dei 
leggisti, ed uno per lo collegio od università degli artisti e 
dei medici, di cui potrebbe dirsi fondatore il celebre Pietro 
d'Abano, circa il principio del secolo XIV. Tuttavolta opinano 
taluni, che questo secondo collegio degli artisti fosse ne' suoi 
primordii formato delle sole facoltà logica e filosofica, circa 
il 1262. 

Cospicui onori ed ampli diritti godevano i rettori della 
Università, siccome capi di uu pubblico corpo, il quale in certa 
guisa si governava da sé. Erano loro appoggiati tutti gli affari 
dell' Università; e sebbene il Comune civico si fosse riservato 
il diritto di eleggere ogni anno quattro de' più cospicui citta- 
dini col titolo di Trattatovi o Sollecitatori dello Studio, i quali 
ne promovessero l'avanzamento e l'utilità, non potevano questi 
tuttavia esercitare il loro ufficio senza F intervento dei rettori, 
coi quali dovevano perciò sedere settimanalmente a consiglio. 
Era l' insegna del rettore un cappuccio, che ad ogni nuovo ret- 
tore si conferiva con grande solennità e pompa e con pubblici 
tornei e banchetti (1). Tuttociò fu in vigore a poco a poco; e 
ne toccò l'apice nel 1347. 

«ipsum, sicut est provide factum, ratum habentes et gratum, ipsum au- 
«ctoritate Apostolica confirmamus et praesentis scripti patrocinio commu- 
«nimus, decernontes, ut qui secus ibidem sibi Magistri nomen assumpse- 
«rint, prò Magislro nullatenus habeatur aliter factus non teneat. Nulli 
« ergo omnino hominum liceat hanc paginam etc. Datum apud Urbem ve- 
« terem, V. Id. Januarii, Pontificatus nostri anno tertio. » 

(1) Si possono leggere su ciò le notizie, che ce ne conservarono il 
Tommasini (de Gymn. Patav. pag. 381) ed il Facciolati (Syntag. II). 



US 

Anche la scelta dei professori apparteneva nei primi tempi 
al corpo scolastico; ed annualmente facevasi in ambedue le 
Università dal proprio rettore e da due scolari scelti da cia- 
scuna nazione, coir assistenza dei quattro Trattatori: doveva 
però riportarne l'approvazione del pretore ossia Podestà civico, 
nei primi tempi, e del principe in seguito, prima che fosse 
pubblicata. Inesattamente notò il Colle, che nei tempi poste- 
riori, dopo cioè la dedizione di Padova alla repubblica di Ve- 
nezia, coteste elezioni furono avocate a sé dal governo; cioè 
nel 1445 le più importanti, e nel 1560 tutte indistintamente. 
Gli atti invece della Cancelleria secreta ci fanno conoscere che 
il Senato avocò a sé ed al suo Collegio esclusivamente la scelta 
e condotta di Udori excellentiin Vana et V altra scientia. La 
qual cosa è fatta palese dalle stesse parole del decreto 21 feb- 
braio 1516, nell'occasione di secondare le istanze dei Padovani, 
che chiedevano riaperto e ristabilito nella lor città lo studio 
generale (1). E da quell'epoca in poi la sola autorità del Se- 
nato vi s' ingeriva. 

Nell'anno 1360 fu anche dichiarata la preminenza della 
Università dei leggisti sopra quella degli artisti. E quanto ai 
professori, gli statuti antichi e le memorie che ci rimasero, ce 
li mostrano divisi anch'essi in due classi, di padovani, cioè, e 
di esteri. I primi, in vigore degli originarj diritti, che li abi- 
litavano a qualunque pubblico impiego ed a tutti gli esercizi 
del foro e del governo, assumevano quasi di proprio arbitrio 
la scuola, senz'essere pubblicamente stretti da alcun legame; 
ed erano perciò anche esclusi da ogni pubblico stipendio; e 
ciò in vigore di una legge positiva degli antichi statuti (2). 
Per lo contrario, i professori stranieri, che si dicevano perciò 
forensi, venivano eletti con le formalità espresse di sopra e 
percepivano salario dal pubblico. 

E ritornando sulla duplice Università di leggisti e di me- 
dici od artisti, ricorderò altresì la duplice fraglia, che questi 
due collegi formavano. Imperciocché, secondo 1' uso di tutte le 

(1) Veci, nella pag. 108. 

(2) Colle, luog. cit., pag. 91 del voi. I. 



AMO 1328 119 

altro città d'Italia, esisteva in Padova, da tempi antichissimi, 
la così detta fraglia dei giudici, ed era un corpo di persone, 
con proprie leggi o discipline, lo quali, autorizzate pubblica- 
mente a professare la scienza legale, rendevano pubblicamente 
ragiono ai cittadini. Del elio troviamo copiose memorie nelle 
antiche storie del Mussato e dei Cortusi. Ed alla fraglia dei 
giudici corrispondeva la fraglia dei medici, più volte comme- 
morata nelle carte antiche. Da queste, come pensa il Colle (1), 
presero vita i rispettivi collegi, che n' erano come un'ema- 
nazione. 

L'autorità, che nello studio esercitavano i collegi ginna- 
stici, faceva dipendere dai medesimi tutta la disciplina scien- 
tifica delle scuole, sì quanto al metodo da tenersi e sì pari- 
mente quanto alla vigilanza sulla tranquillità di esse ed alla 
indennità dei diritti dei professori. 

Solennissima poi era la ceremonia, che praticavasi nel 
decorare taluno della laurea. Il candidato veniva condotto nella 
chiesa cattedrale con numerosa comitiva e con tutto lo sfog- 
gio di brillante magnificenza. Là doveva subire alla presenza 
del pieno collegio il pubblico esame ; dopo il quale, riceveva 
le pubbliche insegne del magistero. Se ne registrava nei co- 
dici del collegio legalmente il diploma, che tuttora si nomina 
privilegio. 

CAPO IV. 

Collegi, per mantenervi giovani studenti. 

Alcun che devo dire anche delle case aperte in Padova, 
per accogliere ed alimentare gli studenti dell' Università. Ne 
aveva dato l'esempio in Bologna nel 1257, con disposizione 
testamentaria Zoene Tencarari, professore colà ed arciprete, 
poi vescovo di Avignone; beneficando, con otto annue pensioni, 
ciascuna di lire 24 bolognesi, otto giovani avignonesi, che fos- 
sero andati a studio in quella Università. (2) E poiché non fu 

(1) Luog. cit., pag. 97. 

(2) Andres, Origine, progressi e stato attuale di ogni letteratura, toni. IL 



120 LIBRO XVI, CAPO IV 

questa una fondazione di collegio convitto, ma semplicemente 
una dotazione annua a sussidio individuale di quegli otto gio- 
vani avignonesi, che ne venivano beneficati ; perciò il chiaris- 
simo abate Andres (1) è d'avviso, che il primo collegio in Bo- 
logna sia stato istituito dal cardinale Àlbornoz. Ciò quanto alla 
primitiva idea di siffatti stabilimenti in Italia. Ma determina- 
tamente quanto a Padova, ne troviamo la prima memoria nelle 
aggiunte, fatte da scrittore antico alla storia dei Cortusi, e 
fatte fors' anco dai Cortusi medesimi, che circa l' anno 1360 : 
« In questo tempo per lo sovradito magnifico signore messer 
« Francesco da Carrara in la contrada del Santo, in le case 
« eh' erano stade di alcuni pellizzari, fo fatto un collegio, in lo 
« quale stava scolari dodese, che studiava in legge, e fo il dito 
« collegio abbondevolmente dotado delle possessioni proprie del 
« dito magnifico messer Francesco da Carrara. » Ed è questo 
il primo collegio, di cui s' abbia positiva e sicura notizia. 

Di un secondo ; dotato da certo Pietro de' Boateri bolo- 
gnese, dimorante nel? isola di Murano presso a Venezia, ci dà 
notizia un rescritto di Francesco da Carrara signore di Padova, 
del 27 marzo 1363, con cui è concessa licenza al suddetto Pietro 
di comperare poderi nel territorio padovano a fine di stabilirvi 
un collegio per un determinato numero di scolari e di cherici, 
i quali frequentino lo studio, vivendo sotto un determinato 
preside e governatore con quelle leggi di disciplina, ch'egli 
od altri, a cui meglio credesse affidarne la cura, reputassero 
più adatte. Per questa fondazione il benefattore depositò un 
capitale di 2060 ducati veneti, e vi dovevano essere accolti e 
provveduti sei scolari (2). Sorse questo collegio nell'anno 1366, 
e per l'aggiunta di altri legati e beni-fondi prosperò sino a 
poter supplire al dispendio di dodici alunni; confermato altresì 
e favorito di poi dalla munificenza del veneto Senato (3). 

(1) Luog. cit. 

(2) Ved. il Colle, luog. cit., pag. 19 del voi. I. 

(3) Mi astengo dal portare i documenti e i decreti, che hanno rela- 
zione alle fondazioni, approvazioni, concentrazioni ecc. ecc. di tutti questi 
collegi, perchè di troppo oltrepasserei la misura determinatami per queste 
pagine. 



ANNO 1328 121 

Un altro ne fu aperto, nel 1394, dal modico Jacopo d'Ar- 
quà per poveri giovani applicati allo studio della medicina; 
ne fu di poi confermata la fondazione con decreto del Senato 
di Venezia F anno 1523, addì 26 agosto. Da principio vi si 
mantenevano dieci studenti; ma in seguito per le vicende, a 
cui ne soggiacquero le rendite, ne fu diminuito il numero sino 
a cinque soli; ed in fine nel 1771 andò concentrato nel nuovo 
collegio aperto dal Senato stesso, sotto il titolo di san Marco. 

Di un' altra simile fondazione ci die notizia il solo Tira- 
boschi (1), avvenuta nel 1343, per beneficenza di Michele Cesi, 
medico di Venezia ; acciocché vi fossero alimentati successiva- 
mente ogni anno, due scolari di altra città eletti dal proprio 
Comune, ed erano per lo più modenesi : perchè si hanno in- 
dizii, che il fondatore, benché soggiornasse in Venezia, fosse 
oriundo da Modena (2). 

Dal mercatante Pietro Garfrano, nato in Nicosia di Ci- 
pro, ma dimorante in Venezia, fu stabilito un annuo reddito 
di cinquanta ducati, per alloggio ed alimento di quattro citta- 
dini di Cipro. Ma poiché i fondi, da cui trarne la rendita, 
erano in queir isola ; perirono con la caduta dì quel regno 
nelle mani dei Turchi. 

Più generoso il cardinale friulano Pileo di Prata, ch'era 
stato vescovo di Padova, ne ordinò col suo testamento (1399) 
la fondazione per quanti allievi avessero potuto comportarne 
le pingui rendite. Questo fu aperto nel 1420 a beneficio di 
venti giovani, ripartiti in egual numero delle provincie del 
Friuli, di Treviso, di Venezia e di Padova, con alloggio e vitto 
per sette anni. Ma, depauperatone il capitale per le vicende 
degli anni, venne limitato il numero degli ospitati a dodici 
soli e per anni cinque, col solo beneficio dell'abitazione e di 
tenue somma di denaro a tìtolo di mantenimento. 

Un'altra fondazione di collegio, per quattro cittadini di 
Osimo, ebbe esistenza per la generosità di Andrea, figlio di 
Andrea da Kecanati, il quale, educato in Padova ed ottenutane 



(1) Bibliot. Modon,, tom. I., Discorso preliminare. 

(2) Ved. il Colle, luog. cit, pag. 112 del voi. I. 



122 LIBRO XVI, CAPO V 

la laurea, aveva esercitato ia Venezia la medicina racco- 
gliendovi copiose ricchezze. Dal frutto delle rendite da lui 
lasciate poterono i suoi beneficati ottenere di venire a Pa- 
dova per dieci anni allo studio particolarmente di filosofìa e 
di medicina, perchè così aveva stabilito il testatore. Ma in se- 
guito, per le vicende dei tempi, ridotte le rendite, ch'erano in 
origine di venticinque fiorini d'oro, a soli 120 ducati, non 
fu possibile mantenervi che due soli alunni, resi liberi nella 
scelta degli studii, a cui fosse piacciuto loro di applicarsi. Ed 
anche a questi fu concesso luogo alla fine, Tanno 1771, nel 
nuovo collegio di san Marco. 

Benefattore similmente ed istitutore di un collegio per 
accogliervi studenti di Università, fu nel 1398, a' 19 di luglio, 
il nobile padovano Nicolò Da-Eio professore di medicina in 
questa medesima Università (1), il quale vi assegnò fertili po- 
deri, acciocché vi fossero accolti sei giovani, provveduti di al- 
bergo, di pane e vino, e di percepire dodici ducati air anno 
per ciascheduno, a titolo di companatico giornaliero. Gli alunni, 
in seguito furono ridotti a cinque, provveduti di albergo e 
vitto intiero per sei mesi, nel che consiste l'anno scolastico. 
Ed al rettore, che vi presiede, fu similmente assegnata per 
li sei mesi la contribuzione di ducati dodici, due moggia di 
frumento, dieci misure di vino, e legna quanta ne fa d'uopo. 



CAPO V. 

Collegio di san Marco. 

Ma per non portare all' infinito questo argomento, noterò, 
che di collegi simili aperti in Padova dalla beneficenza di al- 
cuni privati a vantaggio di studenti bisognosi, era cresciuto il 

(1) Sulla famiglia da Rio trovo in una antica cronaca padovana (cari. 
« XXXXVIV) la seguente indicazione: « Rii, detti anco dal Rio e Buzzaniti e 
« Scrimia, originarii da Ptio del Padovano da gente non molto nobile. Fu- 
rono anticamente in Padova scrimiatori e campioni (che cosa fossero i 
« campioni, V iio indicato alla sua volta, nel voi. I) poi mercanti da panni, 



ANNO ÌÌÌ28 123 

numero progressivamente per guisa, che il Facciolati (1) no 
annoverò sino, a ventisette. I quali quasi tutti furono dalla ve- 
neta repubblica riuniti nel convento clov' erano prima i cano- 
nici regolari detti scopetini, conosciuto di poi sotto il titolo 
di sant'Antonio di Vienna, e finalmente di Collegio di san 
Marco. Caduta la repubblica di Venezia, vennero meno anche i 
collegi, tranne — 1° il Tornacense detto anche Campione, unito 
anche, già un mezzo secolo addietro, al seminario di Padova, 
per sei addetti agli studii ecclesiastici; considerati perciò come 
seminaristi ; — 2° il Fraterne, che mantiene dodici giovani ; — 
3° quello del medico Jacopo d'Arquà, conosciuto volgarmente, 
per Collegio Molino ; — 4° il Da Rio (2). 

A pieno esaurimento di questa materia dei collegi; in cui 
raccogliere e alimentare gli studenti poveri, che frequentavano 
l'Università patavina, recherò testualmente il decreto del Se- 
nato, che nel giorno 7 dicembre 1771 li concentrò nel nuovo 
collegio di san Marco (3). Tutto il maneggio di questo affare 
è compreso nelle varie scritture, che qui soggiungo, della Can- 
celleria secreta del Senato, ov' esistono originali. 

1771. 7 dicembre in Pregadi (4). 

« Il Senato pienamente accoglie ed approva quel provvido 
< divisamento, che dopo li più maturi esami per oggetti sin- 
« golari ha esibito in sua lodevole relazione la retta e colta 
« esperienza del dilettissimo nobile nostro Sebastian Foscarini 
« cavalier al Magistrato de' Riformatori dello studio, e dal 



«e così fatti ricchi. Sempre cercatori di brighe; di beni di fortuna ricchis- 
simi; ora sono tutti doviziosi, nobili et onorati cittadini, fatti dai Carra- 
resi, ovvero, come altri dicono, al tempo della guerra con Cane della 
« Scala 1320. » 

(1) Sy ntagiìia X. 

(2) Ved. il Colle, hwg. cit., pag. 116, annot. 8. 

(3) Inesattamente il Colle, luog. cit., disse fondato il Collegio di san 
Marco addì 3 settembre 1772. Ecco gli atti auteotici del Senato ce ne mo- 
strano invece decretata la fondazione a' 7 dicembre 1771. 

(4) Senato. Roma expulsis. Filza 104. An. 1771. 



124 LIBRO XVI CAPO V 

« Magistrato medesimo con sensi di commendazione e di uniforme 
« parere viene accompagnato con la intesa scrittura. 

« Oggetti si racchiudono nel divisamento proposto della 
« istituzione di un collegio in Padova, non solo di invitare la 
« gioventù allo studio col mezzo di una providenza, che tutta 
« tenda ad assicurare la buona disciplina et educazione dei 
« giovani, ciò che giustamente deve formare V impegno delle 
« famiglie, dalle quali temporaneamente si allontanano ; ma 
« insieme di conseguire un tal fine, che pur interessa le pa- 
« terne cure pubbliche per il bene de' sudditi e della Nazione, 
« utilmente usando delle pie disposizioni, che allo stesso effetto 
« immaginate da Testatori, in progresso di tempo e per le 
« molte rilevate combinazioni, si trovano quasi che affatto 
« inoperose. 

« Lavoro dunque benemerito e degno della prudente pe- 
« netrazione del surriferito N. H. cav. Foscarini, incaricato di 
« questa singolare ispezione del decreto 20 settembre 1770, 
« essendo stato quello di riconoscere in origine nel proposito 
« le volontà testamentarie, le amministrazioni corse, gli usi e 
« l' esecuzioni attualmente praticate, si rende quindi maggior- 
« mente plausibile la progettata idea di tutto raccogliere il 
« benefìzio derivante dalle pie disposizioni medesime e tatto 
« insieme diffonderlo a vero vantaggio della gioventù studiosa, 
« che prediletta dai Testatori, fu dalla pubblica Autorità pa- 
« ternamente protetta in ogni circostanza di suo vero interesse 
« e profìtto. 

« Verificabile però in ora questo plausibile pensiero sopra 
« quei lasciti, che in numero di. undici, quantunque non som- 
« ministrino ricovero in Padova, formano congiuntamente un 
« conveniente suffraggio a circa trentadue giovani obbligati 
« ivi di mantenersi; il Senato lo seconda ed approva, deli- 
« berando : 

< Che debba effettuarsi la istituzione di un ^collegio, me- 
« diante il quale si assicuri alli detti trentadue giovani di- 
« pendenti dalle rispettive Commissarie, connotate nell'accom- 
« pagliato foglio, li quali per tutto l'anno Litterario devono 



ANNO 1528 — 1771 125 

« stanziare) in Padova, l'alloggio e la tutela, di che sin' ora 
« mancavano. 

« Dal che ne segue approvabile parimenti; come la si di- 
« chiara, la provvidenza suggerita di destinarsi a tale uso 
« quel Monastero soppresso di sant' Antonio detto di Vienna, 
« era prima abitato da Canonici Regolari del Salvatore, in cui 
« li giovani stessi abbiano ad avere ricovero, e siano provvisti 
« poscia del necessario ad alcune esigenze di domestico uso 
« con 1' opera di tre serventi ; ma più di tutto di vigile cu- 
« stodia per ben diriggerli nella loro condotta e disciplina col 
« solo rilascio di un quattro per cento sopra la rendita a ca- 
« dauno proveniente dalla rispettiva Commissaria da cui sona 
« beneficati. 

«Ed in quanto riguarda al suddetto Monastero, inte- 
« sosi l'accreditato sentimento della conferenza dei Deputati 
« Estraord." ad pias cansas e dell'Aggiunto sopra Monasteri, 
« senz' alterare le pubbliche massime nel proposito, si com- 
« mette all'Aggiunto medesimo di consignarlo attualmente e 
« con prontezza per l' indicato oggetto alle disposizioni de' Ri- 
« formatori, co' quali, fatte che siano le stime del valor della 
< Fabbrica col circondario suo chiuso di muro, dovrà pure in 
« progresso stabilire l'acquisto nelle più discrete misure, ed 
« in riflesso al peso congiunto dell' ufficiatura, delle suppellet- 
« tili sacre e degli occorrenti ristauri: addottandosi il parere 
« della detta Conferenza, che attesa la singolare urgenza, con- 
« venuto il prezzo, li Riformatori abbiano a contribuire dalle 
« loro casse il tre per cento sopra il Capitale risultante dal 
« prezzo, che sarà pattuito, sin che di esso ne segua l' affran- 
« cazione, che li Riformatori medesimi avran facoltà di verifi- 
« care poscia in qualunque tempo. 

« Alla consegna, che per diligenza dell'Aggiunto avrà a 
« succedere, dovendo quindi immediatamente darsi opera, onde 
« nel detto Collegio s' intraprendino quei lavori, che pur in- 
« dispensabili si rendono a ridurre la fabbrica atta in tutto 
« agli usi divisati, ed occorrendo, oltre la scelta del Rettore 
« Ecclesiastico secolare suddito, di provvedere ad ogni altro 
« bisogno giusta il piano esibito dal N. H. Deputato Cavalier 



126 LIBRO XVI, CAPO V 

« Foscarini, questo Consiglio è anche certo, eh' Egli continuerà 
« con egual grado di 'merito sino a totale compimento di cosa 
« giustamente interessante le zelanti sue attenzioni. 

« Sicché nell'approvarsi la ricercata spesa di due. tremille 
<» V. C. per una volta tanto da essergli corrisposta a parte a 
« parte da qualunque delle casse de' Eiformatori ; aggravio, a 
« cui essi nella loro scrittura esibiscono di supplire, comecché 
« diretto ad opera di educazione e di soda disciplina, si sta- 
bilisce, che dalle casse medesime si corrisponda anche l'an- 
« mia occorrente summa di due. 250 pur V. C. che dovrà esi- 
« gere l'ordinario provvedimento del Collegio istesso, a di cui 
« favore si dispongono li quattro Ospitali, su quali versa la 
« separata deliberazione (1) di questo giorno, che in tal parte 
« si rimette in copia ai Eiformatori per lume. 

« Delle rendite però dell' Ospitale vacante e di quelle de- 
« gli altri tre, secondo che anderan. vacando, apprendendone li 
«Eiformatori di tempo in tempo il possesso e l'amministra- 
« zione, avran con esse a risarcirsi di tutti li sopraindicati 
« esborsi, dandosi in seguito il merito di riferire la realtà dei 
« fondi e delle rendite istesse ; per quanto riputasse la pub- 
« blica maturità di ulteriormente deliberare, oltrecciò, che in 
« benefìzio della suddetta Istituzione si destina. 

« La quale istituzione, quanto caritatevole ed importante 
« negli oggetti suoi, somministrando per asserzione del bene- 
« merito Deputato opportuna occasione di far rivivere ancora 
« il già cadente antico Collegio Eavenna, reso dalle vicende 
« del tempo e dalla incuria ed incapacità degli amministra- 
« tori innetto a ricovero degli alunni ed impotente nell'attuale 
« stato suo a supplire alli doveri imposti dal pio Testatore, 
« la pubblica equità non può anche in questo, se non intiera- 
« mente secondare il plausibile sentimento del Deputato me- 
« desimo. 

«E prima si delibera, che sia sospesa l'annua, benché 
« tenue corrisponsione alli tre Ecclesiastici Commissarii, che 
« per le leggi nostre più non sussistono ; che alle sei figlie 



(1) La quale deliberazione è soggiunta qui sotto. 



ANNO 1B28 — 1771 127 

« beneficate annualmente sia por mota disposto l'assegnamento, 
« giacché la condizione attualo della Commissaria non soffro 
« la intiera verificazione del Legato; e che debbano trasferirsi 
« gli alunni al numero di otto almeno di questo Collegio Ka- 
« venna nel nuovo, che con le presenti disposizioni viene istituito. 

« Al che seguendo, si premette ancora la vendita dell' an- 
« tica fabbrica Ravenna, onde il ricavato passi al Deposito 
« Novissimo alle tre per cento, et ad utilità di tale Commis- 
« saria, la quale, se può aspettarsi, che una volta risorga, e 
« possa sostenere le pie intenzioni del Testatore, a ragione 
« rilevano le intese scritture, ciò attendersi dall' integrità e 
« dalla esperimentata cognizione dell'attuale Commissario Fedel 
« Eagionato Francesco Cabianca , che per pubblica volontà 
« dovrà continuare perciò sino ad ulteriore disposizione nel- 
« l' impegno del governo ed amministrazione della Commis- 
« saria istessa. 

« Debito suo sarà per altro di render conto della vendita 
« del Collegio al N. H. Deputato surriferito ed annualmente 
« assoggettare la propria amministrazione alli Eif ormatori 
« dello Studio, giusta la loro Terminazione 31 luglio 1620. 

« Non sfuggito poi alle considerazioni del benemerito De- 
« putato autore di una tanto proficua providenza il pensiero 
« ancora di rendere manifesta la pubblica Protezione a favore 
« del nuovo Collegio con una qualche esterior indicazione, se 
« ne rimette al di lui colto genio, d' intelligenza col Magi- 
« strato de' Riformatori, la scelta ed esecuzione : e poiché a 
« così evidenti testimoni ritratti dal di lui fervore in affare 
« che riguarda sì intimamente con il sodo erudimento della 
« Gioventù il bene delle Famiglie e della Nazione, si conven- 
« gono all' Illustre Cittadino li sensi di aggradimento e laude, 
« di questo ne riceverà Egli una significazione nella certezza 
« del Senato di aver a conseguire eguali fruttuosi effetti dalle 
« di lui applicazioni et esami nel progressivo esercizio del la- 
« borioso carico addossatogli. 

« Dirette finalmente come sono le pubbliche mire ad age- 
« volare anche con questi mezzi il maggior concorso de' stu- 
« denti e la floridezza dell' Università di Padova, per tanti modi 



128 LIBRO XVI, CAPO V 

« accarezzata e prediletta, confidasi, che le cure vigili e solle- 
« cite degli accreditati Riformatori vorran farsi seria avver- 
« tenza di assicurare nel più accreditato modo, che, per parte 
« pure de' Professori dello Studio, tutto sia contribuito l' im- 
< pegno e la necessaria opera esecutivamente alla recente ap- 
« provata Terminazione di Riforma, la quale si vuole esatta- 
« mente eseguita. 

« E del presente ecc. sia data copia alli Riformatori dello 
« Studio di Padova, alla Deputazione estraordinaria ad pias 
« causas, alFAggionto sopra Monasteri, et al Deputato Cav. r 
« Foscarini, per rispettivo lume et esecuzione. » 

+ 73 

— 21 

- 26 

L. M. Giacomo Zuccato Gio. 

Informazione del cav. Foscarini (1). 

« IU.mi et Eccel.mi Sig. ri Riformatori dello Studio di Padova. 
« Appena per dovere di Officio mi sono fatto generalmente 
« a conoscere le Testamentarie disposizioni in n.° di 33, che 
« prestano benefìcio annuale a' studenti di Padova, ho creduto 
« convenevole e necessario di occupare primieramente i miei 
« studj sopra di quelle in n.° di 11, che formano a distinto 
« suffragio di circa 32 Giovani lasciati distaccati e particolari, 
« cioè non fermano loro ricovero e disciplina in Padova. Nel- 
« T esame di questo serioso punto ragionevolmente ho dovuto 
« considerare, che un piano di questa fatta, così generico e dif- 
« fìcile da avvertirsi, o possa lasciar incerta V esecuzione della 
« volontà, de' Testatori, o anche verificandosi, non porga quel 
« buon effetto, che ogni ragione vuole e giustizia, che si at- 
« tenda e si conseguisca da un'opera di onore, di carità e di 

(i) Essa è di somma importanza, perchè ci rivela tutti gli studj del 
gentiluomo Foscarini, fatti per ordine del Senato e dei Riformatori ((elio 
Studio di Padova, per sistemare equamente le particolari convenienze di 
codesto nuovo collegio. 



anno ho:; — 1771 129 

« pubblico beno, immaginata e resa col fatto costantemente 
«perenne, non che protetta dall' autorità dell' Eccel. mo Senato. 
« Ma da serj esami prestati ho poi conosciuto col fatto, che 
« realmente non si portavano questi a Padova, che in numero 
« assai ristretto ed incerto. E in questo stato di cose ho cre- 
« duto sano consiglio di assicurarmi per l'avvenire della ese- 
« dizione costante di queste provvide Amministrazioni, perche 
« a senso dei Testatori e della pubblica Volontà avesse insieme 
« questo rinforzo notabile di scolaresca lo Studio eli Padova e 
« fosse reso fermamente attivo questo ben di Nazione : Al che 
« fare mi sono dato a un indefesso carteggio sull'argomento 
« co' i NN. HH. Settori delle Suddite Provincie e terre, ove 
« maneggiate e disposte vengono queste Testamentarie Dispo- 
ne sizioni ; e finalmente vi sono anche giunto e riuscito con vo- 
« lontarj atti legali dei rispettivi Kappresentanti esse Com- 
« missarie, di assicurarmi per l'anno venturo di questi Gio- 
« vani di Padova, sottoposti e inchinati a quante sono le leggi 
« imposte a quella Università e particolarmente alle recenti, 
« contenute nella venerata Terminazione di VV. EE. 29 ago- 
« sto passato. 

« Ma degnino VV. EE. di notare, che al tempo stesso, 
« che mi sono fatto a procurare la non fallibile permanenza 
« in Padova di questi Giovani, la sperienza delle umane cose 
« mi ha fatto ancora conoscere i disordini, che incontrar si 
« potrebbero da questi Giovani, privi di ogni domestica cura 
« e forniti di provvedimento forse superiore al loro stato ed 
« età : sicché nella conoscenza dei molti pericoli, ne' quali ca- 
« der potrebbero questi inesperti, novelli ospiti in Padova, nella 
« ragionevole temenza del costume e della indisciplina de' me- 
« desimi e nel riguardo alla molestia e al mal' esempio, che 
« recar potessero a quella scolaresca e Città, ho creduto di clo- 
« ver ricorrere ad una particolare e necessaria provvidenza , 
« cioè, di procurarli alloggio e tutela per tutto V anno lette- 
« rario, che fermar debbono la loro dimora in Padova col solo 
« rilascio di un 4 per cento sopra la rendita rispettiva di cia- 
« scheduno di quest' individui beneficati, e così prontamente 
« tutti convennero nel volontario atto legale sopraenunziato. 

Cappelletti. Storia dì Padova II. 9 



130 LIBRO XYI CAPO V 

« A questa risoluzione mi ha tratto l' umano riflesso, che 
« talvolta dalle disgrazie istesse sorge la virtù più bella e più 
« feconda; e queste disgrazie effettivamente mi si offrono nella 
« decadenza di due collegi in Padova, uno detto Pratense, l'al- 
« tro chiamato Ravenna : il primo minorato notabilmente del 
« numero de' scolari, per la restrizione e per la perdita delle 
« rendite : l'altro sempre scarso di collegiali, per la intrinseca 
« debolezza delle sue forze. 

« In questi due collegi meditava dunque la buona mia 
« volontà di apprestare un necessario ricovero e porgere una 
« discreta disciplina a questi Giovani circa al num. di 32, come 
« ho già rassegnato a VV. EE. anche nella mia riverente 
« scrittura dei 9 agosto passato ; e con siffatti felici auspicj 
«nell'animo mio efficacemente inteso al ben dell'affare nel de- 
« corso ottobre mi sono trasferito a Padova, per riconoscere 
« più esattamente il materiale e la estensione dei due pre- 
« detti Collegi. 

« Ma quanto l'animo mio s' era dato nella consolante lu- 
« singa di verificare senza più le mie rette intenzioni, e ben 
« servire senz' altro al provvido oggetto, a VV. EE. e al- 
« 1' Eccel. mo Senato, ad amareggiarmi e presso che avvilirmi 
« mi s' intuona all' orecchio V accreditata voce del pubblico Ar- 
« chitetto di VV. EE. il sig. Abate Cerato, che mi pronunzia 
«necessario l'esborso di due. 1525 circa per il solo indispen- 
« sabile ristauro del Collegio suddetto Eavenna : Collegio su 
« cui confidavo il collocamento di 20 almeno dei nominati Gio- 
« vani. All' atto dunque di vedere fallite le mie speranze per 
« questa parte, conoscendo e considerando le misere forze del 
« Collegio predotto, non mai suscettibili di questo peso, come 
« VV. EE. averanno fondato argomento di conoscere in ap- 
« presso, trovo i stessamente incongruo il divisamento mio so- 
« pra 1' altro Collegio detto il Pratense, che solo prestar mi 
« poteva il comodo per dieci Giovani al più, e che pur tutta- 
« via esigerebbe qualche grado di spesa. 

« Con quella estimativa, eh' è propria d' ogni uomo, mi 
« sono fatto a riflettere su questa urgenza estrema, e rammen- 
« tando interessata in questo affare l' espressa volontà dello 



ANNO 1B28 — 1771 131 

«Eccel. mo Senato, l'onoro eli VV. EE. , senza far conto di 
«me medesimo, l'uno e l'altra vacillante insorgerò nella de- 
« fìcienza del proposto ricovero e disciplina per questi Giovani. 

« Ma in tale stato di cose mi venne suggerito il soppresso 
« Monastero de' Canonici Regolari di San Salvatore in quella 
« città, detto di Sant'Antonio di Vienna, e frammezzo all' in- 
« grato pensiere, che tuttavia mi colpiva neli' animo, il mi 
« viene proposto, quale in fatti lo è, addattato ed opportuno 
« solo a quest' uso, quanto nobile, altrettanto pio e religioso. 

« La visita tostamente fatta a quel Materiale, al vivo mi 
« destò alla mente e mi ricordò al cuore la sovrana pietà del- 
« 1' Eccel. mo Senato, più fiate espressasi ne' suoi venerati De- 
« creti, di voler di siffatti Beni usare a benefizio reale e co- 
« mune e per i veri oggetti di religione e di Stato. 

« A vista dunque di tanto facile mezzo e di così sacre so- 
« lenni promesse, fatto superiore l' animo mio all' anzicorsa 
« sua prostrazione, seriamente mi sono occupato a riconoscere 
« a parte a parte ogni angolo di questa fabbrica, che però 
« quant' ella è estesa, altrettanto nonostante è imperfetta ; poi- 
« che, non più che in numero di 26 sono le stanze abitabili, 
« le altre poi, che unite alle abitabili in tutte formano il nu- 
« mero di 50, non sono che immaginate nella loro circonfe- 
« renza, per ridurre le quali al necessario esser suo in sola 
« linea di costruzione e di fabbrica, ammonterà la spesa a du- 
« cati 2300, stanti gli esami e le perizie fatte dal Pubblico 
« Architetto suespresso, che ingenuamente assoggetto a VV. 
« EE. nel foglio segnato numero J. 

« Ciò dunque premesso, trovo di proporre alla loro virtù 
« la positiva necessità d' instare all' Eccel. mo Senato per il dono 
« libero di questo Monastero da prepararsi ad uso di Collegio, 
« per ricovero dei predetti 32 Giovani, acciò abbiano a vivere 
« in poi con quelle interne regole di disciplina e dipendenza, 
« che saranno dovute, e che vorrà loro prescrivere la sapienza 
« di VV. EE. 

« E a questa proposizione mi conferma e mi persuade an- 
« cora più la supplica, che col mio mezzo viene fatta a VV. 
« EE. dagli attuali Commissari del Collegio Ravenna, uno dei 



132 LIBRO XVI, CAPO V 

« quali, all' atto medesimo, che stavo in Padova immerso nel 
« grave pensiere, che forma l'oggetto principale di questa mia 
« divota scrittura, facendomi ad evidenza conoscere lo stato 
« assai tenue della Commissaria, e di conseguenza l' impossi- 
« bilità di accorrere e di dar mano al conosciuto e confessato 
« indispensabile ristauro di queir antichissima fabbrica, signi- 
« ficommi T ossequiata onestà de' suoi desiderj, perchè in esso 
« Monastero avessero ingresso anche otto alunni almeno della 
« sua Commissaria al caso, che dalla pubblica munificenza e 
« pietà venga addottala e accolta la religiosa massima di 
« dare ricovero in esso ai prefati Giovani in num. di 32. Mi 
« replica ancora di umiliare a VV. EE. la povertà identifica 
« della Commissaria e la ristrettezza del benefizio disposto per 
« questi Alunni, de' quali la condizione validamente in altro 
« modo migliorare non si potrebbe, che colla vendita del Col- 
« legio stesso, il ricavato del quale passando totalmente al 
« Pubblico Novissimo Deposito della Zecca alle 3 per cento, 
« formerebbe loro uno stato meno infelice, e così allettare si 
« potrebbero più facilmente alla disciplina e allo studio. Di 
« tuttociò, e di quel di più, che a tale proposito sarò per sot- 
toporre ai sapienti riflessi di VV". EE., ne renda indubitata 
« prova l' inserta al num. 2, unitamente alla Perizia fatta su 
« questo Collegio dal pubblico Architetto sunnominato, segnata 
« num. 3. 

« Ed ecco, Eccel. mi Signori, aggrandito il nobile oggetto 
« e rinforzato il serioso motivo, che strettamente mi convince 
« a far scorta a questo lungo numero di povera gioventù, acciò 
« sotto gli autorevoli auspicj di YV. EE. ottengano dalla mu- 
« nificenza del liberale suo Principe e Padre questo ricovero 
« nel Monastero predetto/mediante il quale più agiatamente e 
« più cautamente possano rispettare e obbedir quelle leggi 
« loro imposte con assoluta e sovrana energia. 

« Ma YV. EE. , che sanno pensare da loro medesime, 
« sentono perfettamente per indole e per costume, che il Prin- 
« cipe, quando dona, arricchisce : così sarà nel caso presente. 
« Perchè, come può mai riuscire possibile, che all' anno ven- 
« turo possasi verificare su questi Giovani la sovrana e pia 



ANNO 11)28 — 1771 133 

« largizione del Monastero predetto, quando ridotto non venga 
« abitabile colla spesa già detta di due. 2300 e forse ancor 
« più, perchè in materia di fabbrica principalmente sono im- 
« previsibili e non mai abbastanza le ricorrenze ? Si aggiun- 
« gano ragionevolmente ancora le quanto meschine si vogliano, 
« ma tuttavia indispensabili, suppellettili per bassi servigi ed 
« usi comuni, che nulla ostante assorbiranno non indifferente 
« peculio ; sicché a riduzione del totale di quest'opera, che ab- 
« braccia in sé reali e infiniti beni, compresa la somma elei 
«due. 2300, rilevano evidentemente YY. EE., che necessario 
« si rende il concorso della pubblica Carità consistente almeno 
« in ducati 3000 per questa sola volta, che servano al co- 
« stoso rifinimento di quel materiale, e a provedere ai bisogni 
« di tante forme occorrenti a una famiglia composta di 40 persone 
« e che forse si dilaterà ancora più, per la lusinga, in cui sono, 
« e per l' opera, con che efficace mente mi presto a ravvivare, 
« se fia possibile, alcun' altra delle Commissarie, già smar- 
« rita e come sepolta nella perdita del material del Collegio. 
« Quando a questa mia del pari necessaria, ehe rispetto- 
sissima istanza, che collima all'aspettazione di YY. EE. e 
« al comando dell' Eccellentissimo Senato dichiarito solenne- 
« mente nel suo statutario decreto del 20 settembre 1770, che 
« raccomanda con modi degni di Principe saggio e religioso 
« l' educazione della sua suddita gioventù a questo gravissimo 
« Magistrato, e che gli dà sacro impegno di contribuire tutti 
« quei mezzi, che valgano a compiere un' opera, che in so rac- 
« chiude vantaggio di Nazione e oggetto di Eeligione, quando 
« a questa mia istanza, dissi, corrisponda V approvazione di 
« YY. EE. e da qui mi succedano i pubblici assensi, che 
« debbo certamente con riverenza attendere ; sarà della virtù 
« di YY. EE., a mio onorato conforto, di prescrivermi i modi, 
« co' quali abbia a rendere il dovuto conto all'amministrazione, 
« e dell' uso da me fatto dei richiesto danaro, necessario allo 
« stabilimento di questo lavoro illustre : e allora che discenda 
« la grandezza del Principe anche a questo atto di liberale 
« munificenza, sarà indispensabile, che sollecitamente si veri- 
« fichi il dono, acciò senza ritardo ulteriore si porga mano 



134 LIBRO XVI, CAPO V 

« all' opera ; a cui col beneplacito YV. EE. sarà opportuna la 
« sopraintendenza del pubblico Architetto Cerato, dal quale 
« T EcceL mo Senato riporta continue prove di virtù e di fede 
« nel ragguardevole edilizio della pubblica specola, opera che 
« domanda diligenza non solo, ma tuttavia spazio conveniente 
« di tempo, perchè all' ottobre venturo sia tutto disposto e 
« fornito a comodo di questi sudditi, senza confusione o di- 
« fetta, e quello che più interessa, senza pericolo della loro 
« salute, che guastar si potrebbe, respirando i nocivi aliti di 
« una fabbrica di fresco lavoro. 

« Come poi ho indicato a VV. EE. di avermi assicurato 
«dell'annuo rilascio del 4 per cento sopra la rendita di eia- 
« scuno dei detti 32 individui beneficati, la stessa pratica posso 
«promettere a YV. EE. cogli otto Alunni almeno dipendenti 
« dalla Commissaria, detta Ravenna, che supplicano di avere 
« accesso a questo Monastero, nuovamente immaginato Colle- 
« gio, acciò tutto resti a supplemento degli annui aggravj da 
« incontrarsi necessariamente nella onesta retribuzione al Eet- 
« tore Ecclesiastico secolare, che si rende indispensabile per la 
« custodia e disciplina di essi Giovani, e perla dovuta mercede 
« a tre domestici, che tanto necessarj si rendono al servizio di 
« una così diffusa Famiglia. 

« Il rilascio dei 32 primi, fissato al 4 per cento sopra la 
«rendita, non porta che l'annua somma di circa due. 75: lo 
« comprendono YY. EE. dalla inserta num. 4. Forse altrettanto 
« può spremersi dalla supplicante Commissaria Eavenna, sup- 
« posti i pubblici assensi per la vendita del rovinoso Collegio. 
« Ora, come dunque col solo assegnamento annuo di circa 
«due. 150 può mai supplire a tante convenienze e dispendj? 
« Il Rettore, che dev'essere un uomo di buon senso, di onore 
« e di pietà, ogni ragione vuole certamente, che la giusta sua 
« ricompensa corrisponda alla fede e al merito proprio. Ai tre 
« domestici, o siano serventi, che portar debbono il grave pesa 
« delle fatiche e del giorno, determinar conviene la loro equa 
« ripartita mercede. L' uso del fuoco doverà essere indifferen- 
« temente comune a tutti ; siccome i lumi nei luoghi di pub- 
« blico accesso per quel Collegio: si aggiunga di più il bisogno 



ANNO 1528 — 1771 185 

« presso elio cotidiano occorrente di qualche ri stauro alla 
« fabbrica, che in tanti modi può chiederlo e oltre tant' altre 
« minuto cose. Come mai dunque supplirsi potrà a tanti gra- 
« vanii, tutti fermi e indispensabili, tutti col misero e solo 
« provvedimento di ducati annui circa 150? Non la mia rive- 
« rento opinione, ma il fatto medesimo chiaro parla alla spe- 
« rienza e al cuore di VV- EE., che rimarcabile è il dono del 
« Monastero, che la beneficenza dei due. 3000 per una volta 
« soltanto alle occorrenze della fabbrica e al necessario suo ap- 
« prestamente è insigne, ma che finalmente la base e il vitale 
« di questo nobile e grandioso lavoro sarà l'influenza di due. 250 
« almeno, che annualmente gli derivino dalla magnifica, pietosa 
« mano del Principe, colla conoscenza però e soggezione per- 
« petua di questo gravissimo Magistrato, unitamente all'annua 
« indicata somma di due. 150, che derivar doverà dai predetti 
« 32 nuovi ospiti e scolari in Padova, con quelli ancora del 
« Collegio Eavenna, e da altri, che ascritti fossero e accolti 
« in questo nuovo Collegio. Allora sì, VV. EE. sentir potranno 
« nel nobile animo loro la signorile compiacenza di vedere per 
« le sue mani eretta un'opera, e illustrata poi anche e resa 
« perpetua dalla sapienza delle lor leggi, che formi nuovo og- 
« getto di ammirazione, di decoro e di vantaggio comune. 

« Altamente rinunzino pure VV. EE. al pensiero di dar 
«lustro anche con tal mezzo a quella Università, cui degna- 
« mente presiedono, e di cooperare per siffatta via al vero bene 
« della suddita gioventù. 

« L'Eccel. rao Senato in più decreti religiosamente si espresse 
« di usare in opere pie de' beni fin qui posseduti da Enti Ec- 
« clesiastici : quale conforto gli sarà certamente, con qual nuovo 
« fregio per VV. EE. nel vedersi proposto un argomento, che 
« tende così linearmente a verificare le sue sovrane intenzioni, 
« perchè congiunge il pubblico col privato interesse e in sé 
« contiene ogni atto di cristiana pietà. 

« E qui colla maggior riverenza invoco ed attendo il ri- 
« putato consenso di VV. EE. in faccia all' Eccel. mo Senato 
« per questa pubblica, religiosissima causa, eh' è fatta mia pro- 
« pria dalla volontà di VV. EE. e dai comando del Principe. 



136 LIBRO XVI, CAPO V 

« E all' occasione medesima, riserbando ad altra mia divota 
« scrittura, comprensiva tutte le molteplici parti della vasta 
« materia, a dire della civile riforma data anche al Collegio 
« detto Ravenna, assoggetto alcuni punti economici sopra il 
« medesimo, che abbisognano d'essere convalidati dalla pub- 
« blica Autorità, 

« La configurazione di questo Collegio, come ho sopra- 
« esposto a YV. EE. per sé medesima è assai ristretta e mi- 
« sera; mentre gli Alunni ad esso appartenenti non hanno che 
« l'uso molto infelice e incomodo della casa, un meschinissi- 
« mo assegnamento di danaro, e qualche minuta occorrenza 
« della vita. Ora nell'applicazione, in che sono, a mio sugge- 
« rimento essendosi fatti gli attuali Commissari di questo a 
« migliorare possibilmente le rendite a benefizio e allettamento 
« de' scolari medesimi, mi hanno fatto osservare la vacuità per 
« la maggior parte degli anni dell'estrazione e talvolta anche 
« estratte dalla verificazione delle Grazie per Donzelle in ra- 
« gione di due. 20 per cadauna a conto di questa Commissa- 
« ria; a ciò corrisponde il foglio inserto num. 5. Siccome però 
« questo metodo viene qualificato dagli attuali Commissari ar- 
« bitrario troppo e offendente l' intenzione del Testatore, così 
« essi propongono, ed io trovo conveniente il progetto, di ri- 
« durre queste Grazie in num. di sei a due. 10 per una, e raf- 
« fermando per tal modo Y annuale immancabile estrazione e 
« verificazione delle Grazie medesime, procurare insieme qual- 
« che vantaggio alla Commissaria, acciò anche questo torni a 
« maggior comodo degli scolari. 

« Si compiacciano poi di rimarcare YV. EE., che codesta 
« Commissaria sino all'anno 1768 fu amministrata dai Reve- 
« rendi Pievani di san Geminiano, di san Giovanni in Bragora 
« e di san Giuliano di questa città, col benefizio di due. 3 per 
« cadauno all'anno in retribuzione dell'opera loro. 

« Com' è presente a YY. EE. per la sovrana legge, passò 
«al laico questa Commissaria ed ora fedelmente con decreto 
« del Principe viene governata dallo sp. e Guardiano e Vicario 
«prò tempore della parrocchia di san Geminiano; ma resta 
« tuttavia il benefizio dei due. 3 per cadauno ai Reverendi 



ANNO 1528 — 1771 137 

« Parrochi; sicché cessando loro il poso, crederei cortamente 
« che a cessare li avesse anche siffatta beneficenza. 

« E come a secondare ogni mio disegno ho trovata impe- 
« gnatissima con il maggior zelo ed onore la degna persona 
« del fedel Francesco Cabianca attuale Guardiano, per la fon- 
« data lusinga, che possa colla sua industria e applicazione 
« migliorare di molto quest'abbatuta Commissaria; così sarebbe 
« mio riverente parere, che annuendo 1? Eccel. mo 'Senato alla 
« estrazione annuale delle sei Grazie in ragione di due. IO 
« per una, alla sospensione in avvenire dell' annuo assegna- 
« mento de' due. 9 ai tre suddetti Pievani, volesse egli pre- 
« scrivere, che per questa identifica Commissaria continuare 
« debba nell'amministrazione della medesima il suddetto Ca- 
« bianca sia che col conoscimento di VV. EE. fosse ben ferma 
«e rimessa; e sempre coli' obbligo di dover d'anno in anno 
« rendere conto del suo governo all'autorevole Magistrato di 
« YY. EE., com'era costume in passato, secondo la determina- 
« zione 31 luglio 1620. 

« Eistringo ormai il mio divoto sentimento sulle parti di 
« questa interessante materia, che riguarda la novità in Pa- 
« dova di 32 Giovani almeno, invitati con annuo beneficio a 
« quello studio nella diversità dei tempi da Testamentarie di- 
« sposizioni. La mancanza finora corsa in quella città del mag- 
« gior' numero de' medesimi fu degna di correzione; perchè re- 
« stava così delusa la retta mente dei Testatori e la volontà 
« sovrana del Principe. Chiamati adesso all'obbedienza e aldo- 
« vere, ma senza familiare vigilanza e disciplina non sarà clif- 
« ficile, che non entri l'ozio, lo scandalo, e il dissipamento dello 
« spirito in essi. E a declinare dal quale grave inevitabile pe- 
« ricolo ; non resta che l' indicato sovrano mezzo della pub- 
« blica Munificenza, che piamente discenda a prestar loro gra- 
tuitamente il divisato Monastero; a porgere il necessario sov- 
« venimento degli enunziati due. 3000 per la riduzione della 
«Fabbrica e per altre esigenze domestiche; e finalmente ad 
« assicurare la sua sussistenza coll'annuo assegno di due. 250 
« almeno per le occorrenze tutte suespresse : tutto questo ve- 
« rifìcato, oltre al collocamento degli altri di Ravenna, ridotti 



13S LIBRO XVI, CAPO V 

« anche a stato migliore, purché condiscenda la pubblica Au- 
« torìtà alla libera vendita del Collegio nei modi sopraenun- 
« ziati, alla restrizione delle indicate Grazie, alla sospensione 
« dell'annuale corrispondenza ai Reverendi Parrochi e al co - 
« mando del fedel Francesco Cabianca di continuare nel go- 
« verno della Commissaria, perchè le procuri uno stato più 
« fermo e comodo, coil'obbligo però di rassegnare annualmente 
« l'opera sua a VV. EE., secondo la legge di questo gravis- 
« simo Magistrato, potrà sperarsi Y unione in esso Collegio di 
« altri alunni, attese le traccie, che infatigabiimente seguo 
« sopra alcune scordate Commissarie, e per tal modo sarà com- 
« pita un'opera che formi un decoroso vantaggio alla Nazione 
« e verifichi in qualche parte le religiose intenzioni e le pro- 
« vide massime dell' Eccel. mo Senato. 

« E alle marche di pubblica protezione e liberalità, che 
« crederanno VY. EE. di dover esteriormente imprimersi e per- 
« petuarsi nella fronte di questo luogo, si congiungerà nel- 
« l' interno la custodia e la disciplina, che tenda alla buona 
« riuscita della suddita Gioventù, raccomandata da più di due 
« secoli alla vigilanza e alla fede di YV. EE. 

« Ho già compito per questa parte senza rimproveri a ma 
« medesimo all' esercizio dell' obbedienza, che mi si deve. — 
« YV. EE. col saper loro bilancieranno il serio valore di que- 
« sta pubblica causa; e meritando il loro compatimento, sa- 
« pranno ancora nobilmente proteggerla. E se la si compia : 
« sarà questo l' unico segnalato mezzo di vedere verificati i 
« voti sovrani dell' Eccel. 1110 Senato, per opera benemerita e il- 
« lustre di YY. EE. 

« Padova, li 26 Novembre 1771. 

firmato Sebastian Foscarini Cav. r 



ANNO 1528 — 1771 189 

Seguono i cinque inserti, citati nel 'progresso della Scrittura, 

N.° 1. 

Copia. 

Addì 12 Novembre 1771 Padova. 

In obbedienza a' venerati comandi dell' Ill. mo Sig. K. Se- 
bastiano Foscarini deputato dall' Eccel. mo Senato alla regola- 
zione de' Collegi di questa Città, mi sono io sottoscritto por- 
tato alla visita della Canonica di S. Antonio di Vienna alla 
Porta Savonarola, unitamente a Capi Maestri Muratori Giu- 
seppe Maria Sabbadini e Domenico Cioto, per rilevare lo stato 
presente per quanto riguarda al Fabbricato, per darle il suo 
valore ed occorrente per fargli li necessarj ristauri, a fine di 
renderlo convenientemente abitabile. 

La Canonica di s. Antonio di Vienna, essendo stata co- 
stituita per uso di Comunità Eegolare, non è possibile, senza 
gran spesa ed alterazione di quasi tutta la Pianta, renderla 
ad uso di Casa privata per Gentiluomo o Cittadino. 

Neppure la struttura di detta Canonica può servire per 
fare diverse affittanze per povera gente o artigiana, essendo 
mancante di tutti li comodi necessarj per uso di tal gente, 
vale a dire Camini, Secchiari, Caneve, Soffitti ecc. il tutto se- 
parato. Questa fabbrica dunque non può servire che per qual- 
che altra Comunità religiosa, o per Ospitale, o per Collegio. 
E perchè la detta fabbrica non è ancora terminata non avendo 
al presente nel piano superiore che ventisei camere stabilite, vo- 
lendo rendere abitabili le altre Camere in gran parte appena 
principiate per dar alloggio a circa cinquanta Giovani comprese 
le ventisei Camere suddette, la spesa sarà eli circa ducati due 
mille trecento, — dico due. 2300. 

Questo è quanto con diligente esame, insieme con li sud- 
detti Capi Mistri, ho potuto rilevare dello stato della Cano- 
nica stessa 

firmato Dott. r Domenico Ceratto Architetto. 



140 LIBRO XVI, CAPO V 

Inserto N. 2. 



Copia. 



Ommisis 



In fatti se si riguardano tanto li riuioti, quanto li vicini 
tempi, sempre fu scarso assai il concorso de' Giovani studenti 
a quel Collegio, privo di ogni disciplina, dal che avvenne, che 
gravissimi si rimarcano anco li pregiudizi rissentiti dal mate- 
riale di quella antichissima quasi disabitata fabbrica, come 
venne di constatare anco ultimamente a V. E. nel sopraluogo ivi 
fatto, et in cui ebbi io Guardian attuale di S. Geminiano, come 
uno degli amministratori, l'onore eli personalmente servirla. 

Arduo poi, e presso che imponibile, è per noi ogni stu- 
diato ripiego, per incontrare il desiderio, che spiegò V. E. di 
procurar li modi onde ridurre l'antica e mal' acconcia Casa Ra- 
venna in Padova in istato di poter essere abitabile ad uso 
di Collegio. 

La perizia estesa per ossequiato di Lei comando fa ascen- 
dere la spesa occorrente per un semplice ristauro a due. 1525, 
quale col fatto noi siamo di parere, che riescir potrebbe anco 
maggiore, oltre gli annui indispensabili ristauri, che verreb- 
bero ad assorbire forse buona parte dell'annua ristretta rendita 
della Commissaria, quale oggidì affatto esausta non ha il modo 
d' incontrar una spesa anche incomparabilmente minore. 

Quindi è, che nella impotenza de' mezzi, crediamo in tal 
parte di proponere piuttosto, qualora ci venga dalla pubblica 
Sovrana autorità impartita la facoltà, che util cosa sarebbe il 
devenire della Casa stessa alla vendita per essere il tratto 
della medesima investito nel pubblico Novissimo deposito della 
Zecca alle 3 per cento, dal che deriverebbe un fonte di ren- 
dita alla Commissaria disponibile in quel modo, che più paresse 
alla prudenza di Y. E. e del Magistrato Eccel. mo per invitare 
agli studj e a buona educazione un qualche numero di Gioventù. 

Come però nel caso addottata fosse e ridotta ad effetto la 



ANNO 1528 — 1771 HI 

proposta vendita dell 1 enunciata Casa Ravenna in Padova, ver- 
rebbe di mancare l'alloggio divisato dal Testatore, così giun- 
toci sentore, che l'animo di V. E. coltivi il nobil pensiero di 
collocar anco altri Giovani studenti distinti per quella Univer- 
sità in alcun luoco di pio uso e addattato a forma di Collegio, 
con regole di ben intesa disciplina, così osiamo di supplicarla, 
acciò annoverar si degni e comprender fra il numero desse- 
gnato per il luoco stesso anco otto Giovani almeno col titola 
di studenti per conto della Commissaria Ravenna ecc. 



H2 LIBRO XVIj CAPO V 

Inserto N. 3. 

Copia. 

A dì 12 novembre 1771 Padova. 

In obbedienza ai venerati comandi dell' Eccel.™ sig. Cav. r 
Sebastiano Foscarini Dep. t0 dall' Eeeel. mo Senato alla regola- 
zione dei Collegi di questa Città, mi sono io sottoscritto por- 
tato alla visita dell'infrascritto Collegio unitamente ai Capi 
Mistri muratori Giuseppe M. a Sabbadini e Domenico Ciotto, 
per rilevare lo stato presente, per quanto riguarda il fabbri- 
cato, per dargli il suo valore ed occorrente per fargli li ne- 
cessari restauri, a fine di renderlo in uno stato conveniente 
almeno per abitarlo, ho ritrovato risultare dalle Polizze mi- 
nute, come segue: 

Collegio Eavenna a S. Leonardo. 

Il Collegio Eavenna esaminato nello stato pre- 
sente, come si trova, unitamente alli suddetti Capi 
Mistri, si ha giudicato valere in circa due. duemille 
ottocento trentaotto, lire due, soldi otto, dico due. 2833 : 2 : 8 

Per altro nello stato, che ora la detta casa si 
ritrova mancante di scala coperta, caneva, tinazzera, 
stalla, rimessa ecc. per uso di un benestante, sog- 
getta anco all' innondazione del vicino canale, si è 
giudicato di non potersi affittare più di ducati set- 
tanta all'anno a tutto rigore due. 70 : : 

Volendo poi ristaurare il detto Collegio soltanto 
del necessario bisogno, per contenere dodici scolari, 
che siano decentemente alloggiati, la spesa sarà di 
circa due. seicentoquaranta, cinque lire, dico . . due. 640 : 5 : 

Volendo in soffitta far n.° 10 camerini di Parò 
con lavemzete, porte, finestre, pavimenti e soffitti 
col necessario accomodamento, del coperto, la spesa 
sarà inoltre in circa di ducati ottocento ottanta, 
dico due. 880 : : 

firmato Doti Domenico Ceratto Architetto 

Tratta dall'autentica esistente presso S. E. il sig. Se- 
bastiano Foscarini Cav. r Deputato. 



AOO 1^28 — 1771 



143 



Inserto N. 4. 



Copia. 
Nota dei Testamenti a beneficio dei scolari di Padova. 



ducati 

4 per cadauno 80 



Commissaria Kecanati 


scolari circa 


nnm. 


Groffan 


scolari 


num. 


Adelrnari 


scolari 


num. 


Fabris 


scolari 


num. 


Contarmi 


scolari 


num. 


Lolvi 


scolari 


num. 


Tomitani 


scolari 


num. 


Salvi 


scolari 


num. 


Castaldi 


scolari 


num. 


Cocco 


scolari 


num. 


Per decreto dell' Eccel. rac 


» 


Senato scolari Cattaro 


num. 


Scolari 32. 


% 



34 



4 per cadauno 70 
1 40 
1 50 
8 per cad. circa 58 

5 per cad. circa 40 

1 38 
3 per cad. circa 35 

2 per cad. circa 60 

2 per cad. circa 70 



144 LIBRO XVI, CAPO V 

Inserto N. 5. 

Copia estratta dal libro intitolato Donzelle ammesse alla 
Grazia il giorno di S. Geminiano li 30 gennaro. 

Incomincia l'anno 1693. 

nel quale vengono dimostrati gli anni nelli quali si sono 

estratte le Grazie ordinate con testamento dal q. m Tommaso 

Kangoni da Eavenna. 

1693 — 30 gennaro — fu fatta l' estrazione. 

1699 — 30 gen.° — come sopra 

1703 — 30 gen.° — come sopra 

1711 — 30 gen.° — come sopra 

1713 — 30 gen.° — come sopra 

1715 — 30 gen.° — come sopra 

1721 — 30 gen.° — come sopra 

1723 — 30 gen. c — come sopra 

1725 — 30 gen.° — come sopra 

1727 

1728 

1729 

1730 

,,-«.. I Nelli controscritti anni 9, nel giorno 

:„ Q0 ( 30 gennaro fu fatta l'estrazione. 

1733 
1734 
1735 

1738 j Nelli controscritti anni 2, nel sud. 

1739 \ giorno fu fatta l'estrazione 
1741 — 30 gennaro — fu fatta l'estrazione. 
1745 — 30 gen.° — come sopra 
1770 — 30 gen.° — come sopra 

Data li 18 ottobre 1771. 

firmato Francesco Cabianca Guardiano del SS. mo Sagrami 
in S. Geminiano et Amministratore della 
Commissaria del q. m Tommaso da Ravenna. 



ANNO 1528 — 1771 145 

In seguito alla relazione del Cav. Foscarini trovasi il 'pa- 
rere dei Riformatori dello Studio ; nelV accompagnare 
la Scrittura testé prodotta di esso Cavaliere ; né posso 
esimermi dal soggiungere anche questo a pieno esau- 
rimento della proposta materia (1). 

« Serenissimo Principe. 

« Quella fiducia, che fondammo nell' animo nostro allora- 
« che piacque sapientemente a V. S. F incaricare il benemerito 
« N. H. ser Sebastian Foscarini fu Riformatore, alla continua- 
« zione, quantunque uscito, sopra la riforma dei Collegi e Sco- 
« lari in Padova dipendenti da testamentarie disposizioni, ci 
« Tenne con replicate prove dell' indefesso suo zelo e studio 
« all' importante materia pienamente corrisposta e verificata. 
« Ora però supera di gran lunga ¥ aspettazione nostra il nobile 
« e aggradito argomento, che ci assoggetta nella sua diligente 
« Scrittura, che con nostra intima compiacenza e persuasione 
« ci onoriamo di umiliare a V. S. 

« Riuscì egli validamente, come intenderanno con pienezza 
« VY. EE. dall' applaudita di lui Scrittura, di destare da lungo 
« ozioso letargo e rendere a vita operosa undici delle Commis- 
« sarie fra il numero di 33, che formano l'oggetto nobile della 
« sua Commissione. 

€ Rendono queste beneficio perenne e non spregevole a 
« 32 studenti in Padova colà chiamati dalla Dominante della 
« suddita Terraferma e Dalmazia senza ricovero però e disci- 
« plina che li tenga rifugiati a loro miglior comodo e avver- 
« titi al dovere e all' utile proprio. 

« Siffatto irregolare sistema costituiva necessariamente l'or- 
« dinaria inscienza del Magistrato nostro sopra i medesimi, e 
« però si mancava assaissimo e pressoché in tutto alla veri- 
« fìcazione di queste testamentarie disposizioni. Esse adunque 

(1) È anche questo nella medesima filza n. 104, Roma. Deliberazioni 
del Senato an. 1771 (expulsis). 

Cappelletti. Storia di Padova. II. 10 



146 LIBRO XVI, CAPO Y 

« saranno eseguite all' anno venturo e nel progresso ancora per 
« opera benemerita del N. H. Cav. predetto. 

« Ed ecco in uno salvi tre oggetti importantissimi di resa 
« giustizia, cioè, verso di benemeriti Testatori, di decoroso van- 
« taggio e di ferma obbedienza alle leggi del Principe. 

« Ma come poi egli pensò, che disconvenga e sia cosa af- 
« fatto pericolosa, con nuovo concorso di 32 giovani in Padova, 
« senza una f amili ar custodia e disciplina; che o gli astenga 
« dall' ozio o gli raffreni dalla libertà e dall' abbandono, così 
« provvidamente propone, e noi non sappiamo che applaudire 
« il suo religioso e prudente Consiglio, di apprestare ricovero 
« ad essi nel soppresso monastero di S. Antonio di Vienna in 
« Padova, affine di provvederli delle esigenze necessarie di 
« domestico uso, coli' opera di tre serventi, di prestarli alcun 
« bisogno indispensabile della vita, ma sopra tutto col salu- 
« tare e certo lodevole oggetto di sottoporli con espresse e 
« valide leggi unitamente al Magistero e al governo di un 
« Eettore Ecclesiastico secolare, che discretamente li osservi 
« ne' loro andamenti, li conforti ne' loro studj e li dirigga alle 
« vie di onore e di religione. 
« A conseguir tuttociò, che contempla, e in sé contiene il 

< più rilevante dei beni che possasi procurare e che somma- 
« mente attendono VV. EE. , non resta che il pubblico intiero 

< consenso, il quale statutariamente dichiari e disponga del 
« Monastero predetto ad uso e comodo di questa suddita gio- 

< ventù, coli' aggiunta largizione a questo incontro di due. 3000 
« Y. C. per rifinimento della maggior parte della Fabbrica e 

< per apprestamento di suppellettili e utensili, che indispen- 
« sabili sono alle occorrenze di tanta famiglia. 

« Essendo poi insufficienti i modi procurati possibilmente 
« dal benemerito Cittadino alla dotazione di questo Collegio 
« col rilascio del quattro per cento sopra il totale della ren- 
« dita dei prefati 32 Giovani, vi vuole, per supplire a più in- 
« dispensabili convenienze l' annua dote di due. 250 V. C. , a 
« costante premio del merito, che quotidianamente si anderà 
« procurando il contemplato Eettore, a giusto compenso delle 
« fatiche che porteranno i Serventi, a dovuto ristoro, che in 



ANNO 1528 — 1771 147 

« tanti modi poi può richiedere la Fabbrica e ad altre occor- 
re renze presso che giornaliere, comuni; e sempre infisse a de- 
« bito del materiale del luogo. 

« A questi gravami, prima eventuale e poi anche annuo, 
« considerati da noi necessarj per la grandezza dell'oggetto, 
« che in sé contiene, e dovuti in esecuzion alle massime par- 
« ticolarmente spiegate nel Decreto di VV. EE. 20 settem- 
bre 1770, che attende dall'obbedienza e dall'Offizio nostro 
« un fermo provvedimento alla educazione della suddita gio- 
« ventù, offerendosi anche V. S. a contribuire splendidamente 
« gli occorrenti mezzi a questo lodevole essenzialissimo fine : 
« a questi gravami, dissimo, non può soggiacere certamente 
« che una forza e grandezza di Principe. 

«Tanta perciò è la persuasione nostra per un'opera sì 
« segnalata e religiosa, e tanto è il nostro intenso desiderio 
« di veder compito un oggetto quanto nobile, altrettanto in- 
« teressante, sicché esibiamo da noi medesimi di assumere per 
« intiero li sopraddetti gravami, temporanei et annuali sopra 
« la Cassa del Magistrato, quantunque soggetta ad assai pe- 
« santi esborsi d' anno in anno ; ben certi, che il Senato, allor- 
« che necessità volesse, sarà disposto di somministrare dinaro 
« alla Cassa medesima. 

« Accresce poi anche grado di persuasione all'animo nostro, 
« per doversi a ciò determinare, l' oggetto di non controperare 
« al costume nostro et all'offizio in cui anche per splendido dono 
« di Y. S. siamo noi collocati, cioè, di non aversi a rimprove- 
« rare da noi medesimi eli permettere all' indifferenza nostra 
« la perdita del Collegio e Commissaria Eavenna, che infelice 
« e meschina da sé medesima aggiunge gradi di povertà colla 
« rovinosa defezione della fabbrica di quel Collegio. Chi rap- 
« presenta essa Commissaria invitato dal zelo attivo del pre- 
« detto N. H. Cav. Foscarini possibilmente a ristorarla coll'umi- 
« lissima scorta nostra e a mano con otto almeno de' suoi 
« alunni insta efficacemente per il gratuito ingresso di se me- 
« desimo in quel Monastero, ove si contempla di rifugiare li 
« 32 novelli studenti obbligati d' ora in poi alla permanenza 
« in Padova, 



148 LIBRO XVI, CAPO V 

« E come 1' anzidetta Commissione non può che assai lie- 
« veniente sovvenire i suoi alunni beneficiati, così carità vor- 
rebbe, che V. S. concorresse co' suoi voti Sovrani alla ven- 
« dita di quel cadente Collegio manimesso in ogni sua parte 
« dalla ingiuria del tempo e dell' abbandono per deficienza dei 
« modi, come risulta dalla Perizia del pubblico architetto Ce- 
« ratto, acciò il poco dinaro che si ricavasse passasse al de- 
« posito Novissimo alle tre per cento, e questo soave frutto 
« ristorasse il languore di questa povera Gioventù. 

« Tanto più potrebbe fare animarci alla disciplina e allo 
« studio, se qualche altro benché tenue suffragio le derivasse, 
« cioè alcun sopravanzo, che riuscir potesse in un dallo stabi- 
« limento a due. IO in luoco delli due. 20 per una delle sei 
« grazie per le Donzelle, che d' ordinario non si sono verificate 
« in menoma parte atteso sempre il misero stato della Com- 
« missaria. 

« In sì fatta maniera si assicurerà fermamente il suffra- 
« gio a queste povere figlie, si renderà giustizia alla inten- 
« zione del Testatore e si ritraerà qualche maggior soccorso 
« agli Alunni medesimi. 

« E a questo proposito, per dovere e giustizia non pos- 
« siamo nascondere a VY. EE. , che li tre Eev. Pievani di 
« S. Giminiano, di S. Giovanni in Bragora e di S. Giuliano 
« di questa città godono tuttavia 1' annuo lascito di due. tre 
«per cadauno in ricompensa dell'opera, che prima della so- 
« vrana legge 20 settembre 1767 prestavano alla Commissaria 
< medesima, la qual opera cessata in loro fu rimessa con pub- 
€ blica autorità al spet. Guardiano e Vicario prò tempore della 
« parrocchia di S. Giminiano. 

« Crederessimo però di giustizia, che fosse abolita questa 
« fruizione, ma abusiva, ai detti tre Pievani; e che essa for- 
« masse un nuovo fonte di providenza per questi Alunni. Come 
« poi si conosce a prova ardentemente impegnato al bene di 
«questa Commissaria l'onesta persona dell'attuale Guardiano 
« Rag. 10 Francesco Cabianca Dep.° , così stimiamo con riputato 
« consiglio del N. H. Cav. r suddetto, che YV. EE. imponessero 
« al medesimo Cabianca di dover continuare nell'Agenzia di 



ANNO 1S28 — 1771 149 

« tutta questa Azienda, affinchè colla sua industria e fede sia 
« ben rimessa e assicurata la medesima, con questo però, che 
« nella circostanza della vendita del Collegio sia fatto inteso 
« il detto N. H. Cav. r Foscarini, e debba annualmente assog- 
« gettare la propria amministrazione secondo la Terminazione 
« nostra 31 luglio 1620. 

« Chiuderemo la presente umilissima nostra Scrittura colla 
« divota compiacenza di poter promettere a VV. EE. la sua 
« felice riuscita anche sul pieno di questa seriosa materia 
« dell' indefesso studio , opera esimia e ferma costanza del 
« N. H. Cav. r predetto. 

« Il sovrano concorso di V, S. all' erezione di questo nuovo 
« Collegio, che accoglierà a un tempo stesso 40 sudditi almeno, 
« e forse più in seguito, provveduti del bisognevole alla vita, 
« coadjuvati dal servizio di tre domestici, assistiti e presidiati 
« dall'autorevole vigilanza di un Eettore Ecclesiastico Secolare, 
« e presenti sempre ai Magistrato nostro, sarà questo il più 
« bel lavoro della providenza pubblica e dell'onore, che desterà 
« emulazione e buon esempio anche negli altri molti sparsi 
« per quella Università, che con fermezza di protezione e cori- 
« corso di opere, fu sempre prediletta e confortata dalla So- 
« vrana autorità di VV. EE. — Grazie. 

« Data li 28 novembre 1771. 



Sebastian Gìustinian Rif. re 
Alvise Vallaresso Rif. re 



Andrea Tron Rif. re 



150 LIBRO XVI, CAPO V 

Anche la Deputazione straordinaria ad Pias causas e l'Ag- 
giunto sopra Monasteri erano stati interpellati dal Senato, 
circa la vendita del locale, designato e proposto per la resi- 
denza del Collegio in discorso. Le loro deduzioni si trovano 
nella medesima filza, e sono del tenore seguente : 

« Serenissimo Principe. 

« Alla giusta aspettazione di Vostra Serenità corrispon- 
de dono perfettamente le applicazioni indefesse del Magistrato 
« Eccellentissimo de' Riformatori dello Studio di Padova e del- 
« V Eccel. rao Sig. r Sebastian Foscarini Cav. r nelle due unite 
« scritture sopra l' interessante argomento della contemplata 
« riforma dei Collegi e Scolari in quella Università, dipendenti 
« da Testamentarie disposizioni. Saprà discernere la matura 
« sapienza dell' Eccel. mo Senato quanto importi la buona insti- 
« tuzione della Gioventù, eh' è il primo fondamento dell' Uomo 
« per la pratica de 1 suoi doveri verso la Religione, la Patria, 
« e la Famiglia ; e di quanta utilità per conseguenza si ren- 
« dano le benemerite scoperte delle undici Commissarie fra 
« il numero delle trentatrè a questo essenzialissimo oggetto 
« fondate. 

« Ma l' uffizio nostro dovendosi restringere nelle deman- 
« date commissioni al solo punto della disposizione della Ca- 
« nonica già soppressa di S. Antonio di Vienna in quella città, 
« prima abitata dai Canonici Regolari di S. Salvatore, non pos- 
« siamo dispensarci dal rassegnare, che il libero dono della 
« medesima per il Sovrano Decreto 5 dicembre 1770 si trova 
« soggetto alle strettezze di Parte sola presa coi quattro quinti 
« dell' Eccel. mo Collegio e Senato. A ciò si aggiunge, che sa- 
« rebbe questo il primo esempio, e' non essendo ancora seguite 
« le necessarie stime e perizie del luogo se ne ignora anche 
« il valore. 

« Nel desiderio però di conciliare le provvidenze econo- 
« miche stabilite per la preservazione dei Capitali provenienti 
« alla Cassa Civanzi dalla vendita dei suoi fondi colla impor- 
« tantissima esigenza di dar pronto ricovero agi' indicati 



ANNO 1528 — 1771 151 

« studenti, crede l'ossequio nostro di poter suggerire, che previe 
« le occorrenti Perizie fosse data facoltà all' Aggiunto sopra 
« Monasteri di poter convenire col Magistrato Eccel. mo de 1 Ri- 
« formatori, ovvero coli' Eccel. mo sig. cav. r Foscarini,peculiar- 
« mente incaricato sopra le accennate Commissarie, per il 
« prezzo e consegna della ricercata Canonica col suo circonda- 
« rio chiuso di muro, avendo in riflesso il peso della uffizia- 
« tura, delle suppellettili sacre e del ristauro della Chiesa ; 
« i quali gravami dovranno cessare alla Cassa Civanzi, e tras- 
« ferirsi a carico del Magistrato acquirente. 

« E poiché le Casse di questo non sono oggidì in grado 
« di esborsare il Capitale, che nel detto modo verrà fissato ; 
« perciò 1' equità pubblica, attesa la singolarità dell' oggetto, 
« che non dovrà mai fare esempio per altri casi, potrebbe 
« permettere, che delle Casse del Magistrato de' Riformatori 
« fosse contribuito alla Cassa Civanzi il prò del tre per cento 
« sopra il capitale medesimo colla facoltà di affrancarsi in qua- 
« lunque tempo. Per tal modo ci sembrano salve le Pubbliche 
« massime sopra i Capitali e li fondi devoluti alia detta Cassa 
« Civanzi, e somministrati insieme li mezzi, che sono neces- 
« rj, e che non ammettono ulterior dilazione, per raccogliere 
« e tenere in disciplina gli studenti beneficati dalla vera pietà 
« di tanti Testatori. — Grazie. » 

Data dalla Conferà della Deputazione Estraordinaria ad 
Pias causas ed Aggiunto sopra Monasteri li 30 Novembre 1771. 

Zan Ant.° Da Riva Dep.° Estraord. sopra Monast. 
Alm.° Duodo Agg.° sopra Monasteri 
Andrea Querini Dep.° Estr. Aggiunto 
Alvise Yallaresso Dep.° Estr.° Agg.° 

Ho portato fin qui le più importanti scritture e documenti 
relativi a questo specialissimo affare della riduzione o concen- 
trazione de' Collegi esistenti in Padova nell'unico e nuovo 
Collegio di San Marco. Molte altre scritture e documenti 



152 LIBRO XVI CAPO V 

relativi ad esso ed alla sua sistemazione si potrebbero inoltre 
dare alla luce, i quali si trovano tutti nella medesima filza 104 
del Senato 1771 {Roma expulsis). Ma poiché, per dar luogo 
ad esse, più e più pagine occorrerebbero, le quali mi allonta- 
nerebbero di troppo dal filo della Storia, che sto narrando ; 
perciò mi contenterò di portare qui F ultimo definitivo decreto 
del Senato, che ne fu conseguenza, e eh' è del tenore se- 
guente (1) : 

*1772. 4 Giugno, in Pregadi. 

« Una giusta occasione di compiacenza recano a questo 
« Consiglio li benemeriti Eiformatori dello Studio di Padova 
« colla scrittura, che in ora s' è intesa, poiché con essa viene 
«esibito l'annuncio dei progressi, che risultano alla riduzione 
« del nuovo Collegio in Padova, comandato col decreto 7 di- 
« cembre 1771, nella già soppressa Canonica di Sant'Antonio 
« detto in Vienna. E alla loro gradita comparsa prestato aven- 
« dogliene motivo la relazione a loro prodotta dal dil. mo N. H. 
« Sebastian Foscarini Cav. r deputato ai Collegi, il Senato ri- 
« ceve perciò argomento per laudamelo pienamente, siccome 
« ben lo meritano F attenta cura, il zelo indefesso ed il fer- 
« vore costante, che per secondar così nobili ed interessanti 
« oggetti della pubblica grandezza vi ha egli impiegato. 

« Con obbedienziale plausibile impegno alla pubblica com- 
« missione addossatagli adoperatosi però il benemerito citta- 
« dino, s' intende dalla predetta scrittura dei Eiformatori dello 
« studio e più diffusamente dalla nominata di lui relazione in- 
« contrata non solo, ma con esuberanti modi, ogni vista del- 
« V incarico tanto in linea di fabbrica colla riduzione delle 
« stanze al num. di 57 in luogo delle 50 promesse, e con no- 
« biltà e perfezione di lavoro formate, quanto in fatto di ri- 
« stauro prestato e da prestarsi alla molto estesa circonferenza 
« di quel materiale ed in linea di suppellettili per le stanze 

(1) Lo si trova nella filza n. 810. Deliberazioni del Senato 1772. Ret- 
tori. — Senato Secreta I, filza 331. 



ANNO 1328 — 4772 153 

« ed altro occorrevole agli usi d' una grossa famiglia ; per le 
« quali espresse esigenze delle decretate lire 24 mille impie- 
« gatene 23 mille seicento e trenta, come apparisce dal foglio 
« inserto accompagnato dalla commendabile delicata esattezza 
« del N. H. Cav. e predetto, sentesi che a perfezionare tuttociò 
« per giudicio dei Periti nelle arti respettive e sui fondamento 
« delle esibite polizze occorra l' altra tenue sómma di du- 
« cati 500 V. C, la sapienza del Senato non comportando che 
« resti giacente un così ben incamminato nobile e interessante 
« stabilimento, acconsente che sia questa corrisposta, come lo 
« fu l' altra summa, dalla Cassa Studio di esso Magistrato, 
« onde colla medesima proseguir possa a compimento dell' 0- 
< pera nelle utili sue applicazioni il predetto zelante Citta- 
« dino, il quale farà parimente eseguire il proposto esteriore 
« modello indicante la pubblica padronanza e protezione, e 
«mentre dall'Autorità di questo Consiglio viene questa pie- 
« namente accordata, si permette pure ad ulterior significazione 
« della medesima che resti detto Collegio a norma di quanto 
« vien suggerito dal deputato predetto col nome di Collegio 
« di San Marco contraddistinto ; e del pronto concorso pub- 
« blico alli cenni tutti col mezzo dei sunnominati Riformatori 
« dello Studio prodotti; avrà egli un eccitamento maggiore di 
« impegnare il zelo suo in questo affare, che gli meriterà 
« quelle laudi e sensi di -approvazione, che in ora pur gli si ri- 
« petono giustamente. 
+ 112 

— 1 

— 1 

« Giambattista Pizzoni Seg. rio » 

Chiuderò questa lunga ed interessante materia coli' avver- 
tire, che le regole e le discipline relative a questo Collegio 
furono per ordine pubblico mandate alle stampe. Né ulterior- 
mente mi fermerò su questo argomento, il quale per darne pro- 
gressivo sviluppo mi ha condotto sino all'anno 1772. Ora poi 
riassumo il filo della interrotta narrazione. 



151 LIBRO XYI, CAPO VI 

CAPO VI. 

Vertenze con la Coyote di Roma pel diritto 
di Laurea dottorale. 

Abbiamo veduto di sopra (1), che sino dall'anno 1263 il 
vescovo di Padova, ch'era Giovanni Forzato, aveva provocato 
dal papa Urbano IV una bolla, che gli assicurava il diritto di 
preminenza nell'Università, per la quale gli aspiranti al ma- 
gistero dovessero sostenere gli esami solenni alla presenza del 
vescovo e dei professori dell'Università; e con ciò venisse as- 
sicurata la sua giurisdizione episcopale, coerentemente alle co- 
stumanze di quei secoli di mezzo. Ed il papa, con la sua 
bolla, approvando lo statuto universitario, che tal cosa, se- 
condo gli usi di allora prescriveva, aggiunse, essere nulla qua- 
lunque promozione, che in altra guisa avvenisse; — e per non 
essere da meno nelle esigenze di quei secoli, in cui con la mi- 
naccia di scomunica si vincolavano le persone, le comunità, i 
governi, per indurli ai proprii voleri; — dichiarò scomunicati li 
trasgressori di quelle discipline. 

Lo statuto apparteneva da prima al collegio dei Uggisti, 
al quale andava annessa la qualificazione di sacro ; cosicché 
sacre se ne reputavano tutte le discipline; e queste miravano 
alla retta ed onorevole scelta dei professori, che dovevano dalla 
cattedra ammaestrare gli aspiranti al dottorato di leggisti. 

Quando poi sorse, in sul declinare del secolo XIII, il col- 
legio dei filosofi e dei medici, detto degli artisti; qualificato 
anch'esso col nome di sacro; furono anche a questo applicate 
le medesime discipline, i medesimi diritti, i medesimi privi- 
legi; e perciò sottoposto anch'esso alle pontificie ingiunzioni 
e minaccie della sunnominata bolla di Urbano IV. 

Le cose procedettero in questa guisa sino ai tempi del 
pontefice Pio IV, il quale possedè la sede apostolica dall'anno 
1559 al 1566. Egli, con apposita bolla, comandò, che i laureandi 

(1) Nella pag. 116. 



INNO 1560 — 1612 155 

dovessero fare, pria di tutto, pubblica professione di fede 
cattolica, apostolica, romana e di prestare vera obbedienza al 
romano pontefice. Questa bolla tolse allo studio di Padova un 
grande numero di scolari oltramontani ; di quelli principalmente, 
che vi venivano ad imparare la medicina; i quali per ciò di- 
ventarono inabili al dottorato. 

In tale frangente spiacevole, il corpo dell'Università ebbe 
ricorso al Magistrato dei Riformatori dello Stadio. Ne fu reso 
consapevole il Senato, perchè lo Studio intanto andava note- 
volmente depauperando. Il Senato, incaricò l'ambasciatore ve- 
neziano, residente in Soma, di porre sott' occhio al Pon- 
tefice l'importanza e l'eccellenza dell'Università patavina, 
che aveva dato al mondo e alle scienze personaggi rag- 
guardevoli in diversi gradi sociali, ed anche degni di essere 
poi decorati della dignità cardinalizia; utili e di decoro alla 
Santa Sede; e particolarmente nel Concilio di Trento viene 
espresso il desiderio, che i dottori leggenti siano cattolici, af- 
finchè gli oltramontani ascoltassero le vere massime nell'atto 
di venire adescati a frequentarne le lezioni, senza imporre ad 
essi nuove obbligazioni. Ma Roma non deviò dalle sue mas 
sime: insistè per l'esecuzione della bolla. 

In più luoghi dei registri Senato, contemporanei a questa 
vertenza, si trovano mandati agli ambasciatori veneziani resi- 
denti in Roma ingiunzioni ed ordini sulle rimostranze da farsi 
al Pontefice. Troppo lungo sarebbe il trascriverne il tenore. 
Mi limito perciò a commemorare soltanto le varie epoche, ac- 
ciocché sia facile a chi volesse leggerle il rintracciare. Esse 
esistono nei Registri della Cancelleria secreta, sotto la classi- 
ficazione delle Deliberazioni. — Roma, dall'anno 1560 al 1565: 
e sono — de\17 febbraio 1564 more veneto ; cioè, del 1565 — 
de' 6 ottobre 1565; — de' 3 novembre dello stesso anno; — 
de' 6 febbrajo dell'anno stesso, more veneto, cioè del 1566. 

Ma vedendo il Senato F inutilità delle sue premure, per 
le quali, valendosi del proprio diritto di sovranità, voleva re- 
golare e dirigere i suoi sudditi e gli affari del suo Stato come 
parevagli meglio, per l'onore e per lo buon ordine di questo; 
deliberò, che, rimanendo pur inviolabile la bolla, non avessero 



156 LIBRO XVI, CAPO VI 

gli oltramontani ad essere esclusi dallo Studio ; al che gli au- 
torizzava la legge statutaria, la quale dichiara, potersi otte- 
nere il dottorato, anche fuori del sacro collegio, alla presenza 
del Eettore dell'Università, del Notaro, e coir intervento dei 
pubblici professori. E così per questa deliberazione rimase in- 
direttamente esclusa la necessità del giuramento voluto dalla 
bolla. 

Di qua prese origine il Collegio veneto, di cui, senza ul- 
teriori dichiarazioni, rimase sanzionata la fondazione, in vigore 
di un decreto del Senato del giorno 5 ottobre 1612, il quale 
stabilisce, — che non possano essere creati Notari né Dottori da 
chicchesia, nello Stato Veneto, per privilegio di principi esteri. 
— Col qual nome ài principi esteri, esclude vasi qualunque altro 
modo di conferire laurea agli studenti dell' Università, fuorché 
per l'autorità della repubblica, la quale in casa sua, conside- 
rava quell'atto meramente civile e di esteriore sociale influenza, 
siccome un atto di sua piena ed assoluta giurisdizione, per cui 
agli aspiranti largiva il benefìcio della propria liberalità. E 
qui ognun vede, che col nome di principe estero, trattandosi 
di cosa meramente civile, il Senato intende anche il papa. 

Di qua pertanto cominciarono tutti i Notari dello Stato a 
sottoscriversi pubblico notaro auctoritate veneta; e ne furono 
tolti gli abusi introdotti da straniere esigenze. 

Il Decreto, del quale ho qui parlato, è il seguente (1): 

« 1612. addì 5 ottobre in Pregadi. 

«Non dovendosi maggiormente differire la provisione ne- 
« cessaria per rimediare all'abuso introdotto non solo nel par- 
ticolare delle legittimazioni, che vengono fatte nello Stato 
«nostro per privilegio di altri Principi, ma anco intorno al- 
« l'autorità esercitata da molti col medesimo privilegio della 
«creatione de'Nodari et Dottori; sia per l'autorità della Si- 
< gnoria Nostra, ch'ò materia di quella somma importanza che 
«può essere da cadauno benissimo conosciuto; 

(1) Esiste nel Regisiro Senato. Terra, filza num. 203. 



INNO 1612 157 

«L'anderà parte, che salva et riservata la deliberatione 
« di questo Consiglio de' 30 luglio 1567 in materia di legitti- 
me mationi, sia a quella aggiunto et fermamente deliberato, che 
«tutti quelli che nell'avvenire pretenderanno farsi legittimi per 
«privilegio; debbano ottener le legittimationi suddette dalla 
«Signoria Nostra con l'autorità di questo Consiglio et non al- 
« tornente, con quelli ordini e regole, che da esso saranno par- 
« ticolar mente dichiarati et statuiti; come parimenti non pos- 
«sano a modo alcuno esser creati Nodari né Dottori nello 
« stato nostro da chi si sia che havesse autorità per privilegio 
«d'altri Prencipi. Dovendo anco intorno a ciò esser posta nel 
« ditto Conseglio quella regola et forma che sarà giudicata 
«necessaria et conveniente; Et ogni altra legittimatione o 
«elettone, che dopo la presente parte fosse ottenuta; sia et 
« tf intendi nulla et di niun valore et come se fatta non fosse. 
«Dovendo la presente deliberatione haver luoco in questa- 
« Città et in tutto lo Stato nostro; et sia pubblicata sopra le 
« scale di San Marco et di Rialto et mandata a tutti li Rettori 
« così de Terra come de Mar, acciò sia pubblicata et registrata 
«in quelle Cancellerie et dove farà bisogno et, pubblicata o 
« non, abbia et haver debba la sua intiera esecutione. 

+ 82 

— 22 

In seguito a questo decreto, nello stesso registro si trova 
per intiero trascritta anche la parte presa, indicata di sopra, 
del 30 luglio 1567 sopra il medesimo argomento ; ed è così : 

« Fu diliberato per questo Consiglio l' anno 1567 a' 30 di 
« luglio, che le legitimationi per privilegiò non havessero 
« luoco contro la disposizione delle ultime volontà de' defonti 
« et come in quelle ; et essendo necessario provedere ad altri 
« inconvenienti in questo proposito. 

«L'anderà parte, che salva et riservata la sopraddetta 
« parte di 30 luglio 1567 sia a quella aggionto et fermamente 
« deliberato, che tutti quelli, che nell'avvenire pretenderanno 



15S LIBRO XVI, CAPO VI 

« farsi far lecitimi per privilegio, debbano ottenere le delibe- 
« rationi della Signoria Nostra con l' autorità di questo Consi- 
glio et non altrimenti; sì che ogni altra legitimatione otte- 

< nessero, sia et s' intendi nulla et di niun valore, et come se 
« fatta non fosse ; et acciocché in tal materia sia rimossa ogni 
« occasione di contesa et lite ; sia dechiarato, che li beni delli 

< agnati di quelli legitimati, che moriranno ab intestato, deb- 
« bano devenire in quelli heredi o successori a' quali per le 
« leggi aspettano. Ma se a richiesta del padre sarà dalla Si- 
« gnoria Nostra con l' autorità sopradetta legitimato alcun 
« figliuolo ; vaglia la legittimatione et sortisca il suo effetto 

< nelli beni del padre che possedesse al tempo della sua morte 

< liberi . né possi esso legitimato etiam per testamento del 
« Padre haver maggior beneficio di quello, haverà alcuno delli 
« figliuoli legitimamente nato ; essendo ferma intentione di 
« questo Consiglio che tal legitimatione non possi pregiudi- 
« care in modo alcuno alli figliuoli nati di legitimo matri- 
« monio nelle loro portioni. Et la presente deliberatone hab- 
« bia luoco in questa Città et in tutto lo Stato nostro; et sia 
« pubblicata spora le scale di san Marco et Rialto et man- 
« data a tutti li Rettori così da Terra come da Mare ; acciò 

< sia publicata et registrata in quelle Cancellerie et dove farà 
« bisogno ; et publicata o non, abbia et haver debba la sua 

< debita esecutione. » 

Ho voluto inserire anche il tenore di questo decreto, per- 
chè ad esso appoggiò il Senato l'altro decreto 5 ottobre 1612, 
col quale viene abolita qualunque autorità, estranea allo Stato, 
di legittimare figliuoli naturali. A prima vista non saprebbesi 
come conchiudere, che questo decreto potesse riferirsi a lau- 
rea dottorale. Ma convien dire, che, per non pronunziare espli- 
citamente un decreto, in opposizione assoluta coli' ingiunto giu- 
ramento papale, meglio fosse il pigliarne argomento da leggi esi- 
stenti di già, ed adattare queste allo scopo che se n' era prefìsso. 
Perciò; sotto lo specioso pretesto della legittimazione dei figli 
spurii, della quale ogni principe estero veniva spogliato negli 
stati venuti^ e della quale quel decreto parlava, fu compresa 



ANNO 1612 — 1G16 159 

collettivamente» anche l'altra prerogativa di creare notar i e dot- 
tori; dicendosi in quello, che non possono essere creati Notari 
nò Dottori da chicchessia, nello stato Veneto^ per privilegio di 
principi esteri. Ora, se per privilegio di questi non potevano 
negli stati veneti essere creati Dottori, ne veniva di neces- 
sità, o che dagli Stati Veneti dovessero essere esclusi tutti i 
Dottori, o che non ve ne potessero esistere se non creati dal- 
l' autorità veneziana. Ed ecco quindi alla sola autorità del Se- 
nato appartenere il diritto di creare Dottori. E se a lei sola 
il diritto di crearli; a lei sola il diritto altresì di stabilirne 
le discipline e le regole relative. Ed ecco quindi resa frustra- 
nea V esigenza di qual si fosse giuramento. 

A sanzionare poi deliberatamente la giurisdizione, libera 
e indipendente da chicchessia, di creare dottori e conferire ad 
essi le insegne dottorali, e senza l'obbligo di qualunque for- 
malità voluta da principi estranei; il Senato, con altro decreto 
del 22 aprile 1616, richiamò in vigore le regole statutarie e 
le scolastiche consuetudini dell' Università, circa il dare agli 
scolari poveri le insegne del dottorato. 

Ed il nuovo decreto è questo, che qui soggiungo (1) : 

« 1616. 22 Aprile in Pregadi. 

« Essendo stato per deliberatione di questo- Consiglio le- 
« vato alli Conti Palatini di crear dottori nello stato nostro 
« con autorità di altri : né dovendosi per ciò interrompere li 
« statuti dello studio nostro di Padova, di dare -le insegne del 
« dottorato nelle arti, alli scolari poveri et altri secondo le 
« scolastiche consuetudini ; però 

« L' anderà parte, che dalli Reformatori dello Studio pre- 
« detto sia dato carico per anni tre ad uno del Collegio de i 
« Artisti con titolo di Presidente, di conferire secondo lo stile 
«et assistenza sempre usitata, il grado di Dottore ; Auctori- 
« tate veneta, gratis; alli sopracletti. Dovendoli esser fatto il 



(I) Senato. Terra, deìla Cancelleria secreta sotto l'anno 1616. 



160 LIBRO XVI, CAPO VII 

« Privilegio in forma dal Nodaro dell' Università, giusta Y or- 
« dinario. Et immediate passati li tre anni sia da essi Rifor- 
« matori posto un altro in loco di quello, che haverà finito, 
« con la medesima autorità, et cosi di tempo in tempo sii 
« osservato. 

+ 144 

— 3 

— 6 

Lect. Collegio die 22 aprilis 
in Senatu. 

Ed ecco la fondazione solenne e permanente del Collegio 
Veneto Artistico ; cosicché quind' innanzi fu conferita la lau- 
rea dottorale, prescindendo dalla bolla e dall' intervento del 
Vescovo di Padova, e fuori del Sacro Collegio. 

Ma il vescovo, a cui avrebbe piacciuto ingerirsi anche nei 
dottorati di Veneta autorità, fece non pochi tentativi, per con- 
servare la sua preminenza sull' Università ; ma i suoi tenta- 
tivi suscitarono nuovi torbidi. Perciò il Senato fu costretto a 
comandargli autorevolmente di contenersi in ciò come si con- 
viene a buon suddito. Ned egli potè opporre ulteriore resi- 
stenza: obbedì; ed il contrasto terminò di reciproca soddis- 
fazione. 

CAPO VII. 

Sistemazione del Collegio veneto artista. 

La più importante di tutte le discipline stabilite dalla 
magistratura dei Riformatori dello Studio, per la retta siste- 
mazione del Collegio veneta artista, fu il determinarne tassa- 
tivamente le attribuzioni ed i diritti del presidente. — Egli, 
in vigore del decreto, testò recato, 22 aprile 1616, 

I. stava in carica per tre anni, che talvolta venivano por- 
tati a periodo più lungo ; 
IL godeva preminenza di posto, come capo del Collegio; 



ANNO 1616 — 1088 1G1 

III. custodiva ruma contenente i tomi o quesiti poi dottorato; 

IV. sorvegliava all'estrazione dei quesiti nell'esame dei lau- 

reandi ; 
V. non aveva facoltà di argomentare nei dottorati ; 
TI. assegnava a ohi doveva essere laureato il promotore al 
dottorato ; 
TIL proponeva nelle recite il Capo- Medico; 
TIII. percepiva in ogni dottorato di questo collegio una spor- 
tola di lire 9:6. come professore, e di altre lire 9:6, 
come presidente ; 
IX. di pubblica autorità eleggeva e dichiarava dottore lo 
scolaro, impartendogli la facoltà di esercitare gli atti 
competenti ai dottori e permettendogli di ricevere dal 
suo promotore le insegne dottorali ; 
X. legittimamente impedito, veniva surrogato; per termi- 
nazione 11 settembre 1768, del Magistrato dei Rifor- 
matori; dalla prima cattedra di Medicina teorica, ed 
in mancanza di questa, dalla prima di Medicina pratica. 

CAPO TIII. 

Fondazione del Collegio Veneto leggista. 

Tista la buona riuscita; che ottenne la fondazione del col- 
legio veneto artista, fu aperto, per decreto 24 maggio 1635, 
un collegio veneto anche ai leggisi!, decorato delle stesse pre- 
rogative ; col di più (che non godeva quello) di formarsi par- 
ticolari Statuti, i quali nel 1649, sottomessi all'esame dei Ri- 
formatori, furono poscia approvati dall' autorità del Senato. 

' Il decreto, col quale fu istituito questo nuovo collegio, è 
il seguente ; 

« 1635. 24. Maggio in Pregadi. 
« Fa deliberato da questo Consiglio l'anno 1616 22 aprile, 
« che dalli Riformatori dello studio di Padova fosse dato ca- 
« rico per tre anni ad uno del Collegio de Artisti, con titolo 
« di Presidente, di poter dare il grado di Dottorato gratis, au- 
« ctoritate Veneta, nelle arti a Scolari poveri et altri secondo 

Cappelletti. Storia dì Pudova II. 11 



162 LIBRO XVI, CAPO Vili 

« le antiche consuetudini dovendoli esser fatto il Privilegio in 
« forma dal Nodaro dell' Università giusta l' ordinario, et im- 
« mediate passati li tre anni sii da essi Eeformatori eletto un 
« altro in suo luoco et così di tempo in tempo sii osservato. 
« Et perchè nelli Statuti dell' Università dei Legisti et anco 
« in quelle de Artisti è espressamente deciso, che li privilegi 
« et gratie concesse ad una Università s' intendino anco con- 
« cessi all' altra ; et perciò la medesima deliberatone seben 
« parla solo dei Dottorati nell' Arti deve ancora haver effetto 
« nelle Leggi : Però 

« L'anderà parte , che la suddetta deliberatione 22 a- 
« prile 1616 s' intendi esser comune et abbracciare anco l'Uni- 
« versità de' Legisti, in modo che possino essi godere il be- 
« neficio di essa, come fanno di tutti gli altri Statuti et pri- 
« vilegi concessi all' Università de Artisti. 

« Et da mò sii preso, che dalli Riformatori del Studio' 
« predetto sii dato carico per tre anni ad un Dottor dell'Uni- 
« versità de Legisti, con titolo di Presidente di conferire se- 
« condo lo stile et assistenza sempre usitata, il grado di Dot- 
« tore in legge Auctoritate veneta, gratis alli sopradetti, doven- 
« doli esser fatto il Privilegio in forma dal No taro dell' Uni- 
« versità, giusta l' ordinario ; et immediate passati li tre anni 
« sii da essi Reformatori posto un altro in luoco di quello, 
« che haverà finito, con la medesima autorità, et così di tempo 
« in tempo sii osservato. 

« Et siano inoltre confirmati li sette Capitoli aggionti 
« dalla Nazion Alemana nel Studio di Padova nella riforma 
« da essa fatta il presente anno de' suoi Statuti, quali pure 
« di novo siano tutti confìrmati, come raccordano li Reforma- 
« tori del medesimo Studio nella loro informatione hora letta. 
4- 140 

— 1 

— 10 

« L. M. C. 
« Paulucci Sec/ 10 
« Portata, notata dalli Ecc." 10 Sig. ri Reformatori et L. C. 



ANNO 1635 — \U9 163 

L'altro decreto poi, con cui nel 1649 il Senato incaricò 
i Eiformatori dell'esame degli Statuti di questo Collegio è il 
seguente, che qui trascrivo (1). 

1649. Adi Vili maggio, In Pregadi. 

« Ha giudicato il Presidente con altri Dottori del Colle- 
ge gio Veneto eretto del 1635, ad istanza della Natione oltramon- 
« tana per stabilimento del medesimo Collegio formati alcuni 
« Capitoli, li quali mandati alli Riformatori dello Studio, perchè, 
« da loro veduti, siano da questo Consiglio confermati ; però 

« L'anderà parte, che sia per autorità di questo Consiglio 
« rimessa la cognitione de' medesimi Capitoli alli suddetti Ri- 
« formatori, li quali, bene da loro considerati e con la solita 
« prudenza di quel Magistrato giudicati proficui, siano confer- 
me mati da questo Consiglio, dando insieme per l' esecuzione gli 
« ordini, che giudicheranno proprj. 
4- 67 

— 

— 8 

« Alvise Querini SegP » 

Immediatamente, nella medesima filza, seguono gli Sta- 
tuti summentovati, compresi in 29 capitoli; i quali poscia, 
con apposito decreto, furono dal Senato approvati. 

Aggiungerò, che alla nazione Alemanna era stato concesso 
particolare privilegio di avere un protettore, scelto tra i pub- 
blici professori, sì per quelli, che aspiravano alla laurea di Ar- 
tisti, come anche per quelli, che avessero aspirato alla laurea 
di Leggisti, secondo le regole e gli statuti dei due collegi 
veneti. Ed agli studenti di essa nazione erano concessi parti- 
colari discipline e statuti (dei quali si ha il tenore nella 
Filza 373, Senato, Terra, maggio 1635) ; acciocché potessero 
partecipare a tutte le prerogative universitarie, che d' altronde 
sarebbero state tolte loro per la sopraccennata bolla di Pio IV. 

(1) Dal Registro de* Riformatori, cari 477: — l'Originale è nella Filza, 
Senato, Terra, an. 1649, mese di maggio. 



164: LIBRO XVI, C1PO IX 

Per brevità mi astengo dal commemorare moltissime al- 
tre discipline, che regolavano e i due suindicati collegi ed il 
protettorato Alemanno ; né mi fermerò ad esporre la serie pro- 
gressiva dei decreti, che furono nei varii tempi emanati e dal 
Senato e dai Eiformatori relativamente al buon ordine ed alla 
disciplina dello Studio, il quale, siccome il bello ed onorevole 
ornamento di Padova, fu dalla Repubblica di Venezia acca- 
rezzato e favorito dal tempo in cui Padova, le si diede, sino 
agli ultimi giorni di sua esistenza. 

Cospicui furono altresì, e da provvide discipline regolati 
anche i due collegi de' Nobili e della nazione Greca, sui quali 
moltissimi decreti e provvedimenti s' incontrano nei registri 
del Senato e della Magistratura dei Riformatori e nelle in- 
giunzioni ai Rettori della Città. Nò questo è luogo da esporne 
la serie. 

CAPO IX. 

Collegio greco in Padova ed in Roma. 

La repubblica di Venezia, sollecita sempre del ben essere? 
dei suoi sudditi, volle, che ai vantaggi dell'educazione univer- 
sitaria partecipassero anche i Greci delle Isole da lei dipen- 
denti. Perciò stabilì anche per essi un Collegio, ove, con par- 
ticolari discipline adattate all' indole ed ai costumi della loro 
nazione, fossero ammaestrati nelle lettere e nelle scienze, 
nelle leggi e nelle arti, acciocché ritornando in patria, fos- 
sero di splendore e di lustro al proprio paese egualmente che 
al Governo, ch'era stato ad essi benefico della scientifica e 
legale educazione. Questo collegio formava parte anch' esso 
dello Studio ; dipendente perciò, come tutte le altre dirama- 
zioni dell' Università, dal magistrato dei Riformatori dello 
Studio di Padova. 

Assegnò il Senato una dote conveniente, por la sussi- 
stenza di esso collegio, caricandone del correspettivo importo 
varie parziali contribuzioni di fondi pii. Tra gli altri, ne fu- 
rono tassati anche i gesuiti per una somma complessiva di 



ANNO 1528 165 

dugonto ducati annui. Al quale proposito trovo noi registri 
della Cancelleria secreta (1), elio « sopra i beni dei gesuiti si 
« trovano iscritti gl'infrascritti pesi per ordine dell' Eceellefn- 
« tissimo Senato.... omissis, .... Al collegio de' Greci in Padova 
« duecento ducati annui. » — Da questi i Gesuiti volevano più 
volte essere esonerati ; ma non vi riuscirono mai, perchè il 
Senato non vi acconsentì mai. Anzi dai Registri medesimi e 
dalle pratiche fatte al Collegio ducale dal Nunzio apostolico 
ci è fatto palese, che quella contribuzione a favore del col- 
legio de' Greci in Padova continuava anche nell' anno 1682 e 
continuò anche in seguito, (2) dopo la soppressione generale dei 
gesuiti (1773) sopra i beni, ch'erano stati di loro apparte- 
nenza, finché quel collegio durò. 

Un altro collegio greco, ad educazione dei proprii sud- 
diti delle Isole, esistente in Roma, dipendeva dallo Studio 
dell' Università di Padova e ne formava parte ; regolato in 
ispecialità sulle discipline e sulle deliberazioni del Magistrato 
dei Riformatori di quello. E poiché in ogni ben regolato go- 
verno deve interessare moltissimo l' educazione della gioventù; 
perciò il Senato veneziano, trattandosi di sudditi suoi volle 
conoscere diligentemente le forme e il sistema di educazione, 
che questi sudditi suoi, benché alloggiati in Roma, avrebbero 
attinto, nei rapporti morali, sociali e nazionali con le disci- 
pline e costituzioni dello Stato. 

Brevemente darò un' idea di questa fondazione. Cotesto 
collegio per greci, sudditi della repubblica, era stato fondato 
dal papa Gregorio XIII sino dall'anno 1576.11 governo veneziano, 
per aderire alle molte istanze di quel pontefice, aveva acconsen- 
tito a farvi un assegno, per un certo numero di anni, sopra 
una porzione delle entrate del vescovato di Chisano in Canclia. 
I cardinali Zilletto e di Santa Severina accrebbero i fondi per 
lo mantenimento di esso, invigilandovi in pari tempo sulla 
buona educazione degli alunni. Morto il cardinale Zilletto, 

(1) Esposizioni al Senato. — Roma [secreta] Coli. Ili, num. 42. 

(2) Ved. Istanza dei gesuiti al Senato {Filza num. 439. Roma. Deli- 
berazioni del Senato, an. 1682). 



166 LIBRO XVI, CAPO IX 

sotto il superstite porporato di Santa Severina, governavano 
quel collegio preti greci di professione ortodossa, tuttoché i 
gesuiti avessero fatto calde raccomandazioni ed uffizi, per es- 
servi eglino preferiti. Ma ciò, che allora non avevano potuto 
ottenere, fu loro concesso dopo la morte di quel cardinale. Se 
non che, poco dopo, furono loro sostituiti i frati domenicani, 
installati a quest 1 uffizio dai cardinali protettori. 

Avvenivano queste mutazioni tra il 1500 ed il 1622, nel 
qual anno, i gesuiti si maneggiarono tanto, finché ottennero, 
che i cardinali protettori rinnovassero la proposizione di affi- 
dare ai padri della Compagnia di Gesù la reggenza di quel 
collegio. Finché le trattative rimasero in Roma non era difficile 
la riesci ta, che quegli alunni greci rimanessero nelle loro 
mani : lo scoglio più duro da superarsi era F assenso della re- 
pubblica di Venezia. Ed era questo un tempo tutt' altro che 
opportuno ad ottenerlo; sendochè, pochi anni avanti, erano 
stati espulsi quei padri, con. decreto del 14 giugno 1606, da 
tutti gli Stati della Serenissima , ed era stata vietata, sotto 
gravissime pene, ai genitori, alle famiglie, ai tutori ed a chiun- 
que si fosse, F educazione dei sudditi veneziani nelle mani dei 
gesuiti (1). Tuttavolta indussero il papa a fare presentare dal 
suo Nunzio in Venezia calde istanze al Senato, perchè vi accon- 
sentisse. Nella scrittura, che in questa occasione presentò il 
Nunzio al collegio ducale, e che per brevità mi astengo da 
inserire qui, esprimevasi, che, se altre « volte i gesuiti vi 
« erano stati rimossi, ciò era avvenuto per non esser eglino 
« allora riusciti nell'amministrazione economica delle rendite 
« dello stesso ; e che di presente si pensava restituirneli , 
« licenziando i domenicani poco atti all'educazione », e ciò av- 
veniva appunto perchè i gesuiti pari non aveano nel modo 
di educare; perlochò confidavasi, che il Principe avrebbe ri- 
cevuto in bene questo nuovo cambiamento. 

La scrittura del Nunzio papale fu trasmessa dal Senato, 
secondo il solito, ai suoi Consultori in jure. Il consultore, a, 

(I) Ved. decr. M giugno 1606. 



ANNO 1049 167 

cui questa toccò, fu il celebre fra Paolo Sarpi, il quale su di 
essa fece le sue osserva/ioni. Mi astengo dal recarle testual- 
mente, per non allungarmi di troppo : mi limito a darne il 
sunto. — Il consultore fra Paolo osserva su questa istanza pri- 
mieramente, non essere verisimile in alcun modo, che i ge- 
suiti, essendo stati introdotti al governo dei collegio greco di 
Roma, vi siano poi stati rimossi, per inabili all'economica am- 
ministrazione di esso ; mentre, per lo contrario, era notissimo, 
eh' eglino in qualsivoglia arte di avvantaggiarsi erano molto 
esperti; — ned essere inoltre verisimile, che in Roma vi fossero 
persone di sì alto potere da poter togliere di mano ad essi 
qualsiasi cosa; e piuttosto conveniva credere, ch'eglino da sé 
stessi e di propria volontà abbiano lasciato quel carico, non 
avendolo trovato di conveniente profitto, e che intanto lo vo- 
levano forse ripigliare pei loro fini, in vista dei cambiamenti 
avvenuti in Costantinopoli, o di altre ignote cagioni. Sul che, 
sebbene non abbiasi per ora alcun fondamento, doveva il go- 
verno, per l'esempio di altri casi altrove avvenuti, usare 
somma prudenza e vigilanza, ed appigliarsi al partito di ope- 
rare, come se vi fosse certezza. 

Ed in secondo luogo, circa Y asserzione del Nunzio, che i 
gesuiti non avessero pari nell' educare, osserva il detto con- 
sultore, essere avvolto in siffatta pretensione manifestamente 
un equivoco. Il modo infatti dell' educare, die' egli, ha dei 
gradi di perfezione, e sarebbe strano il credere, che il sommo 
di questi fosse toccato in sorte ai soli gesuiii, e da questi 
soltanto attuato. — L'educazione poi, prosegue il Sarpi, non 
è cosa assoluta, ma dev' essere relativa alla forma del governo, 
a cui appartiene la gioventù da educarsi; ossia, quella specie 
di educazione, eh' è buona ed utile in uno Stato e sotto un 
governo, riesce dannosa in un altro ; ciò, che conviene ad uno 
stato militare, che si mantiene e cresce coli' energia e con la 
forza, è disadatto e pernicioso in un Dominio pacifico, che 
nell'osservanza delle leggi trova il fondamento della propria 
conservazione. 

L'educazione, che danno i gesuiti, — secondochè la de- 
scrivono essi nelle loro Costituzioni, e quale effettivamente la 



168 LIBRO XVI, CAPO IX 

osservano in pratica, e come per esperienza si vede, — « con- 
« siste in ispogliare Y alunno di ogni obbligazione verso il 
« padre, verso la patria e verso il principe naturale ; in at- 
« taccarla tenacemente alle dottrine loro ed alle loro mas- 
« siine; in farlo addottare le opinioni sostenute da loro ed in- 
« stillargli tale cieca obbedienza, amore e rispetto sino a ren- 
« derlo in tutto e per tutto dipendente dai cenni e dalla vo- 
« lontà del precettore (1) ». 

Ciò premesso, osserva il Sarpi, saggio politico e profondo 
conoscitore della ragione di Stato, che il suindicato genere di 
educazione addottato dai gesuiti è utile per gì' interessi e pei 
fini di questi e per quelli della Corte romana, a cui si spac- 
ciano esclusivamente soggetti (tuttoché sudditi naturali di al- 
tri governi) ; — ed è verissimo, che in maneggiarla non hanno 
pari. Ma quanto essa è la migliore per loro, altrettanto è la 
peggiore per quei governi, in cui F unico scopo e di chi regge 
e di chi serve è la libertà, la vera virtù, l'osservanza e la 
rassegnazione alle leggi. — Dalle scuole dei Gesuiti (precise 
parole del dottissimo Consultore) dalle scuole dei gesuiti non 
è mai uscito un figliuolo obbediente al padre, affezionato alla 
patria e devoto al suo Principe. Lo che deriva perchè i gesuiti, 
coli' insinuare alla gioventù, ciò soltanto che giova loro, non 
tendono che a spogliarla dell'amor naturale e della riverenza 
paterna e del proprio principe : mentre per lo contrario ai sud- 
diti di una repubblica libera le migliori e più utili massime 
sono quelle del Vangelo, inculcate caldamente dall' apostolo 
san Paolo; cioè, che nessuna obbligazione è più efficace della 
paterna, e che il principe dev' essere ubbidito, non per timore, 
ma per dover di coscienza. K educazione adunque gesuitica, la 
quale non tende che ad alienare gli animi dalla dovuta sogge- 
zione al padre ed al principe, merita .di essere apprezzata e 
preferita da chi aspira ad ingrandirsi colla depressione di al- 
trui. Ma chiunque, secondo la cristiana dottrina, reputa vir- 
tuosa cosa e doverosa la riverenza paterna e la devozione al 
proprio principe, non può non condannare tuttociò che ad essa 
è contrario. 

(1) Sarpi, presso il Griselini Memorie Inedite, part. IV. 



INNO 1GJ9 1G9 

Aggiunge il Consultore, non potorsi esprimere in iscritto 
quanto importi ai Governi dolio città od al bene «Ielle fami- 
glio, elio la gioventù sia imbevuta di ottime massime, percioc- 
ché ognuno può sperimentare in se medesimo, che, a tenore 
dei modi, dei principii o delle ideo concepute nella tenera età 
ed insinuato da chi ebbe la cura dell' educazione, si pensa e 
si opera anche nell'età provetta: le quali massime, quando 
abbiano preso radice, non è più possibile che vengano estir- 
pate. Ed è questo un punto, che merita maggiore riflesso: ri- 
flesso, die' egli, che deve fondarsi appunto su ciò, che tutto 
dipende dall'educazione, e che nulla è più efficace e più ac- 
concio a cangiare la costituzione del governo di una famiglia 
o di una città, quanto l'educazione contraria agli istituti 
di essa. 

Conchiude adunque il valente Consultore, che il Nunzio 
pontificio aveva detto il vero, nella sua scrittura al Senato, 
non aver pari i gesuiti nel modo di educare; non però in 
quello ch'era utile alla Eepubblica. E quindi, scendendo al 
particolare, e ragionando altresì intorno ad uno scritto, che 
i gesuiti avevano poco dianzi pubblicato contro l'arcivescovo 
greco di Filadelfia, e che conteneva molte massime contrarie 
al servizio della Repubblica, finisce la sua consultazione col 
dire, non essere cosa opportuna nò utile allo Stato, che s'ab- 
bia ad affidare ai gesuiti in Roma l'educazione e il governo 
dei Greci sudditi della Repubblica, i quali, per le ragioni 
esposte di sopra, devono essere governati ed educati uniforme- 
mente alle discipline stabilite dai Riformatori dello Studio 
di Padova, non essendo che una diramazione filiale di questa 
Università. 

Della quale consultazione il Senato accettò pienamente le 
dotte insinuazioni, ed al collegio greco di Roma non furono 
ammessi per F educazione i padri della Compagnia di Gesù. 



170 LIBRO XVI, CAPO X 

CAPO X. 

Controversia in Consiglio dei Dieci, circa l'autorità del 
podestà di Padova sopra gli studenti dell'Università 

La vigilanza e l' impegno, con che il Consiglio dei Dieci 
attendeva al buon ordine ed alia tranquillità di Padova, in- 
dussero cotesto Consiglio, nel 1533, a stabilirvi un provveditore 
generale, a cui fosse affidata la disciplina della scolaresca nu- 
merosissima, sicché i casi particolari spettanti a questa fossero 
esaminati e giudicati da cotesto provveditore. Ciò perchè il 
Podestà di allora, eh' era Agostino da Mula, essendo infer- 
miccio, non poteva attendere con la dovuta energia a questa 
parte gelosissima del suo uffizio. Sorse questione tra i consi- 
glieri stessi, se il Podestà potesse di proprio arbitrio spogliarsi 
della sua naturale autorità. Chi stava pel sì e chi pel no. Dopo 
lunga discussione, in cui si voleva sostenere, non esser lecito 
il contraddire (lo. che dicevasi mettere scontro), la cosa fu 
portata al Maggior Consiglio, e fu decisa per lo scontro. 

Di questa discussione conservò memoria una lunga par- 
lata, che sul proposito appunto degli scontri, tenne in Se- 
nato il capo dei quaranta al Criminal Superior, Antonio Fo- 
scarini, nel marzo dell'anno 1780. Diss' egli, al proposito del 
Podestà di Padova : « — Le abbia el caso 1533. Era in reg- 
« gimenti a Padoa Agostin da Mula, molesta da gravi infer- 
me mità: noi podeva regger una provincia, che ripiena de sco- 
« lari de estere nazioni i portava colla loro notoria insolenza. 
« disturbo. El Conseggio de X aveva eletto un provveditor 
« general a Padoa ; per la elezion no podeva supplir a tutto, 
« perchè el Podestà, che aveva la suprema facoltà, noi podeva 
« da sé stesso spogliarsene, né altri podeva farlo, eh' el Sere- 
« nissimo Mazor Conseggio. I Conseggieri dunque ha proposto 
« relativamente all' Eccelso Conseggio de X. Due capi non 
« persuasi ha porta una proposizion in scontro : el terzo egual- 
« mente non persuaso se ze posto scontro. Se el Conseggio 
« de X con la legge 1443 avesse volsudo parlar dei scontri, 
« P averia certamente leva la pena ai Cai proponenti in con- 
« trario, e el gaveva razon de farlo, giacché el solo scontro 
« fu accolto con 900 e tanti voti. » 



LIBRO XVII. 



Saggie istituzioni del Connine di Padova per la retta 
amministrazione civica 



CAPO I. 
U Monte di Pietà. 

Esaurita fin qui la materia spettante ai Collegi dell'Uni- 
Tersità patavina, mi è d' uopo retrocedere di un paio di secoli 
per riassumere il filo della Storia. Il Consiglio civico, costi- 
tuito nelle forme esposte di sopra (1), non risparmiava pre- 
mure per lo decoro della Città e per lo vantaggio sociale della 
medesima. A tale scopo miravano le sue provvide leggi, che 
dall'anno 1420 sino agli ultimi tempi della veneta domina- 
zione venivano solennemente proposte, e poscia sanzionate dal- 
l' imperante autorità, sotto la direzione e la sorveglianza del 
veneziano Podestà e Capitano. Le quali raccolte di mano in 
mano nei relativi registri entravano a formar parte dei civici 
Statuti. Di questi ho parlato altrove (2). 

Troppo lungo sarebbe, che io le volessi enumerare minu- 
tamente. Tra le tante e più proficue al ben essere dei citta- 
dini, non posso astenermi dal commemorare F istituzione del 
Monte di Pietà; del che Padova diede all' Europa il primo 
esempio, l'anno 1469. Ed eccone in brevi parole l'origine. 

(1) Ved. nel cap. II nel lib. XIII, pag. 9 e seg. di questo tomo. 

(2) Nelle pag. 178 del tom. I. 



172 LIBRO XVII C1PO I 

Sino all'anno 1463 non avevano potuto avere gli Ebrei 
ferma dimora nelle città e negli Stati della repubblica di Ve- 
nezia; anzi dall'uno all'altro luogo erano stati successivamente 
espulsi : — da Vicenza nel 1453 e nel 1486 ; da Treviso nel 
1409 e nel 1509; da Bergamo e dalla Riviera di Salò nel 1479; 
da Brescia nel 1463; e più tardi da Belluno e da altri luo- 
ghi. L'argomento della loro tolleranza nelle città cristiane 
aveva dato motivo nel secolo XV a calde dispute, le quali ven- 
nero finalmente troncate per la decisione che ne pronunziò 
nell'anno appunto 1463, il celebratissimo cardinale Bessarion, 
incaricatone dal Consiglio de' Dieci, nel tempo della sua nun- 
ziatura pontificia in Venezia. Egli decise adunque, che lo am- 
metterli negli stati cristiani con le dovute riserve non fosse 
cosa nocevole alla coscienza. Allora fu, che ottennero per- 
messane di poter fare dimora in tutte le terre della Repub- 
blica; sempre per altro coll'obbligo di osservare i decreti e le 
leggi, che a loro si riferiscono, emanate negli anni addietro. 

Di qua ebbero principio i loro banchi, ossia quei luoghi, 
ove ricevevano i pegni, e davano il denaro ad usura. 

Pochi anni dopo l' istituzione di questi banchi, ebbero ori- 
gine, per contrapporre un freno alle soverchie usure, i Monti 
di Pietà, dei quali fu promotore in Padova, nel 1469, il frate 
Michele da Milano, esimio predicatore. Perciò, come scrive il 
Grallicciolli (1), « il Monte di Pietà di Padova è il più an- 
« tico di tutti li menzionati dagli Storici : ma se crediamo al 
« Moreri, non fu istituito che nel 1491. Questo pio istituto fu 
« autorizzato da Paolo II e da Leone X, e dall' Italia passò 
« nell' Inghilterra, Francia ed altri luoghi. > Nella loro pri- 
mitiva istituzione siffatti Monti si potevano con verità nomi- 
nare di pietà, perchè il prestito con pegno si faceva gratuito, 
cioè, senza esigervi usura ; sul che dovrò dire più innanzi. Qui 
dirò intanto, che l' inesattezza del Moreri, circa l'anno 1491, 
da lui segnato air istituzione del Monte di Pietà di Padova, 
dev' essere derivata dall' averlo confuso con quello di Faenza, 
che fu veramente fondato nel detto anno. 

(1) Mem. Yen. cap. XV del lib. I, pag. 293 del tom. II. 



ANNO U69 — 1491 173 

E qui ad oggetto di erudizione piacemi notare, che, in 
esso anno appunto, ne fu istitutore Astorgio III, Signore di 
Faenza, con tanta ampiezza di generosa pietà, che cotesto 
Monte, con la sola sicurezza del pegno per tre anni, prestasse 
denaro senza verun interesse. Ne fu istigatore benefico il beato 
Bernardino da Feltro, e ne fu raccomandata la sorveglianza 
ai vescovi della città. Tuttociò è narrato dall' iscrizione scol- 
pita sul marmo, che sta nel prospetto del monte medesimo, 
la quale dice : 

INNOCENTE) Vili. PONTIFICE 

ASTORGIO MANFREDO PUPILLO IN PRIMA AETATE 

YLTIMO FAYENTIAE PRINCIPE 

S. P. Q. F. 

AD ASPIDIS IVDAICAE MORSVM IN YSVRA 

LATENTIS EYITANDVM 

HORTATV PIO B. BERNARDINI TOMITANI 

ORD. MIN. OBSERY. DE FELTRO 

IN MONTE PIETATIS MONTEM EREXIT 

ET PRAESYLYM IYRISDICTIONI COMMISIT 

RESIDENTE IN EP1SCOPATY BAPTISTA 

DE CANONICIS BONQNIENSE 

ANNO SALYTIS M.CCCC.XCI. 

Tale, come io diceva di sopra, fu ne 7 suoi primordii an- 
che il Monte di Pietà di Padova : quanto poi vi durasse con 
questo benefico provvedimento, non saprei dirlo. Certo è, che 
al giorno d' oggi cammina sul sistema di tutti gii altri Monti. 

Solida e ben intesa n' è la struttura. Esso forma parte 
dell' antico palazzo de' Signori, in sull' angolo della piazza 
dell' antica Cattedrale. 



17-i LIBRO XVII, CAPO li 

CAPO IL 
Abbellimento della Basilica di Sant'Antonio. 

Siccome suol avvenire in tutte le città, già dominanti un 
tempo, e poscia passate sotto estranea signoria; così anche in 
Padova avvenne, che la civile rappresentanza, spogliata di tut- 
tociò che sentiva di sovranità, limitasse le sue premure al pa- 
trio decoro ed all' esterno ornamento, — sia erigendo, sia ma- 
gnificando, sia moltiplicando i già esistenti edilizi. 

Padova, sino all'anno della sua dedizione alla repubblica 
di Venezia, crebbe sempre più in magnificenza ed in fortezza 
militare, per le sagge e generose premure de' suoi dominatori, 
non meno che per la splendida cooperazione de' suoi facoltosi 
cittadini. Non mi fermerò qui a descrivere le vaste e gran- 
diose moli, che nella serie dei secoli di sua esistenza alzarono 
la fronte marmorea e nel suo seno e nell' agro suo. Di volta 
in volta ne ho commerato le più ragguardevoli ; alcune delle 
quali, per la loro grandiosità, non erano state per anco a per- 
fezionamento condotte quando V adriaco Leone distese sovr'essa 
le dominatrici sue ali. 

Ma il buon senso e l' amore patrio ne suggerirono ben 
presto alla cittadina rappresentanza il bisogno. E pria che ad 
altri, volse il suo pensiero alla grandiosa basilica di Sant'An- 
tonio. Di essa ho parlato allorché ne descrissi la primitiva 
erezione (1) : qui mi resta dunque a dirne delle maravigliose 
opere, a cui, dopo la caduta della famiglia Carrarese, pose 
mano col proprio peculio la civica munificenza dei Padovani. 

Già sino dall'anno 1307, uno Statuto pubblico della città 
aveva destinato la somma di lire quattromila de' piccoli, per 
una sola volta, all' oggetto di perfezionare il più presto pos- 
sibile la quasi compiuta basilica (2). Del quale Statuto il com- 
plessivo tenore è il seguente : 

(1) Pag. 181 del tom. I. 

(2) Anche il papa Alessandro IV, esortò, con apposita bolla, i fedeli a 
concorrere al compimento della fabbrica. 



INNO U20 175 

Potestate Nobili Milite D. Zingaro de Oddis de Perii- 
sio 1307. Indici. V. Mens. Decembri. Statuimus et ordina- 
mus, quod ad prcsens quatuor millia Libra-rum Denarior. 
Parv. possint et debeant accìpi mutuo per unum Sindicum 

legitime constituendum per Comune P adite qui denarii 

per dictum Sindicum dari et assignari debeant UH Fratri 
minori conventus Padue, qui est, seu erit per suum Provin- 
cialem Ministrimi ad laborerium diete Ecclesie D. Antonii 
Con/, specialiter deputatus ; quos denarios teneatur et debeat 
ipse frater expendere tantitm in dieta Ecclesia reficienda et 
in laborerio ipsius Ecclesie secundum formam statuti Comu- 
nis Padue. 

Ma poscia nell'anno 1420, lo Statuto civico, riportandosi 
ad altro Statuto del 1396, comandava (1) : Statuimus et or- 
dinamus pròno, quod obventiones, que quomodocumque perci- 
piuntur ex oblationibus cujuscumqite generis factis ad Al- 
tare, seu Arcani S. Antonii, etiam si sint Legata vel alio 
quocumque nomine nuncupentur, quas iidem Fratres Mini- 
stri cimi dictis fratribus et toto conventu assignaverunt li- 
bere ad infrascriptum opus, distribui debeant, prout etiam 
iisdem placuerit, per quatuor bonos viros Cives Patavinos in 
reparationem et augmentum diete Ecclesie, prout eisdem omni- 
bus quatuor, vel tribus ex eis melius visum fuerit. 

Ho rum autem civium electio fiat per Dominum Potestà- 
tem Padue, singulis annis mutando personas et fiat electio 
infra octavam festi S. Antonii de mense junio. Debeant etiam 
predicti Cives secum habere duos fratres de conventu predi- 
cto, qui deputari debeant per convention quos consulent su- 
per expensis faciendis, ut utiliores faciant, et inutiles pre- 
termittant. Et cives, qui de novo creabuntur , una cum 
D. Potestate Padue rationes Predecessorum suorum videant 
quanto citius poterunt commode, et dictis quatuor civibus 
ostendantur singulis annis, res, localia, libri, et alia que- 
cumque ad Sacristiam vel Bibliothecam conventus pertinenza. 
Sic enim voluerunt dicti Patres Ministri et totus Conventus, 

(1) Mss. ch'esisteva nella libreria del Convento, segnato al num. U, 
a cart. 326. 



176 LIBRO XVII, CAPO II 

In conseguenza di queste benefiche provvidenze fu posta, 
mano ai lavori di perfezionamento e di abbellimento della ma- 
rayigliosa basilica. E poiché il celebre Nicolò Pisano, che ne 
aveva cominciato F erezione F anno 1255, ne lasciava incom- 
pleto il lavoro nel 1307; — nel qual anno la deficienza dei 
mezzi non aveva permesso che se ne costruisse la cupola so- 
vrastante al coro, ed aveva forse dato motivo allo Statuto ci- 
vico, di cui ho portato di sopra il tenore; — perciò il primo 
pensiero della nuova deputazione istituita, per l'altro Statuto 
del 1420, si accinse quattro anni dopo (nel 1424) all'erezione di 
essa, e quindi in seguito alla costruzione del magnifico Pres- 
biterio e dell'Ara massima, che vi sta nel mezzo. 

A questo si ascende per tre gradini. Lo dividono in sul 
dinanzi dal corpo della Chiesa nobili balaustrate di marmo, 
congiunte tra loro da due eleganti porticine di bronzo, opera 
di Tiziano Aspetti, il quale anche lavorò le quattro statue, che 
adornano esse balaustrate, e che rappresentano la fede, la ca- 
rità, la fortezza, la temperanza. 

Alle due estremità delle balaustrate, aventi appoggio agli 
opposti pilastri, cominciano in giro due ringhiere o cantorie, 
che vanno ad unirsi in semicerchio. Sono esse di scelti marmi, 
traforate nella parte interna risguardante il coro, come pure 
nell' esterna respiciente le navate laterali del tempio. Ai quat- 
tro pilastri maggiori, che sostengono la cupola del presbite- 
rio, sono appoggiati altrettanti organi a doppia faccia, lavo- 
rati dai migliori artisti, adorni e di eleganti statue dorate, opera 
del Bonazza, e di graziose pitture. 

Sotto i due primi pilastri sono i simboli dei quattro Evan- 
gelisti, fusi in bronzo dal celebre Donatello; e nelle due pa- 
reti, che chiudono i lati del presbiterio, sono, in dodici ri- 
parti, rappresentati in bronzo, altrettanti fatti dell' antico Te- 
stamento, lavori esimii del Bellano, del Riccio, del Briosco. 

Del Riccio padovano è anche il grandioso candelabro di 
bronzo, giudicato dal Cicognara il più bello del mondo. Gli 
costò dieci anni di lavoro. È alto undici piedi, e serve pel 
cereo pasquale; ò di un solo pezzo giudiziosamente storiato in 
ogni sua parte. Sta sopra un piedestallo similmente di bronzo, 



ANNO 1515 177 

che offro scolpito, dal lato intorno del presbiterio, Fanno 1515; 
anno, in cui fu compiuto. Di quest' opera maravigliosa fa men- 
zione anche la pietra sepolcrale, che in san Giovanni di Ver- 
dara copre le ceneri dell' immortale artefice ; ivi si legge : 

ANDRENE GRISPO BRIOSGO PAT. STATVARIO INSIGNI 

CVIVS OPERA AD ANTIQVORVM LAVDEM PROXIME ACCEDVNT 

IN PRIMIS AENEVM GANDELABRVM QVOD IN AEDE 

D. ANTONII CERNITVR HAEREDES POSVERVNT 

VIX. AN. LXII. MENSES III. DIES VII. 

OB. Vili. ID. IVLII M.D. XXXII. 

Chiuderò questi cenni col ricordare, che all' egregio arti- 
sta fu coniata in benemerenza una medaglia col suo ritratto, 
avente intorno la leggenda: 

Andreas Crispus patavinus aeneitm D. Ant. candelabrum 

e nel rovescio è incisa una stella sovraposta ad un ramo di 
alloro spezzato, con questo motto : 

Obstante genio. 

L'altare massimo, che sta nel mezzo del presbiterio, è som- 
mamente grandioso proporzionatamente al presbiterio stesso. 
Il parapetto n' è formato di due grandi tavole di bronzo, rap- 
presentanti due miracoli di sant'Antonio. I lati dell' altare 
sono adornati da due angeli similmente di bronzo ; ' ed altri 
fregi di bronzo abbelliscono i gradini su cui poggiano i can- 
delabri. Tuttociò è lavorato dal celebre Donatello. 

Nuovo e più decoroso ornamento alla loro città procura- 
rono i Padovani, tostochè la basilica fu condotta a tale pro- 
gredimento da stabilirvi una cappella musicale, non inferiore, 
per la sua magnificenza e per la scelta di valenti artisti, alle 
principali e più illustri basiliche dell' Italia e delle regioni 
straniere. Si pensò alla istituzione anche di questo decoroso 
ornamento, eleggendovi a capo ed educatore di giovani allievi 

Cappelletti. Storia di Padova II. 12 



17S LIBRO XVII, C1PO II 

cherici del convento, un valente soggetto; e decretandone, 
addì 28 dicembre I486, congruo stipendio, ed assegnando a lui, 
con altro decreto del 28 giugno 1487, opportuno coadiutore 
nel disimpegno della relativa incombenza. Primo a sostenerne 
T incarico fu il p. Pietro di Belmonte, a cui fu aggiunto a 
compagno il p. Gian Pietro di Venezia, entrambi frati con- 
ventuali. Nel progresso degli anni, incominciando dal 15 gen- 
naio 1553, ottenne questa musicale cappella sempre maggior 
lustro, per l'aumento del numero dei cantori e dei suonatori, 
tutti sempre sotto la direzione di un frate minor conventuale, 
col titolo di padre maestro della cappella e col divieto di 
esercitare qualsiasi carica nel convento. 

Troppo lungo sarebbe F enumerare la moltitudine dei va- 
lentissimi soggetti, che con la loro sublimità nell'arte musi- 
cale, fecero primeggiare questa basilica al paragone di tante 
altre cappelle dell'Ordine stesso, — di san Francesco in Bolo- 
gna, di san Francesco in Assisi, di san Giuseppe da Coper- 
tine in Osimo, de' santi Apostoli in Eoma, di san Lorenzo in 
Napoli ecc. — mentre a gloria innarrivabile di questa bastano 
i nomi dei Porta, dei Callegari, dei Sabbatini, e precipua- 
mente dell'immortale Vallotti. 

Chiuderò queste notizie, appartenenti alla decorosa magni- 
ficenza di Padova, col ricordare la rinomatissima statua eque- 
stre di Erasmo Gattamelata da Narni, generale delle truppe 
veneziane — forse la più insigne opera del celebre Donatello — 
ivi collocata a perpetua memoria, erettagli sopra grandioso pie- 
distallo, per decreto della Repubblica. Essa è riguardata dagli 
intendenti come la prima statua fusa dopo il risorgimento 
delle arti. La salma di lui e quella di suo figlio giacciono 
sepolte, 1' una rimpetto all' altra, nei due sarcofagi, che sono 
nella cappella del Santissimo, e che ne offrono le rispettive 
statue giacenti, in abito militare, ciascuna con la propria 
iscrizione. Quella di Erasmo è così : 



ANNO 1530 179 

DUX BELLO 1NSIGNIS, DUX ET VI0TRIC1BUS ARM1S 
1NCLYTUS ATQUE AN1MIS GATTAMELATA FUI. 

NARNIA MB GENUIT MEDIA DE GENTE, MEOQUE 
IMPERIO VENETUM SCEPTRA SUPERBA TULI. 

MUNERE ME DIGNO ET STATUA DEC0RAV1T EQUESTRI 
ORDO SENATORUM NOSTRAQUE PURA FIDES. 

L'altra del figlio è di questo tenore: 

JOANNES ANTONIVS F. 

TE QUOQUE JOANNES ANTONI IMMIT1A FATA 

MORTE LICET DOLEANT ERIPUERE TAMEN. 
CLARA T1BI FACIES, NEC NON VICTR1CIA SIGNA, 

1NQUE ACIE VIRTUS FLUM1NIS INSTAR ERAT. 
UNICA SPES HOMINUM NAM TU JUVEN1LIBUS ANNIS 

CONSILIO FUERAS ET GRAVITATE SENEX. 
GATTAMELATA PATER DECORANT ; PIETASQUE, FIDESQUE, 

INGENIUM, MORES, NOMEN ET ELOQUIUM. 

CAPO III. 

Altri lavori del secolo XVI ad ornamento di Padova, 

Troppo lungo sarebbe il tener dietro alle tante opere di 
magnificenza, che furono intraprese dipoi a civiche spese per 
comodità e per decoro di Padova. Sappiasi unicamente; ch'essa 
a poco a poco ottenne dalla munificenza della veneziana re- 
pubblica favori e franchigie, per cui di pubblici e di privati 
edilizi, sacri e profani, potè riuscire abbellita. E questo spi- 
rito patrio, dominando poderosamente nell'animo di tutti, su- 
scitò nobile gara per farla sempre più bella ed onorevole. Per- 
ciò e chiese e ponti e teatri e scuole e case di beneficenza 
sorsero nei tempi successivi, e secondo i bisogni ed il gusto 
del secolo, si videro moltiplicate le particolari comodità dei 



ISO LIBRO XVII, C1PO IV 

cittadini; progettate, e quindi nelle civiche deliberazioni ap- 
plaudite, e con la legalità degli Statuti, dal 1420 in poi, per- 
petuate ed onorevolmente sanzionate. Di tutte queste opere la 
più grandiosa fu certamente l'erezione della chiesa di santa 
Giustina, sostituita nel 1502, all' antica, che fu demolita. La 
quale fabbrica proseguì per molti anni, con maravigliosa ma- 
gnificenza, come si può vedere in ogni sua parte sino al giorno 
d'oggi. 



CAPO IV. 

Padova partecipa all' Interdetto, di cui fu colpita 
la Repubblica di Venezia. 

Dappoiché Padova con la sua provincia entrò a formar 
parte della veneta dominazione, partecipò conseguentemente a 
tutte le politiche e religiose evenienze, di cui fu centro la ca- 
pitale dello Stato, nell'ampiezza della sua sovranità. Perciò 
abbiamo veduta nei tempi addietro (nell' anno 1483) sottoposta 
anch' essa alla scomunica fulminata dal papa Sisto IV contro 
i Veneziani, e sciolta poi alla sua volta quando ne fu sciolta 
la Repubblica. Dopo quell'epoca avvenne, che nuovi disgusti 
con Eoma, chiamassero su Venezia e sullo stato veneziano 
ecclesiastiche censure, le quali presero progressivamente un 
aspetto di celebrità presso tutte le nazioni d' Europa. Parlo 
del famoso interdetto di Paolo V, per li motivi, che verrò to- 
sto esponendo, i quali, benché non appartengano direttamente 
e strettamente alla Storia di Padova, vi appartengono tutta- 
via incidentalmente, per dare la notizia dei fatti, che prepa- 
rarono ad essa pure le disgustose vicende, a cui, con tutte le 
altre Provincie della veneziana dominazione partecipò. Lo dico 
per prevenire le intempestive censure di chi suol farsi giudice 
degli altrui studi, senza conoscerne le intenzioni e lo scopo. 

Padova dunque andò ravvolta con Venezia nel vortice 
dell'indignazione papale, per li motivi, che tosto espongo. 



ANNO mi 1S1 

Voleva il papa, che i Veneziani assistessero con larghe 
somme di denaro gli Ungheresi nella guerra, che avevano con- 
tro i Turchi ; al che non potevano i Veneziani aderire, perchè 
legati da giuramenti e da trattati di alleanza con la Porta 
Ottomana; nò volevano mancare a questi per favorire le pre- 
mure del papa. — Poco dopo (nel 1602) si lagnò di un de- 
creto, che vietava ai sudditi della repubblica Y esportazione di 
merci air estero, qualora non avessero avuto transito per Ve- 
nezia : Paolo V reputava questo decreto come un attentato 
contro la libertà del commercio pontificio, e perciò offensivo 
gravemente all'ecclesiastica immunità. Al che rispondeva il 
Senato, che ogni principe, in casa propria, era padrone di co- 
mandare e di vietare ai propri sudditi quanto meglio gli sem- 
brava opportuno per la retta amministrazione dello stato, 
senza poi curarsi delle conseguenze eventuali, che potessero 
derivare a stati stranieri. — In seguito, una legge del 1603, 
la quale ne richiamava in vigore un'altra del 1347, proibiva la 
erezione di nuove chiese o monasteri in Venezia, se il Senato 
non ne avesse concesso il permesso: — e due anni dopo, un'altra 
vietava in tutto lo stato l'alienazione o donazione di beni a 
favore di corporazioni ecclesiastiche; — le quali leggi quali- 
ficava il papa delitti enormi contro 1' ecclesiastica immunità. 

Di qua ebbero motivo lunghe ed animate contestazioni tra 
la Corte di Konia e il Senato di Venezia, il quale, per mezzo 
del proprio ambasciatore Agostino Nani faceva intendere al 
papa le proprie ragioni, trattandosi di cose tutt' altro che spi- 
rituali, ma unicamente circoscritte nella cerchia di civile am- 
ministrazione. 

Crebbero, poco dopo, i motivi della papale indignazione, 
per l'imprigionamento, ordinato dal podestà di Vicenza, del 
canonico Scipione Saraceno incolpato « di turpi oltraggi alla 
« moglie di un patrizio », e di avere infranto i sigilli, che in 
tempo di sede vacante avevano apposto i Settori della città 
alla cancelleria vescovile per sicurezza e custodia dei docu- 
menti e degli atti, in essa esistenti; — e vieppiù crebbero 
allorché il Consiglio de' Dieci fece imprigionare il conte Bran- 
dolino Valdemarino, abate di Narvesa, imputato, ch'esercitasse 



1S2 LIBRO XVII C1PO IV 

« una tirannide severissima nelle terre vicine alla sua abita- 
« zione, volendo ricever la roba di ciascuno a che prezzo gli 
«piaceva, e commettendo stupri e violazioni d'ogni sorta di 
« donne, perlochè anche esercitasse stregonerie e altre opera- 
« zioni magiche ; che professasse di comporre sottilissimi ve- 
« leni, co' quali avesse levato di vita un fratello proprio, un 
« sacerdote dell' ordine di sant'Agostino e un servitor suo, e 
« questi due ; solo per esser consapevoli de' suoi misfatti ; 
« quello per essergli emulo in casa; e collo stesso veleno avesse 
« ridotto il padre proprio ad estremo pericolo della vita; che 
« avesse commercio carnale continuato con una sorella sua car- 
« naie e avvelenasse una serva per non esser da quella sco- 
« perto : avesse fatto uccidere un avversario suo e avesse poi 
« levato di vita il mandatario col veleno per uscir di pericolo 
« di essere palesato, e commessi altri omicidii e scelleratezze. » 

Delitti cotanto enormi non sarebbero certo rimasti impu- 
niti presso verun governo, ed indarno i delinquenti avrebbero 
potuto sperare di sottrarsi dalla mano della giustizia. Eppure 
il papa, fattone consapevole dell' imprigionamento di questi 
due ecclesiastici, ed agglomerandovi le precedenti lagnanze, 
intimò all'ambasciatore della repubblica una pronta obbedienza, 
entro un prefisso termine, altrimente sarebb' essa incorsa nelle 
censure ecclesiastiche. Il Senato stette fermo nel suo diritto, 
né volle cedere alle ingiunzioni del papa; ed alla fine, dopo 
lo scambio di lettere da una parte e di minaccie dall' altra, 
Paolo V, malgrado le discrepanti opinioni dei cardinali, pro- 
nunziò sentenza d' interdetto e di scomunica su tutti, ovunque 
si fossero, i sudditi e gli stati della Repubblica. 

Il Senato, per procedere con maturità e prudenza, con- 
sultò non solamente i suoi teologi e canonisti (ed in questa 
occasione stabilì con decreto del 28 gennaro 1605, more veneto, 
suo teologo e canonista l'eruditissimo frate Paolo Sarpi dell'or- 
dine de' Servi) ; ma volle conoscere il parere dei più rinomati dot- 
tori d' Italia, di Francia e di Spagna. I quali tutti, procedendo 
per vie diverse, conchiudevano schiettamente, che le questioni 
promosse dal papa erano meramente di cose temporali, su cui 
l'autorità pontificia non poteva ingerirsi, e che la repubblica 



ANNO iCOG 183 

poteva quindi comandare in casa propria a tenore dei bisogni 
dell' amministrazione del suo governo. 

Reso forte il Senato por l'unanimità di questi pareri, re- 
spinse tutte le ammonizioni del papa e dichiarò di non repu- 
tarsi tampoco incorso, per motivi meramente temporali, sotto 
censure spirituali. Durò il contrasto più mesi, ed alla fine, 
il papa addì 10 dicembre 1605 pose definitivamente sotto in- 
terdetto tutti gli stati della Repubblica; ed il doge d'altronde 
e la Signoria, addì 11 marzo 1606, disapprovarono alla loro 
volta e respinsero la sentenza papale. 

Per mantenere la tranquillità interna dello stato e dei sud- 
diti, il Senato prese le più diligenti precauzioni contro le con- 
seguenze di cotesto interdetto. E primieramente comandò alla 
Curia ed ai parrochi della città, e conseguentemente fu scritto 
ai rettori delle città di terraferma, perchè ne comunicassero il 
comando ai rispettivi prelati, — che si guardassero bene dal 
ricevere o pubblicare o lasciar pubblicare da chicchessia bolle 
o brevi od altri scritti provenienti da Roma; che chiunque si 
fosse presentato a recarne, dovess' essere immediatamente man- 
dato ai pubblici funzionarli ; — che s'invigilasse diligente- 
mente nelle chiese, acciocché non venissero attaccate alle porte 
od altrove di siffatte carte, e che se per avventura ne venis- 
sero affisse, le si strappassero tostamente e le si lacerassero ; 
— e tuttociò sotto pena dell' indignazione suprema dello Stato. 

Queste deliberazioni e il decreto che le ordinava, fu accet- 
tato in Senato con voti 156 di sì. 

— di no. 
2 non sinceri. 

Ed ecco Padova sottoposta anch'essa all' interdetto papale, 
al pari di tutte le altre città e provincie dello Stato ; e di 
qua poscia ebbero principio le varie molestie, che per l'osser- 
vanza di questo decreto le procurarono i partigiani delle pon- 
tificie ingiunzioni. 



184 LIBRO XVII, CAPO V 

CAPO V. 

Disturbi cagionati in Padova per opera di chi 
si adoperava per V esecuzione della bolla papale. 

I primi a sottrarsi dall'osservanza dei decreti della re- 
pubblica furono i gesuiti, a cui tennero dietro i cappuccini e 
poscia i teatini ; e tutti sotto lo specioso pretesto dell' obbe- 
dienza agli ordini dei loro superiori di Roma. Tuttavolta il 
Senato non si oppose alla loro volontà di partirsene. Impose 
loro per altro di astenersi dall' approfittare di qual si fosse 
oggetto o roba appartenente alle chiese ed alle case da loro 
abitate. 

Di quanto accadde in Padova abbiamo le notizie officiali 
nelle comunicazioni o relazioni, che i Rettori , rappresentanti 
la pubblica autorità, scrivevano al doge ed alla Signoria. Le 
quali comunicazioni sono documenti diplomatici, superiori a 
qual si voglia storica narrazione. 

II Podestà adunque ed i Rettori di Padova scrivevano, 
addì 8 maggio 1606, quanto segue (1) : 

« Serenissimo Principe. — Questa sera al tardo è venuto a 
« trovare me Podestà il rev. don Ascanio Marazzi da Parma 
« gesuita et maestro de Novizzi in questo loro Collegio, et mi 
« ha detto, che per ordine del suo padre Rettore, il quale è an- 
« dato questa mattina a Ferrara a parlare col suo Provinciale, 
« si era trasferito da me per farmi sapere, che havendo esso 
« Rettore havuto ordine del suo padre Generale per commession 
« del Pontefice, che debbino osservare la bolla della scomunica o 
« interdetto, et che quando Vostra Serenità non si contenti che la 
« obediscano, che si debbino partire, che però essendo essi chie- 
« rici et sudditi del Papa, che non possono far di manco di non 
« eseguire i suoi comandamenti. Io gli ho risposto, che non 
« potevimo noi Rettori dirle altro, che replicare di nuovo l'or- 
« dine della Serenità Vostra, che gli habbiamo dato da prin- 
« cipio, et che così gli confirmavimo, et hav^ndolo interpellato, 

(11 Dai registri della Cancelleria Secreta. 



ANNO 1606 185 

« quando intendono che sia il tempo di questa loro obedienza, 
« mi ha detto, che sarà lunedì prossimo, ond' io F ho ammo- 
nito, che guardino bene di non far novità di sorta alcuna et 

< di non provocarsi la giusta indignatone di Vostra Serenità, 
« che è stata loro comminata : al che egli ha risposto eh' essi 
« non vedranno già mai ad alcun effetto né di publicatione 
« né d' altro contrario alla mente sua, et con questo partì. 

« Da nessun altro Monasterio di questa Città, nò da altri 
« Ecclesiastici non ci è stato fatto fin hora alcun minimo mo- 
« tivo intorno a ciò, conservandosi tutti in pronta obedienza, 
« et non habbiamo voluto mancar di rappresentare immediate 
« questo alla Serenità Vostra, perchè parendole di darci alcun 
« ordine possiamo debitamente eseguirlo ecc. Di Padova li 
« 8 maggio 1606. — Li Eettori. » 

Ad altre interpellanze, che sullo stesso argomento fece il 
Senato al podestà ed ai rettori di Padova, informano questi il 
doge e la Signoria con la seguente comunicazione, la quale ci 
fa conoscere quanto fossero divenute clamorose le opposizioni 
per parte dei gesuiti e di altri frati, spinti dalle istigazioni 
di questi: 

« Serenissimo Principe. — Et quanto agli altri, sì come 

< dalle risposte habbiamo ricevuto una pronta ratificazione di 
« dover ubidire alla Serenità Vostra da tutti, fuor che non così 
« pienamente dalli Teatini et Capuccini, che si mostrano ain- 

< bigui et dicono aspettare nuovi ordini da loro Superiori ve- 

< nuti costì, et che secondo quelli non potranno mancare di 
« regolarsi ; così li GHesuiti, i capi de' quali habbiamo subito 

< e prima degli altri, fatto venire a noi, hanno assolutamente 
« dichiarato, di convenir obedir alla Comission havuta dal loro 
«Generale per ordine del Papa, et essendo dimandati, che ve- 
« nissero al particolar di quanto intendevano operare, hanno 
« detto, che da diman fino a luuedì haverebbono celebrato con 
« le porte della Chiesa aperte, mentre però non vi fosse, che 
« sapessero; alcun presente incorso nella scomunica : ma che 
« da lunedì in poi non lo farebbero, se non a porte serrate, 
« come commanda «la bolla, alla quale non potevano contrave- 
« nire, et che più tosto partiranno : Ora vedendo noi questa 



1S6 LIBRO XVII, C1PO V 

« loro rissolutione, habbiamo immediate atteso ad esseguire il 
« rimanente della Commission di Vostra Serenità et la parte 
« dell' Eccell. rao Senato, con l'aver mandato con la presenza 
« delli Molto Eever. di don Gieronimo Michiele et Camillo Bor- 
« romeo canonici di questa Cattedrale , eletti col mezzo di 
« monsig/ Vicario et con l'assistenza del Cancellier nostro, a 
< far particolar et diligente Inventario di tutte le robbe della 
« loro Chiesa et Monasterio et Entrate ; il quale si continua 
« tuttavia, et hoggi si darà perfettione, che fra tanto veniamo 
« a rappresentar il tutto riverentemente alla Serenità Vostra 
« per aggiungerle quel di più, che ci occorrerà con quella di- 
« ligentia, che dovemo ecc. — Di Padoa li X Maggio 1606. — 
« Li Rettori. » 

Dopo ciò, i canonici della cattedrale suscitarono nuove in- 
quietudini, perciocché si rifiutavano d' intervenire alle sacre 
uffiziature : molti anzi eransi allontanati di città. Ma tali e tante 
furono le premure dei pubblici rappresentanti, che finalmente 
se ne resero persuasi e convinti. Al quale proposito, il Pode- 
stà e i Settori di Padova, addì 26 maggio, così scrivevano in 
una loro lettera alla Serenissima Signoria: « — Hora ci oc- 
« corre aggiungerle, che essendo quasi tutti quelli che man- 
« cavano, venuti alla città e presentatisi a noi, habbiamo con 
« maniera et ufficio conveniente operato in modo, che si sono, 
« se ben alcuno con qualche difficoltà, accomodati alla obe- 
« dienza, fuori che monsig. r Gieronimo Michiel, che ha dimo- 
« strato l' istessa assoluta renitenza, nella quale sono anco gli 
« altri due canonici Borromeo et Poggio scritti, et da noi uni- 
« tamente con 1' Eccel. mo Sig. r Proved. r Generale, già seque- 
« strati per ciò nelle loro case. Et con tutto, che col sodetto 
« monsig. r Michiel habbiamo reiterato ogni ufficio et anco com- 
« minationi, mettendoli innanzi quei rispetti, che dovevano mi- 
« litar più nella sua persona, che negli altri, dal quale anzi 
« dovea cadaun altro ricevere il buon essempio et non il scan- 
« dalo ; non è stato però possibile levarlo dall' openione sua 
« impressagli dalli stessi consigli che hebero anco gli altri due 
« da Giesuiti et altri, che sono partiti ecc. > 

Perchè la loro partenza riescisse alle donniciuole ed al 



INNO 1606 187 

volgo più clamorosa o sensibile, questi padri fecero distribuirò 
alle porte del loro convento vino e pane ed altri viveri loro 
sopravanzati; ma i pubblici rappresentanti tosto che si avvi- 
dero del disordine, che quelle distribuzioni cagionavano nel po- 
polo, presero misure energiche per impedirle : ed anche su ciò 
il Podestà e i Rettori scrissero notizie al Senato, finché, nel- 
T ultima loro comunicazione del mese stesso, annunziarono, che 
« i padri Gesuiti residenti in questa città, al numero di 40 in 
« circa, cominciarono hieri a partirsi di ordine nostro, per non 
« haver essi voluto obedire. Et fino a quest' hora sono andati via 
« tutti, et si sono distribuiti parte a Mantova, parte a Pia- 
« cenza, alcuni a Modena et altri a Ferrara. La loro partenza 
« è seguita senza moto, né hanno fatto alcun' altra dispensa al 
« popolo delle cose da viver né di altro; poiché fossimo presti 
« a mandar Ministri al loro Monasterio ecc. » 



CAPO VI. 

E gesuita p. Galardo padovano denunziato alla serenissima 
Signoria dal duca di Mantova. 

Ma sebbene partiti dagli stati e dalle città veneziane, pur 
non cessarono le molestie, che quinci ad esse ne derivarono. 
Giunti in altri luoghi fuori del veneto non ebbero riguardo a 
schiamazzare ed inveire contro la Eepubblica, non solo priva- 
tamente, ma persino dai pulpiti. Un fatto clamorosissimo ci è 
attestato su questo proposito da documenti autentici, del quale 
non mi occuperei qui, se non appartenesse direttamente a Pa- 
dova e ad un padovano. Meglio, che una lunga narrazione po- 
tranno darne chiara notizia gli atti ufficiali, che qui trascrivo. 

Nel dì adunque 23 giugno 1606, presentassi all' Eccel. mo 
Collegio il secretarlo del duca di Mantova ; ed a lui così parlò 
il serenissimo Doge : « . . . . Vedete, che anco i Gesuiti, che 

« mentre erano qui stavano come agnelletti in apparenza 

« subito giunti in Mantova, non solo non hanno mancato di ogni 
« mal officio, ma hanno avuto ardire di parlar nelli pubblici 



188 LIBRO XVII, CAPO VI 

« pulpiti delle Chiese, et pure haverebbe possuto et dovuto 
« anco per corrispondere all' affectione nostra verso di lei, mo- 
« strati in tutte le occasioni di farli servitio, proveder a tanti 
« disordini, a queste insidie et mali modi di proceder tanto più, 
« quanto è termine ordinario di ogni ben regolata città il prohi- 
« bir a predicatori il parlar ne' pulpiti contra Principi o altri, 
« ma attender alle cose della fede et dell' Evangelio solamente, 
« et attione molto degna et molto propria dell' Ill. ma et Eccel. raa 
« Casa Gonzaga è stata quella che con nostra somma soddisfa- 
« tione habiamo inteso che ha fatto il S. r Fulvio Gonzaga, il 
« quale trovandosi alla predica di quel Giesuita non potendo 
« tolerare le sue impertinentie si levò et ad alta voce gli disse, 
« che lasciasse di parlar de' Principi et attendesse al Vangelo, 
« o andasse giù del pulpito : attione veramente degna di Ca- 
« valier par suo, et così si deve fare. Et vogliam esser certi, 
« che hora eh' è gionto il S. r Duca in Mantova, informato da 
« voi, tutte queste cose anderà colla sua molta prudenza rime- 
« diando et provedendo a tutti questi disordini, come lo pre- 
« gamo in quello, che gli parerà meglio et nella maniera, che 
« egli prudentissimo stimerà a proposito. 

Disse il Secretarlo. — « Del padre giesuita, che disse in 
« pulpito quanto intese la Serenità Vostra, io son informato da 
« amici et parenti miei, i quali mi hanno anco scritto il nome 
« di detto padre, eh' è il padre Staterà bolognese, che egli co- 
« minciò a dir alcune cose impertinenti, ma non continuò, per- 
« che gli fu dato su la voce, et che vi erano in Chiesa anco 
« pochissime persone ; et il primo, che si levò, fu il padre Ga- 
« gliardo, che lo riprese ad alta voce, et poi il S. r Fulvio Gon- 
« zaga nominato dalla Serenità Vostra, il quale, come quello, 
« eh' è al governo della Città in absenza del sig. r Duca, si levò 
« et disse, che predicasse al caso del Vangelo, o che smontasse 
« dal pulpito, et mi scrivono questi miei amici, che fornita la 
« predica, fu anco chiamato da Madamina, et gravemente ripre- 
se so, et fatto uscir della Città et mandato a Bologna, et creda 
« la Ser. tà Vostra che adesso che il sig. r Duca ò in Mantova, 
« rimedierà a tutti li inconvenienti. Io ho scritto ad esso S. r Duca 
« in questo proposito efficacemente et molto abondantemente 



ANNO 100G 189 

« informandolo di tutto quello che mi disse anco l'altro giorno 
« Vostra Serenità, ma le lettere non partiranno se non hoggi, 
« et replicherò 1' ufficio, assicurando la Serenità Vostra, che il 
« S. r Duca non desidera nessuna cosa maggiormente che la 
« satisfattione et servitio di questo Serenissimo Dominio. 

« Di che havendo sua Serenità ringratiato il S. r Duca, il 
« Secretano prese licenza e partì. » 

Ma poscia, assai più determinatamente, alcuni giorni dopo, 
il duca di Mantova informò ufficialmente il doge di Venezia, 
circa l'affare del padovano p. Gagliardo; e gli diresse il se- 
guente atto: 

« Vincenzo per la gratia di Dio Duca di Mantova e di 
« Monferrato etc. 

« Magnifico nostro Carissimo. Il giorno della Santissima 
« Trinità predicò in questa Chiesa dei giesuiti un Padre, che 
« come intendessimo proruppe in qualche eccesso di parole dis- 
« correndo occasionalmente delle presenti differenze fra il Papa 
« e cotesta Eepubbliea, onde hebbe il padre Gagliardo pur gie- 
« suita, materia di rispondere al predicante quello di che già 
« fosti avisato, et ciò essendo seguito con poca edificatione de- 
« gli ascoltanti, parve bene a Madama di Ferrara nostra so- 
« rella in absenza nostra. di non passarlo senza l'ufficio di cui 
« foste parimente avvertito. Hora è avenuto, che il medesimo 
« padre Gagliardi questa mattina è entrato a predicare, quasi 
« in emenda dell' errore attribuitogli, et se bene non ha nomi- 
« nata sua Serenità nò cotesti Signori specificatamente, ad ogni 
« modo siamo accertati da più persone, che hanno ascoltata la 
« sua predica, che si sia allargato assai più del dovere in ri- 
« prendere et detestare le scritture, che sono state dalla Ee- 
« publica publicate contro il Monitorio Pontificio, discorrendo 
« de' meriti di esso con altri termini poco convenevoli a chi 
« non deve haver altro per fine, che il predicar la parola di 
« Dio et di riprendere i peccati in generale ; A Noi che pro- 
« fessiamo tanta congiuntone et servitù con cotesta Eepublica 
« et che sappiamo massime per gli ufficii passati con Noi per 
« mezzo nostro da Sua Serenità con quanto disgusto si sentino 
« costì queste esaggerationi habbiamo subito fatto chiamare 



190 

« questo Kettore del Colleggio di Giesuiti, et dopo havergli 
« detto quello che ci è paruto convenirsi per significatone del- 
« l'animo nostro, gli habbiamo ordinato, che immediatamente 
« faccia levare di qua non solo il detto padre Gagliardo, ma 

< ancora il primo predicatore ritornato per continuar il corso 
« delle sue prediche, parendoci, che questa dimostratone per 

< adesso convenisse a quel rispetto, che apertamente e tacita- 
« mente intendiamo, che nella Città et Stato nostro venga por- 
« tato al nome et grandezza di cotesta Repubblica, con esser 
« anco passato ad altre più gagliarde comminationi, che pos- 
« sano più opportunamente servire nello avvenire. Ma perchè 
« osserviamo per quello ci avvisate tale volta, che molte cose 
« sono portate costà anche più grandi et amplificate di quello 
« siano in effetto, onde la Serenità Sua mostra di commover- 
« sene grandemente, habbiamo giudicato ispediente di spedirvi 
« questo subito per staffetta, acciò dando di tutto parte in Col- 
« legio, non solo sia prevenuta da Noi Sua Serenità di tutto 
« quello che possa venir riferito di questo successo da altra 
« parte, perchè sappia che anche il ri ssentimento, che ne hab- 
« biamo passato, prontissimi per il resto di andar pensando a 
« tutte quelle provigioni, che possano ostare giornalmente per 
« quanto sia in nostra mano, a simili accidenti, in conformità 
« di quanto habbiamo anco in altro simile proposito concer- 
« tato con li Sig. ri Rettori di Verona, che ne haveranno per 
« aventura a queir hora, secondo l'aviso già datovi, certificata Sua 
« Serenità etc. — Vincenzo etc. — Di Mantoa li 29 giugno 1606- 
« — J. Tergo. — All' ud.ne Nostro gentilhuomo carissimo 
« presso la Seren. ma Kepub. ca di Venetia etc. — Chieppius. » 

In conseguenza di questa diplomatica comunicazione del 
duca di Mantova, la cosa fu portata in Senato ; se ne trattò di 
proposito, e ne fu presa la seguente deliberazione, la quale si 
trova nel Registro originale, intitolato : — Deliberazioni-Roma 
(Secreta) Senato I. — Reg. a 

1606 a 8 Luglio, in Pregadi. 
« Che il padre Ludovico Gaiardo Giesuita Padoano impu- 
« tato di haver temerariamente, con ardito procedere , contra 



ANNO 1606 191 

«ogni ragione, con termini di poco rispetto alla dignità et 
« servitio della Republica Nostra suo Principe naturale indebi- 
« tamente, ne' publici pulpiti di Mantova, detestato le opera- 
« tioni della Eepublica nostra, con scandalo delli ascoltanti, et 
« mal essempio de' buoni ; contra l' obligo del suo Ministero, 
« che non deve haver altro per fine, che il predicar la parola 
« Evangelica, et mosso da affetti et passioni private, overo se- 
« dotto de perverse suggestioni, debba, nel termine di giorni 
« sei prossimi, presentarsi alle prigioni di questa Città per 
« scolparsi delle cose predette, et non lo facendo si procederà 
« contra di lui la sua absentia non ostante. » 

La ballottazione relativa a questo decreto, ne viene di se- 
guito, nel Registro stesso, a carte 79 a tergo, così : 

«De sì 85 

« de no 30 [ i ec t a in Collegio 

« non sincere- 41 

« Ittico. Fu sospesa da ser Zuanne Mocenigo k. r Consiglier, il 
« quale mandò la rivocazione della parte come qui sotto. 
« Vuole. Che la deliberazione della parte presa sia rivocata. 

— 83 — 94 

— - 5 

— 8 

« Scontro. Yuoleno i savij del Cons. et Savij di Terra ferma, 
« che si stia sul preso. — 75 — 66. 
« Ittico. Il Ser. mo Principe, Consiglieri, eccetto Ser Zuanne Mo- 
« cenigo L r , Capi di Quaranta, Savij del Consiglio et Savij di 
« Terra Ferma. 

« Posero da novo la parte del proclamar il padre Lodo- 
« vico Gaiardo. 

« De sì 92 

« de no 1 

« non sincere- 14 



192 LIBRO XVII, CAPO VI 

« Sei* Zuanne Mocenigo k r Conseglier 
« Vuole. Che si stia sul preso 
59. » 

Il Gaiardo, com' era ben naturale, non si presentò all' ub- 
bidienza e fu quindi proceduto contro di lui in contumacia, e 
fu proclamato come reo di lesa maestà. 



CAPO VII. 

Altre ordinazioni, che sul 'proposito delle inquietudini ca- 
gionate da somiglianti motivi, furono trasmesse dal Se- 
nato ai Rettori ed al Podestà di Padova. 

Ma ad onta di tanta severità del governo veneziano per 
impedire qualunque comunicazione dei proprii sudditi con qual 
si fosse delle associazioni dei gesuiti, questi avevano trovato il 
modo di eluderne la vigilanza, raccogliendo dalle città e dai 
luoghi del veneto dominio giovinetti ad educazione in collegi 
da loro piantati nei paesi limitrofi, acciocché ne fosse facile il 
reclutarli. Uno di questi collegi era stato eretto in Castiglione 
delle Stiviere, ed ivi avevano potuto avere non pochi giovani 
di Brescia, di Verona e di Padova, loro affidati dai genitori di 
essi. I rettori di queste e di altre città ne avevano dato avviso 
al Senato ; il quale cogliendone V occasione, aveva preso le più 
giudiziose misure per impedirne il progresso. Nell'agosto per- 
tanto del 1606 decretò genericamente quanto segue : 

1606. 18 agosto in Pregadi (1). 

« Dopo la partita de' giesuiti da questa città et dallo stato 

« nostro per le cause molto bene note a questo Consiglio, non 

« hanno essi mai tralasciato per tutte le vie imaginabili, oltre 

« il parlar palesemente con molto scandalo contra la nostra 

(4) Dall'originale registro della Cancelleria Secreta, Deliberazioni — 
Roma (secreta). Senato I — Rég. cart. III. 



INNO 160G 193 

« Kepublica, di tener anco tutte ([nelle altro maggiori insidie, 
« che hanno potuto, per sollevare li sudditi nostri, et per far 
« altri effetti perniciosi et di gravissimo pregiudicio al pub- 
« blico servitio, come si è ordinariamente inteso da diverse 
« lettere et avisi venuti da molte parti, et venendoli partico- 
« larmente facilitati questi loro mali pensieri et operationi 
« dal commertio et intelligenza, che essi hanno et manten- 
« gono per via di lettere et altri mezzi, con molti nobili 
« et cittadini et anco con le donne di questa e di tutte le al- 
« tre città e terre del nostro Dominio, particolarmente col tener 
« questi in diversi luoghi esterni et eli aliena giurisditione, dove 
« sono collegi et seminarli governati da essi giesuiti, i loro 
« figliuoli a studiare ; ritorna questa loro intelligenza di gran 
« maleficio al servitio delle cose nostre, per il modo, che hanno 
« di esercitar facilmente per queste vie il mal animo, di che 
« si sono sempre dimostrati ripieni verso questo Stato, onde 
« essendo sommamente necessario far sopra di ciò quanto prima 
« conveniente provisione ; 

« L' anderà parte, che per autorità di questo Consiglio sia 
« ad intelligenza di ogn' uno, fatto publico proclama, che al- 
« cimo tanto Nobile, quanto Cittadino o altro di che conditione 
« esser si voglia, in che s' intendano anco incluse le donne di 
« ogni qualità di questa e delle altre Città e Terre del Domi- 
« nio nostro, non possa ricever o scriver lettere ad alcuno 
« della Congregatone de Giesuiti, et se ne ricevessero, debbano 
« immediate portarle quelli di questa Città nel Collegio nostro, 
« et quelli delli altri luochi alli Settori di essi, né haver in- 
« telligentia o commertio di alcuna sorte con loro sotto pena 
« irremissibile a tutti di bando di terre et luochi da tutto lo 
« Stato e di tutte quelle altre pene maggiori, et di galia et 
« anco pecuniarie che secondo la qualità della trasgressione et 
« delle persone fossero giudicate a proposito et convenire per 
« giustitia. 

«Et sia medesimamente tenuto cadauno di quelli che 
« havesse figliuoli, nepoti o altri parenti o dipendenti suoi 
« sottoposti alla sua cura et al suo governo, mandati ad im- 
« parar lettere di humanità o di altra scienzia et facoltà fuori 

Cappbllbtti. Storia di Padova. II. 13 



194 LIBRO XV11, CAPO YI 

« dello Stato nostro, dove governassero et insegnassero Gie- 
« suiti, di immediate richiamarli et farli ritornare alle loro 
« case, nò più remandarli in alcuna maniera, sotto le medesime 
« pene dette di sopra, le quali habbino irremissibilmente ad 
« esser mandate ad essecutione immediate contra di loro senza 
« niun riguardo. 

« Et F essecutione della presente deliberatione sia com- 
« messa al Collegio nostro, et alli Avogadori di Comun, per 
« quello che appartiene a questa Città : et sia immediatamente 
« dato conto di essa a tutti li Settori nostri di Terra ferma, 
« che la faccino pubblicare et esseguire, come è detto di sopra. » 

Ne fu perciò data comunicazione anche ai rettori di Pa- 
dova, e fu pubblicata con le solite formalità ; tanto più che 
parecchi cittadini padovani, specialmente della nobiltà, vi ave- 
vano mandato i loro figliuoli ad educazione. li timore delle 
pene minacciate li rese obbedienti. Ma pochi anni appresso, 
furono mandati, particolarmente al Collegio di Castiglione, 
varii giovinetti da quasi tutte le città e luoghi della Terra- 
ferma veneta. Perciò il Senato, fattone censapevole, diresse ai 
Eettori di ciascheduna delle varie città, addì 13 marzo 1612, 
quest' altra intimazione : 

1612 a 13 di Marzo, in Prégadi. 

« Alli Eettori di Padova. 
« Ye inviamo nelle presenti copia della deliberatione del 
« Senato de 18 agosto 1606, che proibisce a nobili Cittadini e 
« sudditi nostri l'andar alle scuole de Griesuiti et haver intel- 
« ligenza et pratica con loro; et col Senato vi commettemo di 
« farla pubblicare ; et se quelli che al presente si trovano fuori 
« del Stato nostro per studiare alle dette scuole non saranno 
« nel termine di mese uno prossimo, di ritorno alle case loro, 
« volemo, che siano da Voi castigati conforme alla delibera- 
« tione predetta, la quale farete in tutte le sue parti eseguire; 
« et perchè intendemo, che da diversi sudditi viene tenuta pra- 
« tica et intelligenza con li detti Giesuiti, sumministrandoli 
« denaro et altro, col antedetto Senato vi commettemo, che 



ANNO 1612 195 

« debbiate diligentemente inquirere di questi tali et contra di 
« essi ancora procedere, come per detta deliberatione è statuito; 
« et intendendo noi esser stato anco novamente introdotto un 
« collegio di donzelle in Castiglione, da che possono medesi- 
« inamente seguire inconvenienti di pessime conseguenze, vi 
« commettendo, che debbiate procurar di sapere se dal nostro 
« Stato et di nostre suddite ve ne sono andate, nel qual caso 
« farete intimar ai loro più propinqui, che debbano richiamarle, 
« prohi bendo a 'tutti il permettere e tollerare, che ne vadino 
«nell'avvenire, sotto quelle pene, che a voi parerà di statuirli, 
« in che dovrete star molto avvertiti et vigilanti. Et del rice- 
« vere et esecutione delle presenti ci darete avviso. » 
La votazione di questo decreto risultò in 

— 139 de sì, 

— 3 de nò, 

— 22 non sincere. 

Il quale decreto, oltreché ai Settori di Padova, fu comu- 
nicato, con qualche aggiunta o modificazione, a tenore delle 
circostanze locali, anche ai Eettori 

di Brescia, di Cologna, 

di Vicenza, di Bassan 7 

di Verona, di Conegian, 

di Bergamo, di Cividal de Bellnn, 

di Crema, di Feltre, 

di Udine, di Rovigo, 

di Salò, di Cividal de Frinì, 

di Treviso, di Pordenon. 

Né qui si fermò la severità del Senato per costringere i 
genitori e tutori e parenti, che da Padova e da altri luoghi 
dello Stato veneto avevano mandato figliuoli in educazione nei 
collegi dei gesuiti, fuori dello Stato, e si mostravano renitenti 
a richiamarseli. Imperciocché, con un nuovo decreto del 9 giu- 
gno dell'anno stesso, ne affidò V esecuzione alla tremenda in- 
vestigazione del Consiglio de' Dieci. Ed il decreto fu questo (1). 

(1) Dal registro Deliberazioni — Roma, della Cancelleria Secreta, a 
cart. 116. 



196 LIBRO XVII, CAPO YII 

« 1612 a 9 Giugno. Li Pregarti. 

« Dovendosi intieramente eseguire la deliberatone di que- 
« sto Consiglio di 13 marzo prossimamente passato, in mate- 
« ria di non haver comertio con Giesuiti, et di quelli, che non 
« hanno richiamato, ma permettono che li figliuoli, nipoti o 
« altri parenti et dipendenti suoi continuino ad imparare let- 
« tere fuori del Stato alle scuole, dove governano et insegnano 
« li detti Giesuiti; Et convenendo che così si faccia in negotio 
« importante, et dove si tratta del quieto et pacifico viver del 
« Stato nostro ; può ciascuno di questo Consiglio per sua pru- 
« denza molto ben conoscere, che quanto è stato, come di so- 
« pra, deliberato non si possa più facilmente, né più propria- 
« niente esseguire, che dal Consiglio di X. , così per la secre- 
« tezza, rispetto al rito di esso, come per tutte le altre cause, 
« che possono esser considerate ; 

« L' anderà parte, che siano ricercati li capi del predetto 
« Consiglio di X. a compiacersi di assumere in esso Consiglio 
« questa essecutione per castigare li trasgressori della suddetta 
« deliberatone di 13 marzo prossimamente passato, et per ope- 
« rare con la maturità et molta prudenza sua intorno ad essa 
« essecutione quello che occorrerà per giornata, et ricercarli 
« il pubblico servitio. » 



— de sì 


. 710 


— de no 


. 22 


— non sincere . . 


. 23 



Non vi voleva che questa misura eli rigore per costringere 
air obbedienza i genitori, i parenti, i tutori a richiamare in 
famiglia i giovani e le donzelle, di cui V educazione avevano 
affidata a collegi gesuitici. L' oculata investigazione secretis- 
sima dei Dieci ne persuase a tutti 1' obbedienza. I figliuoli e 
le fanciulle rientrarono ben presto nelle loro famiglie, le quali, 
sapevano, che la magistratura dei Dieci nò scherzava, nò ope- 
rava spensieratamente. Dai pubblici registri risulta, che sol- 
tanto undici famiglie di Padova vi avevano figliuoli mandati 



JINNO 1612 107 

colà; novo maschi o due femmine; ma non mi riesci di cono- 
scerne i nomi. 

Per quest'ultimo decreto cessò in Padova ogni ulteriore 
motivo d' inquietudine causata da siffatto argomento. 



CAPO Vili. 

Ordinamenti interni per le pubbliche solennità civiche. 

Dappoiché la città di Padova, per la sua dedizione alla 
repubblica di Venezia, rimase, per così dire, priva di nazio- 
nale sovranità; tutta la sua civile esistenza limitossi alla in- 
terna amministrazione del suo patrimonio ed all' ordinamento 
di quelle sole esteriorità, che costituiscono lo speciale carattere 
di una città e di una provincia, suddita di più ampia domina- 
zione. Le sue glorie militari ; le imprese guerriere che nei se- 
coli addietro l'avevano resa celebre e formidabile ai suoi ne- 
mici; le attribuzioni principesche, che ne decoravano i citta- 
dini; si concentrarono nella sola sua vita municipale. Dopo 
le pagine onorevoli dell' ultima guerra di Cambrai, guerreg- 
giata col braccio della veneziana repubblica, non ad altro pensò, 
che all'interno suo lustro e decoro. Ella, nel solo suo Studio 
Universale, andava lieta di una prerogativa, che la poneva al 
di sopra di tutte le altre città e provincie della veneta Signo- 
ria. Per ciò non altro restavale al di fuori, se non la conser- 
vazione delle cittadine memorie, che le ricordavano gli antichi 
suoi fasti; e di queste con particolare interessamento promo- 
veva la sanzione e la perpetuità. Sarebbe qui troppo lungo il 
farne l'enumerazione e il commemorarne l'origine. Di alcune 
ho parlato di volta in volta lungh' esso il corso della Storia, 
quando me ne venne occasione ; come feci nell' istituzione delle 
bighe e del pallio, che si continua tuttora in varie solennità 
ed occasioni nel Prato della valle: di altre ho fatto menzione 
alla sfuggita^ e quasi volendovi passar sopra, per non provo- 
care la severa delicatezza di chi vorrebbe escluso dalla storia 



19S LIBRO XVII, CAPO Vili 

tutto.ciò, che offre qualche reminiscenza di sacro (1). Eppure, 
voglia o non voglia, i fatti sono sempre fatti ; e quanto più 
sono solenni e clamorosi, tanto più il pubblico ha diritto a 
conoscerli, ed allo storico incumbe V obbligo di narrarli. E ciò 
vieppiù ancora, se da civiche leggi e da nazionali Statuti siano 
stati comandati e sanzionati, e con particolari prescrizioni de- 
terminati. 

Appartengono a questa classe le infinite stranezze reli- 
giose del medio evo, comuni a quasi tutte le città d'Europa (2), 
introdotte a poco a poco per esprimere con materiali forme e 
con rappresentazioni comiche, nelle stesse chiese, i più cospicui 
fatti delle annuali solennità. 

Padova ne aveva di molte, a cui prendeva parte ogni ma- 
niera di cittadini ; e queste si compivano tradizionalmente, nel- 
T una o neir altra delle chiese, od anche per le pubbliche vie; 
non però sempre erano di particolare Statuto municipale. Di una 
in ispecialità devo farne menzione, perchè la reputo parte in- 
tegrante della Storia di Padova. Essa consisteva nella solenne 
processione o rappresentazione dell' Annunziazione della Vergine, 
il dì 25 marzo, in sul prato dell' arena degli Scrovegni, conti- 
guo alla privata chiesetta ivi esistente, intitolata alla Vergine. 

Questa solennità si può dire con tutta precisione di voca- 
bolo, solennità pubblica, perchè ripetutamente comandata dagli 
Statuti Civici patavini dell'anno 1362, e più determinatamente 
descritta nel Codice statutario dell'anno 1420. Udiamo infatti 
come ne parli sino dal 1362 il codice Carrarese. Esso infatti 
comanda (3), una processione annuale in quel dì, coli' inter- 
vento del vescovo e del clero e delle civiche rappresentanze; 
che tutti questi dovessero radunarsi nella chiesa del palazzo 
del Comune, ed ivi altresì quanti altri erano in obbligo di pren- 
dervi parte; anziani, gastaldi, pubblici tubatori salariati; e tutti 
questi per fare corteggio ed accompagnare Maria e Y Angelo, 
da essa chiesa del Comune sino alla Capella dell'Arena, ove sv 
dovrà fare la rappresentazione dell'angelica salutazione. 

(1) Nel cap. XVII del lib. VII, pag. 184 del voi. I. 

(2) Ved. il du Cange. 

(3) Pag. 104, tergo. 



ANNO U20 109 

Dal tenore del decreto statutario, che qui soggiungo, po- 
trà persuadersi chiunque abbia fior di senno in capo, non trat- 
tarsi qui di ceremonia ecclesiastica o sacra, ma di un miscu- 
glio di civiche ingiunzioni, convalidate, secondo le superstiziose 
convinzioni di quei secoli, da esteriori apparenze religiose (1). 
E che fosse questa una ceremonia o festa semplicemente civile, 
si può conoscerlo da ciò, che, sebbene cominciasse il rito nella 
chiesa del Comune, come luogo di convegno, e v' intervenisse 
anche il clero, perchè dovessero prendervi parte indistintamente 
tutti i cittadini, terminava però nel prato dell'Arena, ossia 



(1) Cod. del 1362, pag. 10 i. Eccone il testo; « Statuimus et ordinamus 
«quod ad honorem omnipotentis Dei et Sanctissime Virginis Marie matris 
«ejus et sanctorum prosdocimi j listine et antonii confessoris et danielis 
tmartiris et sancte romane ecclesie et ad honores et statimi pacifìcum et 
« quietum communancie fratalearum et gastaldionum tocius populi paduani 

• et ut libertas ecclesie perpetuo conservetur per dominos Potestatem et ejus 
«familiam anciani et offìciales comunis padue qui nunc sunt et prò tem- 
«pore fuerint singulis annis in die festi Anunciationis beate virginis glo- 
riose Marie, vel illa die qua dictum festum per dominum episcopum 
«paduanum et clerum celebrari contigerit in simul debeant congre- 
«gari in hora medie tercie ad Ecclesiam palacii comunis padue et tubato - 
tribus salariatis per dictum comune secum aditis qui in subscriptis festis 
t et processionibus eorum debeant officium exercere et eum in dieta Eccle- 
«sia fuerint una cum predicto domino Episcopo vel suo vicario capitulo et 
« clero jam dictis Mariam et Angelum ab ipsa Ecclesia ad Cappellani Arene 
tubi fieri debet representacio salutacionis angelice processionaliter et devote 
«delatos honorifice comitentur per dominum potestatem p-adue [vel suum 
«vicarium, una cum predictis dominis Episcopo vel ejus vicario et capitulo 
e prelibato rogentur vel rogari fiant omnes et singuli religiosi civitatis 
« padue ad dicti domini Episcopi pot' exempte. — Quod amore comnnis pa- 
« due dictis die et hora cum crucibus et conventibus suis in Ecclesia maiore 
«conveniant et deportatione predicta processionaliter comitentur ac quod 

• gastaldiones omnes, fraterlee artium comunis padue, die et hora predictis 
t ibidem cum omnibus et singulis de eorum fraterleis congregatis festum 
tet processionem eandem salubriter associent devote facientes in eorum 
«matriculis celebritatem festi predicti et illam de cetero, modo predicto 
« debeant revereri sine aliquibus comunis et fraterlei populi paduani expen- 
« sis. Et dominus potestas padue festum predictum per suam familiam cu- 
«stodiri faciat diligenter, ne, quod absit, aliquod ex concursu gentium si- 
« nistrum eveniat. » 



200 LIBRO XVII, CAPO Vili 

fuori del recinto di quell'Oratorio, ove lo Statuto comanda do- 
versi rappresentare V annunziamento della Vergine. 

Ed era tanta Y importanza, che il Comune di Padova attri- 
buiva a questa sacro-civica solennità, che negli Statuti nuovi 
dell' anno 1420 (ossia, nella scelta degli statuti dei secoli pre- 
cedenti e nella serie dei nuovi, che si andavano di mano in 
mano promulgando) non solamente se ne ripetè il comando, ma 
se ne volle inoltre anche esporre il rito, per conservarne sem- 
pre più e l'obbligo di celebrarla e l'annuale uniformità, per cui 
non soffrisse con lo scorrer del tempo alterazioni o cambiamenti. 
Donde poi ne derivasse l' origine e perchè il comune di Padova 
con tanta rigorosità si occupasse, non ho potuto trovare posi- 
tive memorie. 

Il rito intanto determinato da questi nuovi Statuti (1) 
comandava, che si dovesse celebrare annualmente la rappresenta- 
zione dell'angelica salutazione a questo modo; cioè, che nella 
chiesa del palazzo della Ragione di Padova, in sull'ora di.terza 
del dì 25 marzo, si vestano due fanciulli ; uno in forma di an- 
gelo; con ali e con un giglio, l'altro in forma femminile ver- 
ginale della beata Vergine Maria; di modo che uno di essi 
rappresenti l'angelo Gabriele, 1' altro la Vergine Maria; e deb- 
bano radunarsi nella chiesa cattedrale il vescovo, oppure il vi- 
cario di lui col capitolo e col clero padovano, secolare e regolare ; 
e di là vengano processionalmente al palazzo della giustizia del 
Comune di Padova. E qui debbano radunarsi anche tutte le civili 
rappresentanze della città. E radunati che vi siano tutti, debbano 
porsi il detto angelo su di una seggiola, e Maria su di un'altra 
a ciò destinata. E così sopra le dette seggiole, secondo la consue- 
tudine, debbano esser portate dal detto palazzo sino all'Arena, 
precedendole i tubatoli del Comune e il clero padovano, e seguen- 
dole il podestà e tutti li funzionarli civili e militari del Co- 
mune e gli altri processionalmente. E là nel cortivo dell'Arena, 
nei soliti luoghi preparati, l'Angelo saluti Maria con l'angelica 
salutazione; e si facciano tutte le altre cose, che furono intro- 
dotte, e che soglionsi fare per rappresentare siffatta annunzia- 
zione. Delle quali altre cose, inconcludenti al certo e comiche 

(1) Cod. Stalut. del 1420, pag. 301. 



ANNO U20 201 

al pari di tutto il complesso di questa popolare solennità, nulla 
di più ne dice il detto Codice statutario. Il tenore infatti di 
esso dev' essere qui perciò testualmente trascritto, per compro- 
vare sempre più la civica volontà nell' osservanza di questa 
strana solennità, voluta ed inculcata e regolata da pubbliche 
leggi (1). 

Bensì, per l'integrità storica di questa narrazione, devo 
qui opportunamente notare, che 1' affluenza di tanto popolo, il 

(1) Eccone il testo, qual trovasi registrato nel Codice statutario di 
Padova dell'anno 1420 alla pag. 30i, come di sopra ho notato. « Ad hono- 
«rem onnipotentis Dei et beatissime Virginis Marie et omnium sanctorum 
«ut civitas padue perpetuo in pacifico bono et quieto statu conservetur; 
« Statuimus et ordinamus, quod anno quolibet de mense marti i in die festi 
« annunciationis virginis Marie, vel in aliquo alio die ufi placebit domino 
«Episcopo paduano celebretur et fiat rappresentatio salutationis angelice 
«hoc modo, videlicet quod in ecclesia palacii juris padue bora medie tertie 
«vestiantur duo pueri, videlicet unus in formam angelicam alis *fct lilio 
«alter in formam femineam virginalem habitum beatissime virginis Marie. 
«Ita quod unus eorum angelum Gabrielem, alter Mariam virginem repre- 
«sentet. Et debeant in ecclesia catedrali congregari dominus episcopis vel 
«ejus vicarius cum capitulo et clero paduano et cum omnibus et singulis 
« fratribus religiosis cenventuum de padua cum crucibus suis, et inde pro- 
« cessionaliter venire ad palacium iuris comunis padue. Et ibi debeat esse 
«congregatus dominus Potestas padue cum omnibus judicibus de curia 
«sua et cum omnibus judicibus et officialibus Comunis padue et cum om- 
« nibus militibus, doctoribus et honorabilibus cìvibus padue. Et facta omnium 
« congregatione poni debeant dictus angelus super una catreda. Et Maria 
«super una alia catreda honorabili ad hec deputata. Et sic super dictis 
«catredis secundum consuetudinem portari de dicto palacio usque ad are- 
«nam precedentibus tubatoribus comunis et clero paduano et sequentibus, 
« domino potestate et omnibus civibus ac cum gastaldionibus artium arti- 
«fìcibus et mercatoribus processionaliter. Et in curtivo arene iu locis pre- 
«paratis et solitis. Angelus salutet Mariam angelica salutatione. Et cetera 
«fiant que ad representandum hujusmodi annunciationem introducta sunt 
« et fieri solent. Et debeat hoc festum in venerationem haberi et fieri sine 
« aliquibus comunis seu fratalearum expensis. Salvo quod tubatores comu- 
« nis et salariati de pubblico debeant in hoc festo sonare tubas et sonando 
« associare Angelum et Mariam de palatio ad Arenam sine aliqua solutione 
« vel premio. Et dominus Potestas debeat ordinare militibus suis quod si- 
«militer cum beroderiis diligentiam habeant quod ex concursu gentium 
« nichil sinistri occurat. » 



202 LIBRO XVII, CAPO Vili 

comico dialogo dei due giovinetti, che sostenevano le parti di 
quella rappresentazione, e probabilmente altri motivi di pub- 
blica sicurezza e moralità, indussero il Comune, che con tanto 
calore Y aveva ripetutamente comandata ad abolirla. Del che 
ci dà notizia V erudito Angelo Portenari, il quale nel suo libro 
intitolato : La felicità di Padova, nella pagina 486, parlando 
di questa ceremonia, dice: « La città, dell'anno 1331, fece uno 
« Statato, che ogni anno, nel giorno dell' Annuntiatione della 
« Beata Vergine, si facesse la processione a questa Chiesa 
« (della Nontiata dell'Arena) e nel Teatro (1) dell'Arena fosse 
« solennemente rappresentato il Mistero dell'Annuntiatione fatto 
« dall' Angelo Gabriele alla Madre di Dio, la qual solennità è 
«durata in sin all'anno 1600, nel quale per alcuni abusi e 
« disordini fu levata. » 

Ma con buona pace dello storico padovano, mi siano per- 
messe alcune storiche riflessioni, circa il vero motivo di quel- 
l' abolizione, e circa il tempo di essa, anteriore all'anno 1600, 
segnato da lui. 



CAPO IX. 
Sulla abolizione della civica festa all'Arena. 

E pria di parlare dell'abolizione di quella festa cittadina, 
reputo opportuno premettere alcune mie considerazioni circa il 
tempo, in cui cominciò. Dal contesto e dal confronto delle due 
statutarie ingiunzioni, di cui ho recato testualmente le parole» 
devesi ammettere, che quella festa fu comandata dal Comune 
di Padova in tempo del suo governo repubblicano. In entrambe 
infatti si legge, essere stata essa istituita ad honores et sta^ 
tum pacificum, et qidetum communancie fratalearum et ga- 
staldionum tocius popali paduani, et ut libertas perpetuo con- 
servetur per dominos potestatem et ejus familiam etc. — Ut 

(i) Teatro non v'era, nò gli Statuti lo commemorano. Dicono anzi, 
che quella ceremonia si compiva in Curtìvo Arenae. — Ciò dico, per cor- 
reggere l'inesattezza del Portenari. 



ANNO 1GI2 203 

civitas Padue perpetuo et pacifico bono et quieto statu con- 
servetur etc. 

La prima di queste due lQggi (di cui più compendiosa- 
mente le parole sono ripetute anehe nella successiva) fu sta- 
bilita, fuor di dubbio, avanti Tanno 1318, in cui cessò il go- 
verno repubblicano e fu data la signoria di Padova ad Jacopo 
da Carrara* ossia, fu stabilita nell'intervallo di pochi anni tra- 
l'erezione della Cappella che diede motivo a quella solennità, 
e la cessazione della repubblicana reggenza, altamente non 
avrebbero potuto avervi luogo ed importanza civica le parole 
testé recitate. La Capella dell'Arena, attestano tutti gli auten- 
tici documenti, fu compiuta F anno 1306. Essa era stata eretta 
per volontà ed a tutto dispendio del cittadino Enrico Scrove- 
gno, il quale poco dianzi (nelF anno 1300, addì 6 febbraio) 
aveva comperato quel recinto, che si nominava l'Arena, da Man- 
fredo de' Dalesmanini ; ed aveva fatto decorare la sua nuova 
cappella con eccellenti pitture, ed in quel medesimo recinto 
aveva anche fatto già fabbricare decoroso palazzo a propria 
abitazione, fiancheggiato da quella insigne cappella. 

La novità di siffatta erezione, che recava grande lustro a 
Padova ; la frequenza dei cittadini, che si recavano in folla ad 
ammirarne la sontuosità, particolarmente nell'annuale ricorrenza 
della festa dell' Annunziamone, a cui la cappella era intitolata ; 
la gratitudine fors'anco del Comune stesso verso il magnifico 
fondatore di quella ; la compiacenza e l' ambizione dello splen- 
dido possessore; — dal tutto insieme di queste circostanze nacque 
(come io penso) la deliberazione dei componenti la pubblica 
rappresentanza civica di comandare l'annuale festeggiamento 
ed il rito, di cui furono inserite le suenunciate ingiunzioni dei 
due codici statutarii. 

Ma quando per la cospirazione democratica, ordita in Pa- 
dova contro la repubblica di Venezia, furono confiscati dal Con- 
siglio de' Dieci i beni tutti di Jacopo Scrovegno, il quale aveva 
preso parte a quella congiura, ed era stato perciò considerato 
come reo di Stato ; esso Consiglio, nell'anno 1443, li diede tutti 
in vendita a Francesco Capo di lista, da cui poscia il patriarca 
di Aquileja, cardinale Foscari, comperò l'Arena con tutte le 



204 LIBRO XVII. CAPO IX 

interne fabbriche, tra cui anche quella cappella. D' allora in 
poi, pare che il Comune di Padova non più prendesse interes- 
samento alla manutenzione di quella civica solennità. Certo non 
se ne trovano argomenti positivi, che ce ne possano attestare 
F abolizione e che ce ne mostrino la continuazione. 

Tale, a mio credere, dev'essere stato rincominciamento, il 
progresso, il fine di questa clamorosa solennità cittadina. Dico, a 
mio credere, perchè se taluno più istruito di me sapesse in- 
dicare migliori notizie, gli e ne sarò ossequioso e riconoscente. 

Quanto poi alla gratuita asserzione del Portenari, avere 
durato .quella solennità insin aW anno 1600, nel quale per 
alcuni abusi e disordini fu levata; posso dimostrare, con au- 
tentici documenti, eh' essa assai prima era stata abolita, e che 
nell'anno 1592 il nobile patrizio veneziano Gerolamo Foscari, 
proprietario dell'Arena, faceva istanza al Comune di Padova, 
perchè ne fosse ripristinata la festa ; e ne parla, come di festa 
già da lungo tempo abolita. — Ed anche ciò giova a dimo- 
strare, ch'essa era una festa civica e di pubblica ragione; non 
già dal volgo arbitrariamente introdotta e continuata, ma per 
municipale volontà stabilita; ed era quindi conveniente od, a 
meglio dire, doveroso, che avesse la sua pagina nella Storia 
civile di Padova. 

Gli autentici documenti, a cui è appoggiata la mia asser- 
zione, circa l'inesattezza del Portenari, sono le lettere auto- 
grafe, che si conservano sino al giorno d'oggi nell'archivio gen- 
tilizio della nobile famiglia Foscari-Gradenigo, in Venezia. Di 
queste, per brevità, una sola ne trascrivo, ed è la seguente, 
diretta al M. t0 Magn. co et Ecc. te S. Oss. mo il S. Piero Fran- 
cesco Brusco di Padova (1). 

« Molto Magnifico et Eccel. te Sig. re — Io desidero somma- 
<< mente, come V. S. sa, di fare ogni sforzo per vedere di tor- 
« nare in uso 1' usanza antica (2) dello Statuto per far la pro- 
« cessione solenne coli' intervento del Vescovo et delti Eettori : 

(1) Chi fosse questo Magnifico et Eccellente sig. Piero Francesco Brusco 
diJ>adova, non mi riesci scoprirlo. 

(2) Questa espressione non dimostra assai chiaramente l'antichità al- 
tresì dcWusanza abolita? 



ANNO 1G12 205 

«che certo oltre eh' è cosa religiosa et operationo buona sa- 
« rebbe pure di grandissima honorevolenza della nostra Chiesa 
« et luogo dell' Arena. Onde mi son risoluto, poiché i miei 
« affari non mi lasciano venire a Padova, com' io vorrei, di 
< scriver a Mons. Illust™ Vescovo et a tutti due gì' IH.™ 1 Eot- 
« tori et pregarli di questa gratia, et mando le lettere aperte 
« a V. S. , che le potrà leggere : et poi sigillate renderle ad 
« ognun di loro, accompagnandole col valor della sua lingua 
« sì in darli più distinta informatane, come per persuaderli et 
« infiammarli a questa buona opera : nel che desidero che la 
«impieghi tutte le forze dell' eloquentia et dell' affetto : che 
» non potrei ottener di presente cosa di maggior mia consola- 
« tione che questa. — Le rimando copia dello Statuto, acciò 
« bisognandoli possa mostrarla a quei SS. ri — Et qui fo fine 
« et me le raccomando eli cuore. — Di Venetia a ij de Marzo 
« MDXCIJ. — Ser. re Hier. mo Foscari. » 

La quale raccomandazione rimase inefficace, perchè i Ret- 
tori della Città non poterono aderire alle istanze di un privato 
per ripristinare una festa pubblica, già da lungo tempo abolita 
di pubblica autorità. 

Bensì ne furono rinnovate, ma con uguale inefficacia, le 
istanze nel 1858, dal conte Leonardo Gradenigo, uno dei coe- 
redi della famiglia padrona dell'Arena. Imperciocché la Civica 
Congregazione Municipale non ne ottenne licenza dalla supe- 
riorità se non in modo evasivo e semplicemente come ceremo- 
nia sacra, ma non già nel senso e con alcune almeno delle forme 
esteriori, da principio introdotte; in somma, non già come 
festa pubblica della città. 

E che in ciò vi avesse luogo essenziale la ragione politica 
è facile il desumerlo dalla stessa lettera responsiva del Muni- 
cipio al nobile Conte (1), nella quale gli viene comunicato, che 
la R. Delegazione, richiesta della licenza (si noti bene) di ria- 
prire al pubblico la Chiesetta dell'Arena nel dì festivo della 
Annunziazione ; — « lo che non aveva punto a che fare con 
« la riattivazione della pubblica festa antica, comandata dagli 

(1) Lett. num. 3737, Sez. I. 26 marzo 1838. 



206 LIBRO XVII, CAPO X 

« Statuti; — aveva risposto, soltanto nel dì 24; ossia, nella 
< vigilia; e ciò in ora tarda, per non lasciar tempo a novelle 
« istanze ; — adesivamente, a patto però, che in essa Chiesa, 
« e ciò per più riguardi di Religione, non fosse celebrato alcun 
« divino ufficio, e che non venisse aperta che dal mezzodì alla 
« sera. » 

Da questi due fatti è palese, che l'abolizione di quella pub- 
blica festa aveva avuto e conservava sotto una pubblica ragione 
di Stato. Nò di essa fu parlato mai più. 



CAPO X. 

Altre feste pubbliche e spettacoli di Padova. 

Oltre la solennissima festa, fin qui descritta ed illustrata, 
della città, a cui doveva prender parte ogni classe di cittadini, 
inoltre altre di minore importanza ve n' erano ancora, d' isti- 
tuzione antichissima e non poche altresì posteriori a questa. 
Io per verità avrei voluto astenermi dal farne parola, ma poi- 
ché taluni dei dotti amatori delle cose patrie me ne fece quasi 
rimprovero del non averle finora commemorate; e sì che le 
antichissime avrebbero dovuto aver luogo assai prima dell' in- 
stituzione di questa; mi sono determinato a compierne il de- 
siderio; bensì nella più stretta misura, per non allungare di 
troppo queste mie pagine, ma soltanto in quanto possano ser- 
vire all' integrità della storia. Sul che mi conforta la sentenza 
di Plinio, (1) che « la Storia, in qualsiasi modo scritta, diletta; 
« perciocché sono gli uomini naturalmente curiosi, e rimangono 
« presi da qualunque nuda cognizione delle cose. (2) » 

Le antiche cronache padovane ed i pubblici decreti della 
città fanno menzione di cotesti spettacoli, che in alcuni deter- 
minati giorni si facevano, e ce ne segnano in qualche modo la 

(1) Lib. V, opist. 8 — IJ istoria quoquo modo scripta delectat. Sunt enim 
homines natura curiosi et quaìibet nuda rerum cognitione capiuntur. 

(2) L'ab. dolt. Sborti pubblicò, nel 1767, un Saggio degli spettacoli che 
si facevano in Padova 



INNO Ì649 207 

derivazione e la storia; e delle Cronache appunto e dei pub- 
blici decreti mi valgo, per darne qui un sunto. E pria di tutto 
ricorderò, che il luogo, ove siffatti spettacoli si celebravano fu 
per lo più il vasto campo, che oggidì si nomina Prato della 
Valle, e che più volte ho dovuto, nelle pagine addietro, com- 
memorare. I quali spettacoli antichissimi risalgono ai giorni di 
Antenore, che ne fu istitutore, e nominavansi giuochi Cestici, 
presso al tempio della Concordia, quasi dodici secoli avanti 
1' era nostra. 

Di questi giuochi Cestici, che si facevano nel teatro ivi 
esistente, nominato Zairo o Satiro, parlarono anche gli anti- 
chi storici, tra cui Taito e Sifìlino, commemorando la tragedia 
rappresentata dal padovano Trasea. Tacito infatti dice : « Thrasea 
« Patavii, unde ortus erat, ludis cesticis a Trojano Antenore 
« institutis habitu tragico cecinerat. » E Sifìlino dice : « Thrasea 
« Patavii in Patria Tragediam egit, ut mos erat, in quibusdam 
« ludis, qui trigesimo quoque anno fieri consueverant ; » dalle 
quali parole ci è fatto sapere, che i giuochi Cestici si celebra- 
vano di trenta in trenta anni. 

Militari spettacoli in questo medesimo Prato si rappresen- 
tavano o piuttosto compivansi veracemente; dei quali i più me- 
morabili furono la battaglia contro Alarico re dei Goti nel- 
l'anno 409 ; — quella di Attila, nel 451 ; — - l'altra di Agilulfo 
re dei Longobardi, nel 601; — quella di Ezzelino vicario dell' im- 
peratore Federico II, nel 1256 ; — quella dei Carraresi con gli 
Scaligeri ed il Visconti duca di Milano ; — delle quali tutte ho 
parlato di volta in volta, lungh' esso il corso della mia Storia. 

Oltre ai summentovati giuochi Cestici, avevano rappresen- 
tazione, e sempre nel Prato della Valle, giostre e duelli. 

Neil' anno infatti 879 di Padova, che corrisponde al 296 a- 
vanti l'era nostra, fu costruita una Neumachia, per un finto com- 
battimento navale, che in queir anno appunto, per attestazione 
di Tito Livio (1), fu istituito ; e poco lungo di là, contiguo 
all' odierna chiesa delle Grazie, ebbe principio un Circo Ca- 
strense consecrato a Giano, emblema di combattimento. Quivi, 

(1) Lib. X della Dee, I. 



20S LIBRO XVII, CAPO X 

oltre che i giuochi Cestiti, si facevano gli spettacoli dei duelli; 
tra i quali sono celebri i due dell'anno 775 nell' occasione, che 
Carlo Magno- venne in Padova, e del 1165 alla presenza del- 
l' imperatore Federigo Barbarossa. 

E per commemorare gli spettacoli del secolo XIII, furono 
clamorose le rappresentazioni comico-sacre, introdotte sotto 
Galvano Lanza, pugliese, che fu podestà di Padova e cognato 
del tiranno Eccelino, le quali continuarono a lungo nelle pub- 
bliche chiese. 

In quel medesimo secolo, e precisamente nell'anno 1237, 
un decreto civico, registrato negli Statuti, ordinò che annual- 
mente il dì 12 giugno si facesse in mezzo del Prato della Valle 
la corsa dei cavalli, detta volgarmente la corsa dei barbari. 
Da quel decreto fu stabilito al corridore, che avesse il primo 
raggiunta la meta prefissa, il premio di dodici braccia di panno 
scarlatto ; dal che ebbe origine la denominazione di Pallio; — 
al secondo uno sparviero ; — al terzo un paio di guanti. Que- 
sto clamoroso spettacolo fu istituito dal maggiore Consiglio 
civico, per festeggiare la liberazione di Padova dalla tirannia 
di Eccellino. 

Il quale spettacolo fu trasmutato più tardi nella corsa de' 
fantini e delle carrette; allorché cioè, nell'anno 1405, trattossi 
di voler festeggiare il possesso della Eepubblica di Venezia, a 
cui la città di Padova erasi data, per F espulsione dei Carra- 
resi. Ad esso venne stabilito il giorno 17 settembre, e comin- 
ciava dalla porta di Santa Croce e percorreva sino alla porta 
dell' Università. Non però sempre se ne conservò il medesimo 
corso ; ne fu anzi variato più volte il luogo, or qua or là. L'ul- 
tima variazione fu dalla chiesa di sant'Osvaldo, fuori della 
porta di Ponte Corbo, sino alla bottega del Berze, in piazza 
delle Erbe (1). 

E poiché parlo di questo moltiforme spettacolo, non sarà 
fuor di luogo, che io qui commemori un proclama della città 
di Padova, del giorno 19 aprile 1668, nel quale si legge, 



(1) Una circostanziata descrizione dall'anno 1562 al 1621, ne fece Ni- 
colò Rossi, ne' suoi Annali di Padova. 



ANNO U20 209 

che, oltre il consueto Pallio, uno se ne faceva, consistente in 
una corsa di donne. Eccone le precise parole : « Volendosi dar 
« esecuzione allo Statuto 1420, e continuare la solennità annua 
« per la degna memoria del felicissimo Dominio nel correre i 
« Pallj con Barberi, Konzini, Asini e Donne, conforme il pra- 
« ticato dell'anno decorso. Proponendosi per pretio dalla sud- 
« detta magnifica città al primo corridor de 7 barbari brazza 25 
« Tabin in opera, al primo corridor de' ronzini brazza 25 Or- 
» mesia giallo, al primo corridor degli asini brazza 25 Renzo, 
« alle donne una pezza di Gorgàn cremesino (1). » 

Di altro spettacolo parlò il cronista Ongarello circa l'an- 
no 1390, nel quale esisteva la così detta Compagnia bianca, 
composta di una società, accresciuta sino al numero di 26600 per- 
sone ; e dice, che a questa ingente turba, predicò in un certo gior- 
no un maestro di Sacra Scrittura « sopra il Prà della Valle, dove 
« pareva una cosa maravigliosa veder tanti vestiti di bianco. » 

E ritornando all' antichità degli spettacoli clamorosi, che 
si davano in questo Prato, aggiungerò la testimonianza — e 
della cronaca patavina del 1208, la quale narra, che ai tempi 
del podestà Viscontino da Piacenza, « fuit factus magnus ludus 
« de quodam homine Selvatico in Prato Vallis, et quasi omnes 
« Paduani per contratas novis vestibus sunt vestiti ; » — e del 
Muratori, che commemora le giostre ed i tornei eseguiti dai 
Padovani : — « A turmis equestribus armatis equos in gyrum 
« agitantibus, seque ferientibus invicem lanciis et gladiis hebe- 
« tibus peraguntur. » 

Dall' Ongarello si ha pur notizia, essere stato eretto, l'an- 
no 1214, un castello artificiale, per valersene a giuoco pubblica 
nel Prato della Valle; e così ne parla : « In quello castello dove- 
« vano gli uomini combattere secondo la costumanza di quei tem~ 
< pi, con limoni, aranci, melograne et altre specie di frutta (2). » 

(1) È tratto questo prezioso monumento di valore femminile dall' ar- 
chivio della famiglia Camposampiero. 

(2) Questo spettacolo non doveva essere punto dissimile da quello, che 
a Treviso nominavasi la Festa del Castel d'amore, di cui ho fatto la de- 
scrizione nel cap. VI e seg. del lib. V, alla pag. 80 e seg. del voi. I, e da 
cui ebbe origine la guerra ivi descritta tra Padovani e Veneziani. 

Cappbllbtti. Storia di Padova II. H 



210 LIBRO XVII, CAPO X 

Del quale spettacolo, scrisse Carlo Dottori (1), nel suo poema 
intitolato V Asino (2) : 

Andate ad assaltar con poma e pera 
Le rocche finte in Prato della Valle, 
Padovani, andate a far barriera. 

E per non tacere varie altre feste e spettacoli pubblici, 
che si davano in Padova, d'ordine e a spese del Comune; e 
sempre, per l'opportunità ed ampiezza del luogo, nel Prato 
della Valle, ricorderò, che 

nel 1224, fu rappresentato il giuoco dell' Uomo Selvatico 
con li giganti; 

nel 1233, il celebre frate Giovanni da Schio, di cui alla 
sua volta ho fatto menzione (3), parlamentò con tutti i Proceri 
delle Marche e della Romagna; 

nel 1239, l' imperatore Federigo II fece la sua sovrana 
comparsa, nel giorno delle Palme, seduto sopra maestoso trono, 
ed ivi concionò al popolo il suo secretano Pier dalle Vigne; 

nel 1298, ivi si festeggiò il Carnovale, con un solenne tor- 
neo di cavalieri e con giuochi; 

nel 1387, ebbe luogo nella vastità di quel Prato il gran- 
dioso spettacolo delle acclamazioni di tutta Padova al vittorioso 
principe Francesco Novello da Carrara, reduce dalla sanguinosa 
battaglia contro lo Scaligero, ed incontrato al Bassanello dal 
padre suo Francesco I, il vecchio, venne quivi a far sosta, in 
mezzo alle grida di trionfo e di giubilo di tutto il popolo pa- 
dovano : Viva il Carro. 

Dopo i quali spettacoli pubblici, commemorati fin qui, i 
quali precedettero 1' epoca dell' ottenuto possesso della Repub- 
blica di Venezia, pochi ne furono gli straordinarii, perche al 
governo veneto poco piacevano, nelle sue città suddite, certe 
feste clamorose, che potevano degenerare in popolari tumulti. 

Tra i pochissimi, che la Repubblica permise ai Padovani, 

(1) Sotto il nome di lroldo Crotla. 

(2) Cant. X, stanza 30. 

(3) Pag. 130 del voi. I. 



ANNO 11)92 211 

ne ricorderò uno del 1452, por festeggiare il soggiorno dell' im- 
peratore Federico III, e consisto in un magnifico torneo, il dì 
14 gennaro. Ed un altro spettacolo artifiziosamente disposto 
nell'anno 1592, fu addì 5 marzo, per far rappresentare dalle 
milizie la superiorità della fanteria sopra la cavalleria. 

Non parlo delle varie specie di giuochi, di feste, di spet- 
tacoli, che si rappresentarono e sotto i Carraresi e sotto il do- 
minio dei Veneziani; i fuochi d'artificio, le illuminazioni ecc., 
che di quando in quando, per qualche straordinaria circostanza 
di pubblica allegrezza invitavano Padova a giubilare. Non la 
finirei più se ne volessi fare minuta e singolare commemo- 
razione. 



LIBRO XVIII 

Edilizi pubblici in Padova sotto la dominazione veneta* 



CAPO I. 

Premure della civica amministrazione di Padova 
jper l'abbellimento della città. 

Padova, sotto il dominio della Repubblica di Venezia, dopa 
le vicende descritte della guerra di Cambray, gustò nella sua 
civile amministrazione i frutti della tranquillità e della pace. 
Quindi le arti belle, il commercio, F agricoltura, F industria in- 
terna concorsero a gara al prosperamento di ogni classe di cit- 
tadini, e facilitarono anche il materiale abbellimento della città, 
con la erezione di decorosi edilìzi sacri e profani, a cui la coo- 
perazione e F opera talvolta della dominatrice Repubblica por- 
sero non di rado opportuna assistenza e stimolo nobilissimo. 
Ogni qual volta il bisogno o il decoro della città suggeriva 
progetti di pubblico servizio, il maggior Consiglio municipale 
ne faceva la proposta, il podestà veneziano la raccomandava al 
Senato, e questo non esitava ad approvarla. Talvolta anzi, di- 
mostratane la necessità o la utilità, la munificenza del Senato 
stesso ne assumeva, o in tutto o in parte, il dispendio; e così 
Padova, durante la dominazione veneta, primeggiò, anche sotto 



214: LIBRO XVIII, CAPO I 

questo aspetto, tra tutte le altre città dello Stato. Ciò per al- 
tro ci fa conoscere, che la Storia di Padova, priva di fatti par- 
ticolari e gloriosi, andavasi a conchiudere nella moltiplicità 
dei pubblici monumenti. 

Per lo che io reputo doveroso nello storico di Padova il 
dare notizie, almeno compendiose, della moltiplicità dei gran- 
diosi edifizi, sì profani che sacri, i quali sorsero, nei quasi 
quattro secoli di veneziano dominio, ad abbellirla. E comincierò 
dai profani. 

CAPO II. 
Edifizi profani in Padova a servizio pubblico. 

Non intendo già di enumerare qui ad uno ad uno tutti gli 
edifizi, che dall'anno 1405 sino al 1797, finché dominò la ve- 
neta Eepubblica, sorsero in Padova; ma i più cospicui soltanto. 
Nel che, per non affastellarli confusamente, seguirò la progres- 
sione cronologica della rispettiva erezione od ampliazione a 
pubblico servizio, od a monumentale decoro. 

Ciò premesso ricorderò : 

1° — Neil' anno 1420, sorse in Padova Y Ospitale civico 
fondato, nella sua primitiva istituzione presso la chiesa di san 
Francesco, per munificenza di Baldo Bonifario da Piombino e 
di Sibilla sua moglie figliuola del padovano Gualperto di Ceto. 
La fabbrica dell'Ospitale formava un tutto con quella chiesa 
e col convento di francescani, perchè avevano divisato i due 
coniugi di provvedere all' assistenza immediata degT infermi 
coli' affidarla ai minori osservanti. Questo primitivo ospitale 
servì ai bisogni del pubblico e della città per ben trecento e 
cinquant' anni, finché nel 1778 il benemerito vescovo di Padova 
Nicolò Giustiniani, ponendo mente all' insalubrità e strettezza 
di quello, comperò di suo il vasto locale e l' area adiacente, che 
erano dei gesuiti, poco dianzi soppressi dal papa Clemente XIV, 
ne demolì il collegio, e sulle rovine di esso, il dì 22 dicembre 
del detto anno, pose la prima pietra del nuovo ospitale, ma- 
gnifico edilìzio eseguito sul disegno dell'architetto professore 



ANNO U20 — 1798 215 

Domenico Cerato, e fu aperto il dì 29 marzo 1798. — E per 
dire alcun che della sua struttura, ricorderò eh' esso per am- 
piezza, per solidità, per eleganza può dirsi uno dei più belli 
d' Italia. La sua principale facciata è lunga più di 400 piedi : 
l' interno ò diviso in tre grandi cortili, di cui quello di mezzo 
è perfettamente quadrato, di cento piedi per ciascun lato, cinto 
di portici formati da doppie colonne, che sostengono una 
maestosa loggia. Tutta la fabbrica è a quattro piani : nulla vi 
manca di quanto può mai abbisognare agli usi per cui è desti- 
nata: vi sono comprese le cinque sale delle cliniche apparte- 
nenti all' Università, a titolo d' istruzione. — L'intiero locale è 
capace di 500 malati, che nella media proporzione quotidiana 
possono calcolarsi poco più di 300. — Contigua all'Ospitale è 
una chiesetta, in cui, a perenne memoria del vescovo fonda- 
tore benefico del medesimo, il comune di Padova collocò ele- 
gante monumento", scolpito dal Canova; e nel vestibolo, una 
lapide ricorda il Bonifazio, primitivo fondatore dell'antico. 

2° — Nell'anno 1428, la munificenza della Eepubblica di 
Venezia volle apprestata nobile abitazione al Capitanio suo, che 
ne sosteneva in Padova la militare rappresentanza ed auto- 
rità (1). Essa ancora sussiste, e sorge dove un tempo sorgeva 
la reggia dei principi Carraresi, eretta a suo tempo ed ornata 
magnificamente da Ubertino III, signore di Padova; ma di 
quel principesco palazzo nulla più esiste oggidì, tranne i pochi 
intercolonii di un cortile interno, che confina col locale della 
Accademia di scienze, lettere ed arti. — Ed altro avanzo della 
reggia dei Carraresi n'è anche in parte la torre dell'Orolo- 
gio (2) respiciente la piazza dei Signori; la quale sorge sopra 
la grandiosa porta, conformata a foggia di arco trionfale, in cui 
lavorò (forse per ristauro od abbellimento) l'architetto Giam- 
maria Falconetto; come ne attesta il nome ivi sculto, e l'in- 
dicazione dell' anno 1532. È ornata questa grandiosa porta ele- 
gantemente di quattro colonne d'ordine dorico, binate, e che 

(1) Sull'autorità del Capitanio ho parlato nel cap. I del lib. XIII pag. 11 
di questo II voi. 

(2) Di esso altrove ho parlato. Ved. la pag. 274 del voi. I. 



216 LIBRO XVIII, C1P0 II 

poggiano su piedistalli. — Neil' interno del cortile, a cui que- 
sta porta dà accesso, nominato tuttora la Corte del Captiamo, 
ò a sinistra, una grandiosa scala comoda è di bell'effetto, or- 
nata ad ordine ionico, costrutta nel 1607 dall'architetto Vin- 
cenzo Dotto; erroneamente attribuita da taluni al Palladio. 

3° — Nell'anno 1493, fu eretto elegante edificio, princi- 
pale ornamento della piazza dei Signori, il quale resta a sini- 
stra del commemorato palazzo del Capitano. Serviva questo edi- 
lizio per radunarvi, nella sala superiore, il consiglio civico. 
Perciò ebbe la denominazione di Loggia del Consiglio. Ne mo- 
dellò il disegno nel 1493, il padovano patrizio Annibale Bas- 
sano, ma, sopravvenuta la guerra, ne rimase incompleto il la- 
voro, né prima del 1523 furono costruite le scale e le porte 
interne sotto la direzione dell'architetto Biagio Ferrarese. Tre 
anni dopo fu condotto a compimento. Nel 1545 ne fu termi- 
nato anche il coperto di piombo. Servì, dopo cessata la vene- 
ziana dominazione, ad uso di Gran Guardia. 

4° — Nel 1493 si dee segnare l' incominciamento dell' o- 
dierno locale dell' Università ; grandioso e degno della vene- 
ziana munificenza : ma non ne fu compiuta la fabbrica che 
nel 1552. Intanto dalla sua primitiva stazione fu trasportato 
poi, nel 1501, con solennissima pompa dal luogo ov' era prima 
(dal palazzo del Bue) questo sacrario della scienza. — Il por- 
tone marmoreo del grandioso edilìzio è fiancheggiato da colonne 
doriche scanalate : esso dà ingresso ad elegante cortile qua- 
drato a due ordini di colonne dorico ed ionico, e sta nel mezzo 
dell' edifizio. Questo cortile^ ai quattro lati, è cinto da comodo 
porticato nel pian terreno, e da spaziosa loggia nel superiore. 
Di queste, collo scorrer dei tempi, furono fregiate in entrambi 
le pareti e le volte di stemmi, alcuni sculti, altri dipinti, e 
di busti altresì di più ragguardevoli uomini di ogni nazione, 
benemeriti o del pubblico insegnamento o della diligente tutela 
delle scolastiche immunità. — Se ne è architetto il Palladio ; 
non però tutti gì' intelligenti vi acconsentono; perchè da molti 
invece n' ò attribuito il lavoro ad Jacopo Sansovino. — Nel 



ANNO 1493 — IMS 217 

piano inferiore, per un vano laterale a destra, si passa al ga- 
binetto di numismatica e araldica, ed a quello di farmacologia, 
ed a due sale per le lezioni. — Nel piano superiore sta la sala 
di fisica sperimentale. 

Nel 1738, con decreto del Senato del 27 novembre, fu que- 
sta istituita e splendidamente provveduta di macchine, delle 
quali il Facciolati, ne' suoi Fasti dello Studio di Padova, diede 
il catalogo sino ad oltre quattrocento. In seguito ne crebbe il 
numero considerevolmente. 

Nel 1594 ; fu eretto il teatro anatomico, di forma elittica, 
con sei gallerie decrescenti dall'alto al basso; ed è opinione, 
che ne abbia dato il disegno l' ingegnosissimo fra Paolo Sarpi, 
intimo familiare del celeberrimo professore Acquapendente. Il 
teatro è capace di oltre a trecento uditori. Di qua si passa ai 
gabinetti anatomico di storia naturale, di numismatica, e di 
farmacologia. 

Né qui tacerò, che V Archivio dell'Università, comprende 
una serie ben regolata di tutti gli atti di essa, i quali comin- 
ciano nel 1580 ; e che per munificenza della Republica di Ve- 
nezia ebbero vita, sparsi qua e colà per Padova, le varie cli- 
niche, sino dal 1543. 

5° — Neil' anno 1545, per decreto 30 giugno del Senato di 
Venezia, fu piantato il più antico di tutti gli orti botanici, a 
coltura ed a studio delle piante medicinali, ad istanza del pa- 
dovano Francesco Bonafecle, professore di medicina in questa 
Università, e sul disegno del bergamasco Andrea Moroni. Al- 
trove ne ho fatto parola (1). Nell'anno 1564, fu stabilita la 
cattedra di botanica, e vi cominciò a dettare pubbliche lezioni 
Melchiorre Guilandino di Konisberga, reputato allora il primo 
botanico d' Europa (2). — Occupa 1' Orto un'area di circa 20700 
metri quadrati; sta tra le due basiliche di santa Giustina e 
di sant'Antonio, a pochi passi dal Prato della Valle; ed è 



(1) Nella pag. 115 del voi. I. 

(2) Fu stampata in Venezia nel 1839, una Memoria di Robert© de Vi- 
sianì sul!' Origine ed anzianità dell'Orto botanico di Padova. 



21S LIBRO XVIII, CAPO II 

"bagnato a settentrione da un ramo di acque del Brenta, le quali, 
innalzate artifizio samente, per mezzo di solida macchina, che 
le conduce a salire poi in diciasette fontane, le quali scorrono 
in appositi serbatoi ad opportuno inaffiamento delle numero- 
sissime piante dell'Orto. — Dalla pubblica via apre l' ingresso 
ad esso un ponte, chiuso da un portone di rustica architettura. 
In sull' alto, nell' epigrafe; che qui soggiungo, si leggono scol- 
pite le intimazioni severe dei Riformatori dello Stadio a chiun- 
que vi entri per visitarlo : 

TRIUMVIRI LITTERARII. 

I. PORTAM HANC DECUMANAM NE PULSATO ANTE DIEE 

MARCI EVANGELISTAE NEC ANTE HO RAM XXII. 

II. PER DECUMANAM INGRESSUS EXTRA DECUMANUM 

NE DECLINATO. 

III. IN V1RIDARIO SCAPUM NE CONFRINGITO NEVE 

FLOREM DECERP1TO NE SEMEN FRUCTUMVE 

SUSTOLL1TO RADICEM NE EFFODITO. 

IV. STIPEM PUSILLAM SUCCRESCENTEMVE NE ATTRE 

CTATO NEVE AREOLAS CONCULCATO 

TRANSILITOVE. 

V. VIRIDAR1I 1NIURIA NON AFFICIUNTOR. 

VI. NIHIL INVITO PRAEFECTO ATTENTATO. 

VII. QUI SECUS FAXIT AERE CARCERE EXSILIO MULTATOR. 

Autore di questa epigrafe si reputa il chiarissimo latinista 
Daniele Barbaro, interprete fedele delle intenzioni del governo 
veneto, per la conservazione e tutela di questa esimia opera della 
sua munificenza. — Per non distaccare dall'Università, a cui 
appartiene, ho dato luogo qui all' Orto botanico, benché pre- 
ceduto nell'ordine cronologico dall'erezione di altre fabbriche, 
di cui vengo tosto a parlare. 

6° — Nell'anno 1509, pensò la repubblica veneziana alle 
Mura della città. Parlo delle Mura nuove, che sino al giorno 



ANNO lliOì) — 15 il 219 

d'oggi sussistono. Già sino dall'anno 1195 la repubblica pata- 
vina aveva incominciato a cingerla di mura, le quali poi fu- 
rono continuate, a più riprese, dai principi Carraresi, dal 1210 
in poi. Unico importante avanzo di queste rimane tuttora il 
grandioso torrione con la sottoposta porta, all' estremità destra 
del ponte Molino. — Le mura nuove, solido monumento della 
veneziana munificenza, non furono compiute che in sulla metà 
del secolo XYI, in cui avevano avuto principio. Di due gran- 
dissimi bastioni, oggidì alquanto guasti, furono consolidate con 
ingegnosa costruzione del valente architetto militare Michele 
Sanmicheli : uno, eh' è poco lungi dalla porta Ponte Corbo, è 
detto Cornavo, perchè fatto erigere da Gerolamo Cornaro, che 
nel 1539 era capitanio della città in nome della Serenis- 
sima ; T altro assai meglio conservato, sta di fianco alla Porta 
santa Croce. 

7° — Negli anni 1518, 1528, 1530, il Senato veneto si 
die' premura di abbellire e consolidare le mura di Padova cor^ 
la costruzione delle tre porte, dette del Portello, o di Venezia, 
di S. Giovanni, e di Savonarola, — La prima d' esse offre 
nella parte esterna un'eleganza architettonica migliore dello 
altre due ed ha l'aspetto di arco trionfale. Chi ne sia stato 
l' architetto non vanno d'accordo gli eruditi, perchè taluni lo 
dicono lavoro dei Lombardi, altri di Guglielmo Bergamasco. — 
La seconda di Savonarola vuoisi opera di Giammaria Falco- 
netto, per la somma somiglianza sua con l'altra di San Gio- 
vanni, ove il Falconetto lasciò scolpito il proprio nome nelle 
due alette degli archi interno ed esterno. — Ha Padova, oltre 
a queste, innalzate a merito del governo veneziano, altre quat- 
tro porte nel circuito delle sue mura. 

8° — Altro maestoso edifizio pubblico, che sorse in Pa- 
dova per munificenza della veneta dominazione; è il Palazzo- 
delia Municipalità, eretto nel 1541 a merito del podestà An- 
tonio Contarini cavaliere, di cui conserva il nome, l'anno, e 
l'encomio dovuto alla maravigliosa celerità in farlo sorgere, 
l'epigrafe, che vi si legge scolpita: 



220 LIBRO XVI11, C1P0 II 

M. CONTARENUS EQ. PRAETOR 
INCREDIBILI CELERITATE A FUNDAMENTIS EXCETAVIT 

MDXLI. 

Il cortile interno n' è assai lodato : le sale superiori e le 
camere ne sono magnifiche: di qua si passa al grandioso sa- 
lone della Giustizia o della Ragione, del quale ho parlato al- 
trove diffusamente (1). 

9° — L' ingrandimento del Monte di Pietà, nell'anno 1618, 
trasferito dalla primitiva sua sede, ch'era nell'edifizio, nomi-' 
nato tuttora i Monti vecchi, fu grandiosa opera dell'epoca ve- 
neta. L' antico era stato eretto dal consiglio civico di Padova, 
l'anno 1369, ed ivi nel 1590 ne fu accresciuto per le civiche 
largizioni, il capitale, acciocché potesse meglio soddisfare ai 
bisogni degl' indigenti, a cui non bastava il primo. Di cotesto 
nuovo Monte di pietà il lato respiciente la piazza del Duomo, 
si reputa architettura di Vincenzo Dotto, innalzato nel 1590; 
il corpo principale sorse, come ho notato di sopra, nel 1618. 
Lo stato economico n' è florido, e per la cura di chi ne ammi- 
nistra i capitali, va sempre più migliorando. 

10° — Ricorderò qui alla sfuggita YArco Valeresso, che 
nel 1632 fu eretto dal Comune civico, in onore di Alvise Va- 
laresso, capitanio allora in Padova per la Serenissima, ad atte- 
stazione di pubblica riconoscenza per le magnanime cure di lui 
a sollievo dei cittadini in occasione della funesta pestilenza, 
che aveva desolato nell'anno avanti le contrade di Padova. È 
foggiato a somiglianza di arco trionfale. Lo adornano quattro 
mezze colonne doriche, collocate sopra altissimi piedistalli. Su- 
periormente, scolpita su grandioso attico, se ne legge dedica 
al benemerito Capitanio. Il disegno è di Giambattista dalla 
Scala. — Monumento lo si dee reputare doppiamente di onore : 
e all'illustre gentiluomo, che pe' suoi meriti se ne rese degno; 

(1} Nel cap. II del lib. VI pag. 110 del voi. I. 



INNO ÌUi — 1631 221 

e alla Civica rappresentanza, che attestò la sua gratitudine 
innalzandoglielo. — Nei registri del Senato si trovano anche 
le premure del Governo, a preservazione di questa sua predi- 
letta città da maggiori danni e sciagure (1). 

11° — Il sapiente governo della repubblica veneziana 
adattò nell'anno 1631 ad uso di pubblica Biblioteca per l'Uni- 
versità il locale, ove tuttora essa esiste. Ha l' ingresso nel vasto 
cortile, già del Capitaniate, in un tratto di fabbrica, che un 
tempo formava parte dell'antico palazzo dei principi Carraresi. 
La grande sala, che in principalità la compone, è la più vasta 
di Padova, dopo la vastissima della Eagione: altre stanze mi- 
nori vi appartengono inoltre. Cotesta sala, per la sua vetustà, 
sente ora il bisogno di grandi riparazioni. Anticamente era 
tutto dipinto forse dall'Avanzi e dal Guariento, come opinò il 
Campagnola, o forse dall'Altichiero e da Ottavio Bresciano, 
come vorrebbe il Eiccio. Ma guasti e crollati per le ingiurie 
del tempo quei preziosi dipinti, vi furono sostituiti, nel 1540; 
— perciocché il Governo ne voleva conservato per magnificenza 
l' ampio locale, — quelle colossali figure d' imperatori e di eroi, 
per le quali acquistò il nome di sala dei giganti. Yi dipinsero 
Domenico Campagnola, Gualtieri, Stefano dall' Arzare, ed altri 
valenti artisti di quell'età (2). — - Ne sono magnifici di scaffali 
di quercia di Norvegia, ornati di eleganti colonne, lavoro del- 
l' olandese Michele Barten. 

La fondazione della pubblica biblioteca a servizio dell'Uni- 
versità, avvenne, come disopra ho notato, l'anno 1631; nel 
quale ebbe la sua prima esistenza il dì primo di marzo, nel 
collegio allora dei gesuiti; donde poi, nel 1730, fu trasferita 
ov' è di presente. Conta centomila e più volumi, i quali vanno 
sempre moltiplicandosi per le accessioni di obbligo degli stam- 
pati nuovi. 

12° — Frutto della pacifica reggenza del governo veneziano, 

(1) Senato -Terra, della Cancelleria secreta, an. 1630 e seg. 

(2) Ved. più circostanziate notizie su questa sala, nell'Aula Heroum eie. 
studio et opera comitìs Jacobi Zabarellae, stampata in Padova nel 1761, p. 157. 



222 LIBRO XV11I, CAPO II 

benché innalzato, per opera di un privato, fu nel 1663 il 
Teatro degli Obizzi. Lo eresse Koberto de' marchesi degli 
Obizzi sopra l'area occupata da due palazzi di proprietà di 
quella illustre famiglia, e lo volle in comunicazione, per via 
sotterranea, con la propria sua abitazione gentilizia (1). Finché 
visse l'ultimo degli Obizzi, rimase della famiglia: ma final- 
mente, nel 1803, addì 3 giugno, il marchese Tommaso, ultimo 
superstite, dispose con testamento di tutti i suoi averi, e per- 
ciò anche di questo teatro, in favore di Ercole d'Esteduca di 
Modena, da cui per successione, passò di poi all'arciduca d'Au- 
stria Francesco IV d' Este, il quale, nel 1825, lo fece rimoder- 
nare, intitolandolo Teatro nuovissimo. 

13° — Soltanto nel 1678 ebbe l'Università di Padova 
cattedra e professore di astronomia, e soltanto nel 1761, il 
Senato veneto ne decretò opportuno stabilimento per le relative 
scientifiche osservazioni : il quale stabilimento non ebbe vita, 
che nel 1767. Fu scelta a tal uopo una delle più salde torri 
che proteggevano la città presso il ponte di legno ed il vecchio 
castello. Sorge questa sopra le sanguinose carceri, che nel pro- 
fondo di essa teneva Eccelino a sfogo della sua snaturata ti- 
rannide. Ho parlato altrove di essa, commemorando appunto 
1' Osservatorio della Università ; indicato comunemente sotto 
il nome di Specola. L'architettura odierna, a cui pose mano la 
Eepubblica, è del Cerato : le macchine e gli stromenti relativi 
allo studio, a cui serve, sono della migliore- perfezione. 

14° — Seguendo la medesima progressione cronologica delle 
pubbliche opere, che sorsero in Padova; nel tempo del vene- 
ziano governo, e che io dissi frutto di quella pacifica reggenza, 
ci si presenta nel 1742 il Teatro nuovo, il quale fu eretto dalla 
nobiltà padovana ad ornamento e comodo della città. Ne fu 
affidata la costruzione al concittadino Giovanni Gloria, a cui 
ne tracciò il disegno l'architetto reggiano Antonio Cugini. A 

(1) Questa vìa sotterranea esiste ancora, ma impraticabile. 



ANNO 1031 223 

direzione dell' impresa fu composta una società cittadina, go- 
vernata da particolari statuti. La forma del teatro ampio e 
regolare ò tenuta in grande pregio per la bellezza della sua 
curva. Fu aperto al pubblico Fanno 1751. 

15° — Un altro, benché piccolo, teatro; — e con esso 
chiudo la serie dei pubblici lavori, che sorsero ad ornamento 
di Padova, nell' epoca veneziana ; — fu il teatro a santa Lucia, 
di privata proprietà, eretto nel 1790 sopra il terreno di un 
antichissimo palazzo, reputato comunemente di Eccelino il Mo- 
naco. Non è capace, che di 400 persone, al più. 

E con questo pongo fine alla commemorazione dei monu- 
menti profani, che, per opera o per la protezione od assenso 
del governo veneto, sorsero in Padova nel tempo dalla domi- 
nazione di questo. 

CAPO III. 
Dimora di fra Paolo Sarpi in Padova. 

Ho commemorato nelle pagine addietro (1), quando parlava 
del Teatro anatomico dell'Università, il celebrassimo fra Paolo 
Sarpi, siccome quello, che ne aveva dato il disegno. Qui ragion 
vuole, che di un tanto uomo, versato in ogni genere di scienze, 
intimo familiare dei più illustri professori di questo Studio, 
dimorante a più riprese in Padova, tenga particolare discorso. 
E ben n' è degno per l'onore, ch'egli procurò ad essa, e per la 
stima, che ne facevano i più dotti, bramosi sempre di avvici- 
narlo per apprendere cose nuove dal suo multiforme sapere. 

Chi fosse fra Paolo Sarpi, e quale, anche il più mediocre 
erudito, lo ignora ? Di questo veneziano dell'ordine claustrale 
de' Servi parlano con venerazione e stupore i più insigni sa- 
pienti di tutte le nazioni d' Europa ; né, lui vivente, vi fu chi 
non ambisse di avvicinarlo. Principi, prelati, pontefici se ne 

(1) Pag. 217. 



224 UVRO XVIII, CAPO III 

valsero, giovine ancora poco più che ventenne, e pendevano dai 
suoi consigli (1). 

Ottenne in Padova, nell'anno 1578, il dì 15 maggio, la 
laurea dottorale (2) ; ed era tanta la stima, che si faceva di 
lui, che sino d' allora incominciavano quei professori a cercarne 
la familiarità, cui a preferenza egli concesse, per simpatia di 
studii, al celebre Fabrizio d'Acquapendente. Maraviglioso e 
nuovo era il metodo di studio e d' insegnamento del giovine 
Sarpi ; perchè nell' esporro dottrine recondite sino allora alle 
scuole, vi trovavano pascolo straordinario i suoi allievi per 
arricchire di preziosi lumi l' intelletto. Stretto adunque dalla 
necessità di doversi preparare a svolgere a' suoi scolari i pre- 
cetti della filosofia, si diede con tale e tanta intensità ad in- 
vestigarne con diligentissima meditazione le relazioni e le 
parti, da potersi francamente affermare, essere stata questa 
1' epoca delle maravigliose scoperte, per le quali prevenne gli 
studii e gT insegnamenti dei più chiari ed illustri filosofi, che 
vissero dopo di lui. 

La prova di ciò luminosamente apparisce nel manoscritto 
autografo, in cui di suo pugno registrava progressivamente il 
risultato delle sue meditazioni di mano in mano, che vi si 
occupava; nel quale autografo, già appartenente alla libreria 
dei padri Serviti di Venezia (3), trovansi raccolti quasi sette- 
cento suoi pensieri filosofici e matematici, distribuiti con pro- 
gressiva serie numerica, e coli' indicazione marginale delle date, 
in cui avevali registrati. 

Dalle cronache del suo Convento si hanno traccie, ch'egli 
dettava lezioni di filosofia negli anni 1575, 1576, 1577; ossia, 
sino all'anno XXV della sua età; e quanto ai Pensieri filoso- 
fici e matematici, se ne vede incominciata la serie nel 1578; 
lo che ci assicura, eh' egli, nel detto anno soltanto, cominciò 
a porre in carta il risultato degli studii suoi precedenti, per 



(1) Tra gli altri ricorderò il duca di Mantova, Guglielmo Gonzaga, il 
cardinale Carlo Borromeo, i pontefici Urbauo VII e Sisto V. 

(2) Ce ne dà notizia la Matricola di quell'anno. 

(3) Oggidi esiste nell'Archivio generale dell'antica Repubblica. 



ANNO 1578 225 

tenere memoria e di quanto aveva scoperto e di quanto aveva 
riflettuto negli anni addietro. 

Dall' esame di questi pensieri è facile intendere a qual 
apice di cognizioni foss' egli pervenuto, e qual grado di perfe- 
zione, circa le scienze filosofiche e matematiche, si foss' egli 
proposto. Tuttociò, che di meglio avessero potuto e dovuto 
pensare dopo di lui i più svegliati ingegni, che fiorirono nei 
secoli XVII e XVIII, — circa i primi elementi e la natura 
dei corpi sublunari e celesti, circa le loro proprietà e qualità, 
circa la generazione e il disfacimento dei misti, circa l'anima 
sensitiva e gli oggetti sensibili, circa la nutrizione e la vita 
degli animali, circa quanto in somma è compreso nel vasto 
regno della natura, — tutto egli aveva considerato e studiato 
e sostanziosamente assaggiato. 

Ned è minore Y intensità, con cui svolse magistralmente 
i suoi principii sopra le più vaste cognizioni degli antichi au- 
tori; — di Euclide, eli Archimede, di Apollonio Pergeo, di 
Alhazeno (1) ; — vinse i suoi contemporanei, tra cui Guido 
Ubaldo de' marchesi del Monte, rinomatissimo del secolo XVI 
per le sue opere meccaniche; precede non poche delle idee e 
delle dottrine, che in tempi posteriori furono esposte ed inse- 
gnate da eccellenti filosofi e matematici. 

E per dare un saggiò delle scoperte sue, che precedettero 
le idee e le dottrine dagli altri posteriormente insegnate, ri- 
corderò, che fra Paolo; 

nel num. 13 di cotesti suoi Pensieri, insegnava, che l'acqua 
nel suo luogo non cerca discendere, perciocché non è grave; 
e similmente il Galileo dimostrò, che l' acqua non ha gra- 
vità (2) ; 

nel num. 208, dimostra, che nell'acqua ne ascende il 'più 
leggero, non perchè vada questo alV insù, ma perchè vi è spinto 



(■[) Aveva il Sarpi tra le mani e postillò di suo pugno un esemplare 
del libro Opticae Thesaurus dell' Alhazeno, con l'aggiunta dei libri di Vitel- 
lone, e con i Commenti di Federico Resnero, stampato a Basilea nel 1572 
— ed era anch'esso nella libreria de' Servi. 

(2) Galileo, Opere, tom. I, pag. 212 dell'ediz. di Venezia 1744. 

Cappelletti. Storia di Padova II. 15 



22*3 LIBRO XVIII, CAPO III 

dair acqua che più comprime; e il Galileo similmente inse- 
gnò (1), non esservi altra cagione del movimento all' insù ; se 
non V espulsione del mezzo fluido, eccedente la gravità del 
mobile ; 

nel num. 538, espone la medesima teoria della corda pen- 
dente, con argomenti non dissimili da quelli, che porta il Ga- 
lileo (2) relativamente al solido, che soffra pressione; 

nel num. 542, dice, che un corpo, il quale pesi nelV aria 
il doppio dell'acqua, immerso in questa, discende in propor- 
zione che Varia vi ascenderà; la quale teoria similmente è 
spiegata dal Galileo (3), allorché dimostra,, che la gravità del 
solido maggiore o minore della gravità dell 'acqua, è cagione 
vera e prossima dell' 'andare e non andare. 

E ragionando dello Specchio ustorio (nel pensiero 84), ne 
adopera gli stessi argomenti anche il Cavalieri (4), circa gli 
effetti dello specchio, di cui la concavità sia prodotta da una 
linea curva parabolica. 

Xel -pensiero 27, il Sarpi ha prevenuto ciò che insegna- 
rono diffusamente, dopo di lui, il Keplero, nella sua Astrono- 
mia lunare, ed il Gregoris nella sua Astronomia compara- 
tiva (5). 

2s T è più la finirei, se volessi commemorare le infinite teorie 
esposte dal Sarpi in questo suo manoscritto de' Pensieri filo- 
sofici e matematici, pei quali evidentemente è mostrato (6), 
eh' egli precede, con le sue scoperte, non pochi dei più eccel- 
lenti filosofi e matematici, che fiorirono dopo di lui. E per non 
allungarmi di troppo con questa digressione nell'e numerare le 
scienze matematiche, delle quali ne' suoi Pensieri filosofici si 
occupò, particolarmente sulla Geometria pura, mi limito a 
darne la nuda serie: ed è questa: 

(1) Tom. I, pag. 203. 

(2) Tom. Ili, pag. 807. 

(3) Tom. I, pag. 217. 

(i) Cap. XXV, lib. dello Specchio ustorio. 

(ircg. — Principila teìluris phenomcna ocido in luna collocato visa 
ribere; proposiz. IX del lib. VI. 
(G) Il suo autografo, che le contiene, è dell'anno 1578. 



ANNO 1578 



227 



Sintesi ed Analisi, — Areometria, — Geometria, — Se- 
zioni Coniche, — Meccanica, — Statica, — Idrostatica, — Idrau- 
lica, — Ottica, — Catotrica, — Geometria-catotrica, — Cato- 
dristica, — Diotieo-catotrica, — Sfera, — Astronomia, — Acu- 
stica, — Architettura militare, — Progetti o Problemi varii 
di Matematica. 

Su tutte queste materie aveva già studiato il Sarpi e n'era 
profondamente versato, prima ancora dell'anno 1578 ; e non ne 
contava che ventisei soli di età. Nò a questo grado e molti- 
plicità di sapere pervenne mai qual si fosse svegliato ingegno, 
il quale o dell'una o dell'altra o di alcune poche di queste 
scienze, — nessuno in tutte, com'egli; — abbia potuto van- 
tarsi erudito. 

Eppure qui non fermavasi la scienza dello studioso fra 
Paolo. Egli, anche prima di quest'epoca, aveva portato le sue 
indagini a particolari considerazioni sulla struttura dei corpi 
animati e sull'uso delle varie parti, che compongono la più 
bella macchina, che dall'Autore della natura sia stata modellata. 
— Ed eccomi a dire delle sue preziose scoperte anatomiche. 

Egli stesso incideva, con maravigliosa maestria, le melli- 
ta degl' irragionevoli bruti, e procacciavasi dalle osservazioni 
di quelle, e ne acquistava lumi e cognizioni degne degl' intel- 
letti pensanti e dei filosofi più sublimi. Con la ripetizione e 
ponderazione di questi suoi esercizi anatomici, giunse a sco- 
prire le valvule delle vene, sicché veniva dimostrata e stabilita 
la circolazione del sangue, il quale con incessante successione 
scorre dalle vene alle arterie e dalle arterie alle vene. Di que- 
sta circolazione del sangue avevano bensì confusamente fatto 
un cenno Eealdo Colombo, il Serveto, il Cesalpino (1) ; ma non 
ne avevano dato idee precise e concrete. Il primo a darle ed 
a svilupparle fu il Sarpi; il quale anche nelle sue specula- 
zioni anatomiche, sino da' tempi addietro era stato condotto a 
considerare, che il sangue per la sua naturale gravità non po- 
teva rimanere sospeso senz'argine, che lo rattenesse, e senza 
un macchinismo, che aprendosi e chiudendosi gli permettesse 

(1 ) Freind, Histoire de la Medicine. 



22S LIBRO XVIII Q1PO III 

di fluire e di scorrere con quella economia, eh' è necessaria alla 
vita. Con questa sua convinzione, si diede ad incidere dei bruti, 
e trovò in essi quel meccanismo, che le sue supposizioni gli 
avevano fatto presagire ; e lo trovò dovunque occorreva che vi 
fosse, per gli usi, a cui doveva servire (1). 

Questa scoperta delle valvule delle vene fu certamente una 
delle più celebri ed interessanti, che s'abbia potuto fare nel- 
l'anatomia ; perchè in conseguenza del meccanismo di esse, 
ordinate a dar passaggio al sangue, con legge costante, da un 
vaso all'altro, venne sviluppata un' essenzialissima parte della 
economia animale, e venne spiegato 1' uso di altre innumere- 
voli fibre o macchine, e precipuamente delle auricole del cuore. 

Ma non fu contento il Sarpi di questo solo risultato, ben- 
ché pregevolissimo, delle .sue osservazioni. Spinse i suoi studii 
a farne applicazione alla contrazione e dilatazione del forame 
dell' uvea in tutti gli animali ; e con questa scientifica appli- 
cazione, si aperse la via alla ricerca del come quel! e avven- 
gano ; e potè con ciò determinare anche 1' officio, non cono- 
sciuto sino allora, di certe parti dell' occhio, e così perfezio- 
nare la teoria della visione; né di ciò avrebbesi mai avuto, 
senza queste osservazioni, una compiuta idea. Imperciocché l'os- 
servazione, circa la contrazione e la dilatazione àelYuvea, fece 
conseguentemente conoscere l' uso delle fibre longitudinali e 
circolari, che là si staccano dalla sclerotica, le prime delle 
quali ne dilatano l'apertura, le seconde la stringono. 

Né qui occorre, che io storico dimostri, essere tale la 
struttura ùQÌYtivea e dell'iride, sicché per l'apertura di queste 
la pupilla si contrae ad arbitrio e si dilata, a fine di adattare 
sé stessa agli oggetti, e di raccogliere più o meno i raggi, 
secondo che l'oggetto vi cerca più o meno di luce, proporzio- 
natamente all'essere questo o più chiaro e vicino , ovvero 
più oscuro e lontano. E chi non sa infatti, che la pupilla si 



(1) Non mi fermo qui a confutare le menzogne di quanti si adopera- 
rono per togliere al Sarpi il merito di questa interessantissima scoperta. 
Li confutò ragionatamente il Griselini, nelle sue Memorie Anedote spettanti 
a fra Paolo Sarpi, dalla pag. 9 alla 12. 



ANNO 1578 229 

fa costantemente più piccola per discernere un oggetto più lu- 
minoso o vicino, e si allarga allorché debba fissarsi in un og- 
getto più lontano od oscuro ? 

Il Sarpi aveva incominciato a comunicare queste sue pre- 
ziose scoperte, prima ancora dell'anno 1574, al celebre Fabrizio 
d'Acquapendente, professore distinto dell' Università, col quale 
aveva contratta particolare amicizia, ed in seguito, di mano 
in mano, che se ne procurava le cognizioni, anche le altre. 
L'Acquapendente infatti, nei libro de Ostiolis sanguinis, ne 
attribuisce a lui tutto il merito della scoperta; e nel trattato 
de Oculo et visus organo, attesta, che il mistero (com' egli lo 
nomina) della contrazione e dilatazione del forame dell' uvea 
eragli stato rivelato dal Sarpi (1). Né si può dubitare eh' egli 
non avesse rivelato all'Acquapendente gli stadi suoi siili' Ottica, 
prima dell'anno 1577; in quanto che dall'esame e elei suindi- 
cati Pensieri filosofici, i quali precedono il 1578, e di alcuni 
fogli volanti, compresi in un grosso fascio, intitolato Schedae 
Sarpianae, in un volume cucito, vedonsi le varie figure otiche 
e la spiegazione dei colori dell' Iride. 

A tanta scienza moltiplice, di cui un ramo solo avrebbe 
bastato a rendere celeberrimo il nome ed estesissima la fama 
di chi ne fosse stato coltivatore, aggiunse più tardi il Sarpi lo 
studio altresì dei fenomeni magnetici, per cui meritossi di es- 
sere qualificato dai più sublimi coltivatori di quella scienza, 
quale ornamento e splendore, non di Yenezia soltanto o del- 
l' Italia, ma di tutto il mondo. Ma poiché il parlare di ciò mi 
porterebbe a seguirlo alcuni anni più tardi e fuori di Padova, 
ove con la sua dimora die' lustro alle scienze ed agli studiosi 
coltivatori di quelle ; perciò ad altre sue insigni prerogative 
mi è d' uopo trasferire il mio racconto. Parlo delle sue espe- 
rienze magnetiche, per le quali, il celebratissimo naturalista 
Giambattista dalla Porta, gli tributò sublimissimi encomii, così 

(1) Pari III, cap. VI, pag. 93 dell' ediz. veneta del 1605, ove dice 
«Quod arcanum observatum est et mihi significatimi a R. P. magistro 
«Paulo Veneto, ordinis ut appellant, Servorum Theologo, Philosophoque insi- 
«gni, sed Mathematicarum disciplinarum et praecipue Optices maxime 
« studioso. » 



230 LIBRO XVIII, CAPO III 

scrivendo (1) : « Yenetiis eodem studio vigilantem cognovimus 
« E. P. M. Paulum Venetum, ordinis Servorum tunc Provincia- 
« lem, nunc dignissiinum Procuratorem , a quo aliqua didicisse 
« non solum fateri non erubescimus, sed gloriamur ; quam eo 
« doctiorem, subtiliorera, quotquot adhuc videre contigerit ne- 
« minem cognoverimus natuin ad Encyclopediam : non tantum 
« Venetae urbis aut Italiae, sed Orbis splendor et ornamentum. » 

Un elogio di tal fatta, pronunziato in favore del Sarpi da 
quel valent' uomo, eh' era il Dalia Porta, basterebbe a renderne 
immortale la fama; seppure a questa sola scienza fossero cir- 
coscritte le amplissime cognizioni di lui. Perciò puossi dire, 
senza timore d'ingannarsi o di esagerare, che non ha limite 
nò misura la celebrità di lui, nel corredo innumerevole delle 
moltissime discipline, di cui egli era eruditissimo coltivatore e 
maravigli oso scopritore. 

Ed a lode similmente di lui e delle sue profonde cogni- 
zioni magnetiche scriveva F inglese Guglielmo Gilberto, nel suo 
trattato fisiologico De Magnete, e lo antepone al di sopra del 
Dalla Porta, così scrivendone (2) : « Novissime Baptista Porta 
« philosophus non vulgaris, in sua Magia naturali librum septi- 
« munì fecit condum et pronum mirabilium magnetis; sed panca 
« ille de magneticis novit motionibus, aut vidit unquam, et 
« nonnulla de manifestis viribus, quae vel ipse a B. M. Paulo 
« Veneto didicit, vel suis vigiliis deprompsit. » — E qui aggiun- 
gerò, con la testimonianza alla mano del sunnominato auto- 
grafo Sarpiano (Schadae Sarpianaé), non esistere nel trattato 
del Gilberto cosa alcuna, che non sia stata prima osservata e 
sperimentata dal Sarpi. 

Nelle svariate materie, su cui entrava di sovente a collo- 
quio con gli eruditi, che lo avvicinavano, non mai avveniva, che 
egli non avesse in pronto di che trattenere sapientemente quanti 
colà trovavansi ; e di pronunziare, con maravigliosa prontezza, 
il suo parere, che non ammetteva risposta. 

Il parlare diluì, in tutta la sua vita, non fu mai molto ; 



(1) Nel proemio del lib. VII della sua Magia naturale. 

(2) Lib. I, cap. I. 



ANNO 1578 231 

bensì n' era succoso e sentenzioso ; acuto, ma senza pungere. 
Aveva invece una particolare destrezza a far parlare gli altri; 
e questa sua destrezza gli era connaturale, perciocché versato 
non solo, ma consumato, in tutte le scienze, e poteva con que- 
sta tener dietro ad ognuno in ciò, che più lo distingueva; e 
sopra qualunque argomento fosse caduto il discorso, chiunque 
non lo avesse conosciuto, partiva persuaso, che quella fosse la 
precipua sua professione. Ed abbattendosi per avventura in 
taluno, che fosse particolare coltivatore di una scienza, e che 
fondatamente la conoscesse, il Sarpi col suo discorrere lo fa- 
ceva maravigliare. 

A Padova frequentava egli la casa di Vincenzo Pinelli, 
eh' era « il ricetto delle muse e V accademia di tutte le virtù, » 
— come la dice un illustre scrittore contemporaneo. Ivi, ono- 
revole anedoto giustificò F opinione universale, che della sa- 
pienza del frate Paolo si aveva. Era il Pinelli travagliato da 
podagra : e nel mentre un giorno gli tenevano compagnia il 
francese M. Perrot, distintissimo letterato, ed il gentiluomo 
raguseo Marino Ghetaldo (1), sopravenne il Sarpi a fargli vi- 
sita; ed il Pinelli, ciò non di meno, con grande sforzo, si 
mosse ad accoglierlo ed altrettanto fece per accompagnarlo nel 
licenziarsi. Partito eh' ei fu, interrogarono stupefatti il Pinelli 
chi foss' egli quel frate, a cui tributava cotanto onore : e ne 
ebbero in risposta : Egli è il miracolo di questo secolo. Al 
che soggiunse il Ghetaldo: In qual arte o scienza distinguesi? 
Ed il Pinelli : In quella che più vi piace, rispose. E poiché 
quel gentiluomo gli si mostrava grandemente maravigliato, e 
quasi non volevagli prestar fede : Ebbene, ripigliò il Pinelli ; 
facciamone prova. Io inviterò a pranzo con noi per dimani 
il frate. Voi profondissimo come siete nelle Matematiche, pre- 
paratevi a discorrere con lui su quelle scienze, ovvero sic qua- 
lunque aitilo argomento vi aggrada meglio : studiatevi quanto 
più potete, per esserne ben provvisto, e ne vedrete la prova. 



(1) Valentissimo matematico, autore àeWApollonius redivivus e di altre 
opere a stampa, che mostrano, prevalere a lui in quella scienza nessuno o 
pochissimi. 



232 LIBRO XVIII, CAPO III 

Io vi porrò insieme a colloquio, senz' essere prevenuto del 
soggetto. Voi disputatane a beneplacito. 

Così fu fatto : e il raguseo ne rimase attonito sì fatta- 
mente e confuso, che confessò, non aver mai creduto, che un 
uomo potesse saperne tanto in quella scienza. Di qua contras- 
sero il Sarpi e il Ghetaldo sì stretta relazione di amicizia, che 
quest' ultimo non fìdavasi di far pubblica alcuna delle sue in- 
venzioni scientifiche, senz'averne prima conferito col Sarpi ed 
averne ottenuta l'approvazione. 

Ma chiuderò questa interessantissima digressione sul sog- 
giorno del Sarpi in Padova, deplorando la sorte di sì grande 
uomo, a cui la vastità e sublimità del sapere suscitò ad invidia 
ed odio contro di lui le farisaiche calunnie di chi a mal in 
cuore soffriva la schiettezza e l'incontrastabile evidenza de' suoi 
ragionamenti ; e sì, che gli fu minacciata ripetutamente la vita ; 
— nel 1607 col pugnale di compri emissarii, venuti evidente- 
mente da Eoma (1), e più tardi nel 1609 con la cospirazione 
di trucidarlo, entrando con chiavi artifìziali, nella sua stanza. 
Di quest'ultimo attentato, ordito e maneggiato per mano del 
frate Gianfrancesco da Perugia dell'ordine suo, che stazionava 
in Padova, sotto pretesto di studio all' Università, mandatovi 
dal cardinale Borghese, esistono le prove di varie lettere scritte 
in cifra a costui da' suoi mandanti da Koma. Queste, cadute in 
mano del Consiglio dei Dieci; provocarono severo processo 
contro il frate mandatario, il quale fu posto al convincente di- 
lemma, o di manifestarne il contenuto e tutto il di più, che 
ne avesse saputo, o di essere impiccato per la gola. Costui, al 
quale era cara la pelle, non esitò ad indicare certo nascondi- 
glio in Padova, ove furono trovate cifre e controcifre, che dimo- 
strarono sino all'evidenza da chi, come e quando fosse stato mani- 
polato l' infame progetto. E queste lettere sino al giorno d'oggi 
rivelano a perpetua ignominia i nomi degli attori primarii (2) 



(1) Lo si raccoglie dagli alti della Cancelleria secreta della Repubblica. 
In questa occasione gli furono assegnati a cura, per decreto del Senato, 
Ire professori di Padova, sotto la direzione del celebre Acquapendente. 

(2) Prelati, gesuiti, cardinali; ved. Reg. Misti del C. X, an. 1609. 



ANNO 1623 233 

della preparata tragedia, la quale potò a tempo essere dissipata. 
E sempre vi rimarranno negli atti autentici della Docemvirale 
Magistratura. 

Il frate Paolo morì alla sua volta Tanno 1623, pianto ed en- 
comiato dai veri dotti e dalla pubblica tristezza del Senato, che 
ne mandò l'annunzio a tutti i governi; — esecrato e calun- 
niato dall'odio e dall' impostura de' suoi accaniti nemici, i quali 
(dice un valente scrittore del secolo XVII), come cani bracchi, 
non hanno lasciato viottolo, ove non siano « andati traccian- 
« dolo, per investigare qualche odore d' imperfezione. » 

Mi sia permesso di dire, che fa maraviglia ed è cosa vergo- 
gnosissima, che né in Venezia sua patria, nò in Padova, ove 
di tanto onore arricchì le scienze e le lettere, siasi finora tro- 
vato chi ad un tanto uomo abbia progettato P erezione di un 
Monumento, che lo ricordi. E sì, che il Senato, addì 7 febbraio 
1623 (stile veneto), con solenne deliberazione, glielo aveva decre- 
tato; ne aveva fissato il luogo; e ne aveva determinata la spesa. 
Ma le arti prevalenti de' suoi nemici ne impedirono sino al 
giorno d'oggi l'esecuzione. 

E qui, per Y integrità storica e ad oggetto di piena eru- 
dizione su questo argomento e per far palese in pari tempo, 
con autentiche prove, l'accanimento feroce dei malevoli contro 
ogni memoria del Sarpi, reputo conveniente il dare testual- 
mente la relativa deliberazione del Senato, quale trovasi regi- 
strata nei libri della Cancelleria secreta della repubblica. 



1623 (S. V.) 7 Febbrajo in Pregarti. 

« Dalle scritture ora lette si è particolarmente inteso 
«quanto con indebite maniere si viene tentando contro li PP. 
« del Monasterio dei Servi per occasione del già P. Maestro 
«Paolo Consultore della Signoria Nostra; onde conviene alla 
« prudenza di questo Consiglio, per i rispetti massime che 
« possono essere considerati, esercitando il solito costume e 
« quanto appunto richiede l'occasione presente, e per far co- 
« noscere al Monasterio suddetto gli effetti della Publica 



23-4 LIBRO XVIII, CAPO IV 

« protezione, rendendosene massime molto meritevole per le 
« sue continuate buone operationi, però 

« L'anderà parte, che chiamati li Superiori del Monasterio 
« dei Servi nel Collegio Nostro, sia loro da Sua Serenità 
« detta la risolutione del Senato di ricevere la loro protezione 
« conforme al merito delle loro operationi; onde que' Padri 
« possano in ciò restar consolati e certi, che in tutte le occor- 
re renze, nelle quali averanno ricorso alla Republica Nostra, 
« riceveranno ogni benigna assistenza per assicurarsi della 
« buona volontà verso di loro. 

« E perchè il già M. Paolo in tutte le occasioni ha com- 
« provato non meno la sua virtù e dottrina, che una somma 
« divozione verso il Pubblico servizio, con quel vantaggio anco 
«di esso, che molto bene si è conosciuto; Conviene perciò alla 
« gratitudine della Republica Nostra far apparire qualche evi- 
« dente e perpetuo testimonio della soddisfazione ricevutasi dalle 
< sue importanti e fruttuose fatiche, con che, corrispondendosi 
« al merito acquistato da lui, serva anco di esempio ad altri 
« di adoprarsi con egual fede e frutto nel Publico servizio. 

« Sia perciò deliberato, che delli denari della Signoria 
« Nostra siano spesi Ducati duecento in una conveniente e 
« degna memoria del suddetto P. M. Paolo, da esser fatta nella 
« Chiesa de' Servi di questa Città, in quel sito, in quel modo, 
« e con quella iscrizione, che dal Collegio Nostro sarà stimato 
«conveniente: dal qnal perciò debbano darsi quegli ordini, che 
« si stimeranno necessarii per l'esecutione della presente deli- 
« beratione (1). » 

De sì 144 

De no — 2 

Non sincere 7 

Del Sarpi in Padova ho detto abbastanza; si riassuma il 
filo della Storia. 

(1) L'incarico del lavoro era stato affidato al celebre scultore Jacopo- 
Campagna, allievo del Sansovino. 



ANNO IG70 235 



CAPO IV. 



Edifizii sacri eretti in Padova nel tempo 
della dominazione veneziana. 

La Eepubblica di Venezia, propensa sempre allo splendore 
del sacro culto, promosse anche in Padova e protesse e ne coa- 
diuvò spesso, anche col sostenerne le spese, l'erezione dei sacri 
edilìzi, dei quali vengo tosto all' enumerazione cronologica. 

Cospicue basiliche vi esistevano di già ; ma taluna di esse 
aveva bisogno di compimento, taluna di riparazione soltanto ; ed 
anche a ciò volonterosa prestossi. E quanto a radicale erezione : 

1° — Nell'anno 1420, sorse dalle fondamenta la vasta 
chiesa di san Francesco, della cui antichità fanno attestazione 
sino al giorno d' oggi i suoi vecchi pilastri. 

2° — Non ancora compiuta nel 1424 la grandiosa basilica 
di sant'Antonio, le fu aggiunta la cupola di mezzo. 

3° — E giacché parlo di questa basilica, mi cade in ac- 
concio il commemorare il deposito sepolcrale, o vogliasi dire 
monumento, di Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, valo- 
roso generale della Eepubblica Tanno 1438, contro le armi 
dello Sforza, duca di Milano. Glielo fece erigere, a dimostra- 
zione di riconoscenza, il Senato, chiamandovi appositamente con 
pubblico decreto il celebratissimo Donatello; il quale ne fuse 
in bronzo la stupenda statua equestre, collocata sopra eminente 
piedistallo nel piazzale, che sta di rimpetto alla facciata della 
basilica. Della bellezza e perfezione del cavallo, su cui siede 
Erasmo, disse ingegnosamente il Vasari (1) : « È tanto mira- 
« bile nella grandezza del getto in proporzione, in bontà, che 
« veramente si può agguagliare ad ogni antico artefice, in mo- 
« venza, disegno, arte, proporzione e diligenza. » 

(1) Nella vita del Donatello. 



236 LIBRO XVIII, CAPO IV 

4° — San Giovanni di Verdara, ampia chiesa, degna di 
particolare rimarco, eretta circa l'anno 1450: quando le paci- 
fiche opere dei cittadini lasciavano agio e comodo agli archi- 
tetti sacri di tarar profitto nei loro lavori dalle eleganti forme 
dei romani e dei greci. Conta sette altari, adorni di pregevoli 
dipinti; ed offre scolture monumentali — di Antonio Bonazza, 
di Antonio Miuello de' Bardi, di Andrea Briosco, detto Riccio. 

5° — Neil' anno 1502 ; sopra la demolita chiesa di Santa 
Giustina, di cui non fu lasciato in piedi che il coro, fu inco- 
minciata la fabbrica dell'odierna, annoverata a buon dritto 
tra le più maestose ed armoniche basiliche d'Italia. Ne diede 
il modello il p. Gerolamo da Brescia; a cui ne fu sostituito 
altro più opportuno e perfetto del padovano Andrea Riccio; e 
l'esecuzione di questo ebbe principio nell'anno 1521. 

La forma n' è una croce latina a tre navi ; sormontata da 
otto cupole, delle quali quella di mezzo è alquanto più elevata 
delle altre. Si contano in questo tempio ventidue altari; de- 
corati di preziosi dipinti dei più insigni artisti di quel secolo. 
Le scolture poi. gì' intagli, gì' intarsi che vi si scorgono, sono 
degni di particolare attenzione (1). — In faccia V altare, che 
forma il grande braccio della crociera a destra di chi entra, 
sta una porta, che conduce ad un atrio, donde si passa ad un 
pozzo chiamato degi' Innocenti : colà si conservano molte reli- 
quie. E là poco discosta è una piccola scala nel pavimento, la 
quale conduce ad alcuni sotterranei; che si crede fossero car- 
ceri dei martiri del primo secolo. 

6° — Opera del secolo XVI, incominciata nel 1534, è 



(1) Una minuta descrizione di questo tempio e de' suoi pregi si pHÒ 
vedere nella Guida di Padova del canonico Giannantonio Moschini. Di essa 
e del contiguo monastero parlano eruditamente — il Cavaccio, Historiarum 
Coenobii D. Juslinae Patavine, lib. sex ; stampati a Venezia nel 1606 ed in 
Padova nel 16 ( J6; — l'Albanese: Descrizione della Chiesa e Convento di santa 
Giustina, Padova 1652; oltre ad alcune preziose memorie inedite esistenti 
in mano privata. 



INNO 1670 237 

anche la chiesa di santa Lucia, a cui sta adjacento la scuola 
di san Rocco. Vi lavorò il Campagnola. 

7° — Nell'anno 1552, sorse l'odierna cattedrale (1). Colà 
esisteva un'antica chiesa, crollata nel 1117 per terremoto; ri- 
fabbricata da certo Macilli, crollò di nuovo, ed allora se ne 
cominciò nel suindicato anno l'odierna, sopra disegno di Miche- 
langelo Buonarotti; checché taluno ne abbia detto in contrario; 
— forse perchè la mano dei proti, Andrea della Yalle ed Ago- 
stino Righetti, ne sciupò con arbitrarie licenze il primitivo 
disegno. La chiesa non fu condotta al suo compimento, che a 
poco a poco, e soltanto nel 1754. — Ad ornamento di questo 
tempio vi furono adattati monumenti e lavori pregievoli di 
epoche* più rimote. Similmente nelle pareti della sagrestia dei 
canonici; ove anche si conservano due codici antichi in per- 
gamena, preziosi per le miniature, che li decorano; — uno 
del 1170, scritto e miniato da certo Isidoro; ed è un evange- 
liario; l'altro del 1259, opera di un Giovanni G-uibana, cano- 
nico di Conselve; ed è un epistolario. — Da questa sagrestia 
si discende nel sotterraneo o sottoconfessione, ove si conserva 
il corpo del padovano martire san Daniele, trovato nel 1075, 
e quivi poscia deposto; ed anche vi si conserva un grandioso 
reliquiario cesellato in argento, lavorato per commissione del 
Consiglio civico, da un Pietro Orefice, il quale morì nel 1440; 
ed è perciò a reputarsi anch' esso tra i monumentali lavori 
eseguiti in Padova, negli anni della pacifica . dominazione ve- 
neziana. — Tra gli antichi monumenti, che vennero trasferiti 
a decorare questa nuova cattedrale, devonsi ricordare — e il 
sarcofago che chiude le ceneri del cardinale Pileo Prata ve- 
scovo di Padova, il quale visse nel secolo XIII ; — e la ricca 
cornice a cesello di argento, lavorata, nel 1492, dal padovano 
Francesco dalla Seta, di cui leggesi relativa iscrizione; — ed 
altri, che taccio per brevità, i quali ci attestano la tranquillità 
dei tempi, in cui ebbero vita. — Della piccola chiesetta, con- 
tigua al Duomo ad uso di battisterio, non parlo, perchè, eretta 

(1) Su di essa pubblicò due interessanti lettere il vescovo Dondi dal- 
l'Orologio. Padova 1794. 



23S LIBRO XVIII, CAPO IV 

in sulla metà del secolo XIII, non appartiene alla serie degli 
edilìzi eretti in Padova negli anni della veneziana domina- 
zione (1). Dirò soltanto, che tutte le Cattedrali avevano anti- 
camente al di fuori l'unico battisterio della città; — come si 
può vedere in Firenze, in Siena, in Pisa, nell'antica Torcello, 
in Treviso ed in cento altre città d' Italia e di Europa. 

Anche il palazzo vescovile ha la sua antichità ed i suoi 
pregi, ed appartiene anch' esso ai pacifici tempi dei Veneziani. 
— La serie infatti dei vescovi di Padova, effigiati nella sala 
superiore, è di Jacopo Montagnana, sino all' anno 1494 ; come 
lo sono anche gli affreschi della contigua cappella, portanti 
scritto, il nome di lui e l'anno 1495. Ed altri dipinti — del 
Salmeggia, del Dolce, di Paris Bordone, del Campagnola, del 
Guercino, di Paolo Veronese, del Tempesta ecc., — adornano 
il sacello episcopale. 

8° — Anche la grandiosa chiesa del Carmine è costru- 
zione dei secoli veneziani, sendochè in essa ammiransi opere 
artistiche e della scuola del Sansovino, e del Padovanino e del 
Varotari padre di lui, che vi dipinse nel 1584 i portelli del- 
l' organo, e di Stefano dall' Arzare e del Campagnola, che di- 
pinse a fresco nella Scuola del Carmine, e di Tiziano, e del 
Palma vecchio. 

9° — La chiesa di san Gaetano fu eretta nel 1586, sul 
disegno di Vincenzo Scamozzi. Di essa è reputato nobilissimo 
il prospetto, maestosa la porta di mezzo, eleganti i cupolini 
interni. Gli altari ne sono adorni di dipinti di Palma giovine, 
di Pietro Damiani, del Maganza e forse del Tiziano. 

10° — Anche la chiesa di san Canzìano sorse nei secoli 
veneziani, l'anno 1617: decorata di pregiati dipinti del Pado- 
vanino e di Pietro Damiani da Castelfranco, e di più antico 
lavoro di Andrea Eiccio del 1530, rappresentante, in terra cotta ; 
il Redentore morto e le Marie piangenti. 

(1) Di questo battisterio ho parlalo anche altrove. 



ANNO 1670 239 

11° — Il Seminarlo è anch' esso costruzione del pacifico 
secolo XVII. Ne fu benemerito fondatore, nel 1671, il b. Gre- 
gorio Barbarigo, vescovo di Padova. Esisteva colà un mona- 
stero di canonici regolari della congregazione di san Giorgio 
in Alga, la quale, quattro anni prima era stata soppressa. Egli 
ne comperò il vecchio edificio, il quale fu poscia ingrandito a 
cura del nipote di lui Gianfrancesco Barbarigo, vescovo anche 
egli di Padova. Ma Y odierna fabbrica non fu incominciata 
se non dal cardinale Paolo Rezzonico, allora vescovo, poi papa 
Clemente XIII; e fu poscia continuata per oltre a due terzi 
dai vescovi successori. Ora rimane incompleta, perchè ai secoli 
e ai vescovi veneziani successero altri vescovi ed altri secoli. 
Tuttavolta, nel seminario vecchio, hanno spazioso alloggio due- 
cento alunni, air incirca, in cinque dormitorii ; ed il nuovo 
contiene cento e venti camere separate, per gli allievi, ed altre 
cinquanta pei professori. Il numero medio degli studenti è cal- 
colato a trecento. — È ricco di copiosa biblioteca di settemila 
volumi, donati dal vescovo Giustiniani Tanno 1783; ed in se- 
guito crebbe di altri 2000 volumi di pregiate edizioni di clas- 
sici greci e latini, e di quasi un migliaio di antichi codici 
membranacei. — Ha eziandio cospicua stamperia, piantata dal 
b. Gregorio Barbarigo l'anno 1684, coli' ingente spesa di 80,000 
zecchini veneti ; ned è inferiore, per la nitidezza de' suoi lavori, 
alle migliori tipografìe d' Italia. 

12° — Appartiene anch' essa all' epoca, di cui parlo, la 
bizzara costruzione della chiesa del Torresino, eretta nel 1720, 
la quale, benché priva di pregi artistici, dev' essere comme- 
morata, perchè ci mostra con la sua bizzaria la tranquillità dei 
tempi, in cui sorse, i quali lasciavano agio e comodo di pen- 
sare anche ad architettoniche stravaganze- 

• 

13° — Ultima, perchè fu eretta in quest'epoca, ma non 
perchè offra cosa degna di particolare attenzione, è la chiesa 
di santa Margherita; di cui la facciata è disegno del Temanza, 
bell'anno 1748. 



240 LIBRO XVIII, CAPO V 

CAPO V. 
La Piazza delle Statue; ossia, il Prato della Valle. 

Monumento grandioso, degno dei tempi della veneziana do- 
nominazione, fu certamente la Piazza delle Statue, detta vol- 
garmente Prato della Valle; e fu questa l'ultima produzione 
di quei tempi pacifici; e ne segnò come il confine. 

Del Prato della Valle; dei varii nomi che gli furono at- 
tribuiti; dei varii usi, a cui sino dai più remoti tempi servì; 
degli spettacoli di ogni genere, che vi si rappresentavano, ho 
parlato qua e là in più luoghi di questa mia Storia. Ma della 
odierna conformazione non ho mai fatto parola ; essendomi ri- 
servato a farlo allorché la serie dei secoli mi avesse condotto 
a commemorarla. Ed ecco infatti giunto il suo tempo ed il suo 
luogo, verso il declinare del secolo XVIII, tra i monumenti, 
che sorsero in Padova negli anni felici della veneziana domi- 
nazione. Monumento esso è ; o piuttosto complesso di monu- 
menti, quanti sono gli eroi che lo compongono. 

1/ idea primitiva dell'odierna conformazione fu parto felice 
del veneto patrizio Andrea Memmo, cavaliere e procuratore di 
san Marco; il quale, nell'anno 1775, essendo Provveditore di 
Padova, uomo di nobile e colto ingegno e di penetrante inten- 
dimento nel buon gusto delle arti belle, ottenne, che la famosa 
fiera, detta Santo, nella quale il più spettacoloso trattenimento 
era la corsa dei cavalli, si trasportasse nell'isola del Prato 
stesso, tuttoché ridotta ad uno stato palustre e disadatto (1). 

Ed a buon dritto conveniva accingersi ad una tanta im- 
presa; perchè avesse Padova, in questa imponente località, un 
delizioso e vasto passeggio da farla, se non primeggiare, certo 
non essere tra le ultime città dell' Italia, e da contrassegnarla 
per li moltiplici oggetti, che l'abbelliscono, l'ornamento e il 

(1) Tale e tanto n'era la palustre condizione, che, dopo l' innondazione 
del 1772, la quale ne deformò il suolo in più punti, si temeva di una infe- 
zione di aria, deturpato essendone il luogo dal fastidioso gracidar delle 
rane e dalle insalubri esalazioni. 



ANNO 177 li 241 

decoro singolare della città. Essa òdi forma triangolare all' in- 
circa; ha una periferia di quasi ventitré campi padovani; è 
corredata, nella massima parte del suo circondario, da ben co- 
strutti edifizii, tra' cui il grandioso tempio di santa Giustina, 
inframmezzati in più punti da terreno piantato d'alberi e sparso 
di verzura, che con la piacevole varietà donano risalto all'ame- 
nità del luogo. 

Nell'anno adunque, come diceva, 1775, il genio illuminato 
ed intraprendente del Memmo seppe superare tutte le difficoltà 
e tutti gli ostacoli, che si frapponevano a così ardua impresa. 
Fece costruire delle botteghe disposte a forma elittica; nel 
mezzo vi sorgeva un sottoportico, sostenuto da colonne di or- 
dine jonico, rappresentanti un peristilio di architettura palla- 
diana, dipinto a foggia di marmo. Ne regolò e n'eseguì il 
disegno l'abate Domenico Cerato, pubblico professore di Ar- 
chitettura. L' isoletta elittica fu adornata, nel suo circuito, da 
ponti sovraposti al canale dell'acqua corrente, che ne la forma, 
e da statue di uomini illustri, che ne fiancheggiano le sponde. 
Le quali statue, continuate anche dopo caduta la repubblica 
di Venezia, sommano il complessivo numero di ottantotto, 
erette in parte, dalla civica munificenza ed in parte col denaro 
di privati cittadini (1). Ciascuna sorge sopra elevato piedi- 
stallo, fregiato di epigrafe relativa al personaggio, che rappre- 
senta. Essa perciò ebbe il nome tf Isola Mernmia, in onore 
del suo benemerito fondatore. Di queste statue darò numerica- 
mente la serie progressiva. 

Decorano il recinto interno dell' isola : 

1. Antonio Diedo, cavaliere e podestà benemerito di Padova; 

eretto a cura dei padovani cittadini Tiso da Camposam- 
piero ed Alberto Zacco, l'anno 1775. 

2. Antenore, cui l'antica tradizione commemora fondatore di 

Padova, ebbe, in quello stesso anno, onorifica statua, 
erettagli dal benemerito Andrea Memmo, podestà allora 
di Padova. 

(1) Un' erudita illustrazione delle statue, che lo decorano, pubblicò nel 
1807 il valoroso letterato Antonio Neumayer, dottore e socio corrispondente 
dell'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova. 

Cappelletti. Storia di Padova. II. 16 



242 LIBRO XVIII, CAPO V 

3. Azzo II, figlio di Alberto Azzo I, pose in alto lustro pel 

suo valore la casa d' Este. La statua qui gli fu fatta 
erigere nell'anno 1776 dal duca di Glocester, lontano 
discendente da quella casa. 

4. Trasea, di cui ho narrato le azioni nel volume primo. Tut- 

toché virtuosissimo, cadde nella disgrazia di Nerone (1). 
La città di Padova l'anno 1776 ne decretò l'erezione in 
questa piazza Memmia. Perciò il celebre abate Cesa- 
rotti, cavaliere e pubblico professore, celebrò lui ed il 
Memmo con questo distico : 

Virtutem in Thrasea Nero perdidit : inclyte Menimi, 
Virtutem et Thraseam, tu mihi restituis. 

5. Torquato Tasso, già allievo dell'Università, fu onorato di 

statua nell'anno 1774 dagli allievi di quella al suo an- 
tico condiscepolo. 

6. Pietro d'Abano, celebrati ssimo da per tutto il mondo per 

la sua dottrina medica e matematica, di cui fu esimio 
professore dell' Università, meritò che nell'anno 1777, il 
corpo dei professori nell' Università erigessero a proprie 
spese questa statua al loro antico collega; oltre a quella, 
che la Città gli aveva collocato, accanto a quella di Tito 
Livio, nella gran sala della Ragione. 

7. Gian Francesco Mussato, esimio coltivatore delle lingue 

orientali, onorato nel 1776, con questa statua dagli ac- 
cademici Eicovrati, i quali vollero con essa celebrare 
uno de' suoi più rinomati fondatori. Ad encomio di lui 
e del suo valore nella greca letteratura, gli fu posto tra 
le mani un libro con l' iscrizione : 

OMTPOT 
IAIA2 

ed a piedi di lui fu scolpito in pietra quest' altra epi- 

(i) Ved. nel voi. I, pag. 27. 



ANNO 1775 243 

grafo, la quale dì poi fu anche incisa sopra la porta 
dell'illustro Accademia dei Ricovrati: 

ENATAAT 

AEINAONTA 

AlftAETE 

OI0TPAE 

EI2IN 

8. Pagano Torriano, milanese, podestà di Padova nel 1195, fu 

onorato di questa statua 1" anno 1778 dal co. Carlo della 
Torre Tassis, tardo suo discendente. Pagano si rese be- 
nemerito della città, per avervi fatto costruire il ponte 
degli Ognissanti. 

9. Arunzio od Aronzio Stella, nato in Abano, cittadino pado- 

vano, console romano, fu preside della sorveglianza ai 
pubblici spettacoli ordinati da Nerone. Gli eressero que- 
sta statua, l'anno 1776, gli abitanti di Montagnana. 

10. Opsicella trojano, fondatore di Monselice, ebbe da suoi con- 

cittadini, l'anno 1777 cotesta statua. 

11. Un piedistallo, che sostiene una piramide, sta qui in luogo 

di statua, che non esiste, in onore del doge Antonio 
Grimani. 

12. Un' altra piramide sorge qui, in vece della statua del doge 

Francesco Morosini, la quale perì. 

13. Bernardo Nani, gentiluomo veneziano, senatore in patria e 

riformatore dello studio di Padova, coltivò le archeolo- 
giche scienze e la greca letteratura. Per lo che il col- 
legio de' filosofi e de' medici gli fece erigere la statua, 
nel 1781, vent' anni dopo la sua morte. 

14. Vettore Pisani, gran generale da mare nel secolo XIV, 

contro i genovesi nella guerra di Chioggia, fu onorato 
di questa statua, l'anno 1779, a cura di un suo proni- 
pote, Pietro Pisani, procuratore di san Marco. Troppo 
lungo sarebbe il commemorare qui le prodezze del suo 
valore, nei molti combattimenti navali, che sostenne con- 
tro i più celebri generali della repubblica genovese. 



24-1 LIBRO XVIII, CAPO V 

15. Lodovico de' conti di Sin Bonifacio, celebre nelle guerre 

contro Salinguerra ed Ezzelino; meritò la statua, perchè 
il senatore Domenico Micheli, podestà di Padova, volle 
rimunerare, nel 1781, le civiche premure del pronipote 
di esso, il co. Ercole Sanbonifacio. 

16. Antonio Micheli, cavaliere, per le benemerenze del figlio suo 

Domenico podestà di Padova, fu dalla città onorato di 
statua in questa pinacoteca Memmia, Fanno 1780. 

17. Antonio Barbarico, fratello del B. Gregorio vescovo di Pa- 

dova, fu scelto da' suoi pronipoti ad ornare con la sua 
statua il Prato della Valle l'anno 1785. 

18. Domenico Lazzarini, patrizio Maceratese, professore di Uni- 

versità, ristoratore dell' antica letteratura greco-latina, 
rinomato poeta emulo del Petrarca, meritò qui, nel 1789, 
la statua. 

19. Taddeo Pepoli, signore di Bologna, nel secolo XIII, celebre 

giureconsulto, fu decorato di statua a cura di un sua 
tardo discendente nobile veneziano Alessandro Pepoli. 

20. Marco Mantova Benavides, padovano, si rese celebre nelle 

scienze del Foro, e fu per ben sessant' anni professore 
di legge in questa Università. Gli fece erigere questa 
statua l'elettore di Sassonia Federico Augusto, circa 
l'anno 1780. 

21. Andrea Mantegna, esimio pittore del secolo XV, merita- 

mente encomiato dagli scrittori contemporanei, ebbe la 
statua a spese del Margravio di Brandeburgo, circa 
l'epoca stessa. 

22. Paolo li Papa, nobile veneto della famiglia Barbo, fu ono- 

rato di statua a commomorazione del suo vescovato so- 
stenuto in Padova, e ciò a cura del papa Pio VI,. 
l'anno 1786. 

23. Eugenio IV, pontefice, nobile veneziano Gabriele Condul- 

mer (forse canonico di Padova nel 1405), ebbe nel 1782 
la statua ad ornamento dell' isola del Prato, erettagli: 
dai monaci benedettini, in attestato di gratitudine per 
la protezione loro largita. 

24. Bernardino Trevisan, patrizio padovano, esimio professore 



ANNO 17" 245 

di i e di medicina, onorato di statua Tanno 17^4 

a spese del vice podestà Jacopo Nani. 

25. Antonio pi Può. nobile padovano, venne ammesso, per e 

titu-liiie del p locenigo verso i Padovani, 

a nobilitare questa pinacoteca Tanno 17S3: viveva in 
sulla metà del secolo XV. 

26. Ahdria da Recanati, benemerito di avere fondato quattro 

piazze nell'Università a beneficio di quattro studenti, 
allievi osimani, fu rimunerato con T erezione di questa 
statua Tanno 1790, a spese del conte Aurelio Guarneri 
da Osimo. 
21. Lodovico Ariosto, l'esimio poeta, fu tra gli eroi delia pi- 
nacoteca Meniniia, a cura di Jacopo Bucalvo, inviato 
delle Piussie a Costantinopoli, che gli e la fece scolpire 
nel 1751 

28. Dovevasi erigere qui, sul piedistallo già preparato, d'ordine 

di monsignor Cipico, arcivescovo di Spalatro, la statua 
di Cepione da Traù, allievo dell'Università. 

29. Giuseppe Tastisi, rinomatissimo coltivatore di musica, cele- 

bre violinista, entrò anch' egli tra gli illustri uomini, che 
decorarono questa pina i'anno 1S06, dopo 

cessata la dominazione veneta. Yisse per altro e morì 
avanti la caduta di quella. Morì a 26 febbraio 177 X 

30. GmniAPdA Medio, benemerito delle lettere e delie sci- 

ebbe statua in questo Prato, fattagli erigere da Pietro 
duca di Curlandia, Tanno 1787. 

31. Michele Morooti, cavaliere e riformatore dello Studio di 

Padova, nipote del doge, detto il Peloponesiaco. Questa 
statua gli fu eretta dal figlio Lorenzo, Tanno 1785. 

32. Il piedistallo, segnato con questo numero, fu fatto prepa- 

rare dal gentiluomo veneziano li lenigc per so- 

vraporvi la statua del suo ant Hovanni Gralenigo, 

eh' era stato podestà di Padova nel 1167: ma la statua 
non gli fu mai eretta, ed il piedistallo vi rimane ino- 
peroso. 

33. Una piramide sostituita alla statua di Andrea Meinnio ca- 

valiere e procuratore di san Marco, la quale, nel 179-i 



246 LIBRO XVIII, CAPO V 

fu traslocata al num. 44, ov' era quella del doge Mar- 
cantonio Giustinian. 

34. Sul piedistallo, eh' è qui, esisteva la statua di Antonio Diedo, 

la quale fu trasferita al nura. 5, dov' era quella del doge 
Marcantonio Memmo, a cui si vede ora sostituita una 
piramide. 

35. Francesco Petrarca, l'esimio poeta collocato a tutto buon 

dritto tra gì' illustri italiani, che decorano il Prato della 
Valle, dal genio perspicace del gran duca di Toscana 
Leopoldo d' Austria ; l'anno 1780. 

36. Galileo Galilei, oracolo delle scienze sublimi, entrò simil- 

mente ad onorare la pinacoteca del Prato, l' anno stesso, 
a merito del gran duca Leopoldo. 

37. Alessandro Orsato, padovano, benemerito della patria, fu 

anch' egli remunerato di statua, 1' anno stesso, a cura 
del conte Gian Benedetto Giovanelli, procuratore di san 
Marco, podestà di Padova. 

38. Altenerio degli Azzoni, trivigiano, illustre cittadino e valoroso 

guerriero, nel secolo XIV; fu onorato di statua da' suoi 
posteri Fioravanti e Rambaldo Avogadro, l'anno 1778. 

39. Sicco Polentone, padovano, illustre notaio del secolo XV, 

ebbe la statua dal collegio de'Notari l'anno 1778. 

40. Antonio Zacco, conte padovano, valoroso militare, nell'ar- 

mata bavarese, e poscia nella veneziana nel secolo XVII; 
fu collocato qui, a merito dell'Accademia Delia. 

41. Cesare Piovene, vicentino, generale d' armata nel secolo XVI 

nella guerra di Cipro, vollero qui commemorato i due 
gentiluomini veneziani Antonio e Lelio fratelli Piovene, 
con l'erezione di questa statua l'anno 1777. 

42. Maffeo Memo, già podestà di Padova nel 1294, fu onorato 

di statua l'anno 1776, coli' assenso del suo celebre di- 
scendente Andrea Mommo, cavaliere e procuratore di 
san Marco, il quale non aveva mai acconsentito alla 
erezione della propria. 

43. Andrea Navagero, senatore veneto e letterato insigne del 

secolo XV, fu qui collocato a merito del veneto patrizio 
Nicolò Erizzo procuratore di san Marco, l'anno 1779. 



ANNO 177S 217 

44. Andrea Mkmmo; benemerito in mille guise di Padova, e 

specialmente della formazione di questo perenne monu- 
mento; benché non avesse mai voluto acconsentire vi- 
vente all'erezione della sua statua, morto nel 1792, 
P ebbe due anni dopo, per volontà e decreto di tutta la 
città. E col simulacro di questo illustre patrizio veneziano, 
cavaliere e procuratore di san Marco, è chiusa la serie 
dei monumenti, che decorano il recinto esterno dell' isola 
del Prato della Valle. 

45. Il recinto interno di questa maravigliosa Pinacoteca offre 

qui un piedistallo, che per volontà di alcuni cittadini, 
doveva onorare la memoria del doge Domenico Conta- 
rci, con l'erezione della statua, ora perita, della gen- 
"tildona Polissena Contarmi Mocenigo. 

46. Zambono Dotto de' Dauli, padovano, che nel 1310 stabilì 

in questo Prato, luogo opportuno ai mercati civici ed 
alle corse de' cavalli, fu reso celebre con questa statua 
nel 1776 dai due fratelli Lodovico ed Antonio Dotto 
de' Dauli suoi discendenti. 

47. Sperone Speroni degli Alvarotti, cavaliere padovano nel 

secolo XVI, reputatissimo giureconsulto, ebbe statua di 
onore a merito degli ultimi due suoi posteri l'anno 1776. 

48. Tito Livio a tutto buon dritto doveva entrare con la sua 

effige a decorare la patria pinacoteca. Fu eretta nel 1776. 

49. Gerolamo Savorgnan, udinese, signore di Osopo; per la sua 

prodezza militare e fedeltà alla Repubblica veneta, me- 
ritò di aver posto tra gì' illustri personaggi, che ador- 
nano questa pinacoteca. L'anno 1776. 

50. Fortunio Liceto, genovese, medico famoso dell' Università, 

autore di molte opere scientifiche; ebbe qui onorevole 
simulacro, a cura del concittadino marchese Carlo Spi- 
nola, l'anno 1777. 

51. Lodovico Buzzacarino, nobile padovano, generale delle truppe 

venete, si' rese celebre nel 1412 per l'espugnazione di 
Sebenico, ed a commemorazione del suo valore, i Buzza- 
carini eressero nel 1778 la statua a questo loro antenato. 

52. Gian Poleno marchese, celebre matematico, fu effigiato 



348 LIBRO XVIII, CAPO V 

nel 1781, a cura del suo discepolo Leonardo Venier, dal 
giovine scalpello del Canova. 

53. Guglielmo Malaspina degli Obizzi, lucchese, podestà di Pa- 

dova nel 1285, fu onorato di statua nel 1777 a spese 
del suo discendente Tommaso degli Obizzi. 

54. Giovanni de' Dondi dall' Orologio, filosofo e matematico, 

padovano del secolo XIV, ebbe a cura de' suoi posteri, 
nel 1778, questa statua. 

55. Qui sorge una piramide. 

56. Qui similmente decora la pinacoteca un'altra piramide. 

57. Antonio Sghinellà Conti, padovano, aggregato alla nobiltà 

di Padova e di Venezia, sommo filosofo e filologo, prete 
dell'oratorio in Venezia : l'ultima sua erede Carolina 
de' Conti lo volle onorato di statua, Y anno 1781. 

58. Jacopo de' Rossi, parmegiano, podestà di Padova nel 1266 

e nel 1373, fu qui raffigurato per commissione di Ferdi- 
nando I, duca di Parma, Piacenza e Guastalla, l'anno 1782. 

59. Gustavo Adamo Banner, svedese, grande scudiere del re di 

Svezia, sindaco e protettore dell' Università nel 1650, ebbe 
questo monumento a spese del suo re Federico Adolfo. 

60. Gustavo Adolfo, valoroso generale svedese, re di Svezia 

nel 1611, fu onorato di statua nel 1774 d' ordine del re 
di Svezia Gustavo III. 

61. Matteo de Ragnina, raguseo, fu rettore dell'Università 

nel 1397: la statua gli fu eretta nel 1784. 

62. Jobo Ludolfo, prestantissimo orientalista del secolo XVII, 

onore della Germania, scrittore di molte opere di lette- 
ratura orientale. 

63. Piedistallo preparato dall'inglese cav. Roberto Strazlic, per 

la statua di Andrea Memmo; la quale poi non fu eretta. 

64. Salviati Filippo, allievo del grande Galileo, fu onorato di 

statua l'anno 1786, a cura del cardinale Salviati. 

65. Uberto Pallavicini, vicario imperiale nel secolo XIII, è 

raffigurato qui a merito del suo discendente marchese 
Mucio Pallavicini, 1' anno 1786. 

66. Alessandro Vili, sommo pontefice, della veneta famiglia 

patrizia Ottobon. 



anno 177:; 249 

67. Clemente XIII sommo pontefice, nobile veneziano della fa- 

miglia Rezzonico, vescovo eli Padova. Gli fu oretta la 
statua dai suoi nipoti Tanno 17S6. 

68. Air immortale Cànova eresse questo monumento nel 1796, 

dopo cessata la Repubblica, il cavaliere Antonio Capello 
procuratore di san Marco. 

69. Qui nulla esiste. 

70. Pisani Francesco, cardinale veneto nel secolo XVI, vescovo 

di Padova. 

71. Giulio Pontedera, celebre filosofo e professore di botanica 

nelF Università patavina, autore di molte opere. 

72. Nicolò Tron, cavaliere veneziano della stola d' oro, e pro- 

motore della floridezza del commercio, già prefetto e 
pretore di Padova; perciò in benemerenza ebbe qui la 
statua. 

73. Francesco Guicciardini, fiorentino, valoroso storico, del se- 

colo XV, uomo di avveduta politica, fu qui raffigurato a 
merito del principe di Nassau, l'anno 1783. 

74. Jacopo Menochio, patrizio pavese, celebre giureconsulto del 

secolo XVI, presidente del Senato di Milano, fu qui 
onorato di simolacro per la munificenza del principe 
Belgiojoso, l'anno 1785. 

75. Giovanni Sobiesky, valoroso guerriero polacco nel se- 

colo XVII, ebbe qui la statua a spese di Stanislao re 
di Polonia, l'anno 1784. 

76. Stefano Battoreo, nobile di Transilvania, prode militare 

del secolo XVII, fu similmente onorato di statua per 
volontà dello stesso re Stanislao, V anno 1789. 

77. Una piramide. 

78. Un' altra piramide. 

79. Pietro Danieletti, padovano, valentissimo scultore, fu fatto 

collocare ad ornamento del Prato, dal conte Ercole San- 
bonifacio, benefico protettore delle belle arti e mecenate 
della statuaria, l'anno 1780. 
■ 80. Reniero Guasco, sanese, supremo generale dell'esercito ve- 
neto in Padova, nel secolo XIV, fu qui raffigurato a 
merito de' suoi discendenti 1' anno 1779. 



250 LIBRO XYI1I, CAPO V 

81. Francesco Morosini il Peloponesiaco, onore della Kepubblica 

di Venezia, nel secolo XVII, a cui, vivente ancora, il 
Senato decretò monumento nella sala dello Scrutinio, 
l'anno 16S7. Qui pure fu collocato a decorazione perenne 
dell' isola del Prato. 

82. Gerolamo Liursio, veronese, rettore dell'Università nel 1588; 

ebbe luogo qui tra gì' illustri uomini a cura di un suo 
nipote Guglielmo, l' anno 1779. 

83. Antonio Savonarola vi aveva avuto la statua, per cura del 

conte Eizzardo veronese : ma questa perì per inclemenza 
del tempo, e non ne rimase che il piedistallo. 

84. Marino Cavalli, patrizio veneto del secolo XVI, in bene- 

merenza delle sollecitudini del pronipote di lui, Ma- 
rino Cavalli pretore di Padova, per l'adornamento della 
piazza delle statue; vi fu collocato a spese dei presidi 
l'anno 1778. 

85. Andrea Crispo, detto anche Briosco, padovano, sublime ar- 

tefice statuario fonditore di bronzi, del quale più volte 
ho parlato onorevolmente, fu qui commemorato a cura di 
Francesco Papafava, l'anno 1778. 

86. Albertino Papafava, discendente dai Carraresi, nel princi- 

pio del secolo XVIII, dedicato ai pubblici affari in pa- 
tria e benemerito dell'abbellimento di essa, ebbe in be- 
nemerenza il simolacro, erettogli a pubbliche spese, 
l'anno 1777. 

87. Michele Savonarola, padovano, celebre professore di medi- 

cina del secolo XV, autore di pregiati scritti, fu collo- 
cato nel 1777 a decoro della pinacoteca a merito di due 
dei suoi discendenti. 

88. Alvise Mocenigo, doge di Venezia, aveva qui statua, eret- 

tagli da alcuni cittadini padovani, la quale più non 

esiste. 
Ed ecco esaurita l'enumerazione di questo complesso di 
monumenti, rizzati a decoro di Padova, i quali furono l'ultimo 
attestato della pacifica dominazione veneziana in questa città., 



LIBRO XIX. 

Padova sotto la rivoluzione francese. 



CAPO I. 

Stato della rivoluzione in Padova. 

Cadde nel 1797 la Repubblica di Venezia, sostituita allora 
dalla francese democrazia, nella quale andarono avvolte tutte 
le città e le provincie, che per tanti secoli avevano formato 
parte di quella. 

Non è qui mio ufficio di narrare le moltiplici violenze, che 
precedettero, per parte dei generali francesi, la seduzione delle 
città e delle provincie della terraferma veneziana. Verona fu 
la prima che rimanesse vittima degl' inganni degl' invasori. Da 
questa città, piuttostochè sottoscrivere una umiliante capitola- 
zione, che avrebbe compromesso l' onore della Repubblica e la 
personale sicurezza dei rappresentanti veneziani, deliberarono 
questi di allontanarsi, lasciando agli ordinarli provveditori di 
essa il pieno arbitrio di prendere quelle misure, che avessero 
reputate più acconcie al loro interesse. La notte adunque del 
24 aprile, partirono tutte le primarie cariche e vennero a Pa- 
dova. Quivi giunte, ne diedero diligentissimo avviso al Senato, 
con due dispacci, del 25 e del 26 dello stesso mese. 



252 LIBRO XIX, CAPO I 

I savii del collegio ducale conobbero la necessità di pro- 
porre al Senato il richiamo a Venezia, per la sicurezza loro 
personale; degli straordinarii provveditori Erizzo e Giovanetti 
e del Contarmi capitano e vice-podestà di Verona : giacche 
vedevano imminente la caduta altresì di Vicenza e di Padova. 
Ciò fu eseguito con decreto del Senato del 29 aprile; ed in 
quel giorno stesso fu mandata a Verona esattissima descrizione 
dell' avvenuto ; ai due deputati veneziani, eh' erano presso il 
generale Buonaparte, fu similmente mandato avviso di quanto 
stavasi macchinando dai francesi in Vicenza ed in Padova. 

E di fatto, i comandanti francesi, per eseguire il loro 
piano di rivoluzione non tardarono a metter mano alla sedu- 
ziene di entrambe queste città, pubblicando, disgiuntamente a 
ciascuna, l' identico programma, che qui trascrivo : 

Dal Quartier Generale di Padova li 8 Fiorile Anno V, della 
Repubblica Francese una ed invincibile e primo della Lom- 
barda; 22 Aprile SUI Vecchio. 

Il General di Brigata Giuseppe La-Hoz Comandante la co- 
lonna mobile. Alla Città e Territorio di Padova. 

« Amici, voi foste ingannati crudelmente. Il Governo Ve- 
« neto e i perfidi suoi agenti vi hanno fatto prender l'Armi. 
< Essi vi hanno levati dai vostri lavori della campagna per 
« assoldarvi contro la repubblica Francese, amica dei popoli 
« e che fa la guerra per la sola sua Libertà, e mentre con 
« finti Proclami dicevano di essere gli amici dei Francesi e 
« perfettamente neutrali, essi dirigevano la forza armata, da 
« loro organizzata a danni dell'armata francese, tagliando ed 
« impedindo le comunicazioni, arrestando le Ordinanze, e pre- 
€ dicando il massacro e il fanatismo. Voi eravate, o poveri col- 
« tivatori di campagna, lo stromento della loro perfidia ormai 
« smascherata, e la Repubblica Francese, che in voi non vede 
« che poveri traviati ed ingannati, vi offre pace ed amicizia e 
« vi assicura le vostre persone e proprietà, purché dal canto 
« vostro vi prestiate a quelle misure, che la sicurezza non solo 



ANNO 1797 253 

« dell 1 armata Francese rende necessarie, ma che ben anche 
« assicurano la vostra istessa. 

« Voi non dovete più obbedire in alcuna benché minima 
« maniera o sotto qual si voglia pretesto, agli Agenti, Com- 
« messi, Dipendenti o Militari della Kepubblica Veneta, che si 
« è abbastanza dimostrata nemica de' Francesi : gli ordini di 
« quel Senato non potendo esser che contrarii alla sicurezza 
« dell'armata Francese. Voi dovete prontamente mandare dei 
« Deputati al Quertier Generale e depositare le vostre armi 
« nella fortezza di Verona, non che denonziare coloro, che aves- 
« sero servito il Governo Veneto, o che tentassero di stornarvi 
« da' vostri lavori, che dovete riprendere incessantemente per 
« vivere felici e tranquilli. 

« Se aderirete a queste condizioni, io vi assicuro la pace 
« e le vostre proprietà : se rifiutate di prontamente eseguirle 
« io non posso, che considerarvi come nemici de' Francesi, e vi 
« farò trattare come tali. Il Generale in Capite Buonaparte ed 
< il General divisionario Kilmaine, a cui v' indirizzate, vi da- 
« ranno ulteriori ordini. 

« La-Hoz. » 

Ed in seguito alla pubblicazione di questo Programma, i 
mandatarii francesi posero in opera ogni mezzo per accendere 
non solo in Padova, ma in tutto il suo territorio, gli odii più 
intensi contro Venezia. Il generale Victor, che a quo' giorni 
stanziava in Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole 
molto veementi il civico Municipio a far atterrare gli stemmi 
di san Marco ed a diffidarsi dei municipali di Venezia. I demo- 
cratici facevano plauso e cooperavano alle insinuazioni del Vi- 
ctor. Lo sdegno ed il furore contro Venezia a poco a poco in- 
tanto cresceva ; se ne lacerava il nome senza posa nelle gazzette 
cisalpine ; si trascorse tant'oltre, che parecchi padovani si con- 
sigliarono, contr'ogni principio dello stesso diritto delle genti, 
a voler togliere ai Venezieni 1' uso delie acque dolci nei loro 
territorj (1). 

(1) Annali d' Hai. in continuazione al Muratori, tom. LX1I, pag. 140 
dell'cdiz. di Venezia, 1832. 



254 LIBRO XVIII, C1PO II 

Alla fine, il dì 21 aprile 1797, fa abbattuto in Padova il 
leone di san Marco; fu tosto formata una Municipalità compo- 
sta di trentadue cittadini; fu inalberata una bandiera di tre 
colori e fu proclamato quel subuglio col nome di Governo de- 
mocratico. 

In frattanto il Senato di Venezia, a prevenire ulteriori 
disordini contro la sicurezza della Dominante, con decreto dei 
29 aprile, ordinava che fossero concentrate in Venezia tutte le 
truppe, che formavano il presidio di Padova, ed aveva dato gli 
ordini opportuni, affinchè tutte le barche di qualunque genere, 
che si trovassero lungh' esso il Brenta ed a Fusina ed a Mestre, 
fossero immediatamente ritirate e condotte a Venezia. 

Di Padova e della sua condizione successiva dovrò parlare 
nel progresso di questo libro e del seguente 



CAPO IL 

Podestà e Capitani per tutto il tempo della dominazione 

veneziana. 

Lavoro interessantissimo ad illustrazione della Storia di 
Padova egli è fuor di dubbio il raccogliere diligentemente la 
serie dei Podestà e dei Capitani, che ne ressero la città e il 
territorio lungh' esso il corso della dominazione veneziana. 
Simile lavoro ho fatto al cessare della dominazione carra- 
rese ed ho dato alla sua volta la serie dei Podestà, che ne 
avevano governato il Comune dacché, nel 1175, era stato de- 
liberato di reggerlo per Podestà (1). Ma questo dei Podestà e 
dei Capitani, mandati qui dalla Repubblica dominatrice, riesce 
di assai più grave importanza, non solo per la storia pado- 
vana, ma eziandio per la veneta, in quanto che nessuno mai vi 
si accinse ; il quale sarà perciò l' unico e completo, raccolto, non 
senza grave studio e fatica, dagli originali registri della Can- 
celleria secreta della Repubblica, presso le magistrature, a cui 
spettava tenerli. Del che mi vanto. 

(1) Ved. nel voi. I, dalla pag. 491 alla 50f. 



PODESTÀ 255 

Sino dalle primo pagine di ijiiosto volume (1) ho notato, 
nella politica sistemazione del governo di Padova, che il Senato 
vi mandava, ogni sedici mesi, due senatori a sostenervi la ca- 
rica di podestà l'uno e di capitanio l'altro; che il primo, detto 
anche pretore, vi amministrava la giustizia, ed il secondo, detto 
anche prefetto, era il comandante militare della città e del suo 
territorio. È a sapersi per altro, che non sempre duravano in 
carica sedici mesi ; ma talora più, talora meno, a seconda delle 
circostanze : e talora sottentrava momentaneamente l' uno a 
supplire per l'altro, finche dal Senato ne fosse stato provve- 
duto il rimpiazzo. La nomina di entrambi derivava sempre dal 
Maggior Consiglio, il quale di volta in volta ne faceva il re- 
gistro ne' suoi atti, per demandarne quinci l' esecuzione al 
Senato. Perciò codeste nomine si trovano qua e là disperse ; ed 
il raccogliere con esattezza non è lavoro di poco momento. Qui 
mi vanto di averne raggiunto con esattezza lo scopo. 

I primi podestà e capitani, dal 1405 sino al 1684 si tro- 
vano registrati nel Codice dei Reggimenti (2), ove appunto si 
registravano entrambe queste due Autorità, elette per tutte le 
rispettive città e provincie dello Stato; — dal 1684 sino al 
cessare della Repubblica, esistono annoverati negli atti del Se- 
cretarlo alle voci. 

Eccoli adunque indicati, con l' identica ortografia dei pub- 
blici Registri, da cui li traggo. 

(1) Pag. 11. 

(2) In esso Codice, trovasi premessa la seguente Nota : « Fu la città 
« di Padova tolta a forza d'armi fin l'anno 1337 da' Venetiani a Mastin dalla 
« Scala, che ne era Signore, et volontariamente da loro consegnata a Mar- 
« silio da Carrara, li discendenti del quale male riconoscendo il favore ri- 
« cevuto travagliando con continui disturbi le cose della Piepubblica neces- 
sitarono quella alla guerra, onde cacciarono dalla Signoria Francesco da 
« Carrara, essendosi la Piepubblica impadronita del dominio di quella Città 
«l'anno 1403, 16 novembre, et quella dalla medesima felicemente goduta 
«sino al presente per il spalio di 232 anni, fuori che alcuni pochi giorni 
«che nelle rivolutioni d'Italia fu l'anno 1509 dominata dall'Imperatore 
«Massimiliano, saranno perciò qui avanti descritti tutti li Rettori che per 
«nome della Piepubblica hanno quella governato così con titolo di Podestà 
« come con quello di Capitanio, la quale essendo delle principal città dello 



256 LIBRO XIX, CAPO II 

PODESTÀ. 

Per deliberatìon del Maggior Consiglio fu preso di far Po- 
destà di Padova li 24 febrajo 1405 et furono eletti 'per 
molto tempo li seguenti. 

1405 — ser Marin Caravelle 

1406 — ser Nicolò Yalaresso. 

1407 — ser Francesco Corner fu dei Serenissimo. 
1407 — ser Marin Rosso. 

140S — ser Nicolò Foscari. 

1409 — ser Egidio Moresini. 

1410 — - ser Zuanne Moro mazor. 

1411 — ser Francesco Bembo Cavalier. 

1412 — ser Fantin Dandolo fu de ser Lunardo Cavalier. 

1413 — ser Lunardo Mocenigo. 

1414 — ser Egidio Moresini mazor. 

1415 — ser Giacomo Trevisan mazor. 

1416 — ser Ruberto Moresini mazor. 

1417 — ser Andrea Zane fu de ser Michiel. 

1418 — ser Fantin Dandolo el Conseglier fu de ser Lunar- 

do kav. r 

1419 — ser Marco Dandolo el Conseglier. 

1420 — ser Andrea Contarmi de ser Zuanne. 

1421 — ser Francesco Loredan l'Avogador de Comun. 

1422 — ser Andreazzo Zustignan mazor. 

1423 — ser Paulo Corner fu de ser Filippo. 

1424 — ser Zorzi Corner l'Avogador de Comun. 

1425 — ser Marco Zustignan fu de ser Bernardo. 

1426 — ser Bortolomio Nani mazor. 

1427 — ser Francesco Bembo Cavalier. 

1428 — ser Zuanne Contarmi de ser Zuanne Polo. 



«Stato, sono anco li Rettori di quella degnissimi del Governo, il che tutto 
«ricevendo origine da' libri Pubblici, e dal fatto istesso, può e deve havere 
« ogni fede maggiore appresso ognuno senza minimo dubbio in contrario. * 



podestX 257 

1-129 — ser Paulo Corner fu Podestà di Padova (1), fu de sor 

Filippo Procurator. 
H30 — ser Zorzi Corner mazor. 

1431 — ser Nicolò Capello el Conseglier. 

1432 — ser Bortolaraio Moresini fu de ser Paolo. Cavalier. 

1433 — ser Nicolò Corner mazor. 

1434 — ser Marco Dandolo mazor. 

1435 — ser Alvise Storlado mazor. 

1436 — ser Gieronimo Contarini de ser Zuanne Polo. 

1437 — ser Toma Michiel l'Avogador de Comun. 

1438 — ser Andrea Donado Cavalier. 

1439 — ser Marco Loredan l'Avogador de Comun. 

1440 — ser Pasqual Malipiero mazor. ( Doge (2) ) 

1442 — ser Mattio Vitturi fu de ser Bulgaro. 

1443 — ser Moisè Grimani mazor. 

1444 — ser Luca Tron l'Avogador de Comun. 

1445 — ser Toma Michiel mazor. 

1446 — ser Nadalin Contarini el Conseglier fu de ser Zusto. 

1447 — ser Giacomo Loredan fu de Piero Procurator. 

1448 — ser Nicolò Contarini el Conseglier. 

1449 — ser Orsato Zustignan Cavalier. 

1451 — ser Mattio Yitturi l'Avogador de Comun. 

1452 — ser Triadan Gritti l'Avogador de Comun. 

1454 — ser Nadalin Contarini fu Podestà a Padova (3), fu 

de ser Zusto. 

1455 — ser Antonio Diedo fu de ser Zuanne. 

1456 — ser Benedetto Yitturi fu del Cavalier. 

1458 — ser Andrea Bernardo fu de ser Francesco. 

1459 — ser Andrea Contarini fu de ser Antonio Procurator. 

1460 — ser Giacomo Loredan fu Podestà di Padova (4), fu 

de Piero Provveditor. 
1462 — ser Zaccaria Trevisan dottore e cavalier. 



(1) Nell'anno 1423. 

(2) Fu Doge di poi, dall'anno 1437 al 1462. 

(3) L'anno 1446. 

(4) L'anno 14 17. 

Cappelletti. Storia di Padova II. 17 



258 LIBRO XIX, C1PO II 

1463 — ser Andrea Bernardo fu Podestà a Padova (1), fu de 

ser Francesco. 

1464 — ser Marco Zane fu de ser Andrea. 

1466 — ser Alvise Foscarini Dottor. 

1467 — ser Zuanne Gradenigo fu de ser Zuanne Cavalier. 

1468 — ser Andrea Lion fu de ser Nicolò. 
1470 — ser Mario Malipiero fu de ser Troilo. 

1470 — ser Francesco Yenier fu de ser Dolfin. 

1471 — ser Domenego Erizzo fu de ser Filippo. 

1472 — ser Gieronimo Loredan fu de ser Nicolò. 

1474 — ser Antonio Erizzo fu de ser Marco. 

1475 — ser Bernardo Donado fu de ser Maffio. 

1476 — ser Bernardo Yenier fu de ser Giacomo. 

1478 — ser Zaccaria Barbaro Cavalier fu de ser Francesco 

Dottor Cavalier Procurator. 

1479 — ser Ferigo Corner. 

1481 — ser Maffio Contarmi fu de ser Nicolò. 

1482 — ser Zuanne Contarini fu de ser Agustin. 

1483 — ser Toma Trevisan fu de ser Stefano. 

1484 — ser Filippo Tron fu de ser Gieronimo. 

1485 — ser Antonio Yenier fu de ser Dolfin. 

1487 — ser Zuanne Loredan fu de ser Geronimo ( Doge (2)). 

1488 — ser Cristofolo Duodo fu de ser Luca. 

1489 — ser Marchiò (3) Trevisan fu de ser Paolo. 

1491 — ser Bonetto Trevisan fu de ser Francesco. 

1492 — ser Marin Yenier fu de ser Alvise Procurator. 

1494 — ser Marin Garzoni fu de ser Francesco. 

1495 — ser Geronimo Yendramin fu de ser Amoroso. 

1496 — ser Paolo Barbo fu de ser Andrea. 
1498 — ser Benetto Soranzo fu de ser Bernardo. 

1498 — ser Marco Bollani fu Savio del Consiglio, fu de ser 
Bernardo. 

(1) Nel 1458. 

(2) Diventò Doge nel 1501 sino al 1521; ma trovo varietà di nome 
tra il podestà, che nominavasi (secondo questo registro) Zuanne ed il doge 
che aveva nome Leonardo. — Forse aveva due nomi. 

(3J Ossia Melchiorre. 



podestX 259 

1500 — ser Lunardo Mocenigo, fu podestà a Verona, fa del 

Serenissimo. 

1501 — ser Domencgo Trevisan Cavalier fu podestà a Cremona, 

1501 — ser Toma Mocenigo el Consiglier, fu de ser Nicolò 

Procurator. 

1502 — ser Zorzi Corner Cavalier fu Capitano a Verona, fu 

de Marco Cavalier. 

1504 — ser Alvise Molin el Conseglier fu de ser Nicolò. 

1505 — ser Andrea Gritti fu Conseglier fu de ser Francesco 

(Doge(l)). 

1506 — ser Bortolomio Minio fu Podestà a Cremona, fu de 

ser Marco. 

1508 — ser Francesco Foscari fu Conseglier fu de ser Alvise, 

il quale consegnò d' ordine pubblico la Città all' Im- 
perata Massimiliano (2) li 6 zugno 1509 et venne 
a Venetia ; et essendo poi stata recuperata li 17 lu- 
glio susseguente per opera di ser Andrea Gritti 
Provveditor in Campo fu li 22 del medesimo mese 
continuata l'elettione dei Rettori di quella, quali 
furono i seguenti: 

1509 — ser Piero Balbi fu Capitanio a Padova, fu de ser Al- 

vise, fu eletto Capitano General da Mar. 

1510 — ser Cristofolo Moro el Provveditor in Campo fu de 

ser Lorenzo. 

1511 — ser Nicolò Priuli el Cao (3) del Consiglio de X fu 

de ser Zuanne. 

1512 — ser Piero Ducdo fu Savio del Consiglio, fu de ser 

Luca. 

1513 — ser Zambattista Moresini fu Consiglier, fu de ser Carlo. 

1514 — ser Piero Querini el Conseglier fu de ser Antonio. 

1515 — ser Almorò (4) Dona el Cao del Consiglio de' X, fu 

de ser Piero. 

1516 — ser Paolo Dona è de Pregadi, fu de ser Piero. 

(1) Diventò Doge nel 1523 sino al 1538. 

(2) Ved. nelle pag. 62 e seg. di questo voi. 

(3) Il Capo. 

(4) Ermolao. 



260 



CAPO V 



1518 — ser Piero Landò el Savio del Consiglio, fu de ser 
Zuanne ( Doge (1) ). 

1520 — ser Mario Zorzi dottor el Conseglier fu de ser Ber- 

nardo. 

1521 — ser Piero Marcello fu Consiglier fu de ser Antonio 

Cavalier. 

1522 — ser Lunardo Emo fu Capitanio a Verona, fu de ser 

Zuanne cavalier eletto Provveditor General in Ter- 
raferma. 

1523 — ser Francesco Pesaro el conseglier fu de ser Mario. 

1524 — ser Sebastian Zustignan fu Consiglier, fu de ser Marin. 

1526 — ser Kandolfo Moresini fu Conseglier, fu de ser Gie- 

ronimo. 

1527 — ■ ser Maffio Michiel fu de ser Nicolò Dottor. 

1528 — ser Pollo Trevisan fu Conseglier fu de ser Andrea. 

1529 — ser Zuanne Yitturi. 

1531 — ser Zuanne Badoer Dottor et etiam fu Capitano a 

Verona suddetto procurato. 

1532 — ser Agustin Mulla fu Conseglier, fu de ser Paolo. 

1533 — ser Piero Landò fu podestà a Padova, fu de ser Zuanne. 

1534 — ser Piero Zen fu Cao de X, fu de ser Cattarin Cavalier. 

1535 — ser Nicolò Mocenigo fu Cao de X, fu de ser. Francesco. 

1537 — ser Francesco Venier fu Conseglier, fu de ser Piero. 

1538 — ser Marcantonio Contarmi Cavalier fu Ambasciato a 

Roma. 

1540 — ser Andrea Mocenigo Dottor fu Capitano a Verona. 

1541 — ser Andrea Badoer fu Conseglier fu de ser Gieronimo. 

1543 — ser Stefano Trevisan fu sopra i atti, fu de ser Nicolò. 

1544 — ser Marcantonio Foscarini fu Capitanio a Verona, fu 

de ser Almorò. 

1546 — ser Dolfin Dolfin fu Capitano a Verona fu de sor Piero. 

1547 — ser Bernardo Navagier fu Ambasciator all' Imperator, 

fu del Cardinale. 

1548 — ser Almorò Barbaro fu Capitanio a Verona, fu de ser 

Alvise. 

(1) Fu crealo Doge nel 1539, e morì nel 1545. 



PODESTÀ 261 

1550 — ser Stefano Tiepolo fa Capitanio General da Mar, fu 

de ser Paolo eletto Capitano General da Mar. 

1551 — ser Marcantonio Venier fu Savio del Consiglio; fu de 

ser Cristofolo. 

1552 — ser Marcantonio Grimani fu Savio del Consiglio. 

1553 — ser Stefano Trevisan fu Podestà a Padova, (1) fu de 

ser Nicolò.' 

1555 — ser Piero Moresini fu de ser Lorenzo. 

1556 — ser Bernardo Zorzi fu Cao del Consiglio de X, fu de 

ser Nicolò. 

1557 — ser Nicolò Ponte Dottor e Cavalier fu Savio del Consiglio. 

1559 — ser Bernardo Navagier Cavalier fu Podestà a Padova (2). 

1560 — ser Alvise Mocenigo el Savio de Terraferma, fu de ser 

Toma Provveditor ( Doge (3) ). 

1561 — ser Marin Cavalli el Savio del Consiglio, fu de ser 

Sigismondo — Commesso sopra i Confini. 

1562 — ser Bernardo Venier fu Conseglier, fu de ser Zuanne. 

1564 — ser Zambattista Contarmi fu Savio del Consiglio, fu 

de ser Piero. 

1565 — ser Gieronimo Cicogna el Conseglier fu de ser Francesco. 

1567 — ser Zuanne Mocenigo fu Savio del Consiglio, fu de 

ser Toma Procurato. 

1568 — ser Giacomo Soranzo Cavalier fu Conseglier, fu de ser 

Francesco. 

1569 — ser Francesco Donado el Conseglier, fu de ser Gie- 

ronimo. 

1571 — ser Zuanne Emo fu Conseglier, fu de ser Giacomo. 

1572 — ser Gasparo Eenier fu Savio del Consiglio, fu de ser 

Gieronimo. 
1574 — ser Giacomo Foscarini Doti fu Cao del Consiglio 

de' X, fu de ser Michel. 
.1575 — ser Pasqual Cicogna fu Conseglier, fu de ser Gabriel 

(Doge (4)). 

(1) Nell'anno 1543. 

(2) Nel 1547. 

(3) Fu Doge dal 1570 al 1577. 

(4) Diventò Doge dal 1585, sino al 1595. 



262 LIBRO XVIII, CAPO V 

1576 — ser Gieronimo Priul fu Savio del Consiglio, fa de ser 
Antonio Procurato. 

1578 — ser Alvise Zustignan fu Cao del Conseglio de X, fu- 

ser Bernardo. 

1579 — ser Alvise Grimani fu Savio del Consiglio, fu de sor 

Antonio. 

1551 — ser Nicolò Corner fu Cao del Consiglio de X, fu de 

ser Alvise. 

1552 — ser Nadal Donado fu Cao del Consiglio de X fu de 

ser Filippo. 
1584 — ser Francesco Longo, fu Savio del Consiglio fu de ser 
Antonio (Morì prima che andasse al Reggimento). 

1584 — ser Andrea Bernardo fu Conseglier, fu de ser Francesco. 

1585 — ser Marcantonio Memmo fu Cao del Consiglio de X, 

fu de ser Zuanne ( Doge (1) ). 

1587 — ser Zorzi Contarini fu Savio del Consiglio, fu de ser 

Zustinian. 

1588 — ser Ottavian Valier fu Savio del Consiglio, fu de ser 

Marcantonio. 

1589 — ser Gabriel Corner fu Savio del Consiglio, fu de ser 

Geronimo (Morì prima che andasse al Reggimento). 

1589 — ser Zuanne Soranzo Cavalier fu Savio del Consiglio, 

fu de ser Francesco. 

1590 — ser Zambattista Yetturi fu Conseglier, fu de ser Piero. 

1592 — ser Zustignan Zustinian fu Savio del Consiglio fu de 

ser Zuanne. * 

1593 — ser Tommaso Moresini fu Savio del Consiglio fu de 

ser Almorò. 

1595 — ser Ferigo Ranier fu Consiglier fu de ser Bernardin. 

1596 — ser Alvise Bragadin el Savio del Consiglio fu de ser 

Zuanne. 
1589 — ser Marcantonio Badoer fu Savio del Consiglio, fu de 

ser Francesco (eletto Bailo in Costantinopoli). 
1598 — ser Zuanne Corner fu Cao del Consiglio de X, fu de 

ser Marcantonio ( Doge (2) ). 

(4) Dal 1612 al 1615. 
(2) Nell'anno 1623. 



todestX 263 

1600 — sor Zan Battista Bernardo fu Conseglier, fu de ser 

Zambattista. 
1601, 27 maggio — ser Francesco Bernardo fu Conseglier, fu 

de ser Zuanne. 

1603, 16 marzo — ser Andrea Minotto el Cao del Conseglio 

de X, fu de ser Alvise. 

1604, 29 agosto — ser Antonio Landò fu Conseglier, fu de 

ser Geronimo. 

1605, 5 marzo — ser Almorò Zane el Conseglier, fu de ser Marin. 
1607, 29 agosto — ser Tomaso Contarmi Cavalier, el Cao del 

Consiglio de X, fu de Zorzi Cavalier. 

1609, 20 aprile — ser Anzolo Correr fu Conseglier, fu de ser 

Geronimo. 

1610, 17 settembre — ser Marco Bragadin fu Conseglier, fu 

de ser Marcantonio. 
1612, 12 marzo — ser Zambattista Foscarini el Conseglier, fu 
de Giacomo Cavalier Procurator. 

1614, 31 marzo — ser Zorzi Corner fu Conseglier, fu de ser 

Marcantonio. 

1615, 9 agosto — ser Zuanne Dandolo fu Savio del Consiglio, 

fu de ser Lunardo. 

1617, 23 aprile — ser Zambattista Nani el Conseglier, fu de 

ser Agostin. 

1618, 4 settembre — ser Antonio Bragadin el Conseglier, fu 

de ser Marcantonio. 

1620, 1 maggio — ser Ottavian Bon Cavalier el Savio ' del 

Consiglio, fu de Alessandro Procurator. 

1621, 21 settembre — ser Giulio Contarini fu Censor, fu de 

ser Zorzi. 

1623, 5 marzo — ser Almorò Venier el Consiglier, fu de ser 

Zorzi. 

1624, 10 agosto — ser Giulio Zustignan el Conseglier, fu de 

ser Zuanne. 

1625, 20 gennaro (1) — ser Gieronimo Landò Cavalier, fu Sa- 

vio del Consiglio, fu de Antonio. 

(1) More veneto, cioè 20 gennaio 1626. 



264 LIBRO XVIII, CAPO V 

1627, 6 giugno — ser Antonio Canal fu Conseglier fu de ser 

Zuanne. 

1628, 22 ottobre — ser Benetto Zustignan fu Conseglier, fu 

de ser Francesco. 

1630, 17 marzo — ser Vincenzo Capello fu Conseglier, fu de 

Domenico. 

1631, 22 luglio — ser Francesco Pisani fu Conseglier, fu de 

ser Francesco. 

1632, 9 zennaro (1) — ser Antonio Pisani el Conseglier fu 

Maffio (ha rifiutato). 
1632, 13 febraro (2) — ser Alvise Eenier fu Conseglier, fu de 

Giacomo Procurato (ha rifiutato). 
1632, 24 luglio — ser Alvise Priuli el Conseglier, fu de ser 

Zuanne. 

1634, 29 zugno — ser Zane Sagredo fu Conseglier, fu de ser 

Nicolò Procurator. 

1635, 27 settembre — ser Paolo Caotorta fu Conseglier, fu de 

'ser Gieronimo. 

1636, 5 febbraio (3) — ser Zuanne Pisani fu Conseglier, fu 

de ser Marco. 

1638, 9 maggio — ser Andrea Vendramin fu Capitanio a Ve- 

rona, fu di Nicolò Procurator. 

1639, 6 novembre — ser Bernardo Pollani fu Luogotenente a 

Udine, fu de Maria. 
1641, 17 marzo — ser Andrea Lezze fu Provveditor Generale 
a Palma, fu de Zuanne Provveditor (Fu intromessa 
e tagliata F eletione). 

1641, 28 aprile — ser Andrea Lezze fu Provveditor General 

a Palma, fu de Zuanne Provveditor. 

1642, 31 agosto — ser Piero Foscarini el Conseglier fu de 

Eenier (ha rifiutato). 
1642, 28 settembre — ser Tadio Gradenigo fu Cao del Con- 
siglio de X, fu de Piero. 



(1) More veneto, cioè 1633. 

(2) Similmente more veneto. 

(3) More veneto, ossia 5 febbraio 1637. 



PODESTÀ 265 

1644, 12 giugno — ser Alvise Foscarini el Conseglier, fu de 

sor Zuanne Battista Procurator. 

1645, 29 agosto — ser Lorenzo Dolfin el Conscglier, fu de ser 

Daniel. 

1646, 25 gennaio (1) — ser Alvise Mocenigo Cavalier, fu Con- 

seglier, fu de ser Alvise (Fu intromessa et tagliata 
T elettione). 
1646, 24 febraro (2) — ser Alvise Mocenigo Cavalier fu Con- 
seglier, fu de Alvise. 

1648, 21 giugno — ser Nicolò Mocenigo el Conseglier fu de 

Marcantonio. 

1649, 12 settembre — ser Zuanne Capello Cavalier fu Bailo 

a Costantinopoli, fu de Lorenzo (Ha rifiutato). 

1650, 15 maggio — ser Alvise Molin fu Savio del Consiglio, 

fu di Alessandro. 

1651, 21 maggio — ser Alvise Mocenigo fu Provveditor Ge- 

neral in Dalmazia, fu de Toma (ha rifiutato). 

1651, 9 giugno — ser Andrea Pisani fu Conseglier, fu de ser 

Vincenzo. 

1652, 29 settembre — ser Ottavian Malipiero fu Conseglier, 

fu da ser Cattarin. 

1654, 3 maggio — ser Alvise Priuli fu Provveditor General a 

Palma, fu de ser Geronimo Cavalier. 

1655, 5 settembre — ser Domenico Contarini fu Conseglier fu 

de ser Giulio ( Doge (3) ) (ha rifiutato). 
1655 ; 3 ottobre — ser Andrea Correr Cavalier fu Podestà a 
Bressa, fu de ser Geronimo. 

1656, 10 settembre — ser Marco Molin fu Provveditor Gene- 

ral in Candia, fu di ser Marco — (ha rifiutato). 

1656, 29 settembre — ser Alvise Mocenigo 2° fu Cao del Con- 

siglio de X di Alvise 3°. 

1657, 24 febraro (4) — ser Sebastian Michiel el Provveditor 

General a Palma fu de Antonio — (ha rifiutato). 

(1) More veneto. 

(2) Similmente more veneto, 

(3) Dal 1659 al 1675. 
(A) More veneto. 



266 LIBRO XVIII, OÀPO V 

165S, 12 maggio — ser Bernardo Donado fu Cao del Consi- 
glio de X, fu di Andrea. 

1659, 31 agosto — ser Zuanne Sagredo fu el Provveditor Ge- 
neral a Palma, fu de ser Alvise (Ambasciator all'Ini- 
perator). 

1660 ; 31 ottobre — ser Francesco Morosini, el Capitanio Ge- 
neral de Mar fu de Piero Provveditor — se li salvò 
il luogo. 

1661 29 gennaro (1) — ser Marin Tiepolo fu Capitano a Bre- 
scia fu de ser Francesco (Fu intromessa et tagliata 
l' elezione). 

1662, 5 marzo — ser Marcantonio Morosini fu Podestà a Ve- 

rona, fu de ser Andrea. 

1663, 29 luglio — ser Antonio Grimani fu Consiglier, fu de 

ser Zuanne Cavalier — (Fu intromessa et tagliata 
l' elezione). 

1663, 9 settembre — ser Gieronimo Soranzo fu sopra i atti 

fu de Lorenzo. 

1664, 17 gennaro — ser Zuanne Cavalli fu Podestà a Verona, 

fu de Ferigo. 

1666, 20 maggio — ser Marco Ruzzini fu Podestà a Bergamo, 

fu di Domenico. 

1667, 25 settembre — ser Zuanne Capello fu Provveditor alle 

Biave, fu de ser Andrea. 

1669, 7 giugno — ser Domenico Mocenigo fu Consiglier, fu 

de ser Marcantonio. 

1670, 26 ottobre — ser Antonio Priuli el Consiglier de ser 

Alvise Provveditor (ha rifiutato). 

1670, 14 dicembre — ser Zorsi Morosini Cavalier fu Capitano 

General da Mar fu de ser Piero (Provveditor Ge- 
neral in Dalmazia e Albania). 

1671, 25 giugno — ser Lorenzo Correr fu sopra i atti fu de 

ser Zuanne (ha rifiutato). 
1671, 28 agosto — ser Antonio Barbaro, fu Provveditor Ge- 
neral in Dalmazia; fu de ser Carlo. 

(1) More veneto, ossia 1662. 



PODESTÀ 267 

1672, 21 settembre — ser Alvise Sagrodo Cavalicr fu Cao 
de X, fu de ser Zaccaria. 

1674, 11 marzo — ser Zuanne Zustinian fu Podestà a Ber- 

gamo, fu de sor Zuanne Cavalier. 

1675, 29 agosto — ser Domenico G ritti fu Cao de X, fu de 

ser Alessandro. 

1676, 3 gennaro (1) — ser Gieronimo Basadonna fu Conseglier 

fu de ser Alvise. 

1678, 18 aprile — ser Zaccaria Valeresso el Provveditor Ge- 

neral a Palma Cavalier. 

1679, 14 settembre — ser Michiel Priuli fu sopra i atti, di 

Alvise Proveditor — Provveditor al Cottimo. 
1679, 26 novembre — ser Antonio Basadonna el Conseglier fu 

de ser Zorzi. 
1681, 2 marzo — ser Lorenzo Morosini, è de Pregadi fu de 

Piero Cavalier — Provveditor sopra i Banchi. 
1681, 8 aprile — ser Lorenzo Correr fu sopra i atti, fu de 

ser Zuanne (ha rifiutato). 

1681, 27 maggio — ser Zuanne Marcello fu Conseglier fu de 

ser Piero. 

1682, 4 ottobre — ser Bernardo Memmo fu Conseglier, fu de 

ser Andrea. 

1683, 23 gennajo (2) — sòr Marcantonio Barbarigo fu alle 

Biave Provveditor e Cavalier (fu dispensato). 

1684, 3 aprile — ser Zuanne Mula fu alle Biave, fu Andrea — 

Fu dispensato per l'offerta di L. mille. 



Dai registri del Secretano alle voci. 

1684, 22 maggio — ser Alvise Mocenigo fu Consiglier, fu di 

Alvise 1° quondam ser Toma. 

1685, 24 agosto — ser Anzolo Diedo fu de Geronimo. 

1686, 12 gennaro (3) — ser Zuanne Tron fu de ser Nicolò. 



(1) More veneto, ossia 3 gennaio 1677. 

(2) Del 1684, perchè more veneto. 

(3) 1687, more veneto. 



268 LIBRO XVIIII, CAPO V 

16SS, 9 maggio — ser Zuanne Zustiniam fu de Piero. 

16S9, 11 settembre — ser Andrea Cappello fu de ser Zuanne. 

1690, 31 dicembre — ser Andrea Erizzo fu di Nicolò. 

1692, 11 maggio — ser Marco Loredan fu di Geronimo (refutò). 

1692, 29 giugno — ser Zuanne Corner Cavaiier, fu Nicolò Ca- 
valier, Provveditor. 

1692, 14 settembre — ser Zuanne Michiel fu de Marc' Antonio. 

1693, 22 novembre — ser Lodovico Correr fu de ser Zuanne 

(refutò). 

1693, 24 gennaro (1) — ser Marco Loredan fu de ser Gero- 

nimo (dispensato) 

1694, 21 marzo ser Francesco Gritti fu do ser Alvise. 

1695, 3 luglio — ser Andrea Navagero fu Piero. 

1696, 4 ottobre — ser Giusto Antonio Ballegno, fu de ser 

Paulo Provveditor. 

1697, 19 maggio — ser Antonio Molin fu de ser Filippo. 
1699, 8 giugno — ser Antonio Zustinian 2.° Cavaiier fu de ser 

Antonio (rifiutò 7 luglio 1699). 
1699, 22 luglio — - ser Bernardo Donado fu de ser Marco 
(Capitanio a Brescia). 

1699, 27 settembre — ser Agostin Nani fu ser Antonio Prov- 

veditor. 

1700, 28 novembre — ser Francesco Pesaro fu de ser Lunardo 

Provveditor (refutò). 
1700, 28 decembre — ser Ascanio Zustinian fu de ser Geronimo. 
1702, 21 maggio — ser Marco Antonio Memmo fu de ser Tu- 

bia (non accettò). 
1702, 13 agosto — ser Sebastian Zustinian fu Francesco (rifiutò). 
1702 ; 4 ottobre — ser Marin Contarmi fu de ser Sebastian 

(rifiutò 4 novembre 1702). 

1702, 12 novembre — ser Geronimo Zustinian fu de ser Fran- 

cesco. 

1703, 24 febbraio (2) — - ser Marco Loredan fu de ser Gero- 

nimo (rifiutò). 

(4) More veneto, 1694. 

(2) More veneto; cioè 1704. 



podestX 269 



1704, 24 maggio — ser Nadal Dona fu do sor Filippo (taglia). 
1704, 28 maggio — ser Vettor Grimani, fu de ser Zuanne 

(rifiutò). 
1704, 5 ottobre — ser Alessandro Zen Cavalier fu de ser Vi- 

cenzo (tagliata 16 novembre 1704). 

1704, 11 gennaio (1) — ser Daniel Vondramin fu de ser Do- 

menico. 

1705, 14 aprile — ser Zuanne Giustinian fu ser Polo (taglia). 
1705, 5 luglio — ser Francesco Morosini Cavalier, fu Lodo- 
vico Cavalier (Podestà a Brescia). 

1705, 14 settembre — ser Antonio Capello 1.° de ser Antonio. 

1706, 30 gennajo (2) - ser Benetto Pisani fu de Nicolò (Nun~ 

cio per la Corte). 

1707, 15 maggio — Gregorio Barbarigo fu de ser Antonio 

Provvedi tor. 

1708, 23 settembre — ser Marco Euzzini fu di ser Francesco. 
1710, 23 marzo — ser Anzolo Marcello fu de ser Ferigo (taglia). 
1710, 21 aprile — ser Lunardo Emo fu de ser Zuanne (rifiutò). 
1710, 28 settembre — ser Marco Michiel fu Domenico (di- 
spensato). 

1710, 22 febbraio (3) — ser Vincenzo Vendramin fu Nicolò 

(rifiutò). 

1711, 22 novembre — ser Geronimo Diedo fu Francesco (di- 

spensato). 

1712, 10 luglio — ser Vincenzo Vendramin (dispensato). 

1713, 15 giugno — ser Andrea Badoer fu di ser Francesco. 

1714, 21 settembre — ser Piero Dona fu Polo (rifiutò). 
1714, 18 novembre — ■ ser Andrea de Legge 2.° fu di Mattio. 
1716, 15 marzo — ser Polo Renier de Daniel (dispensato). 
1716, 23 aprile — ser Francesco Grimani de ser Vincenzo 

(rifiutò). 
1716, 1° luglio — ser Bartolamio Gradenigo fu de ser Gero- 
nimo Provvedi tor, Procurator di S. Marco. 



(1) More veneto; perciò 1705. 

(2) 1707, perchè more veneto. 

(3) More veneto, cioè del 1711. 



270 LIBRO XVIII, CAPO V 

1716, 29 novembre — ser Ànzolo Emo de ser Piero. 

1717, 5 dicembre — ser Andrea Corner Cavalier fu de Fran- 

cesco Provveditor. 

1717, 6 febbraio (1) — ser Francesco Grimani de ser Vin- 

cenzo (rifiutò). 

1718, 5 maggio — ser Daniel Dolfin 3.° fu de Daniel 2.° Inqui- 

sita in Terraferma. 

1719, 25 luglio — ser Alvise Barbarigo (taglia). 

1719, 20 agosto — ser Agustin Sagredo fu de Lorenzo Esecu- 
tor alle Eason Nove. 

1719, 17 gennaio (2) — ser Marco Michiel Salamon (dispensato). 

1720, 21 settembre — ser Nicolò Erizzo 4.° fu de ser Fran- 

cesco (dispensato). 

1721, 23 marzo — ser Antonio Venier fu de ser Nicolò. 
1721, 25 luglio — ser Audrea Vendramin fu de ser Daniel 

(dispensato). 

1721, 4 gennaro (3) — ser Francesco Dona fu de ser Nicolò. 

1722, 26 aprile — ser Piero Capello fu de ser Domenico (Am- 

basciator a Eoma). 
1722, 7 dicembre — ser Alvise Mocenigo 2.° fu de ser Lu- 

nardo (refutò). 
1722, 21 febbraio (4) — ser Alvise Mocenigo fu de ser Lunado. 
1724, 9 luglio — ser Francesco Grimani fu de ser Vincenzo 

(Ambasciata alla Maestà Cesarea). 

1724, 7 gennaio (5) — ser Antonio Corner fu de ser Zuanne 

(non accettò). 

1725, 15 aprile — ser Antonio Euzzini 2.° fu de ser Nicolò. 

1726, 11 agosto — ser Antonio Loredan fu de ser Antonio 2.° 

1727, 28 dicembre — ser Francesco Grimani fu de ser Vin- 

cenzo (non accettò). 

1728, 23 aprile — ser Polo Dona fu ser Piero. 

1729, 14 settembre — ser Nicolò Erizzo 2.° fu de ser Nicolò 

(1) Ossia, 1718. 

(2) Ossia, 1720. 

(3) More veneto. 

(4) More veneto. 

(5) A stile veneto; cioè del 1725. 



podestX 271 

1.° Cavali er (eletto Provvcditor General da Mar 
16 marzo 1730). 

1730, 10 dicembre — ser Marcantonio Erizzo fu de ser Gia- 

como (dispensato). 

1731, 29 aprile — ser Daniel Dolfin 4.° fu de ser Daniel 3.° 

Cavalier. 

1732, 14 settembre — ser Francesco Savorgnan fu di ser An- 

tonio (dispensato). 

1733, 29 maggio — ser Francesco Corner Cavalier fu del Se- 

renissimo Principe (non accettò). 

1733, 22 novembre — ser Girolamo Bollani fu di ser Fran- 
cesco. 

1735, 12 aprile — ser Antonio Venier fu de ser Nicolò (Am- 
basciato per la Corte). 

1735, 14 settembre — ser Barbon Vincenzo Morosini fu di ser 

Michiel Cavalier (dispensato), 

1736, 29 luglio — ser Polo Eenier fu de ser Daniel (dispensato). 

1737, 31 maggio — ser Andrea Vendramin fu de ser Daniel 

(dispensato). 

1738, 23 marzo — ser Nicolò Venier fu de ser Sebastiano 

(dispensato dopo aver accettato). 

1739, 31 marzo — ser Alvise Mocenigo 3.° di ser Alvise 3.° 

(dispensato). 

1740, 3 aprile — Lodovico Manin de Lodovico. 

1741, 13 agosto — ser Simon Contarini fu ser Alvise (Amba- 

sciato per la Corte). 

1742, 23 dicembre — ser Alessandro Zen Cavalier fu di Marco. 
1744, 17 maggio — ser Gerolamo Querini de ser Zuanne Prov- 

veditor. 
1746, 27 marzo — ser Alvise Zorzi 4.° fu de messer Gabriel 

Procurato r (non accettò). 
1746 ; 26 febbraro (1) — ser Giacomo Boldù fu ser Anzolo 

(non accettò). 
1750, 26 luglio — ser Geronimo Venier fu di ser Lunardo 

(dispensato). 

(1) Cioè, 1747. 



272 LIBRO XVIII, CAPO V 

1751, 21 marzo — sei* Tomaso Querini de sor Ànzolo (di- 
spensato). 

1751, 9 gennaro (1) — ser Nicolò Erizzo 5° fu de ser Nicolò 1.° 

Cavalier (dispensato). 

1752, 30 luglio — ser Vincenzo Gradenigo 2.° fu de messer 

Vincenzo Procurator. 

1753, 23 dicembre — ser Zanfrancesco Molin fu de ser Ge- 

ronimo. 

1755, 6 luglio — ser Gregorio Barbarigo de ser Francesco. 

1756, 21 marzo — ser Nicolò Donado fu de ser Nadal. 
1756, 14 novembre — ser Francesco Morosini 1.° Cavalier. 

1758, 23 aprile — ser Annibal Gambara fu di ser Carlo. 

1759, 21 dicembre — ser Alvise Contarmi 3.° fu ser Zorzi 

Cavalier. 

1760, 5 gennaio (2) — ser Lunardo Valmarana fu di ser Benetto 

1762, 22 luglio — ser Nicolò Dona fu di ser Nadal. 

1763, 6 marzo — ser Zuanne Loredan fu di ser Andrea. 

1763, 17 gennaio (3) — ser Zambattista Venier fu di ser Se- 

bastiano (dispensato). 

1764, 22 luglio — ser Alessandro Duodo fu di ser Francesco 
1764, 28 agosto — ser Francesco Foscari fu di ser Sebastian. 

1764, 28 dicembre — ser Zuanne Loredan fu de ser Andrea 

(dispensato). 

1765, 5 maggio — ser Lunardo Venier fu de messer Nicolò 

Procurator. 

1765, 16 febbraio (4) — ser Zuanne Loredan fu di ser Andrea. 

1766, 28 agosto — ser Antonio Maria Priuli 2.° fu de ser An- 

tonio Maria (cacciato per l'elezione dell' Eminentis- 
simo Cardinale suo fratello a Vescovo di Padova). 

1767, 17 maggio — ser Francesco Rotta de Francesco. 

1767, 13 dicembre — ser Antonio Corner fu de ser Nicolò 

Proveditor. 

1768, 13 marzo — ser Giulio Antonio Contarmi de ser Simon 

(1) Ossia, 1752. 

(2) Ossia, del 1761. 

(3) Ossia 1764. 

(4) 1766. 



todestX 273 

Prooirrator. — (Consegnò al Ccapitanio ser Antonio 
Eenier a 18 gennaio 1769). 

1769, 30 luglio — ser Zan Bonetto Giovanelli fu di ser Zan 

Paolo. 

1770, 29 aprile — ser Nicolò Contarini 3.° 

1770, 8 gennaio (1) — ser Domenico Condulmer fu de ser Piero. 
1770, (ser Domenico suddetto accettò li 18 gen- 
naio 1771 (2) ). 

1773, 8 agosto — ser Antonio da Mulla fu de ser Andrea 

(rifiutò). 

1774, 23 aprile — ser Cristofolo Minelli 3.° fu di ser Zuane 3.° 
1775 ; 28 gennaio (3) — ser Zuanne Grimani fu de ser Antonio. 

1776, 19 luglio — ser Antonio Eenier fu de ser Andrea ( di- 

spensato). 

1777, 1.° aprile — ser Nicolò Erizzo 2° fu de ser Nicolò 1.° 

Cavalier. 

1777, 16 novembre — ser Vincenzo Carlo Barzizza fu de ser 

Antonio. 

1778, 8 marzo — ser Domenego Michiel fu de ser Antonio 

Cavalier. 

1779, 25 luglio — ser Giacomo Zambelli fu de ser Alvise. — 

(Il suddetto N. H. Michiel consegnò la carica sud- 
detta al N. H. Giacomo Nani Cavalier a 12 mar- 
zo 1780). 
1782, 3 maggio — ser Venceslao Gasparo Martinengo fu de 
ser Alvise. 

1782, 17 novembre — ser Bortolamio Gradenigo 2.° fu di ser 

Bortolomio 1.° 

1783, 14 dicembre — ser Paolo Boldù fu di ser Zuanne. 

1784, 20 febbraro (4) — ser Anzolo Diedo di ser Antonio Ca- 

valier. 
1786, 5 marzo — ser Nicolò Erizzo 2° Cavalier fu di ser Ni- 
colò 3.° (morì li 17 dicembre 1787). 

(1) 1771. 

(2) Ossia, del 1772. 

(3) Ossia 1776. 

(4) 1785. 

Cappkllbtti. Storia di Padova II. 18 



274 LIBRO XIX, CAPO II 

17S7, 10 febbraio (1) — ser Girolamo Battaggia 1.° fu di ser 

Zuanne. 
1788, 30 novembre — sor Zambattista da Riva fu di ser Zan 

Antonio. 

1790, 27 aprile — ser Yenceslao Gasparo Marti nengo fu di ser 

Alvise. 

1791, 13 marzo — ser Girolamo Battaggia 1.° fu di ser Zuanne. 

1792, 4 marzo — ser Francesco Morosini 1.° Cavalier fu di 

ser Francesco 1.° Cavalier e Provveditor. 
1792, 22 luglio — ser Zambattista Contarmi fu di ser Simon 

Cavalier. 
1795, 15 novembre — ser Venceslao Gasparo Martinengo fu 

di ser Alvise. 



CAPITARIO DI PADOVA (2). 

Eletto il Podestà fu stimato bene aggiungervi per Collega 
anco el Capitanio, onde fu deliberato nel Maggior Consiglio 1406 
7 marzo di eleggerlo, et furono eletti i seguenti (3). 
1406 — ser Toma Mocenigo. 

1406 — ser Zuanne Trevisan. 

1407 — ser Piero Pamondo. 

1408 — ser Marin Caravello. 

1409 — ser Piero Emo Cavalier. 

1410 — ser Zan Piero de Proti Cavalier. 

ri) 1788. 

(2) Dagli slessi registri della Cancelleria secreta. 

(3) Come fu detto nella pag. 11 di questo volume, il Podestà ed il Ca- 
pitanio rappresentavano eminentemente il Governo della Repubblica, quello 
nella giurisdizione civile ; questo nella militare, cosicché, nelle rispettive 
attribuzioni avevano pieni poteri, indipendentemente l'uno dall'altro, ed 
assoggettati alle deliberazioni del Senato. Perciò dalla Storia di Padova 
non possono stare l'uno disgiunto dall'altro. Chi non ne conosce l'impor- 
tanza storica, reputerà questo lavoro una inutilità. Non così gli studiosi, 
che ne calcolano l'importanza: e, trattandosi della Storia di Padova, essen- 
dosene già pubblicato l'elenco di quelli, che furono in carica, sotto le pre- 
cedenti dominazioni degli Ezzelini e dei Carraresi. 



CAPITANIO 275 

1411 — ser Biso Polenta signor di Ravenna (Eletto dal Mag- 

gior Consiglio, dopo esserne stati eletti sei che ri- 
fiutarono). 

1412 — ser Polo Querini fu de ser Romeo. 

1413 — ser Zaccaria Trevisan Cavalier. 

1413 — ser Nicolò Milazzo mazor. 

1414 — ser Santo Venier mazor el Cavalier. 

1414 — ser Francesco Molin mazor. 

1415 — ser Giacomo Ghissoni mazor. 
1415 — ser Marco Venier Cavalier. 

1417 — ser Bertucci Pisani fu di Piero. 

1418 — ser Bortolomio Storlado mazor. 

1419 — ser Lorenzo Bragadin fu Avogador de Comun. 

1420 — ser Francesco Bembo Cavalier. 

1421 — ser Nicolò Zorzi fu di Bernardo. 

1422 — ser Vidal Miani fu di Zuanne. 

1423 — ser Zuanne Navagier, l'Avogador de Comun. 

1424 — ser Francesco Trevisan mazor. 

1425 — ser Francesco Barbarigo el Conseglier. 

1426 — ser Bartolomeo Morosini fu di ser Paulo Cavalier. 

1427 — ser Marco Zustignan fu de ser Orsato. 

1428 — ser Nadal Donado el Conseglier. 

1429 — ser Andrea Mocenigo mazor. 

1430 — ser Marco Foscari fu de Nicolò. 

1431 — ser Ferigo Contari ni fu de ser Bertucci. 

1432 — ser Vidal Miani fu Capitanio a Padova fu di Zuanne (1). 

1433 — ser Lunardo Caravello, l'Avogador de Comun. 
•1434 — ser Nadal Donado fu Capitanio a Padova (2). 

1436 — ser Francesco Balbi mazor. 

1436 — ser Toma Duodo fu de ser Piero. 

1437 — ser Fantin Viaro mazor. 

1438 — ser Vidal Miani fu Capitanio a Padova fu de Zuanne (3). 

1439 — ser Andrea Morosini fu de Michiel. 

1440 — ser Zuanne Pisani fu de Piero. 

(1) Nel 1422. 

(2) Nell'anno 1428. 

(3) Per la terza volta. 



276 LIBRO XIX, CAPO li 

1442 — ser Cristofolo Moro el Consiglier (Doge). 

1443 — ser Giacomo Barbarigo, fu de ser Fautin. 

1444 — ser Francesco Barbaro Cavalier. 

1445 — ser Antonio Diedo Mazor. 

1446 — ser Alvise Storlado el Conseglier. 

1447 — ser Luca Zorzi mazor fu de ser Fantin. 

1448 — ser Zaccaria Bembo, TAvogador. 

1449 — ser Zorzi Loredan mazor. 

1450 — ser Fiancesco Barbaro Cavalier fu Capitano a Pa- 

dova (1). 

1450 — ser Luca Tron, l'Avogador de Comun. 

1451 — ser Zuanne Memmo. 

1453 — ser Zaccaria Valaresso fu Savio del Consiglio fu di 

Vettor. 

1454 — ser Zorzi Loredan fu de ser Marco. 

1455 — ser Lunardo Contarmi fu de ser Piero. 

1457 — ser Nicolò Contarmi fu de ser Piero. 

1458 — ser Antonio Yenier Cavalier. 

1459 — ser Bernardo Bragadin fu de Andrea. 

1461 — ser Nicolò Tron fu de ser Luca (Doge). 

1462 — ser Luca Leze fu de ser Dona. 

1463 — ser Lunardo Contarmi fu Capitanio a Padova (2) fu 

de ser Piero. 
1465 — ser Triadan Gritti fu de ser Homobon. 

1467 — ser Bernardo Zustinian Cavalier. 

1468 — ser Stefano Trevisan fu de ser Michel. 

1469 — ser Doinenego Zorzi fu de ser Vinciguerra. 

1471 — ser Marco Barbarigo fu de ser Francesco Procura- 

tor (Doge). 

1472 — ser Lunardo Contarini fu de ser Marin. 

1474 — ser Bertucci Contarini fu de ser Marin. 

1475 — ser Vettor Soranzo Cavalier. 

1476 — ser Gabriel Loredan fu de ser Francesco. 
1478 — ser Piero Foscarini fu de ser Nicolò. 



(1) Nell'anno 1444. 

(2) Nel 145o. 



CAHTAN10 277 

1479 — ser Francesco Sanudo fa de ser Marin. 

1480 — ser Giacomo Marcello fu de ser Cristofolo. 

1482 — ser Agustin Barbarigo fu de ser Francesco Procura- 

to (Doge), 

1483 — ser Nicolò Mocenigo fu de ser Lunardo. 

1484 — ser Alvise Bernardo fu de Nicolò Provveditor. 

1486 — ser Luca Moro fu de ser Zuanne. 

1487 — S er Nicolò Trevisan fu de ser Zuanne. 

1488 — ser Toma Lippomano fu de ser Nicolò. 

1489 — ser Sebastian Badoer Cavalier. 

1491 _ ser Antonio Marcello fu de ser Dona (morì 1491, 

23 ottobre). 
1491 — S er Alvise Bragadin fu de ser Francesco. 

1493 — ser Marin Lion fu di Andrea Procurator. 

1494 — ser Marcantonio Morosini Cavalier. 

1495 — ser Domenego Marin fu de Carlo. 

1497 — ser Francesco Foscari fu de ser Zuanne (morì subito 
eletto). 

1497 — ser Fantin Pesaro fu de ser Francesco. 

1498 — ser Luca Zen el Conseglier fu di Marco Cavalier. 

1499 — ser Lorenzo Venier fu Podestà a Yerona ; fu de ser 

Marco (Morì). 

1500 — ser Nicolò Foscarini fu Capitanio a Cremona ; . fu de 

ser Alvise dottor e Provveditor. 

1501 — ser Andrea Venier fu Conseglier, fu de ser Luca. 

1503 — ser Polo Trevisan fu Luogotenente a Udine. 

1504 — ser Anzolo Trevisan fu Podestà a Verona fu de ser Polo. 

1505 — ser Polo Pisani Cavalier fu Capitano a Cremona. 

1506 — ser Piero Balbi el Conseglier fu de ser Alvise. 

1508 — ser Zuanne Mocenigo fu Capitano a Cremona, fu de 

ser Piero. = Il detto Mocenigo era venuto con li- 
centia de Venezia prima delli 6 di Giugno 1509 
che la città fu data all' Imperatore ; essendo poi ri- 
cuperata li 17 luglio susseguente furono eletti Ca- 
pitani di quella di tempo in tempo gì' infrascritti. =. 

1509 — ser Zaccaria Dolfin el Savio del Consiglio; fu de ser 

Andrea. 



278 

1510 — ser Stefano Contarmi fu Conseglier, fu de ser Ber- 

nardo. 

1511 — ser Geronimo Contarini fu Cao (1) del Consiglio de X, 

fu de ser Bertucci. 

1512 — ser Alvise Emo fu Cao del Consiglio de X, fu de ser 

Michele. 

1513 — ser Domenico Contarini, el Provveditor in Campo, fu- 

de ser Maffio. 

1514 — ser Andrea Trevisan Cavalier el Consiglier, fu de ser 

Toma. 

1515 — ser Gieronimo Contarini el Comandador in Armada fu 

de ser Francesco (morì). 

1515 — ser Gieronimo Pesaro fu Conseglier, fu di Benetto 

Provveditor. 

1516 — ser Zulian Gradenigo el Conseglier fu di ser Paulo. 

1517 — ser Marcantonio Loredan fu Cao del Consiglio de X, 

fu de ser Zorzi. 

1519 — ser Alvise Contarini fu Conseglier, fu di ser Andrea. 

1520 — ser Andrea Magno fu Podestà a Verona, fu de ser 

Stefano. 

1521 — ser Francesco Donado Cavalier fu Luogotenente a 

Udine fu di ser Alvise (Doge). 

1528 - ser Nicolò Venier el Conseglier fu di ser Geronimo. 
1525 — ser Vincenzo Capello fu Conseglier, fu de ser Nicolò. 

1525 — ser Geronimo Loredan fu Conseglier, fu del Serenis- 

simo. 

1526 — ser Santo Contarini fu de ser Stefano. 

1527 — ser Cristofolo Canal fu della Zonta fu di Zuanne. 

1529 — ser Priamo Lezze el Cao del Consiglio de X fu di 

Antonio. 

1530 — ser Zuanne Moro fu Luogotenente a Udine fu di Do- 

menego. 

1531 — ser Andrea Marcello fu Conseglier fu de ser Antonio.. 
1533 — ser Marco Barbarigo el Cao del Consiglio de X fu di 

ser Andrea. 

(\) Ossia, Capo. 



CAPITANIO 279 

1534 — ser Giacomo Corner fu Cao del Consiglio de X, fa di 
Zorzi Dottor e Procurator. 

1536 — ser Zuanne Dolfin fu Cao del Consiglio de X, fu di 

Lorenzo. 

1537 — ser Lodovico Falier Cavalier fu Capitanio a Verona. 

1538 — ser Gieronimo Corner fu Cao del Consiglio de X, fu 

de Zorzi Vice-Proveditor. 

1540 — ser Lorenzo Priuli, fu Luogotenente a Udine (Doge). 

1541 — ser Lunardo Venier l'Avogador de Coraun fu de ser 

Moisè. 

1542 — ser Filippo Tron fu l'Avogador de Comun, fu de ser 

Priamo. 

1543 — ser Giacomo Duodo fu Capitano a Verona, fu de ser 

Alvise. 
"544 — ser Gieronimo Zane fu Bailo a Costantinopoli, fu di 

Bernardo. 
1545 — ser Mattio Dandolo Cavalier el Cao d6l Consiglio eie X. 

1547 — ser Alvise Donado fu Sopraintendente i atti, fu de ser 

Mattio. 

1548 — ser Zuanne Capello fu Sopraintendente i atti fu de 

Lorenzo. 

1549 — ser Filippo Tron fu Capitanio a Padova (1), fu de ser 

Priamo. 

1551 — ser Francesco Contarmi el Savio del Consiglio fu de 

Zaccaria. 

1552 — ser Alvise Soranzo fu Conseglier fu di Benetto (morì). 

1553 — ser Marchiò Michiel fu Savio del Consiglio fu de ser 

Toma. 

1554 — ser Vincenzo Diedo fu Conseglier, fu di ser Alvise. 

1555 — ser Andrea Barbarigo fu Conseglier, fu de ser Gre- 

gorio. 

1557 — ser Alvise Gritti fu Conseglier, fu de ser Francesco. 

1558 — ser Zustignan Contarini el Savio del Consiglio, fu de 

ser Zorzi Cavalier. 

1559 — ser Gieronimo Lezze fu Conseglier fu di Francesco. 

(1) L'anno 1542. 



280 LIBRO XIX, C1PO II 

1560 — ser Gieronimo Cicogna fu Conseglier, fu di Francesco. 
15G1 — ser Nicolò dritti fu Savio del Consiglio, fu di Homobon. 

1563 — ser Gieronimo Soranzo Cavalier fu Savio del Consi- 

glio fu di ser Alvise. 

1564 — ser Agustin Barbarigo fu Luogotenente a Udine, fu 

di Zuanne. 

1565 — ser Lorenzo Mulla el Conseglier fu di ser Alvise. 

1567 — ser Marco Grimani el Conseglier fu di Nicolò. 

1568 — ser Francesco Bernardo fu Savio del Consiglio, fu di 

Marcantonio. 

1569 — ser Piero Sanudo fu el Savio del Consiglio fu di 

Benetto. 

1571 — ser Piero Foscari fu Conseglier fu di ser Marco. 

1572 — ser Vettor Bragadin fu Conseglier fu di ser Nicolò. 

1574 — ser Francesco Duodo fu de Piero. 

1575 — ser Alvise Zorzi fu di Benetto. 

1576 — ser Yido Morosini fu Conseglier, fu de ser Piero. 

1578 — ser Francesco Corner fu Savio del Consiglio, fu de 

ser Fantin. 

1579 — ser Daniel Priuli fu Cao del Consiglio de X. 

1581 — ser Lorenzo Bragadin fu Luogotenente a Udine, fu di 

ser Fantin. 

1582 — ser Andrea Foscarini fu Cao del Consiglio de X, fu 

di Marcantonio. 

1584 — ser Lorenzo Donado fu Cao del Consiglio de X fu di 

Alvise. 

1585 — - ser Piero Marcello fu Conseglier, fu di Antonio. 

1587 — ser Marin Grimani Cavalier fu Savio del Consiglio, 

fu di Geronimo Vice-Provveditor (Doge). 

1588 — ser Zuanne Contarini fu Savio del Consiglio, fu di 

Tomaso Cavalier. 

1589 — ser Ferigo Sanudo fu Savio del Consiglio, fu di Mar- 

cantonio. 

1590 — ser Lorenzo Bernardo fu Savio del Consiglio, fu di 

ser Sebastiano. 

1591 — ser Vincenzo Gradenigo Cavalier, fu Savio del Consi- 

glio, fu di ser Bortolamio. 



CAPITANIO 281 

1592 — sei* Nicolò Gussoni fu Savio del Consiglio fu di ser 
Marco. 

1594 — ser Zaccaria Contarini Cavalier fu Savio del Consiglio. 

1595 — ser Geronimo Suriano fu di ser Agustin. 

1596 — ser Domenico Dolfin fu Consegiier fu di ser Marco. 

1598 — ser Antonio Priuli fu Cao del Consiglio de' X fu Gie- 

ronimo (Doge). 

1599 — ser Lunardo Mocenigo fu Cao del Consiglio de X, fu 

di Marcantonio. 

1601, 8 aprile — ser Alvise Moresini fu Consegiier, fu de ser 

Piero. 

1602, 18 agosto — ser Marco Querini fu Savio del Consiglio, 

fu di ser Nicolò. 

1603, 8 febraio — ser Stefano Viaro fu Cao del Consiglio de X' 

fu di ser Zuanne. 

1605, 21 agosto — ser Zuanne Malipiero el Consegiier fu di 

ser Vettor. 

1606, 4 febraio — ser Piero Duodo Cavalier fu Savio del Con- 

siglio fu di Francesco Provveditor. 

1608, 3 agosto — ser Francesco Moresini fu Consegiier, fu di 

ser Almorò. 

1609, 17 gennaro — ser Piero Morosini fu Consegiier fu de 

ser Daniel. 

1611, 12 luglio — ser Geronimo Capello fu Savio del Consi- 

glio, fu di Lorenzo. 

1612, 9 dicembre — ser Antonio Barbaro el Consegiier fu de 

Marcantonio Cavalier Provveditor. 

1614, 11 maggio — ser Vidal Landò el Consegiier fu de ser 

Gieronimo. 

1615, 13 dicembre — ser Nicolò Yendramin fu Consegiier fu 

de Andrea. 
1617, 26 luglio — ser Massimo Valier fu Consegiier fu di 
Bertucci. 

1619, 28 aprile — ser Silvestro Yalier fu Savio del Consiglio, 

fu di Bertuccio. 

1620, 25 ottobre — ser Vincenzo Capello el Consegiier fu de 

Domenico. 



282 LIBRO XIX, CAPO II 

16*22, 6 marzo — ser Zaccaria Sagredo fu Conseglier, fu de 
Nicolò Provveditor. 

1623, 6 agosto — ser Alvise Dolfìn fu Conseglier, fu di ser 

Gieronimo. 

1624, 6 dicembre, — ser Vincenzo Gussoni Cavalier fu Savio 

del Consiglio. 

1626, 17 maggio — ser Gieronimo Lezze fu Conseglier, fu de 

Zuanne Provveditor. 

1627, 17 ottobre — ser Marco Priuli el Conseglier fu de ser 

Zuanne. 
1629, 19 marzo — ser Domenego Tiepolo fu Conseglier fu di 
Almorò (ha rifiutato). 

1629, 6 ottobre — ser Piero Sagredo el Conseglier fu de ser 

Zuanne. 

1630, 16 gennaio — ser Alvise Yalaresso Cavalier fu Savio 

del Consiglio. 

1632, 11 luglio — ser Gieronimo Civran fu Conseglier fu de- 

ser Bertucci. 

1633, 11 dicembre ser Zuanne Barbarigo fu Conseglier, fu de 

ser Andrea. 

1635, 22 aprile — ser Giacomo Soranzo el Conseglier, fu de 

ser Francesco. 

1636, 28 settembre — ser Zuanne Grimani fu Conseglier, fu 

di ser Antonio Cavalier Procurator (Ambasciator 
all' Imperatore). 
1636, 28 dicembre — ser Gieronimo Mocenigo el Savio del 
Consiglio fu di Andrea. 

1638, 23 aprile — ser Zambattista Grimani fu Cao del Con- 

siglio de X, fu di Antonio Cavalier Provveditor. 

1639, 10 aprile — ser Piero Correr fu Savio del Consiglio fu 

di Antonio. 

1641, 3 marzo — ser Zorzi Contarini fu Censor fu di Marco. 

1642, 29 giugno — ser Antonio Zen el Conseglier fu di ser 

Bortolamio. 

1643, 10 gennaio — ser Domenico Euzzini el Conseglier fu 

de ser Carlo (fu intromessa et tagliata relezione). 



CAPITAN10 283 

1643, 31 gennaio — ser Geronimo Dolfin el Conseglier fu de 
ser Alvise. 

1645, 29 giugno — ser Gabriel Emo fu Conseglier, fu de ser 

Piero. 

1646, 16 settembre — ser Zuanne Grimani Cavalier fu Savio 

del Consiglio, fu de ser Antonio Cavalier Provvedi- 
tor (Fu intromessa et tagliata l'elezione). 

1646, 4 ottobre — ser Zuanne Grimani Cavalier fu Savio del 

Consiglio, fu di ser Antonio Cavalier Provveditor. 
(Se li riservò il luogo). 

1647, 25 agosto — ser Vincenzo Gussoni Cavalier fu Conse- 

glier fu de ser Andrea Cavalier. 
1649, 20 aprile — ser Zuanne Grimani Cavalier. 
1649, 20 febbraio (1), ser Sebastian Michiel fu Consiglier, fu 

di ser Antonio. 
1651, 9 giugno — ser Sebastian Zustignan fu Conseglier, fu 

di ser Antonio. 

1651, 1.° dicembre — ser Alvise Bragadin el Conseglier fu di 

. Antonio (ha rifiutato). 

1652, 12 gennaio — ser Nicolò Capello fu Cao del Consiglio 

de' X, fu de Francesco. 

1654, 17 marzo — ser Zuanne Venier fu Conseglier, fu de ser 

Francesco. 

1655, 12 settembre — ser Anzolo Zustinian fu Conseglier, fu 

de ser Alvise. 

1656, 7 gennaio (2) — ser Francesco Grimani fu Conseglier fu 

di ser Piero. 

1657, 3 maggio — ser Anzolo Marcello fu Conseglier fu di 

Antonio. 

1659, 21 settembre — ser Lunardo Zane fu Conseglier, fu di 

ser Marin. 

1660, 13 febraio (3) — ser Gieronimo Zustinian fu Conseglier^ 

fu de ser Marco Provveditor. 



(1) Stile veneto, cioè 20 febbraio 1650. 

(2) More veneto, cioè 7 gennaio 1657. 

(3) Cioè 1661. 



28-1 LIBRO XIX, CAPO II 

1662, 13 agosto — ser Simon Contarmi fu Capitano a Verona, 

fu di ser Alvise. 
16G3, 28 ottobre — ser Antonio Grimani fu Conseglier, fu de 

ser Zuanne Cavalier Provveditor. 

1665, 20 maggio — ser Piero Dolfìn fu Conseglier, fu de ser 

Zuanne Provveditor. 

1666, 27 dicembre — ■ ser Domenico Zane Cavalier, fu Censo r, 

fu de ser Marin (Fu intromessa et tagliata l'ele- 
zione ). 
1666, 25 gennaro (1) — ser Vettore Contarini F Inquisito so- 
pra i Comunali. 

1668, 10 giugno — ser Polo Zustinian fu Capitano a Verona, 

fu de ser Zuanne. 

1669, 4 ottobre — ser Geronimo Gradenigo fu Podestà a Ve- 

rona, fu de ser Daniel. 

1671, 12 marzo — ser Domenego Zane Cavalier fu Cao del 
Consiglio de X, fu de ser Marin (Ambasciator a 
Roma ). 

1671, 3 maggio — ser Tomaso Contarmi, fu Capitano a Ve- 
rona, fu di Piero. 

1673, 3 giugno — ser Marin Zorzi Cavalier el Savio del Con- 
siglio, fu de ser Marin. 

1673, 30 novembre — ser Bernardo Nani fu Conseglier, fu de 
ser Giacomo. 

1675, 5 maggio — ser Alvise Zorzi fu Podestà a Verona, fu 

de Costantin. 

1676, 21 settembre — ser Alvise Mocenigo IP fu Podestà a 

Padova (2), fu de ser Alvise IIP. 

1677, 6 febbraro (3) — ser Geronimo Renier el Comandador 

fu de ser Zuanne. 

1670, 11 giugno, — ser Zuanne Pisani el Conseglier, fu di 
Andrea Provveditor. 

1680, 29 settembre — ser Lorenzo Soranzo fu Savio del Con- 
siglio, fu di ser Andrea. 

(1) 1667. 

(2) Nel 1656. 

(3; A siile veneto, cioè 6 febbraro 1678. 



CAPITANIO 285 

1681, 31 dicembre — sei* Vincenzo Malia fu Conseglier, fu di 
ser Giacomo. 

1683, 7 giugno — ser Lorenzo Tiepolo fu Cao del Consiglio 

de X, fu di ser Marin. 

1684, 14 settembre — ser Marcantonio Barbarico fu di ser 

Alvise. 

1685, 17 gennaio (1) — ser Alvise Pisani fu de ser Almorò 

Provveditor. 

1687, 11 maggio — ser Piero Gradenigo fu di Domenico. 

1688, 21 settembre — ser Marco Ruzzini fu di ser Francesco. 

1689, 26 febbraio (2) — ser Marin Zorzi Primo fu di ser Ma- 

rin Primo. 

1691, 5 giugno — ser Almorò Dolfìn fu de ser Lunardo Prov- 

veditor. 

1692, 6 ottobre — ser Lorenzo Correr fu de ser Zuanne (taglia). 
1692, 16 novembre — ser Alessandro Molili fu de ser Alvise 

Cavalier. 

1694, 13 aprile — ser Andrea Tron fu de ser Nicolò. 

1695, 25 luglio — ser Barbon Morosini fu de ser Michiel. 

1696, 8 ottobre - ser Daniel Dolfìn 4° Cavalier de Daniel 2° 

(taglia). 

1697, 2 giugno — ser Ago.stin Sagredo fu de ser Lorenzo. 

1699, 29 marzo — ser Sebastian Venier fu de ser Nicolò. 

1700, 6 agosto — ser Stefano Querini fu di ser Alvise. 

1701, 16 gennaro (3) — ser Francesco Soranzo fu de ser Zuanne. 
1703, 20 maggio — ser Antonio Priuli fu de ser Geronimo 

(rifiutò). 

1703, 29 giugno — ser Francesco Morosini Cavalier fu Lo- 
renzo Cavalier sopra i conti. 

1703, 22 luglio — ser Zuanne Pesaro Cavalier fu Lunardo 
(non accettò). 

1703, 26 agosto — ser Francesco Pesaro fu Lunardo (rifiutò 
7 settembre 1703). 



(1) Del 1686. 

(2) An. 1690. 

(3) A stile veneto, cioè 16 gennaro 1702. 



286 LIBRO XIX, CAPO II 

1703, 25 novembre — ser Nicolò Contarmi fu di ser Alessandro. 
1705, 26 aprile — ser Sebastian Zen fu de ser Cattarin (di- 
spensato). 

1705, 30 agosto — ser Marcantonio Memmo. 

1706, 9 gennaio (1) — ser Francesco Pesaro fu de ser Lunardo 

Provveditor (non accettò). 

1707, 8 maggio — ser Zuanne Zustinian fu de ser Polo. 

1708, 21 settembre — ser Zandomenico Tiepolo fu de ser Al- 

morò Provveditor. 

1710, 16 marzo — ser Ferigo Venier fu de ser Francesco. 

1711, 9 agosto — ser Zuanne Correr fu de ser Lorenzo. 

1712, 18 dicembre — ser Francesco Pesaro fu de ser Lunardo 

Provveditor (taglia). 

1712, 29 gennaro (2) — ser Zuanne Pesaro Cavalier fu Lu- 

nardo Provveditor (taglia). 

1713, 2 aprile — ser Vettor Grimani fu de Zuanne (taglia). 
1713, 7 maggio — ser Yettor Grimani fu de Zuanne (dispensato). 
1713, 27 agosto — ser Piero Marcello fu Andrea Avvocato a 

Rialto. 

1713, 6 ottobre — ser Alvise Mocenigo 3° fu de ser Alvise 

4° Provveditor. 

1714, 30 gennaio (3) — ser Zuanne Pesaro Cavalier fu di Lu- 

nardo Provveditor. 

1716, 30 maggio — ser Francesco Garzoni. 

1717, 4 ottobre — ser Agostin Sagredo fu de ser Lorenzo 

(Auditor novo). 

1717, 17 gennaro (4) — - ser Alvise Barbarigo fu de ser Zuanne 

(refudò). 

1718, 23 aprile — ser Francesco Morosini Cavalier fu de ser 

Lorenzo Cavalier (Dispensato consegnò la carica al 
Provveditor Dolfin a 11 settembre 1718). 

1719, 23 luglio — ser Piero Marcello (Auditor novo, 3 di- 

cembre 1719). 

(1) Ossia, 1707. 

(2) Gennaro del 1713. 

(3) Ann. 1715. 

(4) 1718. 



CAP1TANI0 



287 



1719, 3 dicembre — sei* Marco Micliiel Salamon (taglia). 
1719, 14 gennaro (1) — ser Vincenzo Pisani 2° fu de ser Vin- 
cenzo 1.° 

1721, 2 giugno — ser Lunardo Dolfin fu de ser Almorò. 

1722, 27 settembre — ser Andrea Vendramin fu de ser Daniel. 
1724, 19 marzo — ser Giacomo Gradenigo fu de ser Piero 

(dispensato). 
1724, 27 agosto — ser Sebastian Venier fu Nicolò (dispensato). 

1724, 28 gennaio (2) — ser Zuanne Dona fu ser Bortolomio 

(dispensato). 

1725, 13 maggio — ser Alvise Barbarigo fu di ser Zuanne 

(dispensato). 

1725, 29 luglio — ser Nicolò Erizzo 2° fu Nicolò 1.° 

1726, 12 maggio — ser Piero Priuli fu de Marcantonio (refutò). 

1726, 12 maggio — Einnovato il scrutinio a ser Nicolò Eriz- 

zo 2° fu ser Nicolò 1° Cavalier, refudò. 

1727, 30 marzo — ser Francesco Correr fu de ser Lorenzo. 

1729, 10 luglio — ser Francesco Savorgnan fu de ser Anto- 

nio (non accettò). 

1730, 23 aprile — ser Bortolamio Gradenigo 4° fu de ser Ge- 

ronimo Provveditor. 

1731, 9 maggio — ser Alvise Eenier de ser Ferigo (dispensato). 
1731, 2 dicembre — ser Nicolò Venier de ser Lunardo. 
1733, 3 maggio — ser Zuanne Bollani fu di ser Francesco 

(dispensato). 
1733, 28 ottobre — ser Giacomo Soranzo fu de messer Seba- 
stian Procurator. 

1735, 11 aprile — ser Geronimo Ascanio Zustinian fu de ser 

Geronimo Provveditor. 

1736, 9 settembre — ser Nicolò Tron Cavalier fu de ser Andrea. 

1737, 23 febbraro (3J — ser Vincenzo Gradenigo 2° fu de ser 

Vincenzo Provveditor (non accettò). 

1738, 22 luglio — ser Anzolo Emo fu de ser Piero. 



(1) 1720. 

(2) Gennajo 1725. 

(3) Febbraro 1738. 



2S8 LIBRO XIX, CAPO II 

1739, 7 febrajo (1) — sei* Nicolò Corner fu del Serenissimo 

Principe (non accettò). 

1740, 28 decembre — ser Piero Contarmi fu di ser Alvise 

(dispensato). 

1741, 20 settembre — ser Simon Contarmi fu di ser Alvise 

riuscito Procurato di S. Marco della Procuratia de 
Ultra, 15 aprile 1742. 

1742, 14 maggio — ser Nicolò Tiepolo de Marcantonio (di- 

' spensato). 

1743, 3 marzo — ser Alvise Foscarini de ser Nicolò Cavalier, 

Provveditor (fu dispensato). 
1743, 11 agosto — ser Zan Antonio da Eiva fu ser Alvise 

(non accettò). 
1744 ; 3 maggio — ser Lunardo Loredan fu de ser Andrea. 

1745, 5 dicembre — ser Francesco Tiepolo fu di ser Alvise 

(dispensato). 

1746, 21 settembre — ser Alvise Foscarini de messer Nicolò 

Cavalier, Provveditor. 

1748, 24 marzo — ser Daniel Dolfìn 1° fu di ser Daniel 3° 

Cavalier. 

1749, 31 agosto — ser Piero Barbarico de ser Alvise 1.° 
1749, 15 febraro (2) — ser Francesco Tiepolo fu di ser Alvise. 

1751, 11 luglio — ser Geronimo Venier fu de ser Lunardo. 

1752, 31 gennaio (3) ser Lunardo Pesaro fu de ser Antonio. 

1754, 22 luglio — ser Gregorio Barbarigo de ser Zuanfran- 

cesco. 

1755, 28 agosto — ser Bertucci Dolfin fu de ser Daniel 3° 

Cavalier. 

1756, 9 maggio — ser Annibal Gambara fu di ser Carlo. 

1757, 13 marzo — ser Piero Vendramin fu di ser Francesco. 
1757, 31 luglio — ser Andrea Donado fu de ser Piero. 
1759, 6 maggio — ser Nicolò Donado fu di ser Nadal. 
1759, 30 novembre — ser Girolamo Querini de ser Zuanne 

Provveditor. 

(1) Ossia, 1740. 

(2) More veneto; perciò del 1750. 

(3) Del 1753. 



CÀHTAN10 289 

1761, 11 maggio — sor Antonio Donado fu di ser Piero. 

1762, 2 maggio — sor Francesco Diedo fu di ser Girolamo. 

1763, 28 agosto — ser Alvise Contarmi 3° fu di ser Zorzi 

Cavalier (Terminazione della Serenissima Signoria 
n.° 3, dopo il suo ritorno di General in Levante). 
1765, 3 marzo — ser Maria Cavalli fu de ser Giacomo. 

1765, 15 maggio — ser Zuanne Dona fu de ser Antonio. 

1766, 2 marzo — ser Ludovico Venier fu de ser Nicolò Prov- 

veditor. 

1766, 4 gennaio (1) — ser Giulio Antonio Contarmi fu de ser 

Simon Provveditor. 

1767, 5 aprile : — ser Piero Barbarigo fu de ser Zanfrancesco . 
1767, 26 luglio — ser Gieronimo Giustinian fu de ser Lorenzo. 

1767, 10 gennaro (2) — ser Francesco Maria Crotta fu ser 

Filippo. 

1768, 26 febraro (3) — ser Antonio Renier fu de ser Andrea. 

(Assunse la carica di Podestà cessagli dal N. H. 
Contarini a 18 gennaio 1769 (4) ). 
1770, 29 luglio — ser Francesco Rotta de ser Francesco. 

1772, 20 aprile — ser Zan Bonetto Giovanelli fu de ser Zuanne 

Polo (eletto Provveditor General a Palma, 3 set- 
tembre 1774). 

1773, 5 dicembre — ser Alessandro Duodo. 

1774, 20 novembre — ser Zan Alvise Mocenigo 2.° 

1776, 17 marzo — ser Piero Manin fu de ser Lodovico. 

1777, 5 luglio — ser Angelo Diedo de Antonio Cavalier. 

1777, 11 gennaro (5) — ser Andrea Giulio Corner fu de ser 

Nicolò Provveditor. 

1778, 24 febraio (6) — ser Giacomo Nani Cavalier fu de ser 

Antonio. 



(1) A stile veneto, cioè 4 gennajo 1767. 

(2) Cioè, del 1768. 

(3) Cioè, 1769. 
(A) Ossia 1770. 

(5) Ossia 1778. 

(6) 1779. 

Cappelletti. Storia di Padova. II. 19 



290 LIBRO XIX, C1PO II 

1780, 7 gennaro (1) — ser Alvise Mocenigo 1° fa del Sere- 
nissimo Principe (Il suddetto consegnò al Provve- 
ditor Baglioni a 12 luglio 1782, e venne iu Col- 
legio il 14 detto). 

1782, 28 agosto — ser Antonio Mulla fu de ser Andrea. 

1782, 29 dicembre — ser Zanantonio Euzzini fu de ser Zan- 
nantonio. 

1784, 7 marzo — ser Cattarin Corner fu de ser Ferigo (Con- 

segnò ambidue le cariche (2) a 2 settembre 1787 
al N. Alvise Contarini 2° Cavalier Provveditor). 

1785, 24 agosto — ser Venceslao Gasparo Martinengo, fu de 

ser Alvise. 

1786, 7 maggio — ser Zambattista Contarini fa de ser Simon 

Cavalier. 

1786, 19 novembre — ser Zuanne Barbaro fu de messer Al- 

morò Provveditor. 

1787, 4 marzo — ser Annibale Gambara fu de ser Carlo Antonio. 

1788, 22 luglio — ser Anzolo Memmo 4° fu de ser Anzolo 1.° 

1790, 13 dicembre — ser Francesco Morosini 1° Cavalier fu 

di ser Francesco 1° Cavalier. 

1791, 11 dicembre — ser Angelo Diedo fu de ser Anto- 

nio Cavalier (Ricevè la carica di Podestà (3) li 
3 marzo 1793). 
1793, 17 gennaro (4) — ser Girolamo Zustinian fu di ser Se- 
bastian. 

1795, 26 luglio — ser Zan Francesco Labia fu di ser Paolo 

Antonio. 

1796, 27 novembre — ser Barbon Vincenzo Morosini 4 e fu di 

ser Barbon Vincenzo. 



(1) 1781. 

(2) Non saprei di qual altra carica parlasse quivi il registro, perchè 
non ne dice di più. 

(3) Nella serie dei Podestà non è annoverato. Forse vi fu proposto, e 
non accettò, perchè in quell'anno trovo podestà di Padova ser Zambattista 
Contarini fu de ser Simon Cavalier, il quale ne teneva la carica sino dal 22 
luglio 1792. Ved. nella pag. 274. 

(4) 1794. 



ANNO Ì7<J7 291 



CAPO III. 



Governo di Padova, sottentrato a quello della Repubblica 

di Venezia. 

Dopo atterrati in Padova gli stemmi di san Marco ed inal- 
berata la bandiera tricolore e raccozzata una Municipalità, che 
reggesse quel così detto governo democratico ; come ho narrato 
alla sua volta (1) ; fu piantato, tra grida festive e suoni di 
letizia, come era avvenuto in altre città della terraferma vene- 
ziana V albero della libertà. Di qua cominciò anche in Padova 
un'effimera repubblica democratica, la quale non visse un anno. 

Ed intanto gli agitatori si adoperavano a formare di tutte 
le varie municipalità civiche della terraferma veneta una stretta 
confederazione di cui fosse il centro in Venezia. E sebbene, 
come s' è veduto di sopra (2), un odio accanito rendesse dis- 
prezzevole l'antica Dominante; tuttavia si trattò di unirsi 
strettamente, e formare un' alleanza compatta. Laonde si pro- 
gettò, che le principali città mandassero deputati a Bassano 
per trattare di questa unione. Verona vi mandava un Monga, 
Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi, Venezia vi de- 
putava un Giuliani, perchè,, essendo nativo di Desenzano, si 
sperava che potesse più facilmente conciliare i dissidenti. Udine 
non inviò deputati, perchè il generale Bernadotte lo impedì. Biio- 
naparte vi mandava Berthier, acciocché presiedesse al congresso. 

Vi furono molte parole e molti contrasti. Verona voleva 
essere capo della terraferma; lo voleva anche Padova. I Bas- 
sanesi avrebbero voluto aderire ai Padovani, piuttostochè a 
Veronesi; e viceversa volevano i Vicentini; ma in mezzo a que- 
sti ed altri simili contrasti, il Berthier sciolse il congresso e 
pubblicò, che i deputati non s' erano potuti accordare tra loro . 

Alla fine, pel trattato di Campo Formio del 17 ottobre 
•del detto anno 1797, Padova fu ceduta all'Austria, di cui le 
truppe entrarono ad occuparla il dì 20 gennaio dell'anno se- 
guente, e vi stabilirono in forma provvisoria il loro governo. 

(1) Cap. I di questo libro, pag\ 254. 

(2) Cap. I, pag. 253. 



LIBRO XX. 



Padova sotto dominazioni straniere sino allo 
staniliuiento dell'odierno governo italiano 



CAPO I. 

Successiva dominazione in Padova dell'Austria 
e della Francia. 

Entrati in Padova gli Austriaci in vigore del trattato di 
Campo Formio, il dì 30 gennaio 1797, vi tennero provvisorio 
governo sino al cominciare dell'anno 1801. Nel qual anno, addì 
5 aprile, ritornò in potere degli austriaci. Ma poscia la pace 
di Presburgo del 26 dicembre 1805 la ritornò ai Francesi; i 
quali se n'erano impadroniti di già sino dal novembre prece- 
dente. E la tennero per otto anni; e quinci dichiarata città 
del regno d' Italia continuò ad esser tale sino al dicembre 
del 1813. 

Come città del regno d'Italia fu capoluogo del diparti- 
mento del Brenta, governata da un Prefetto, sulla forma di 
tutte le altre città di provincia italica; dipendente da un 
Viceré. 

Padova da questo tempo non ha più storia propria. Serva 
anch' essa dei sottentrati dominatori fu condannata ad obbedire 



294 LIBRO XX, CAPO I 

alle moltiformi esigenze di questi. Non già come aveva speri- 
mentato sotto la pacifica e paterna reggenza della repubblica 
di Venezia, la quale, salvo il diritto del suo alto dominio, la- 
sciava al Comune, come s' è veduto nelle pagine addietro, la 
piena e libera amministrazione dei proprii diritti, e l'esercizio 
assoluto delle nazionali e civiche costumanze in tutto e per 
tutto ; persino nei pesi e nelle misure ed in altre simili par- 
ticolarità. 

Nel periodo delle suindicate fasi, dal 1797 al 1813, la sua 
vita, le sue vicende non furono, che di obbedienza forzosa ai voleri 
or degli austriaci ed or dei francesi. Fu militare il governo 
che la reggeva, dal 1797 sino al 1805 : in seguito ne fu mi- 
tigata alquanto la severità; ed incorporata col regno d'Italia, 
ebbe nuove forme e discipline più miti. Delle due prime fasi 
(dal 1797 al 1805) non parlo, perchè nulla ci offrono di par- 
ticolare. Tutt'al più ricorderò la venuta del pontefice Pio VII, 
il quale, eletto in Venezia, nel conclave del 1800, venne a Pa- 
dova il dì 25 maggio per visitare il santuario di Sant'An- 
tonio (1). 

Vi dominavano allora gli Austriaci. Attraversò la laguna 

(1) Anche il papa Pio VI, era venuto a Padova, l'anno 1782, reduce 
da Vienna, Lo incontrarono a Slesega il dì 13 maggio, il vescovo Nicolò 
Antonio Giustiniani e il capitanio Alvise Mocenigo: festeggiato con singolari 
dimostrazioni di pietà. Prese alloggio nel monastero di santa Giustina. La 
mattina s guente, servito di bellissima carrozza dal Mocenigo, andò a visi- 
tare la basilica di sant'Antonio. Poscia passò alla cattedrale, per visitare il 
corpo del beato Gregorio Barbarigo, ed in Sacrestia ammise al bacio del 
piede i canonici. Poi andò al palazzo municipale, e nella sala della Ragione 
ove similmente vi ammise la nobiltà, e dalla loggia impartì la benedizione 
all'affollato popolo. In Università gli si presentarono pur essi al bacio del 
piede tutti li professori. Il dì 15" del mese ascoltò la messa in santa Giu- 
stina. Poscia in riva al Brenta montò in nobile burchicllo, che lo condusse 
a Venezia, accompagnato da due procuratori di san Marco (Contarmi e Ma- 
nin) deputati a quest'ufficio dalla Repubblica; dal capitanio Mocenigo, dal 
prelato Marcucci, dai nunzi apostolici di Vienna e di Venezia. Altri prelati 
del seguito passarono in altri burchielli. — Ritornò a Padova per la via 
di terra la notte del 19 maggio, e ne trovò la città sfarzosamente illumi- 
nata. Alla fine nel di seguente continuò il suo viaggio alla volta di Fer- 
rara (Ved. Diario del viaggio ecc.). 



ANNO 1800 295 

entro nobile e ben adorno burchiello ; e, giunto a Fusina, montò 
nella carrozza (elio là trovò, con altre due già appartenenti al 
palazzo apostolico, dalla rapacità democratica portate a Livorno, 
e dagli austriaci ricuperate). A Fusina venne incontrato da un 
distaccamento di cavalleria imperiale; ed a Padova, alla porta 
detta del Portello del borgo degli Ognissanti, gli si fecero ad 
incontrarlo i deputati dei monaci cassinesi di Santa Giustina, 
alla cui Congregazione egli aveva appartenuto. In passando pel 
Dolo aveva ricevuto in dono dell' arciduchessa Marianna una 
carrozza magnifica, con questa entrò in Padova addobbata a 
festa, in mezzo agli evviva festosi dell' innumerevole popolo. 
Smontò alla chiesa di santa Giustina, ricevuto da tre cardi- 
nali, da molti vescovi e prelati, dall'abate del monastero, che 
di poi fu vescovo di Adria, e dai monaci, cui poscia ammise 
al bacio del piede. Ivi accolse la visita dell'arciduchessa, e po- 
scia dalla loggia benedisse l'affollato popolo. Di qua passò al 
monastero delle benedettine, le quali gli presentarono in dono 
un magnifico antifonario miniato dal Mantegna. Poscia ricevè 
il tenente maresciallo Manfrault, governatore della piazza di 
Venezia, ed il marchese Ghislieri, che lo avevano preceduto. 

Nel seguente lunedì celebrò ed ascoltò la messa in santa 
Giustina, ove nel coro ammise al bacio del piede molta nobiltà 
e popolo. Passò poscia a visitare l'arciduchessa Mariana, nel 
ritiro delle Dimesse; donde ritornato in santa Giustina ricevè 
gli ossequii del capitolo de ; canonici della cattedrale e dei de- 
putati rappresentanti la città, con tutti i corpi dei pubblici 
uffizii, con moltissimi nobili padovani, coi professori dell'Uni- 
versità e con la presidenza dell'arca del Santo. Nelle ore po- 
meridiane, visitò le benedettine di santa Sofia e le francescane 
della beata Elena, che lo regalarono di un crocefisso di avorio. 
Neil' indomani, celebrò ed ascoltò la messa nella basilica di 
sant'Antonio ; e dopo il mezzodì recossi alla cattedrale, ove in 
sagrestia accolse al bacio del piede il capitolo dei canonici, e 
nella biblioteca capitolare fu trattato di sontuosa refezione. Di 
qua passò al monastero delle canonichesse regolari lateranensi, 
dette di Betlemme, che gli donarono reliquia di sant'Agostino, 
racchiusa ih ovato d'argento con doppio cappio di perle. La 



296 LIBRO XX, CAPO li 

sera accolse gli omaggi dell' antichissimo collegio de' parrochi 
urbani. 

Nel mercoledì 28 maggio, visitò di nuovo il ritiro delle 
dimesse, ove celebrò ed ascoltò la messa, ed ammise alla sa- 
cra comunione l'arciduchessa Marianna. Nel dopo pranzo, e 
nella seguente mattina, visitò altri monasteri di monache, ad 
per tutto ossequiato con preziosi regali. La sera del 29, ricevè 
dai deputati della città gli augurii di felice viaggio ; e nella 
seguente mattina, benedisse il popolo dalle loggie di santa Giu- 
stina e del palazzo municipale. Ciò fatto, partì in carrozza alla 
volta di Venezia, viaggiando questa volta lungh' esso il Brenta 
in decoroso burchiello. 

Nella dimora di Pio VII in Padova, fu sempre corteggiato 
dal principe Eezzonico, senatore di Eoma, recatovisi apposita- 
mente dalla sua deliziosa villeggiatura di Bassano (1). 



CAPO IL 
Casa di forza. 

Organizzato il nuovo regno d' Italia, di cui Padova fu 
trascelta a formar parte, col titolo di dipartimento del Brenta; 
i dominatori, che ne amministravano le sorti, deliberarono di eri- 
gere in questa città a spese erariali una Casa di forza, destinata 
ad accogliere tutti i condannati delle Provincie venete. Ciò fu 
decretato l'anno 1807. 

Essa fu piantata colà, dove nel secolo XIII il tiranno 
Ezzelino aveva piantato, per opera del milanese architetto 
Egidio, il castello, di cui rimane ancora intatta la torre, poi 
destinata dalla munificenza della veneziana Eepubblica, in sulla 
metà del secolo XVII, ad osservatorio astronomico a servizio 
dell' Università, come altrove ho notato. 

V egregio letterato A. de Zigno, che ne diede diligente e 

(1) Minuziosa e diligente descrizione di questo soggiorno di Pio VII 
in Padova e delle splendide dimostrazioni fattegli dai Padovani, si può 
leggere presso il Cancellieri nella Storta (impossessi ecc. pag. 455 e seg. 



ANNO 1807 297 

minuziosa informazione nella Guida di Padova, offerta agli 
scienziati italiani riuniti in questa città V anno 1842, così ne 
sparla (1): — «In questo stabilimento, capace di oltre 800, 
sono di presente racchiusi 640 individui gravati da diverse 
specie di condanne. È proveduto con ogni cura acciò abbiano 
ad essere vestiti, nutriti, impiegati in opportuni lavori, istrutti 
e diretti nella religione, blandamente puniti a seconda de' loro 
mancamenti e con ogni sollecitudine curati quando infermi. 
Il loro letto è formato di un pagliariccio, di un capezzale, di 
un lenzuolo e di una copertina di canape la state, di lana nel 
verno. Egualmente hanno comode vesti di tela e di lana, a 
seconda delle stagioni. Il vitto da sano si compone di una 
minestra ed una razione di oncie metriche 5, 5 di pane di 
tutta farina, levato però un decimo di crusca. Si concede un 
aumento nella quantità del pane a quelli, la cui fisica costitu- 
zione l'esigesse. Ogni cura viene adoperata affinchè i cibi sieno 
di sana specie e ben cucinati. Tutti i giorni s' invia alla De- 
legazione un saggio del pane, ed il direttore o chi ne fa le 
veci, invigila sulle cucine. La bevanda ordinaria è l'acqua pura, 
a cui l'estate si mesce un po' d'aceto. Quanto all'infermeria, 
il trattamento consiste in pane bianco, riso, carne, uova e vino 
a seconda dello stato fisico del malato. Que' condannati poi, 
che si prestano con lode come impiegati, partecipano a quel 
vitto meno il pane, che dev' essese anche per loro il comune. 
GÌ' infermi hanno pur letto assai migliore degli altri. — » 

« — Niun condannato può esimersi dal lavoro stabilito 
nell' esercizio de' varii mestieri di sarto, calzolaio, filatore, 
tessitore, macchinista, lanaiuolo, a cui s'aggiungono tutti gli 
altri servigi interni. L' appaltatore che somministra il vitto e 
le vesti ai condannati è obbligato a procacciar loro lavori e la 
corrispondente mercede, di cui un terzo va all'erario, un terzo 
a favore del condannato, ed il rimanente nella cassa, per farne 
la consegna al medesimo allorché esce per finita condanna. — » 

« — L'assistenza spirituale dei prigionieri, delle guardie, 
custodi ed impiegati domiciliati nell' interno della Casa di forza 

(2) Pag. 409 e seg. 



29S 

è commessa a due cappuccini, cui è assegnato alloggio ed 
annua gratificazione di a. L. 1385. Essi dirigono pure, mediante 
l'aiuto di due condannati, scelti fra i meglio istrutti e di miglior 
condottatila scuola di lettura, scrittura ed aritmetica ad istru- 
zione degli altri. Quelli poi, che si distinguono per buona condotta 
morale, applicazione o profitto nei lavori, acquistano diritto ad 
essere raccomandati alle superiorità a fin di ottenere la remis- 
sione della pena, scontata che ne abbiano una metà o più. — » 

« — Que' condannati, che risultano colpevoli di mancamenti 
alle discipline della Casa sono sottoposti a varie specie di 
punizioni, le quali però non si determinano né si applicano se 
prima non sia stato udito l' imputato, i testi monii del suo 
trascorso e se ne abbia quindi steso breve processo verbale.. 
Quelle punizioni consistono nel chiudere F individuo in prigione 
isolata, castigo, che non deve oltrepassare i due mesi; nel- 
F assicurarlo con catena al muro del carcere o sottoporlo alla 
catena corta ed ai ferri pesanti, però per non più di quindici 
giorni; nel digiuno o privazione della minestra ; nelle percosse 
sino a quindici che si danno presenti tutti i condannati. Seb- 
bene sia vietata ogni esterna corrispondenza, però con superiore 
permissione possono dare notizie di sé ai parenti o riceverne 
la visita. Il chiedere limosine è assolutamente vietato. Sono 
obbligati ogni dì a recitare appena alzati le loro preghiere. . 
Ognuno alternativamente può godere dell' aria libera per due 
ore al giorno passeggiando pel cortile. È perfino permesso e. 
somministrato dall' Erario il tabacco da naso a quelli, cui il 
rapporto medico lo indicasse necessario. — » 

« — Spaziosa e salubre sala è destinata ad infermeria, . 
divisa in due grandi stanze capaci di 80 letti. Vi presiedono 
un medico e chirurgo primarii, ed un medico e chirurgo sup- 
plenti. Un capoinfermiere è assistito da parecchi fra i condan- 
nati nella cura degl' infermi. Deve poi il E. medico delegatizio 
visitare regolarmente lo stabilimento, onde sorvegliare quanto 
concerne gli oggetti sanitarii. All' I. E. Delegato o a chi lo 
rappresenta, essendo affidata la direzione superiore della Casa 
di forza, incombe l'obbligo di visitarla mensilmente ed ascoltare 
le lagnanze dei condannati. — » 



ANNO 1808 299 

« — L' ammistrazione e disciplina interna è diretta da 
proprii regolamenti, alla esecuzione dei quali sopraintende 
un direttore, un aggiunto, un ragionato-cassiere ed un can- 
cellista. — » 

« — Alla custodia esterna della Casa è destinata una 
guardia militare ; il presidio interno è affidato ad una guardia 
civile, composta di un capocustode, 6 vicecapi, e 54 guardie. — » 

« — Ogni spesa occorrente è a carico dell' Erario ed è 
prò veduto nelle migliori forme alla illuminazione e pulizia 
interna, non che a quanto è necessario per prevenire od estin- 
guere gT incendii. — » 

Fin qui 1' erudito espositore delle notizie sulla Casa di 
forza, il sig. À. de Zigno. Sulle quali notizie giova notare, che, 
sebbene la primitiva istituzione di questa Casa sia derivata dal 
governo italico, più ragionevolmente però conveniva, che le 
discipline e le regole per la buona direzione di essa, la quale 
non durò che pochi anni sotto quella reggenza, fossero esposte 
e descritte, com'egli fece, quali più giudiziosamente e stabil- 
mente furono determinate dal succeduto governo austriaco, dap - 
poiché alla sua volta sotentrò all' italica dominazione. E queste 
regole e discipline collo scorrer degli anni furono sempre più 
migliorate e consolidate, 

É inutile il notare, che, oltre alla descritta Casa di forza, 
sono in Padova carceri criminali, pretoriali e di polizia. Ed 
anche queste nella Storia di Padova hannosi a nominare, quasi 
direi incidentalmente, perchè meglio appartengono alla storia 
della dominazione; in cui Padova rimase avvolta. 



CAPO III. 

Concentrazione delle parrocchie di Padova. 

Poche città avevano come Padova un numero sì grande di 
chiese, di conventi, di monasteri, di confraternite. Yi si conta- 
vano quindici case religiose e ventotto di monache; molte di 
esse con le loro chiese erano di qualche considerazione per la 



300 LIBRO XX, CAPO III 

sontuosità dell' edilìzio e degli oggetti di belle arti, che le 
adornavano. Trentadue n'erano le parrocchie. Il governo italico 
concentrò quelle da prima; poi le soppresse e ne incamerò i beni* 
E le parrocchie, per decreto del 10 marzo 1808, furono ridotte 
a dodici soltanto, con sei succursali. 

Non mi fermo a dire delle case claustrali, concentrate o 
soppresse, né delle parrochie sottoposte a particolari vicende 
nell' ampio giro della provincia. Troppo ne sarebbe prolissa 
F enumerazione. Mi limito perciò a dirne delle sole della città. 
E di queste trascrivo il prospetto autentico, eh' è così; ed è 
incorporato nel relativo decreto. 

N. 10083 Sez. I. 

REGNO D' ITALIA 

« Padova 16 agosto 1808. 

« Il Prefetto del Dipartimento della Brenta ordina la 
«pubblicazione del prospetto approvato da S. A. R. il Prin- 
« cipe Vice-Re delle Chiese da conservarsi e da chiudersi in 
« questa città. — Le disposizioni contenute nel seguente Pro- 
« spetto saranno pubblicate il giorno 18 corrente e dovranno 
« riportare l'esatto loro adempimente nel giorno 19 successivo. » 



G. M. Caccia 



II Segretario Generale 
A. BONTEMPI 



ANNO 1808 



301 



Prospetto dolio Chioso da conservarsi e <la chiudersi nella Comune 
di Padova in esecuzione del Decreto di S. A. R. il Principe Vice- 
Re 10 Marzo 1808. 



CHIESE DA CONSERVARSI 


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o 




o 




S-i co 




E-S 






Altre Chiese 


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Parrocchie 


F F 


Sussidiarie 


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od 


3 bfi 

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3 &C 

^2 




3 tJD 


Oratori 


B 




Oh 




cu 




1 


L'Assunta Catted. 


1 


San Tommaso M. 


1 


San Clemente 


2 


San Daniele 






2 


S. Giov. della Nave 


3 


Ognissanti 






3 


S. Martino 


4 


San Nicolò 


2 


Santa Lucia 


4 


S. Agnese 


5 


Servi 


3 


San Canziano 






6 


Sant'Andrea 






5 


S. Matteo 


1 7 


San Stefano 










8 


Torresino 






6 


S. Michele 


9 


Santa Croce 










10 


San Leonardo 


4 


San Pietro 


7 


S. Fermo 


di 


Santa Sofia 


5 


Santa Catterina 


8 


Teatini 


12 


San Giacomo 


6 


Santi Giacomo e 


9 


S. Valentino 


1 






Filippo 


10 


S. Maria dell'Arena 


CHIESE DA CHIUDERE 


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o.fc 

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ÌS2 


Parrocchi 


ALI 


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Altre Chiese ed Oratori 


5 £P 






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S££ 








Cu. 






A, 




1 


S. Bartolomeo 




1 


La Natività Contarine 


2 


San Luca 








3 


San Martino 




2 


Santa Barbara 


4 


Santa Maria leoni 


a 


3 


La Salute 


5 


Santa Giuliana 




4 


Casa di Dio Vecchia 


6 


San Giorgio 
Sant' Egidio 




5 


La Maddalena 


7 




6 


Santa Margherita 


8 


San Lorenzo 




7 


San Leonino 


9 


San Tommaso Ap 


ostolo 







EUGENIO NAPOLEONE pel Vice-Re 

11 Consigliere Secretarlo di Stato 
Per copia conforme L. Vaco ari 

Il Ministro per il Cullo 

BOVARA 

Bottari Segret. 



302 

Un documento di qualche importanza, relativo all'Oratorio 
suindicato di Santa Maria deW Arena (1), ci viene somministrato 
dall'Archivio generale Governativo di Milano, in conseguenza 
dell'esposto Prospetto circa le Chiese\ed Oratorj da chiudersi, 
a termini del decreto di S. A. 1. 10 Marzo 1808, nel Co- 
mune di Padova. Ivi è detto, coll'autenticazione di tutte le 
Autorità locali di Padova: 

«Quest'Oratorio è posto nell'interno dell'antica Arena dì 
« Padova, che assieme al Palazzo appartiene alla Casa Foscari, 
« e forma uno dei principali ornamenti della Città. La parte 
« più importante per intrinseco merito di questa rinomata Fab- 
« brica è appunto il suddetto Oratorio di Santa Maria : tra i 
« molti suoi pregi basterà ricordare, che l' interno è dipinto a 
» fresco da Giotto e che queste opere sono le più conservate 
« di così celebre Autore, che vi abbiano in Italia. Si aggiunga 
« la fondata tradizione, che alcuni riparti, e particolarmente 
« quello migliore, rappresentante l' Inferno , furono eseguiti 
« dietro i suggerimenti di Dante, che passò qualche tempo a 
« Padova, ed ha lasciata memoria nella sua Cantica delFami- 
« cizia che lo unisce al Pittore ed al Proprietario dell'edilizio 
« di quei tempi. 

« La Commissione non può contemplare pegli usi di Culto il 
« prefato Oratorio, perchè posto nell' interno di un Fabbricato 
« particolare; di accesso non sempre comodo, non molto vasto 
« e contiguo alla Sussidiaria de' Santi. Filippo e Giacomo, es- 
« sendosi prefisso di distribuire gli Oratorj da conservarsi, se- 
« condo il migliore comodo pubblico. Ma non può dissimulare 
« la Commissione, che se il pio legato di Messe di questo 
« Oratorio (2) venisse applicato ad altra Chiesa, ed obbligato 
« il Proprietario di dare al locale altra destinazione, sommo 
« sarebbe il pericolo che questa destinazione fosse tale da gua- 
« stare ben presto e far deperire esso monumento tanto interes- 
« sante. Con questo sentimento si è astenuta la Commissione 
« dall' applicare ad altra Chiesa le Messe di quella dell'Arena, 

(1) Sollo il num. 10 del Prospetto delle chiese ed oratorj da conser- 
varsi; nella pag. 301. 

(2) N. 310. 



ANNO 1808 — 1811 303 

« che se pur dovesse chiudersi, sarebbero ad essere trasferito 
« a quella de' santi Filippo e Giacomo, e prega anzi il Governo 
« a provvedere cogli espedienti della sua Autorità, onde non 
«41 abbia a mancare un oggetto d'arte così prezioso (1). 

Firmati — « Il Prefetto del Brenta 
« G. M. Caccia. 

« Francesco Vescovo di Padova. 
« Il Podestà del Comune di Padova 
« G.° Onesti. 

« C. e Lucco pel Direttore del Demanio. » 



CAPO IY. 
Il vescovo di Padova Dondi dall'Orologio. 

La chiesa di Padova, dopo la morte del suo vescovo Ni- 
colò Antonio Giustinian, avvenuta nel 1796, partecipò anche 
essa alle moltiplici molestie, a cui parteciparono, sotto la reg- 
genza democratica quasi tutte le altre chiese dell' Italia. Ei- 
mase quindi senza vescovo per ben undici anni. Alla fine, le 
fu concesso a pastore, nel 1807, il padovano Francesco Sci- 
pione de' marchesi Dondi dall' Orologio , canonico della catte- 
drale, che n' era vicario generale capitolare in sede vacante, ed 
era vescovo di Tremiti nelle parti degl' infedeli. Durò il suo 
pastorale ministero, in quei tempi difficilissimi e di sciagure sì 
politiche che ecclesiastiche, sino all'anno 1819, che fu l'ultimo 
della sua vita. 

Ebbe parte anch' egli tra i vescovi, che nel 1811, invitati 
dall' imperatore Napoleone I, intervennero al concilio nazionale 
convocato in Parigi. Figurò per la sua molta dottrina e si 

(1) Di questo documento rilasciò Copia conforme, munita del sigillo di 
Ufficio e dichiarandola pienamente conforme all'Originale, custodito presso 
la R. Direzione degli Archivi Governativi di Milano, il R. Direttore G. L . 
Osio, il dì 15 dicembre 1869, sotto il N. 2087. 



3(M LIBRO XX, CAPO IV 

cattivò la benevolenza dei prelati, che componevano quell'adu- 
nanza, T ebbe perciò onorevoli destinazioni, tra le quali non 
è a tacersi F incarico affidatogli di encomiare con elogio fune- 
bre il vescovo di Feltro, Bernardo Maria Carenzoni, morto nel 
giorno 20 agosto, allora appunto che disponevasi per andare 
in deputazione a Savona, ad esporre al sommo pontefice colà 
prigioniero le intenzioni del concilio. 

Il vescovo di Padova, in conseguenza dell' addossatogli in- 
carico, in mezzo ai funebri riti, alla presenza di tutti que' pre- 
lati, pronunziò dal pulpito un' eccellente orazione funebre. Egli 
ebbe in seguito molte sollecitazioni, massime dai vescovi fran- 
cesi, perchè volesse dare la sua orazione alle stampe, o ne per- 
mettesse almeno la lettura; ma con molta prudenza costante- 
mente se ne rifiutò; finche poscia, accresciuta ed abbellita, vi 
acconsentì. Vi fu tuttavia un vescovo francese, — giacché in 
questo idioma il Dondi dall'Orologio avevala preparata; — il 
quale nell' udirla pronunziare, ne raccolse la tessitura, e nello 
indomani la si vide comparire sui pubblici fogli. 

E poiché questo pregiato lavoro del vescovo Dondi dal- 
l'Orologio non sì facilmente puossi avere alle mani, perciò io 
sono d'avviso, che farò cosa grata agli eruditi amatori delle 
cose patrie inserendone in queste pagine il tenore, sì ad enco- 
mio del dotto autore e sì a dimostrazione delle sue idee poli- 
tiche nella circostanza di quella straordinaria adunanza (1). 

Laudatio in funere Bernardi-Mariae Carenzoni Episcopi Fel- 
triensis habiia in aede Metropolitana Parisiensì, corani 
patribus Nationalis Concila, XIII cai. oct. ann. MDCCCXI 
a Francisco Scipione de Dondis ab Horologio, Episcopo 
Patavino, regii ordinis italici coronae ferrae commen- 
datore regnique dynaste. 

— « JJdes haec sacra metropolitana apparata moeroris 
et funeris instructa, hoc triste silentium interruptum presso 

(1) Io la traggo dalla serie dei Documenti, che formano il corredo delle 
Memorie relative ni concilio nazionale convocato in Parigi colla circolare 
dell' imperatore e re Napoleone 25 aprile 1811. Docum. N. 38, p. 203 e seg. 



ANNO 1811 305 

flebiliquo concenti!, illa lugubris Ara, iliaci ob oculos positum 
ferale monnnientum, tantus conventus nominimi et frequentia 
praeter consuetudinem mocsta ac sordidata, turbatus omnium 
vultus in mentem raihi revocant et conqueri quasi videntur cura 
fallacem liominum spam fragilemque fortunam, tum acerbissi- 
mum casum, qui nuper nec opinato nos percutit et afflixit su- 
bitum (1) scilicet illius interitum, quem nunc jubeor coram 
vobis, Celsitudo Eminentissima, Eminentissimi et Reverendis- 
simi Patres, supremo hoc luctus et laudationi officio publice 
honestare. Oh datum mihi' esset ex hoc edito loco tam funesta 
et infausta enuntianti tuos, Gallia, magnos alumnos et claris- 
simos oratores, quorum piena et uberi grandiloquentia hoc to- 
ties Templum personuit, tua illa splendidissima et immortalia 
lumina aemulari, Bossuetium et Flechierium aliosque in or- 
nandis summorum virorum funeribus tam disertis tamque com- 
motos ! Qua eloquentia, quo spiritu virum pietate insignem, Re- 
ligionis studio praeclarum, vitae integritate conspicuum, de 
omnibus optime nieritum contemplandum vobis objicerem! Quo 
dolore animi, qua gravitate verborum luctuosissimam Feltriae 
calamita tem et infortunium deplorarem; ante oculos vobis si- 
sterem moerentes sacrorum ministros, lugentes pauperes, vi- 
duarum et puellarum egentium turbam jucundissimo amoris, 
caritatis, benevolentiae fructu spoliatam, urben denique totani 
viduitate et solitudine squalidam ac desertam, ab extremo com- 
plexu Parentis sui exclusam longinquitate locorum et quaeren- 
tem in tanta aegritudine levamen aliquod acerbi vulneris et 
aliquod solatium lacrymarum ! Veruni non est in me dicendi 
tanta facultas, neque tanta vis, valetudine praesertim hoc tem- 
pore tam infirma ; ut gravem liane vicem et jacturam verbis 

(1) Dagli atti del concilio raccogliesi* che il vescovo Barnardo Maria 
Carenzoni, il giorno 19 agosto, dopo avere ricevuto gli ordini e le creden- 
ziali per andare a Savona, con la Deputazione diretta al papa, dai vescovi 
del Concilio, reduce dalla relativa udienza dal ministro pel Culto, cadde, 
sulle scale del proprio albergo in un fierissimo svenimento venne posto 
subito in letto, e malgrado tutti i soccorsi dell'arte, che tostamente gli fu- 
rono prestati, nell'indomani morì. Perciò l'Oratore ne dice subitimi interi, 
tum la sopravvenutagli morte, 

Cappelletti. Storia di Padova II. 20 



306 LIBRO XX, CAPO IV 

aequare passim et inclytum Praesulem prò sua virtute et di- 
gnitate laudare. Qui igitur again ? quo me vertam ? num rei 
dffficultate deterritus ab hac luce et conventu abstinebo ? Mi- 
nime vero. Sed quoniam tam humaniter exposcitur vox mea 
ab iis, quorum voluntati et imperio obsequi debeo, hoc, licet 
impar viribus meis et vestro potius dignum ingenio et elo- 
quenti a, onus suscipiam eo Consilio, ut aliquod tam tristi fu- 
nestoqne tempore meae pietatis et amicitiae erga optimum 
Praesulen nobis ereptum, erga vos, Eminentissimi et Reveren- 
dissimi Patres, venerationis, observatiae, obsequii mei specimen 
innotescat. 

Bernardus Maria Carenzonius ex nobili et spectabili genere 
ortus Brixiae, urbis celeberrimae et hominibus eruditis floren- 
tissimae, exibuit vel a prima aetate, felicissimum quasi omen 
futurae amplitudinis et excellentiae, liberalem et auream in- 
dolem, experrectum ingenium, memoriam promptam ac firmam, 
singularem et incensam ad optima quaelibet et praecipue ad 
rerum sacrarum studia voluntatem ; quae omnia summa morum 
dignitas et innocentia decorabat ita, ut vel maxima foret apud 
omnes ejus tum doctrinae tum virtutis expectatio. Laudabiliter 
acta adolescentia et politioribus disciplinis exculta, spernens 
vetusta quaeque nomina, patriaeque insignia et ornamenta ma- 
jorum, in ordinem S. Benedicti congregationis Montis Oli veti 
nomen dedit et Eeligioni se addixit. Fuit hic primus quasi 
campus, in quo eluxit ejus virtus, et magnani non laudem 
modo, sed etiam admirationem est consecuta. Cum enim vi- 
deret ipse atque intelligeret Institutum illud duobus potissimum 
florere et excellere, scientiis scilicet et morum disciplina, utrum- 
que praestitit vir clarissimus. Nam impense deditus studiis 
pliilosophiae et rerum ecclesiasticarum, quibus maxime duce- 
batur, mirum quantum in illis profecit; se plurimum facilitate 
intelligendi disserendi subtilitate atque solertia, summa facili- 
tate difficili a quaeque explicandi commendavit; solidisque imbu- 
tus principiis scientiae illius, quae non inflat, sed aedificat, erat 
aliis tamquam stimulus et nobile calcar exemplo et cohortatione 
sua ut theologicis quaestionibus institutis et in utramque partem 
versatis ; crebrae ingeniorum exercitationes fierent, tollerentur 



AMO 18H 307 

discrepantes sententiae, liausta ex sacris hitteris et ex Traditione 
divina, ex sanctis Patribus atque Conciliis veritas elaceret. His 
tentaminibus non solum haerentes et remissi, tarditate excussa, 
sed incensi etiam et currentes sponte sua ad bonarum discipli- 
narum cultum alacrius excitabantur. eximium virum plane- 
que insignenti! Quantum tibi illud domicilium, quantum seve- 
riores disciplinae ardori, industriae, nomini tuo debent! Haud 
tanien tanti facienda est haec eadem gloria in yiro praesertim. 
Keligioni addicto, nisi eidem plurima accedat ex pietate ac 
moribus commendatio. Imprimis enim docti homines virtutem 
opus est, ut colant et habeant vitae ducem ac magistram, sine 
qua nihil valent, scientiae, et cognitio omnis peritus repudianda. 
Quod quidem ille optime intellexit atque perfecit. Ad decus 
enim natus et honestatem, non minorem comparandae cloctrinae, 
quam vitae bene agendae ac moderandae curam et sollecitudi- 
nem habuit. Jam ille piane diligens et assiduus in implendis 
singulis partibus officii sui promovendae Eeligioni intentus, 
semper sui similis et constans, conocrdiae et pacis studiosus, 
in omnibus prudens, animo cum magno et excelso, tum aperto, 
simplici, humano, aliisque virtutibus praestans; de quibus me- 
lius silere judicio, quam pauca elicere. Hinc ipse omnium sibi, 
benevolentiam conciliare, ad praecipuas sui Ordinis dignitates 
gradati m ascendere, saepius adhiberi ejus consilium in gravis- 
simis illius congregationis negotiis publice pertractandis et ex- 
pediendis coram summis Magistratibus tum ecclesiastici s tum 
civilibus; tanta denique esse opinione atque existimatione apud 
omnes, ut facile unusquisque credere et judicare potuerit, Ber- 
nardum Mariam, si non primum, certe parem fuisse doctioribus 
viris qui tum temporis maxime floruerunt. — » 

— « Jam pervaserat longe ac late ejus nomen : Tiberis 
oras impleverat. Magnis igitur muneribus jam maturus, ex 
solitariae vitae latebris ac silentio in hominum frequentiam 
coetumque prodire, in aciem ingredi ac palaestram, et eccle- 
siasticae Historiae studium a prima adolescentia cultum sem- 
perque auctum in publico Sapientiae Athenaeo Romae profiteri. 
Ardua sane res et difficultatis pienissima, illis temporibus, in 
urbe illa tam celebri, et disciplinarum atque artium omnium 



308 LIBRO XX, CAPO IV 

nitrico, in tanto affluentium juvenum hominumque doctorum 
conventi! Historia docere; Historiam, dico, Religionis sanctis- 
simae, quae humili loco nata, in nltimas terrae partes diffusa 
celeritate incredibili, aucta Martyrum sanguine, Conciliorum ora- 
culis, decretis Pontificum, doctrina santorum Patrum tamquam 
propugnaculis septa, stipata, prodigiis exemplisque virtutum 
toto terrarum orbe, represso hostium impetu dominatur; et 
inter tot ac tam frequentes nationum ac temporum vices ad 
nostra feliciter usque tempora viget pura, integra, incorrupta 
semperque vigebit ac stabit in posterum, tum etiam victrix, 
cum maximis fluctibus agitata undarum vorticibus obrui videtur 
ac prope submergi. Quantae, inquam, non difficultatis ac laboris 
solum, sed ingenii etiam ac solertiae esse debet rei tantae initia, 
progressus, ordinem, ampli tudinein, eventus ommes mente et 
cognitione comprehendere, memoria complecti, ratione distin- 
guere, facilique sermone exponere atque explicare! Verum mi- 
nime hoc difficile aut arduum viro huic peritissimo, qui validis 
munitus praesidiis et omnium rerum apparatone instructu ad 
tantum honoris gradum evectus est; qui tam multa legit, tam 
multa vidit ac percepit ex omni vetusta recentique doctrina, 
novit mores saeculorum, sapientium scita, scriptores plurimos, 
eorumque ingenium scientiam, fìdem, studia cognovit acri ex- 
quisitoque judicio, et vera a falsis, a solidis levia, dubia a 
certis secernens sagaciter providit et declinavit diligenter omnes 
praeposteras o'piniones, in quas temere et imprudenter nonnulli 
tanquam in scopulos abripiuntur, iisque maximo cum dedecore 
ac detrimento adaerescunt. Itaque ad eum multi veluti ad so- 
lerti ssimum ducem et uberrimum aliquem scientiae fontem 
adolescentes undique convolabant studio derivandi et hauriendi 
saluberrimos latices purioris doctrinae; ex ejus ludo ac disci- 
plina saepius prodibant ecclesiasticarum rerum eruditione insti- 
tuti tot illustres alumni, qui se plurimum profecisse ex ejus 
consuetudine fatebantur; de eo splendide et honorifice sensit sum- 
mus Pontifex Pius YI immortalis memoriae, sacrum Cardina- 
lium collegium, aliique praestantes viri, soliti ipsum benigne 
e\r-ipero, favore omni complecti, consiliorum suorum participem 
facere, in rebus dubiis consulere, ejusque sententiam gravissi- 
mam judicare. — » 



ANNO 18H 309 

— « Eximia sane virtus ac digna prorsus, quae in amplio- 
rem campum traducta clarius eluceat et multis etiam in Eccle- 
siam mentis illustretur. Summa nimirum Dei providentia atque 
Consilio statntum orat, ut quae Bernardus Maria a prima aetate 
didicerat, et postea doeuerat, exemplo etiam, quod plurimum 
valet ad animos hominum promovendos, confirmare t. Deflebat 
tunc temporis, amisso Patre, orbitateli! suam Feltriensis Ec- 
clesia; perillustris illa Ecclesia, quae ab apostolicis usque du- 
ctam temporibus originem jactat et a beato Prosdocìmo divi 
Petri discipulo fundata Ecclesiae Patavinae vetustatis gloria 
proxime accedit. Eeservatum siquidem erat Carenzonio hoc nia- 
ximis oneribus pressum et summis affectum difficultatibus munus 
implere. Quare Pontifex Maximus Pius YI acer virtutis aesti- 
mator ac judex illuni elegi, ut tam vetustae, tam conspicuae 
Ecclesiae praeesset. diem illuni beatissimum, quo magna 
totius urbis gratulatone inter effusos omnium ordinum plausus 
novus Praesul concreditae sibi vineae procurationem admini- 
strationemque suscepit! Qui tunc in omnium animis voluptatis 
sensus! Quae laetitiae significatio! Quisque enim in magnani 
spem erigebatur fore, ut sub tanto tamque eximio Antistite 
Felriensis populus vigeret optimis instutis et diuturna feli- 
citate frueretur. Is scilicet ex publica juvenum institutione ad 
sacrum animarum regimen, ab ecclesiasticae Historiae scientia 
ad Ecclesiae ipsius defensionem atque custodiam, ex cathedra 
ac palaestra ad episcopalem sedem translatus, quidquid antea 
discendo ac docendo collegerat diligentissime ex tam vasta illa 
provincia vel ad Cleri universi disciplinam pertinens vel ad 
sacra jura tuenda atque servanda, vel ad tollendum vitium 
propagandamque virtutem, id omne in Gregis sui emolumentum 
atque utilitatem converti t. Dignitatem imprimis ecclesiastici 
Ordinis, unde dimanant in populum universum exempla et do- 
cumenta virtutum, promovendam atque amplifìcandam suscepit, 
qua delectis ad sacra muda idoneis ministris, qua ingenuis 
adolescentibus in Seminarium receptis, quod ipse miro patro- 
cino ac benevolenza prosequebatur, vel missis passim in vincam 
suam sedulis agricolis, et in curarum suarum vicariam procu- 
;r ationem vocatis viris spectata prudentia, probitate, doctrina 



310 LIBRO XX, CAPO IV 

praestantibus; quibus omnibus ipse praeibat intaminata quadam 
iunocentia vitae, ingentique instructu virtutum omnium, quae 
homines Deo consecratos maxime debent exornare. Ejus vero in 
populum sollicitudo atque amor quam late pertinet quamque 
explendescit? Quodnam tempus fuit unquam, quo ejus defuerit 
aut in rebus dubiis consilium, aut in difficilibus industria ac 
labor, aut in salute ovium tenda vigilantia, vel in exemplis 
sanctorum Patrum renovandis sedulitas ac diligentia, vel in 
veteribus Ecclesiae institutis confirmandis aut in usum re- 
vocane! is fortitudo atque constantia? Aderat tamquam tutor 
fidelis facilitate et clementia timidis, pueris sollicita christianae 
institutionis cura, subsidio infirmis, solatio afflictis, aegris re- 
medio patrocinio cunctis tum voce tum dati ad eos literis, 
quos in officio et laboris sui partes adsciverat; unice bono 
Gregis intentus, nihil aliud quam illius incolumitatem et glo- 
riam Dei cogitabat: huc praecipuae referebantur eius conten- 
ti ones et curae omnes; huc edicta ad populi utilitatem vulgata, 
pastorales Epistolae cum sapientiae tum caritatis plenissimae, 
sacrae conciones ad radium etiam intelligentiam accomodatae; 
huc illa crebro suscepta itinera tempestatibus non raro in- 
commodis, importunissimis etiam horis, molesta coeli temperie 
per omnes dioecesis regiones, ut oves inviseret, tempia lustraret, 
in omnium mores inquireret, cuncta investigaret, pervideret, distri— 
bueret, quae dilapsa jam fluxerant vinciret aptis legibus, infirma 
solidaret, abjecta reduceret. Quam dulce et jucundum animarum 
Pastoribus et sacro rum Ministris illi obviam occurrere, et oculos 
pascere suavissimo Patris aspectu! Quam jucundum solitariis 
agrorum et montium incolis per asperas illas oras et gelu obsi- 
tas passim aspicere ad diuturnam memoriam impressa pastoralis 
beneiicentiae praeclara vestigia ! Libenter haec corani populo ilio, 
et in illa urbe nunc praedicarem: novit enim ipsa effusam illius 
munificentiam et pietatem ; qua auctus fuit Dei cultus atque- 
honor, instauratis sacris aedibus et refectis; qua ampia in pau- 
peres et miseros erogata saepius subsidia, quae tunc maxime 
exhilaratae sunt indigentium domos, cum flagrante bello Italia 
(tristissima temporum recordatio!) regio tota armorum metu,. 
excursione hostium, summa inopia et cantate rei frumentariae 



ANNO 1811 311 

laborabat; novit ipsa et exporta est illam, quae maxima 
fuit ejus virtutum et civilium etiam Magistratuum adprobationem 
meruit, eximiam singularemque prudentiam; prudentiam, dico, 
non saeculi aut carnis, quae quaerit tantum quae sua sunt, et 
umanis in id artibus connititur, sed quae humana et divina 
conjungens ad justas disciplinae leges non solum sua sed etiam 
subditorum Consilia omnia atque opera exigit, et certa tempe- 
ratone componit, ut inde pax, ordo felicitas efflorescat. Hac 
usus prudentia Carenzonius Cleri et populi mores sapienter 
moderatus est, et ad bonum cum Ecclesiae, tum Civitatis insti- 
tuit, omnes ad privatam et publicam tranquillitatem hortatus 
est, debitam legibus reverentiam, observantiam Magistratibus, 
Imperio obsequium voce tum exemplo ita promovit, ut maxime 
exsplendesceret in illa dioecesi conjunctus honor ac dignitas 
utrisque illius potestatis, quae tanta inter se necessitudine et 
affinitate continentur. Haec eximie gesta movebant non Feltriam 
modo, sed etiam omnes finitimos populos atque urbes, ut tantae 
gloriae tantique nominis Praesulem summopere admirarentur 
ac diligerent ut de eo magnifìce praedicarent. Quamquam quid 
ego ista commemoro? Factum omnium excellentissimum ac 
maximum minime est silentio praetermittendum. Recordaminì, 
Auditores, ea quae tum contigerunt, cum a Summo Imperatore 
Lutetiam Parisiorum vocatus fuit Carenzonius, ut nationali 
Concilio interesset. Jussu regio accepto, licet provecta esset 
aetate et diuturno morbo afflictaretur, tamen nihil incertos 
eventus valetudinis, nihil itineris longitudinem et difficultatem 
extimesces, superante animi vigore infirmitatem corporis, di- 
scedere non dubitavit, et commodo ac saluti suae causam boni 
publici anteferre. Sed antequam Feltriam relinqueret bonus et 
amanti ssimus Pastor, quadam veluti praesensione tantae illius 
calamitatis, quae tam prope illi imminebat, voluit dare suis 
ovibus, quas semper mirifìce dilexit carasque habuit, nobilissi- 
mum pignus amoris sui ne post obitum quidem defuturum. Scripto 
enim testamento cavit, ut post mortem facultatibus suis pro- 
visum foret et consultum indigentium aerumnis, et praesertim 
verecundiae ac pudori periclitantium puellarum. magnum libe- 
alitatis exemplum ! benevolentiam et pietatem praeclarissimi 



012 LIBRO XX, CAPO IV 

Antistitis seu potius Patris, eximiam prorsus et singularem! 
Tibi ego mine, inelyte Praesul (inortuuui enim appello). Feltriae 
nomine gratìas ago; quia cum yìvus semper omnibus profuisses, 
etiam mortuus vis prodesse, et adhuc vivere cum filiis tuis 
amore, beneficenza, caritate. Facta ultimae voluntatis suae de- 
claratione tam illustri, a dulcissimo sponsae amplexu divellitur 
nunquam eam in posterum revisurus. — » 

— « In hac praecipue urbe omnium splendidissima, in hac 
tanta doctorum hominuni luce cognitum fuit et perspectum, 
quantum Carenzonius sapientiae fama et nominis celebritate 
prestaret. Vos enim eumdem saepius audistis, Illustrissimi ac 
Reverendissimi Patres, de rebus ad Concilium spectantibus 
graviter disserentem solidis expendentem omnia rationum mo- 
mentis, et ad certa quaedam principia revocantem ingenio acuto 
ac solerti, multa vi sermonis, maturitate incredibili.JIisce do- 
tibus vestram ille existimationem, vestram benevolentiam sibi 
promeruit; Maximi Imperatoris, tot inauditis rerum gestarum 
irìonumentis clarissimi et de Galliae incolumitate ac religione, 
de pace Itali ae egregie meriti studium et gratiam obtinuit, 
dignus propterea, qui inter Concilii Patres designaretur Promo- 
tor et unus ex iis Episcopis qui ad supremum totius Ecclesiae 
Pastorem ac Praesidem Pium VII legati delecti erant. Nihil 
profecto munere ilio haberi aut cogitari magnifìcentius potest, 
nihil gravius; ad quod obeundum non nisi sanimi viri et 
in rebus gravissimis exercitati solent adhiberi. Sed doleo me 
eo devenisse, ubi gestiens per ejus laudes liberius excurrere 
repente tamquam scopulo adhaerescit oratio , refugitque ea 
commemorare mihi vobisque acerbissima; quae tantae hujus 
legationis initia contaminarunt. Jam ille mandata exequi pro- 
perabat; jam uua cum sociis gloriosi muneris parabat iter 
suscipere; cum, nobis nihil tale metuentibus, subito et letali 
morbo perculsus inter lacrymas et questus sociorum Antisti- 
tum XIII. Cai. Septembris anno MDCCCXI (proh dolor et 
rerum omnim repente facta conversio!) vitam* honestissime et 
egregie actam praeclaro fine concludens, doctrinae et prudentiae 
suae triste nobis et bonis omnibus desiderium reliquit. casum 
miserum atque funcstum! gravem acerbamque fortunam! Itane 



ANNO 1811 313 

Praesulem optimum, virimi amplissimimi tam brevi tempore in 
medio honorum cursu nobis sublatum? Nequo licuit Ubi, Feltria, 
morientem intueri, extremas voces audire, adesse supremo hoc 
in illuni pietatis et caritatis officio? Heu! illa repentino cala- 
mitatis suae nuncio commota vertit in has oras moestum vul- 
tum tendi t supplices manus magnis fletibus et crebra commemo- 
ratione Patris adempti; cumque nequeat jacentem aspicere, 
dulcesque exuvias amplexari, animo saltem et cogitatione mor- 
tuum complectitur, quaerit aliquem dolori et lacrymis moclum 
ex pervagata et splendida ejus meritorum fama, et ex dulcissima 
multarum virtutum recordatione; has refert ac praedicat ad 
solatium moeroris sui oblectationemque curarum, semperque 
referet ac praedicabit in postarum; et suis scribet in Fastis 
ad sempiterni memoriam temporis, Bernardum Mariani Caren- 
zoniuni in sacri Coenobii solitudine vitae integritate ac reli- 
gione, in romano Athenaeo erudictione atque doctrina, in episco- 
pali Sede pastorali sollicitudine, in nationali Concilio Parisiensi 
scientia gravitate auctoritate summopere claruisse. DIXI. » 

Non entro qui a trattenermi sull' esito della missione, di 
cui era stato incaricato il vescovo di Feltre. Dirò soltanto, che 
i vescovi per comando dell' imperatore furono licenziati, — con 
piena licenza di ritornarsene alle loro sedi. Ed ecco terminata 
così anche la missione del vescovo di Padova. 

Ad oggetto di semplice erudizione storica, collettivamente 
coi vescovi s della deputazione, spettante anche a monsignor 
Dondi dall' Orologio, ricorderò, sulla fede del Beauchamp (1), 
i nove vescovi della conferenza da tenersi a Savona con Pio VII, 
non furono in sulle prime da questo ricevuti; ma insistendo 
eglino e dicendo che trattavasi di oggetti del più grande in- 
teresse per la conservazione della Religione, vi furono ammessi. 
Volle il papa, che in quel ricevimento fosse osservato il cere- 
moniale di uso. 

Il vescovo, che parlò primo, fece un quadro assai vivo dei 
mali della Chiesa; rappresentò, che la causa principale della 
decadenza delle idee religiose derivava dall' esservi molte 

(1) Sfor. delle sciagure di Pio VII. 



3U LIBRO XX, CAPO IV 

Provincie senza vescovi, che le reggessero. Tutti i deputati poscia 
insistettero successivamente su questa piaga delia Chiesa, e 
tutti pregarono il Papa caldamente a non ascoltare altro che 
la voce della religione, e ad accordare V istituzione canonica 
ai vescovi già nominati. Pio VII", che li aveva ascoltati atten- 
tamente, rispose loro con tutta calma e dolcezza : « Considerate 
« i rigori che si usano con me, lo stato di prigionia, in cui 
« mi trovo, ed il costante rifiuto di rendermi il mio Consiglio 
« e i miei ministri. E sarà ragionevole che la Chiesa ceda 
* sempre e non ottenga mai nulla? Devo io dunque lasciarmi 
« cader dalle mani le redini della Gerarchia spirituale, che 
« Dio stesso mi ha confidate ? » 

Risposero i deputati, che alloraquando gli si domandava 
P istituzione dei Vescovi, e eh' eglino incaricati dal Concilio di 
Parigi venivano a riprodurre questa domanda, riconoscevano la 
supremazia di sua Santità. — A queste parole Pio VII si alza 
dignitosamente, e coprendosi il viso con le proprie mani, si 
mette in ginocchio, prega Iddio in silenzio qualche minuto, e 
pronunzia queste tre parole Judica me Deus! — Dio sii tu 
il mio giudice! — Poscia, rialzandosi, si mette a sedere e dice 
ai deputati in italiano : « Chi è colui che mi ha prevenuto che 
« si terrebbe? chi è colui che mi ha proposto gli articoli sot- 
« toposti alla discussione? » — Poscia rimproverò ai vescovi la 
loro dimostrata parzialità, rimproverò loro di non saper portare 
il peso dell' episcopato con coraggio e di abbandonare a mani 
profane il maneggio della nave della Chiesa. — Uno dei de- 
putati, sensibile a questo rimprovero, voleva giustificare la 
condotta dei vescovi; ed osò quindi interrompere il Papa. Ma 
appena ebbe proferite queste parole: Mon très saint Pére; che 
sua Santità con' uno sguardo severo gì' impone silenzio, ed 
esclama in tuono animato : « Dio ! mio difensore, getta 
« uno sguardo su di me e fulmina de' tuoi anatemi, siccome, 
« in qualità di tuo vicario sulla terra, io scomunico in tuo 
« nome ipso facto, colui degli assistenti che osasse opporre 
« parola per giustificare la condotta che io condanno. » Ciascuno 
allora tacque. Pio VII, avanzandosi con maestà dinanzi a quello, 
che aveva osato interromperlo, gli presentò la sua mano a 



ANNO 1811 315 

baciare; poi la presentò a tutti gli altri deputati, che furono 
lieti di ricevere quest'onore. — "Così terminò l'udienza. Pio VII 
si avviò per entrare nelle sue stanze, e giuntovi alla porta si 
volse ai vescovi dicendo loro in italiano ed in tuono di affabi- 
lità paterna: Addio Carissimi! 

L'adunanza di Parigi non tardò a sciogliersi; ed i vescovi 
ritornarono alle loro sedi. — Il vescovo di Padova sopravvisse, 
alieno da qualunque ulteriore ingerenza nelle cose politiche, 
finché durò la francese dominazione del regno d' Italia; anzi 
con la sua vita toccò l'anno 1819; che fu il VI dell'austriaca. 

Oltre la funebre orazione da lui recitata nelF episcopale 
adunanza di Parigi, esistono del vescovo Dondi dall'Orologio 
varii pregiati lavori storici ed archeologici; tra cui meritano 
particolare menzione : — Dm lettere sopra la fabbrica della 
cattedrale di Padova; — il Sinodo inedito e le memorie della 
vita di Pileo Prata; — le Dissertazioni sopra la storia ec- 
clesiastica di Padova, ed ispecialità una di esse curiorissima 
e dilettevole Sopra i riti e la disciplina e le costumanze della 
chiesa di Padova sino al secolo XIV; — la Serie storico- 
croìiologica dei canonici di Padova; — oltre a moltissime 
Pastorali, Omelie, Lettere ecc. Spiccò luminosamente la sua 
carità nell' occasione della carestia del 1817, e si mostrò ge- 
nerosissimo, sott'ogni aspetto, come altrove ho notato, verso il 
Seminario dei cherici, a favore del quale ottenne anche prov- 
vide largizioni dal governo austriaco, sottentrato poco dianzi 
al Napoleonico. 

CAPO V. 

Padova sotto la dominazione austriaca. 

Nel dicembre dell' anno 1813, cangiò Padova di padrone; 
breve tempo prima della caduta del dominatore Napoleone; e 
diventò sino d' allora suddita dell'Austria. I tedeschi infatti 
avevano il grosso del loro esercito in Padova, ed aspettavano, 
che venisse a raggiungerli il generale Nugent, il quale, con 
grossa mano di accogliticci, proveniente ha Trieste era ve- 
nuto a sbarcare a Goro. Di qua si spingeva subito innanzi ed 



316 LIBRO XX, CAPO V 

iinpadronivasi di Ferrara. Poi correva il paese coi suoi soldati 
leggieri, chiamando i popoli da per tutto a sollevazione. Per 
ottenere la progetta congiunzione colle truppe di Padova, passò 
il Po, con una porzione de' suoi ed andò a far sosta a Cre- 
spino. Rovigo intanto era stato occupato dal generale Belle- 
garde. Indarno tentarono d' impedire queste mosse i generali 
francesi, i quali ri spinti si ritirarono a Boara padovana. Quivi 
gli assalirono i tedeschi, e colto il destro che offerivano loro la 
notte e la mala guardia, che vi facevano i francesi, con impeto 
improvviso li ruppero e li costrinsero a ritirarsi; prima a Len- 
dinara ed a Trecenta, poi a Castagnero. Così fu tolto ogni 
impedimento alla congiunzione di Nugent con le truppe di 
Padova. 

Approfittando di questo favorevole avvenimento, gli Austriaci 
stabilirono in Padova uno stabile governo ed i primordii del 
regno Lombando Veneto; di cui questa città fu dichiarata ca- 
pitale della provincia omonoma; soggetta al pari delle altre 
Provincie venete, ad un governatore residente in Venezia, e 
nella politica e finanziaria amministrazione retta da un Dele- 
gato e da un'Intendente di Finanza ; a cui erano subbordinate 
le relative diramazioni. La Municipale rappresentanza fu an- 
ch' essa sottoposta a particolari discipline, regolate all' uopo 
dalla provinciale Delegazione, e superiormente dal Governo. 

In questo cangiamento di dominazione, fu Padova avven- 
turosissima nella sua Università; perciocché V imperiale, mu- 
nificenza, accrescendo le suppellettili dei gabinetti esistenti, ed 
altri formandone, e nuove cattedre instituendo e ricche dotazioni 
assegnandovi, la innalzò a tanta gloria da non rimanere punto 
inferiore alla gloria ed al lustro dei secoli addietro. 

Nò vi rimase addietro la città stessa la quale potè vantare, 
e li può ancora mostrare, cospicui edifizi, suscitati alcuni dalla 
erariale munificenza ed altri o da civiche deliberazioni a pub- 
blica utilità e dal privato dispendio di fervorosi amatori delle 
patriotiche glorie. Di questi più rimarchevoli verrò esponendo 
la serie, siccome ho fatto nelle pagine addietro, per conser- 
varne e descriverne a perpetua ricordanza la decorosa magni - 
ficenzi. 



ANNO 1819 317 

CAPO VI. 

Opere civiche in Padova, sotto la dominazione austriaca. 

Per tener dietro all' ordine cronologico, con cui sorsero in 
Padova pubblici stabilimenti a spese erariali, od anche per 
cittadina liberalità, devo ricordare prima d'ogni altro: 

1. U ospitale militare, piantato nel 1819 dov'era un tempo 
la chiesa di sant'Agostino ed un convento di frati domenicani, 
i quali, tolti di qua sino dall'anno 1806, erano stati uniti ai 
domenicani di san Nicolò di Treviso. Compiuta che ne fu la 
fabbrica, il nuovo ospitale fu consegnato formalmente, in quello 
stesso anno 1819 all'autorità militare. — Il locale n'è spazioso, 
salubre, opportunamente provvisto di relative abitazioni, di tre 
cortili e di ampio giardino. È capace di cinquecento ammalati. 
— L'amministrazione interna sanitaria era stata affidata al co- 
mando di un capitano della guarnigione e di un ufficiale di 
ispezione, coadiuvato da un capoforiere, un capomedico, tre sot- 
tomedici chirurgi, un farmacista ed un dipendente. Presente- 
mente è ridotto a semplice caserma, essendone stato trasferito 
l'ospitale militare a san Giovanni di Yerdara. 

2. La casa degli invalidi istituita per munificenza impe- 
riale nel 1822, ad accogliervi militari invalidi, nativi del regno 
Lombardo- Veneto. Comprendeva trentadue alloggi assai comodi e 
spaziosi per ufficiali dì vario grado, ed era capace di 1300 in- 
dividui. Essa fu piantata sopra il suolo del soppresso mona- 
stero di santa Giustina. Se ne leggeva scolpita sopra la porta 
principale d'ingresso l'epoca e la destinazione, così: 

LAESO MILITI FRANCISCVS I. 

AVSTRIAE IMPERATOR 

MDCCCXXII. 

Per meglio corrispondere allo scopo, per cui era stata eretta, 
volle quell'Augusto imperante, che nell'interno della casa vi si 



318 LIBRO XX, CAPO VI 

allestisse un ospedale di sessanta letti, con annessa farmacia, e vi 
si aprisse ampio giardino a sollievo degl'infermi e dei convale- 
scenti, che vi appartengono. Lo stabilimento era presieduto e 
diretto da un colonnello comandante e da un tenente colonnello. 
Dei preziosi a freschi, del Parentino, del Campagnola, e 
di Gerolamo Padovano, che decoravano i chiostri del mona- 
stero, e che furono fatalmente imbiancati, non andarono salvi 
che due, a cura del colonnello Soldati, direttore della casa in 
sulla metà del presente secolo. I quali sono : — V Orazione di 
Cristo all'Orto, — nel portico che dicevasi V orazione dei No- 
vizii, ed è pregevole opera di Domenico Campagnola; — e la 
Deposizione dalla Croce; ed è all'altra estremità del soprac- 
cennato portico, trasmutato ora in due stanze; ed è stupendo 
lavoro di Gerolamo Padovano, imitatore, senza servilità, dello 
stile dei Bellini. Oggi cotesta Casa degli Invalidi fu convertita 
anch' essa in Caserma, ampliata in modo da contenere una 
brigata di fanteria. 

3. Il caffè Pedrocehi, benché impresa di un semplice privato 
Antonio Pedrocehi, merita di essere commemorato tra le opere e 
gli stabilimenti, che sorsero in questo secolo a decorazione di 
Padova. Di questo maraviglioso caffè molti parlarono (1), io, per 
dirne alcun che, tra i confini di strettissima brevità, mi limito a 
trascrivere le poche parole, che su di esso inserì nel suo Dizio- 
nàrio il Moroni (2). « Fra le moderne fabbriche (egli dice) è pur 
« degno di particolare osservazione il famoso stabilimento di caffè, 
« di invenzione del rinomato architetto Giuseppe Jappelli, eretto 
« per cura e a tutte spese di Antonio Pedrocehi padovano, 
« proprietario del medesimo, il quale colf economia del suo 

(1) Parlarono eruditamente del Caffè Pedrocehi il Barbieri Giuseppe, 
Lettera a mons. Cosimo Ridol/i (Antolog. di Firenze 1831, tom. 43, p. 85). 

— il Cicognara, Lettera all'ab. Meìchiori Missirini (Antolog. Maggio 1831); 

— il co. Giovanni Cittadella, il Caffè Pedrocehi, Versi, Padova, coi tipi 
della Minerva, 1832; — Valéry, Voyagc a" Italie — Magasin Ptttoresque 
Ann. 1833; — L'Album, Giorn. letter. e di belle arti, Roma, tom. I, p. 329 

— vSelvatico Guida di Padova, 1868 ed altri. 

(2) Dizion. di erudii., voi. 50, pag. 112. 



ANNO 1819 — 1831 319 

« semplice caffo, tanto ha lucrato da poter intraprendere e soste- 
« nere le spese di un'opera sì grandiosa. Le botteghe di caffo 
« furono in origine piccole stanze, quasi taverne, nelle quali 
« un veneto con un orientale musulmano, trattando del loro 
« commercio prendevano quell'amara piacevole bevanda gustata 
« in principio da pochi. Ora il caffè, che dal proprietario ha 
« preso il nome di Pedrocchi, è un gran palazzo costruito dalle 
« fondamenta, di bellissima architettura, con colonne, capitelli, 
« pilastri, ricchi marmi, bassorilievi, pitture, stucchi, dorature, 
« padiglioni, sale ed appartamenti nobilissimi. I bassorilievi di 
« marmo, che rappresentano la sera e il mattino, sono del ro- 
« mano Giuseppe Petrelli ; le pitture bellissime eseguite da 
« diversi artisti, le principali sono lodata opera dei bellunesi 
* Giovanni de Min e singolarmente del suo valente discepolo 
« cav. Pietro Paoletti, al quale aumentarono la sua gloria ar- 
« tistica, da ultimo ecclissata da immatura e pianta morte. 
«L' edilizio fu costruito sopra un'area irregolarissima: il piano 
« terreno serve ad uso di caffè, il piano nobile per adunanze, 
« ed il secondo per P abitazione del proprietario. I laboratoi 
«sono egualmente rimarchevoli per eleganza e comodo; poiché 
« in tutto gareggia il buon gusto dell'architetto, colla splen- 
« didezza del proprietario, come nelle suppellettili e nella squi- 
« sitezza delle bevande, paste, gelati, confetture ecc. Pel com- 
« plesso di tanti pregi, il caffè Pedrocchi viene meritamente 
« riguardato pel più cospicuo e magnifico eh' esista per tutto 
«T universo, per cui lunga ne sarebbe la descrizione. » — La 
quale descrizione, sebbene allora fosse abbastanza fedele, non 
lo sarebbe adesso. Il locale non ammette eccezioni, perchè è 
quello stesso; ma avrebbe bisogno di molti addobbi e di molti 
miglioramenti. 

— Corse voce nel popolo, ed anch' io mi ricordò di averla 
udita, che il Pedrocchi potesse a tanta munificenza condurre 
il suo stabilimento, per avere trovato preziosa assistenza in 
quegli scavi, avendovi dissotterato oggetti d' oro massiccio, e 
nominatamente una statua od idolo colà giacente tra le mace- 
rie di alcuna delle molte invasioni di Padova, distrutta nei 
secoli remotissimi dalle armi dei barbari. La quale voce né 



320 LIBRO XX, CAPO VI 

aveva allora, ned ebbe dipoi verun fondamento di credibilità. 
Il fatto potrebb' esser vero; ma la possibilità non ne induce 
di conseguenza la realtà ed esistenza ; perciocché 1' assioma 
filosofico insegna, che a posse ad esse non valet consecntio. 
Io sono d'avviso, che il volgo così la pensasse, per dare una 
spiegazione a tanto incomprensibile dispendio, necessario a 
condurne a sì grandioso compimento il lavoro. 

4. Contemporaneo al caffè Pedrocchi, e sul disegno dello 
stesso architetto Giuseppe Jappelli, sorse in Padova il Macello 
pubblico, edilìzio, che ricorda molto lo stile dei tempi greci, 
e che non sarà mai bastantemente lodato per la struttura del- 
l' interno cortile circolare ; ispirazione felice di una svegliata 
fantasia : semplice, soda, grandiosa n' è la composizione. Metà 
di esso cortile è ad intercolonii dorici, che formano un portico, 
a servizio di macello ; l' altra metà è nuda muraglia con bugne. 
La cornice, eh' è delle alette esterne, gira tutto all' intorno. — 
Aggiunti nuovi comodi, oggidì il fabbricato risponde meglio 
al bisogno. 

5. A spese del Comune di Padova fu costrutto, nel 1829, 
il ponte di ferro, sospeso a catene di filo di ferro, sul disegno 
del colonnello Anton Claudio Galateo; lavoro lodevole per le 
sue svette proporzioni e per essere stato il primo di simil ge- 
nere, che fosse costrutto in Italia (1). 

G. A merito del Comune di Padova similmente, sorsero 
le due Case di Ricovero e d' Industri a ; quella nell'anno 1829 
ov' era un tempo il monastero di sant'Anna ; questa nel 1838 
ov' era il convento del beato Pellegrino. La direzione ed am- 
ministrazione di entrambe è affidata a cura speciale della Com- 
missione di Pubblica Beneficenza. Oggidì le femmine sono ri- 
coverate nel locale del beato Pellegrino. La Casa d'Industria 
fu trasferita a san Massimo. 



(1) Oggidì questo ponte si trova in qualche disordine, ed avrebbe bi- 
soogno di radicale ristauro. 



ANNO 1851 321 

7. Alcun che devo dire anche della Casa degli Esposti, 
la quale avendo avuto varie fasi ed epoche, dal secolo XI in 
qua, ho creduto bene di commemorare qui, unitamente agli 
altri istituti di beneficenza. E pria di tutto avvertirò, essere 
falsa l'asserzione del Monchini, il quale, nella sua opera Su- 
gl'istituti di carità della città di Roma, parlando della pia 
Casa degli esposti di santo Spirito in Sassia, avvenuta sotto 
il pontefice Innocenzo III, nell'anno 1198, la dice erronea- 
mente la prima stabilita in Italia. Ciò affermava, ignorando 
fuor di dubbio l'esistenza in Padova dell'ospitale degli espo- 
sti, sotto il titolo di Casa di Dio sino dal secolo undecimo; 
della quale esistenza ci assicurano varie antiche pergamene di 
questa; una delle quali offre la data del 31 dicembre 1097, e 
ce ne mostra perciò esistente in Padova il pio istituto, un se- 
colo prima di quello di Eoma ; e chi sa da quanti anni avanti 
l' epoca segnata in quella pergamena esisteva ? — Poscia, nel- 
' Fanno 1271, gli Anziani e il Consiglio civico decretarono a 
quest' uso medesimo F erezione a proprie spese di un nuovo 
ospitale della Casa di Dio, e questo fu piantato nella contrada, 
che tuttora si nomina la Cà di Dio Vecchia. In origine, ser- 
viva questo istituto a ricovero dei soli trovatelli della città; 
ma in seguito vi furono ammessi anche quelli della provincia ; 
cosicché, col moltiplicarsi di questi, ne furono anche moltipli- 
cate le rendite per benefiche disposizioni di pii testatori. — 
Continuò F esistenza di quest' ospitale in quel medesimo luogo 
sino all'anno 1734; nel quale, essendo stati soppressi i cano- 
nici lateranesi di san Giovanni di Yerdara, ne fu assegnato il 
monastero ad accogliere gli esposti, quivi trasferiti dalla pri- 
mitiva località. Lieta e salubre n' è F abitazione, alla quale 
accresce decoro la contigua chiesa, ricca di belle pitture e 
scolture, da me altrove commemorate (1). — Dirò brevemente 
anche delle discipline, che ne regolano F istituto. Tutti gli 
esposti devono essere mandati a balia in campagna. Sonovi 
però anche balie interne in proporzione del numero dei bam- 
bini lattanti, le quali gli alimentano finché si presenti persona, 

(11 Nella pag. 236. 

Cappelletti. Storia di Padova II. 21 



322 LIBRO XX, CAPO VII 

a cui poterli affidare e da cui, dietro pensione mensile, sa 
ne assuma la cura finché siano giunti a tale età da potersi 
procacciare il vitto di per sé stessi. Chi se ne incarica deve, 
trattarli con la maggior diligenza, né può cambiarli od affi- 
darli ad altri. Devono i parrochi e le autorità locali rigoro- 
samente invigilare per la fedele osservanza di queste discipli- 
nari regole dell' istituto. — Ora, come fu detto altrove, questo 
locale fu trasmutato in ospitale militare, e P istituto degli. 
Esposti fu traslocato agli Ognissanti. 



CAPO VII. 

Accademia di scienze, lettere ed arti. 

Padova, città dei dotti, e da tempo sì remoto gloriosa per 
lo suo studio generale, ebbe, nel progresso dei secoli, accade- 
mie scientifiche e letterarie, delle quali, a quando a quando, 
ho fatto menzione incidentalmente nel progresso di questa Sto- 
ria. Queste, con lo scorrer degli anni, o disparvero o si con- 
centrarono in altre, sicché, nell' anno 1599, composte dei rac- 
cozzati avanzi delle anteriori, ne formavano una sola, sotto il. 
nome de' Ricovrati. Ma nel 1779, fu accolta sotto la pubblica 
protezione ed unita ad un' accademia di agricoltura, che qui 
fioriva. Allora assunse il nome di Accademia di scienze let- 
tere ed arti, e fu dichiarata corpo pubblico ed a servizio del 
principato. Ne avvenne la solenne apertura il dì 25 gennaio 
dell' anno stesso ; e la componevano allora gì' illustri letterati, 
celebratissimi sino al giorno d'oggi, Caldani, Carburi, Arduini, 
Bonioli, Fortis, Stratico, Toaldo, Cesarotti, Sibiliato, Costa 
e Gennari tanto benemerito delle patrie cose. 

Ebbe stazione da prima presso al palazzo così detto del 
Capitanio ; ed ha oggidì la sua residenza dove anticamente esi- 
steva la cappellina del palazzo dei principi Carraresi; la quale 
cappellina, che sino allora aveva servito ad uso del capitanio 
della città, fu assegnata per deliberazione del Senato di Ve- 
nezia, in libera proprietà dell'Accademia stessa. 

L' adornavano un tempo pregiati dipinti del Guariento e 



ANNO 1831 323 

dell'Avanzi Jacopo (1); ma dovendosi quinci' innanzi ridurre alla 
nuova e ben diversa destinazione, ed anche essendone le pit- 
ture assai guaste per l'ingiuria dei secoli, si procurò di sal- 
varne quelle, che offrivano la possibilità di ristauro. Del sof- 
fitto, che si doveva atterrare, furono staccate le pitture, in ta- 
vole a tempera, rappresentanti varii angeli e la Vergine, le 
quali si vedono presentemente appese alle pareti dell' andito, 
che conduce alla sala delle sedute. Degli affreschi non fu pos- 
sibile conservare che le sei storiche decorazioni collocate ora 
nella parete orientale della sala medesima, ed i due pezzi assai 
malconci, che si vedono nella stanza che la precede. 

L'Accademia è amministrata da un Consiglio, composto di 
un presidente, un vicepresidente, quattro direttori delle sezioni 
o classi di fìsica, di medicina, di matematica; e filosofico-let- 
teraria. Ciascuna di queste cariche dura un biennio. Hannovi 
inoltre due secretarli perpetui, per le scienze 1' uno e per le 
lettere l'altro; un archivista, che n' è anco bibliotecario; ed 
un cassiere. 

Il corpo accademico n' è composto di ventiquattro membri 
ordinarli, di tredici emeriti, di sessantadue onorarti; di qua- 
ranta straordinarii, e di cenquaranta corrispondenti. Tiene l'Ac- 
cademia annualmente quattordici sedute ; con una o due let- 
ture ; ed una solenne e pubblica nel finire dell' anno accade- 
mico, ed in questa uno dei due secretarli dà relazione delle 
memorie lette nell'anno stesso. Se ne stampano ad intervalli 
gli atti. Con redditi proprii si sostiene. Il suo archivio è ricco 
di oltre a seicento Memorie manoscritte. Ha per uso proprio 
una piccola biblioteca. 

CAPO Vili. 

Collegio armeno fondato in Padova. 

Sino da secoli remoti, e particolarmente nel secolo XIII y 
la nazione armena aveva qua e là per l' Italia , nelle princi- 
pali città, case od ospizi, a cui si recavano i suoi per motivi 

(1) A giudizio del Campagnola, citato dall'anonimo Morelliano. 



324: LIBRO XX, CAPO Vili 

particolarmente commerciali; non di rado anche per giovarsi 
dell'opportunità di ottenervi educazione. Di queste case od ospizi 
esistono sino al giorno d' oggi memorie, nelle varie epigrafi 
armene scolpite sul marmo e che ce ne attestano una ben or- 
dinata reggenza. Gli armeni avevano in quel secolo particolare 
chiese in Ri mini, in Bologna, in Viterbo, e 1' hanno sino al 
presente in Livorno ed altrove, cui troppo lungo sarebbe qui 
il commemorare. Ed abbiamo non dubii indizi, che anche in 
Padova avessero stazione; anzi con più ragione qui, piuttosto- 
chè altrove, perchè oltre allo scopo commerciale avevano anche 
l'opportunità di attendere agli studii, frequentandovi 1' Univer- 
sità. E ciò probabilmente per le scienze mediche, in cui si di- 
stinsero alcuni dotti e studiosi armeni, che se ne occuparono di 
proposito e vi lasciarono eruditi trattati. 

Ma in quest' ultimo secolo vi fu chi con benefiche dispo- 
sizioni assegnò ingenti somme per piantare due collegi ove 
gratuitamente educare una cinquantina di giovani per ciascuno, 
di povere famiglie armene, sotto la presidenza ed amministra- 
zione, assoluta ed indipendente da qualsiasi autorità, dei monaci 
armeni Mechitariti dell 7 isola di san Lazzaro in Venezia. Dei 
due collegi furono fondatori benefici due doviziosi nazionali 
della colonia armena delle Indie orientali, — Samuele Moorat 
ed Edoardo Eaphaèi. Entrata pertanto al possesso dei relativi 
fondi la Congregazione de' monaci suddetti, fu deliberato, che 
uno dei collegi, ed è quello di Samuele Moorat, fosse piantato 
in Padova ; sotto le discipline, eh' ella reputò convenienti e 
proficue allo scopo, a cui doveva servire. Intanto furono invi- 
tate le famiglie armene di Costantinopoli e di altrove ad in- 
viare i propri figliuoli ad approfittare di sì benefica istitu- 
zione. — Dell' altro collegio, di Eduardo Raphael, fu stabilita 
l'erezione in Venezia. 

Il primo pertanto dei due collegi fu piantato in Padova, 
V anno 1834 ; nel palazzo Pisani, che fu preso a pigione, presso 
il ponte di ferro; d'onde più tardi fu trasferito a più comoda 
stazione in sull' estremità' del Prato della Valle, dirimpetto alla 
chiesa di santa Giustina. W era allora direttore in entrambi 
que' luoghi successivamente il monaco p. Ignazio Papasian 



ANNO 1839 325 

che diventò poscia arcivescovo di Taron, ossia Taronia, diocesi 
cospicua dell'Armenia maggiore. 

Ma intanto la Congregazione de' Mechitariti andava pro- 
gettando 1' erezione di nobile e grandioso stabilimento, adattato 
a tutti gli usi del collegio e dell' educazione, secondo il si- 
stema e le forme orientali. Fu scelto a tal uopo 1' ampio locale 
della Misericordia, di fianco al Prato stesse della Valle ; ne fu 
modellato il disegno ; ne fu cominciato il lavoro 1' anno 1839, 
e già le fondamenta sorgevano maestose al di sopra del suolo. 

Nei tempo, che tuttociò si faceva, lo spirito di albagia e 
d' invidia sorse ad intorbidare il nobile progetto, spiegando 
indebite pretensioni circa Y amministrazione del collegio e dei 
fondi di esso. La Congregazione Mechitaritica, all' ombra delle 
testamentarie disposizioni del benefattore Samuele Moorat, si 
difese legalmente contro V indiscretezza de' suoi lividi opposi- 
tori. E poiché la via giudiziaria non favoriva punto costoro, 
mossero eglino calunniose querele dinanzi alla suprema autorità 
in Vienna, perchè il governo austriaco ne assumesse la tutela. 
Ma troppi argomenti militavano a favore della Congregazione. 
E primieramente, che il testatore non era suddito austriaco, 
ma inglese della colonia armena di Madrasd nelle Indie Orien- 
tali; che gli amministratori designati da quello, i monaci ar- 
meni mechitariti, non erano sudditi austriaci; ma ottomani; che 
i beneficati da quella fondazione non dovevano essere che na- 
zionali armeni; e sopra tutto poi, che il collegio, essendo casa 
filiale del monastero di san Lazzaro di Venezia, esclusivamente 
sottoposto alla giurisdizione dell' abate generale di quell'ordine, 
partecipava di tutti i diritti e privilegi della casa centrale di 
Venezia. E poiché questa, sino dall' epoca, in cui, profuga dal- 
l' Oriente, fu accolta dalla serenissima Repubblica, fu sempre 
considerata e riconosciuta come comunità straniera, di suddi- 
tanza ottomana, e perciò libera assolutamente nell'amministra- 
zione delle proprie sostanze; così anche le case filiali dovevano 
godere e godono gli stessi privilegi e diritti, riconosciuti e 
confermati da tutti i governi successivi; e conseguentemente 
anche questa di Padova. Contro queste ragioni l'Austria do- 
vette cedere , tanto più; che un decreto imperiale, pò achi nni 



326 LIBRO XX, CAPO Vili 

avanti, aveva dichiarato tuttociò esplicitamente. Ma intanto la 
Congregazione Mechitaritica, per sottrarsi ad ulteriori mole- 
stie, deliberò di trasferire il collegio a Parigi. E lo trasferì 
P anno 1845 ; ed ivi tuttora sussiste, e dà educazione ad una 
quarantina e più di allievi, con lo stesso sistema e con le me- 
desime discipline, con cui era stato piantato in Padova. 

Non fu considerato da chi forse cooperò a questa delibe- 
razione, anziché adoperarsi per impedirla; — non fu conside- 
rato, io diceva, il danno economico degli artisti; dei docenti, 
dello smercio quotidiano e per vitto e per vestito e per altre 
necessità, che da questa privazione derivò a molte famiglie di 
Padova; ove, finché vi rimase in piedi il collegio, da quattro 
a cinque migliaia di franchi ne costituivano il dispendio men- 
sile, il quale oggidì invece, per lo movimento della casa, deve 
essere di qua spedito mensilmente a Parigi, 

L' educazione si compie nel periodo di sei anni per tanti 
allievi quanti ne comportano le rendite. Sono tutti mantenuti 
intieramente di vitto, di vestito, e di ogni cosa a carico della 
casa. La precipua ed essenziale condizione per esservi ammessi 
è la povertà; ed in proporzione, che questa non sia assoluta, 
ne sono accettati anche i figli di famiglie benestanti e di ric- 
che ; acciocché le domestiche dovizie non siano di ostacolo alla 
scientifica e letteraria educazione a preferenza dei poveri. 

È comune per tutti F insegnamento delle belle lettere, della 
geografia, della filosofia, della calligrafia, della musica, del di- 
segno, delle lingue armena letterale in principalità, della fran- 
cese, della italiana. E se taluno mostra inclinazione a scienze 
od arti particolari, — come sarebbero scoltura, pittura, archi- 
tettura, lingue straniere ecc. ecc., — il Collegio a proprio ca- 
rico vi provvede. 

Questo medesimo sistema d' insegnamento si osserva anche 
nell' altro collegio di Venezia , fondato dall' armeno - indiano 
Eduardo Eaphael, come fu detto di sopra. 

A Padova perciò non rimase, che l' amministrazione dei 
fondi, nelle mani di un procuratore generale; addetto alla pri- 
maria e centrale reggenza ed amministrazione del monastero 
di san Lazzaro in Venezia. 



ANNO 1848 — 185 ( J 327 



CAPO IX. 



Alla dominazione austriaca sottentra il governo nazionale 
italiano anche nelle Provincie di qua del Mincio, sotto 
la reggenza del re Vittorio Emanuele 11. 

Padova, di conserva con le altre città del Veneto, aderì 
anch' essa alla momentanea espulsione degli Austriaci dalle 
Provincie, ottenuta nel 1848; ma ben presto vi ricadde per la 
rioccupazione di questi nel giugno del seguente anno. Fu co- 
stretta perciò a soffrirne per un decennio, al pari di tutte le 
altre provincie, le conseguenze funeste, finché nel 1859 si riac- 
cese la guerra tra l'Austria e il Piemonte. Fu questo un de- 
cennio d' incertezze e di angustie. Famiglie intiere, intolleranti 
del giogo straniero, emigravano da tutto il Lombardo-Veneto ; 
ed anche da Padova moltissime n' emigrarono, tuttoché minac- 
ciate dall'Austria di confìscazioni di beni e di severissime pu- 
nizioni. 

Da per tutto, con inestricabili fila, operavano ciò non di 
meno i Comitati di emigrazione e d' insurrezione ; né le arti 
e le insidie della polizia austriaca valevano a trovarne le trac - 
cie. V'erano perciò innumerevoli i processi, interminabili. Le 
carceiazioni ; le deportazioni, le fucilazioni, le forche erano pres- 
soché quotidiane. Di giorno in giorno i soprusi e le violenze 
moltiplicavansi sopra 1' esacerbata ed inerme popolazione. 

Le aspirazioni intanto delle oppresse Provincie erano ri- 
volte alla Francia : e la Francia ne prese interessamento. Vit- 
torio Emanuele II, — degno erede, come del trono, così delle 
virtù e della magnanimità dell'Eroe Carlo Alberto, di sem- 
pre cara e gloriosa memoria, — stretto all' imperatore Napo- 
leone III; per gli sponsali della pincipessa Clotilde sua figlia 
col principe Napoleone suo cugino, — strinse alleanza con la 
Francia ad espulsione del comune nemico. Padova, di unanime 
accordo con le provincie tutte della Venezia, salutava da lungi 
le vittorie, che a rapidi passi accompagnavano dal Sesia al 
Mincio gli eserciti collegati, ed affrettava con fervidi voti 



32S LIBRO XX, CAPO IX 

T arrivo de 7 suoi magnanimi liberatori. Ma i preliminari di una- 
paco, firmata dai due imperatori, il dì 11 luglio 1859, resero 
vane le sue speranze, e lasciar onla abbandonata, con tutte le 
venete provincie a quella medesima schiavitù; a cui l'aveva 
condotta il tradimento di Campo-Formio. 

Tuttavolta non avevala abbandonata la Provvidenza su- 
perna. I contrasti diplomatici tra la Germania e la Danimarca; 
— le idee di unità nazionale germanica, avvalorate dalla diffu- 
sione delle libere istituzioni negli stati della Germania; — le 
rivalità insorte tra l'Austria e la Prussia per la disputata su- 
premazia, — furono gli elementi, che lavorarono tra la Prussia 
e T Italia una lega offensiva e difensiva, per ciò soltanto, che, 
se nel 1864:, l'Austria con la Prussia aveva fatto guerra alla 
Danimarca, in nome della nazionalità tedesca; era ben giusto, 
che anch' essa riconoscesse in Italia lo stesso principio, per 
concorrere a perfezionare compiutamente l' indipendenza della 
Penisola. 

La prodigiosa rapidità dei trionfi, prussiani vinse, a' 3 di 
luglio 1866, 1' esercito austriaco, il quale, anche per l'alleanza 
Italo-Prussiana, soffriva danni gravissimi, obbligato a tenere 
occupate numerose milizie di qua del Mincio a difesa del suo 
celebre quadrilatero. La Francia allora s' interpose per con- 
chiudere una sospensione d'armi tra Italia, Prussia ed Austria; 
e n' era base fondamentale l'assoluta esclusione dell'Austria 
dalla Confederazione germanica e dall'Italia. Dai preliminari 
si passò (addi 3 di ottobre 1866) a firmare un trattato di pace. 

Di qua cominciò; — siccome per tutte le provincie di qua 
del Mincio, — così anche per Padova un' era novella. Il ma- 
gnanimo Vittorio Emanuele, che sui campi della gloria avea 
combattuto sì valorosamente per l' indipendenza italiana; fu 
salutato meritamente Re d? Italia dalla totale maggioranza di 
un plebiscito, che si potè quasi reputare un' assoluta unanimità.. 



ANNO iSK'J — 18(50 329 



CAPO X. 



Autentica /'dazione dell'operato del Municipio di Padova 
in occasione della partenza degli Austriaci dalla città. 

Nò degg' io qui passar oltre, senza tributare il dovuto 
encomio al Municipio di Padova ed alla Giunta, per le sagge 
deliberazioni e per l'energico operare nell'occasione della par- 
tenza delle truppe e delle autorità austriache dalla città. Una 
relazione ufficiale di ciò venne estesa dalla rappresentanza co- 
munale il dì stesso 28 luglio 1866, in cui F esercito italiano 
venne ad occupare la città e la provincia di Padova. Della quale 
relazione storica, maestrevolmente lavorata, giova, per ogni buon 
fine, trascrivere qui testualmente il tenore (1), cui meglio non 
saprei abozzare (2): 

— « Prima che il regno d' Italia avesse dichiarato la guerra 
all'Austria, e quando solo la fede nella giustizia della nostra 
causa e nell' unione di tutte le forze vive del paese poteva far 
presentire l'esito di una lotta suprema, il Municipio non volle 
esser preceduto dagli avvenimenti, ma preparavasi sollecito ad 
incontrarli. 

— « Certo, che un giorno o F altro le autorità militari e 
civili austriache avrebbero abbandonato la nostra città, egli vide 
indispensabile un provvedimento, che nei primi istanti valesse 
a tutela delle vite e delle sostanze dei cittadini. Nel silenzio , 
poiché sotto lo stato d'assedio ogni pubblicità oltre che com- 
promettere F individuo avrebbe annichilito il frutto delle buone 
intenzioni, egli si circondò di patriotti, la cui fibra non tenten- 
nasse di fronte al pericolo, discusse i mezzi onde prevenire ogni 
disordine, e, sicuro che una eletta schiera di generosi non gli 

(1) Adunanza del giorno 28 luglio 1866 del Consiglio Comunale di 
Padova. 

(2) Non mi si accusi di servilità per lo valermi testualmente di questo 
documento; ma lo si attribuisca ad ingenua attestazione di non poter io- 
esprimerne più esattamente e diligentemente le circostanze. 



330 

mancherebbe al primo annuncio del pericolo, volse la mente a 
guarentirsi, per quanto era possibile, anche da parte del caduto 
governo. 

— « Le sue pratiche presso 1' ex Delegato Ceschi ed il Co- 
mandante delle truppe ebbero in risultato l'assicurazione che le 
Autorità militari e civili non sarebbero fuggite da Padova, ma 
ne avrebbero avvisato almeno un 12 ore prima la loro partenza 
al legale rappresentante. 

— « Non quetossi però il Municipio alla gratuita dichia- 
razione, ed ammaestrato dalle passate vicende non volle legata 
la sorte cittadina alla mala fede dei proconsoli austriaci. Egli 
ne fece sorvegliare ogni mossa, e durante gli ultimi due giorni 
non un treno partiva dalla stazione della ferrovia senza eh' ei 
ne fosse avvertito. 

— «Venne la notte dell'undici: tutto annunciava vicino il 
momento supremo, ed il Municipio raccolto in seduta perma- 
nente prendeva le ultime disposizioni affinchè la città non ri- 
manesse abbandonata a sé stessa. Informato che 180 guardie 
di Finanza, provenienti da Rovigo, erano qui accasermate, giunse 
a merito dell' Intendente Gaspari e del Commissario Yisentini 
a trattenerle fra noi, e questo fu vantaggio immenso, poiché 
nella quasi assoluta mancanza di armi si ebbero ad un tratto 
180 carabine e braccia ammaestrate; e volontà avvezze ad una 
disciplina. Chiamò infine i patrioti coi quali erano già corse le 
prime pratiche, ed avanti che 1' ultimo convoglio austriaco si 
disponesse alla partenza, i finanzieri presidiavano la casa di 
pena, le carceri di San Matteo e dei Paolotti, e i cittadini fa- 
cevano guardia attenta a tutti i pubblici edifìci. Di tal modo, 
poiché le autorità militari e civili austriache dimentiche di ogni 
promessa vigliaccamente fuggirono da noi, egli ottenne la quiete 
e la sicurezza della città, che risvegliossi trasognata non più 
sotto l'incubo dell'oppressione straniera, ma ricambiando H 
primo libero saluto dei fratelli ai fratelli. 

— « Sia lode adunque ai generosi che non mancarono alle 
speranze della Patria, ed un giusto encomio sia rivolto alle 
guardie di Finanza che non dubitarono un solo istante di schie- 
rarsi sotto la bandiera cittadina, e contribuirono efficacemente 



ANNO 1866 331 

ai felici risultati ottenuti in quei primi giorni di possibili er- 
rori e di legittimo entusiasmo. 

— « Frattanto la Delegazione, il Commissariato distrettuale 
ed altri Uffici aveano sospeso dall'opera loro minacciando danni 
gravissimi, e forse incalcolabili, ed il Municipio avuta notizia 
che l'arrivo di un Regio Commissario non avverrebbe così pre- 
sto come era nei desideri, dovette convincersi della necessità 
di provvedere più stabilmente alla pubblica cosa, ed evitar tristi 
emergenze che avrebbero amareggiato i primi istanti di una 
libertà tanto sospirata. 

— « Egli pensò allora a circondarsi di cittadini, che per 
specchiata onestà, per sacrifìci in vantaggio della causa nazio- 
nale; fossero tali da meritare la piena fiducia di tutti. Anzi, per 
quanto P urgenza del tempo lo permise, interpellò privatamente 
la publica opinione sulla scelta da farsi, né si arrese alla idea 
di convocare il Comunale Consiglio, poiché varii giorni avreb- 
bero voluto per le pratiche a ciò indispensabili, ed il pericolo 
era imminente. La salvezza della Patria e la certezza che nes- 
suna Autorità avrebbe potuto assumersi legalmente la rap- 
presentanza della Provincia, gli addimostrarono la necessità as- 
soluta di porre in atto la presa deliberazione. Senza dimenti- 
care il Comunale Consiglio, egli chiamò a sé alcuni individui 
che vi appartengono ; scelse gli altri fra tutte le classi dei cit- 
tadini, né fallirono le sue speranze (1). 

— «I signori Barbò-Soncin d. r Antonio, Brusoni d. r Glia- 
comò, Cittadella co. Giovanni, Dozzi avv. Antonio, Meggiorini 
d. r Sante, Moschini Giacomo di Giacomo, Sacchetto Francesco, 
Salomoni prof. Filippo, Tolomei d. r Antonio, Treves cav. Giu- 
seppe, Yalvasori Gaetano, e Yenier nob. Pietro, in uno slancio 
di patria carità si associarono al Municipio, e per togliere ogni 
equivoca interpretazione si costituirono, insieme allo stesso, in 
Giunta Governativa provvisoria, innalzando lo stendardo italiano 
e dichiarandosi sudditi e cittadini della Patria comune. 



(1) Più che per l' integrità del documento, ne voglio commemorare i 
nomi, per onorevole encomio al patriotico amore degli aderenti alla ma- 
gnanima impresa. 



332 LIBRO XX, CAPO X 

— «Il Municipio annunciò al pubblico il solenne avveni- 
mento, e la fiducia rinacque nei cittadini; indi la Giunta si 
divise in sezioni per facilitare lo svolgimento delia pubblica 
azienda, stabilì di deliberare collegialmente pegli affari di mag- 
gior rilievo e decise un indirizzo di fedeltà e di affetto al Re 
galantuomo. 

— « Posto il quesito se la Giunta potesse e le convenisse 
mettersi a capo dell' intera Provincia, fu risolto affermativa- 
mente; la Delegazione, il Commissariato distrettuale ed altri 
Uffici, dietro suo impulso, ripresero le abbandonate funzioni; tutti 
gli uffici regi e i centri d' istruzione vennero chiamati ad ade- 
rire al nuovo ordine di cose; fu tolta alla Curia ogni ingerenza 
sulle scuole pubbliche e private ; venne diffidata la stessa a 
sostituire alle preghiere per Franceseo Giuseppe e per l'armata 
austriaca, quelle pel nostro Re e pel trionfo delle armi ita- 
liane; si gettarono le basi per ordinare la guardia nazionale, 
e fu disposto continuare fino alla finale organizzazione di que- 
sta il servizio di cittadini volonterosi e delie guardie di Finanza. 

— « altre importanti deliberazioni furono prese dalla Giun- 
ta; ma il risultato di queste fu, che si potò sopperire ai bisogni 
delle valorose truppe italiane, che si conservò la quiete e la 
sicurezza nella città, che pel regolare andamento degli uffizi 
non ebbe a soffrire l'interesse privato e che il passaggio dal- 
l'oppressione alla libertà, nobile, tranquillo e senza sfogo di 
aspettare vendette segnò per la nostra Padova una pagina che 
altamente la onora. 

— « Il Commissario del Re, Marchese Pepoli, uomo caro 
all' Italia per le doti della mente e del cuore, venne intanto 
ad assumere il governo della nostra provincia. Egli confermò 
con le più lusinghiere parole 1' attuale Municipio, ed in una 
lettera, diretta al Preside Francesco de Lazara, dichiarando 
sciolta la Giunta Governativa provvisoria, ne fece gentili en- 
comi e la disse benemerita della Patria. » — 

Chi -mai più diligentemente ed autorevolmente avrebbe 
potuto narrare questi gravissimi avvenimenti, quanto il te- 
stuale tenore dell'Atto Municipale testò recato? Io ho voluto 



ANNO 1866 333 

arrichirne queste pagine, come di una gemma preziosa, repu- 
tandomi disadatto ed impotente a poterne meglio esporre il 
contenuto; cosicché in questa mia povera Storia di Padova ri- 
marranno a perpetua memoria, con le identiche sue parole, i 
saggi provvedimenti della Civica rappresentanza in quei supremi 
e perigliosi frangenti. 



CAPO XI, 

Altri saggi provvedimenti del Municipio di Padova, 
per abolire memorie austriache. 

Giova qui commemorare, come, nell'agosto del 1856, alla 
barriera della Porta Codalunga era stata trasmutata per su- 
prema volontà la secolare denominazione in Barriera Elisa- 
betta,^ festeggiare l'arrivo in Padova della Sposa imperiale, 
che con l'austriaco Monarca percorreva le città della Venezia 
e della Lombardia. Sapiente il Municipio di Padova decretò 
cancellata quella adulatrice denominazione, e ristabilita la pri- 
mitiva di Codalunga, a cui si legano tante gloriose rimem- 
branze. 

Ed altro sapientissimo provvedimento fu quello di ripri- 
stinare, fuori similmente della Porta Codalunga, la comme- 
morazione secolare della sconfitta del 29 settembre 1509, del- 
l' imperatore Massimiliano collegato coi nemici della italiana 
libertà, nella famosa guerra di Cambray. Era stata eretta allora 
una colonna, cui, nel 1859, a' 12 di gennaio, il comando mi- 
litare austriaco aveva fatta togliere, quasiché un monumento 
antico di gloria nazionale avesse potuto influire sull'esito delle 
imminenti battaglie. E la colonna appunto fu ripristinata fuori 
della Barriera medesima. Furono decretati inoltre pensioni e 
premii da conferirsi ai militi padovani, benemeriti nella guerra 
dell'indipendenza italiana: sul che non mi fermo, perchè la 
progressione del mio racconto mi conduce a più interessanti 
notizie, onorevolissime per Padova. 



334: LIBRO XX, CAPO XII 

CAPO XII. 

Ingresso e feste del Re in Padova. 

A tanta unanimità di entusiasmo dovevano corrispondere 
altresì le solenni espansioni della esultante città, per festeg- 
giare T ingresso dell' amato e desiderato Monarca. Con appo- 
sita deliberazione del 27 ottobre 1866, il Consiglio Comunale 
di Padova ne tracciò le particolarità più minute, acciocché l' in- 
gresso e le feste in onore di un tanto Principe fossero adegua- 
tamente regolate all'uopo ed a comune edificazione e letizia. 
Troppo lungo sarebbe il volerne qui dettagliatamente parlare, 
né sarebbe ufficio di storico il discendere ad ogni minima cir- 
costanza. Complessivamente però giova commemorare e la son- 
tuosità dei pubblici addobbi e gli adornamenti interni del ci- 
vico Salone, secondochè, nella summentovata adunanza muni- 
cipale, erano stati predisposti. 

E quanto ai pubblici adobbi, era stato decretato in essa: 

1. Che dalla Stazione a porta Codalunga fosse fiancheg- 
giata la via da antenne, a sostegno delle bandiere delie prin- 
cipali città dell' Italia, e che frammezzo a queste sorgessero 
aste con dischi a foggia di trofei, esprimenti ad uno ad uno 
i Principi della Casa di Savoja, da Umberto a Carlo Alberto. 

2. Che la porta di Codalunga fosse ornata ad arco trion- 
fale, sormontato dal gonfalone di Padova ; avesse a brevi pa- 
role un' iscrizione, che, ricordando l' unità d' Italia e il Re, 
perpetui la memoria del suo regale ingresso in città, portasse 
i nomi di ciascun comune della provincia padovana, ed ogni 
nome fosse circondato da una ghirlanda di fiori. 

3. Che la via dalla porta Codalunga al Ponte Molino- 
fosse fiancheggiata anch'essa da antenne con bandiere nazionali, 
inframmezzate da trofei esprimenti i nomi degT illustri pado- 
vani del modio evo. 

4. Che il Ponte Molino fosse fiancheggiato da bandiere 
e trofei, che ricordassero i nomi degl' illustri padovani del- 
l'epoca romana. 



ANNO 1866 335 

5. Che la porta di questo Ponte, conservando la sua se- 
vera architettura, fosse ornata di ghirlande e corone e meda- 
glioni, esprimenti i ritratti e dei principi padovani più cospi- 
cui per valore militare, per scienze, lettere ed arti, e dei grandi 
uomini italiani, eh' ebbero in Padova ospitalità. 

6. Che quinci i cittadini ornassero le facciate delle ri- 
spettive case lungh' esso la Via Maggiore. 

7. Che la Piazza dei Signori fosse adorna di bandiere 
e trofei, ricordanti ad uno ad uno i più celebri promotori del 
risorgimento italiano, e portasse quinc' innanzi il nome di 
Piazza dell'Unità d'Italia. 

8. Le piazze delle Erbe e delle Frutta offrissero tra 
bandiere e trofei, inghirlandati di palma e di alloro, comme- 
morazione e degli eroi, che per la patria lasciarono la vita sul 
patibolo, e dei più illustri militi, che per F indipendenza na- 
zionale caddero sui campi di battaglia. 

9. Anche i quattro scaloni del Salone, ornati a bandiere, 
commemorassero i nomi di qualche illustre padovano; in guisa 
però, che il centro della loggia respiciente la piazza delle Erbie 
mostrasse in bel medaglione 1' effigie del Re, e Y altra delle 
Frutta mostrasse quella di Garibaldi. 

L' interno del Salone, adorno de' cento e quattro stemmi 
dei Comuni della provincia, e dei trofei, medaglioni, iscrizioni, 
relativi a storia padovana, avesse nel centro maestosa piatta- 
forma elevata a più gradi, su cui sostenere onorevole seggio 
pel Re. 

A beneplacito poi de' singoli cittadini fosse adornato il 
resto della città. 

Ad accogliere solennemente il Re alla Stazione, furono 
assegnati, il Commissario di lui, coi capi degli uffizi go- 
vernativi; il Municipio di Padova ed i municipii altresì delle 
città della provincia; tutte le Deputazioni Comunali di essa; 

— ciascuna col proprio stendardo. Ne aggiungessero decoro 
le rappresentanze o presidenze delle molteplici amministrazioni 

— commerciale, d'agricoltura, di arti e mestieri ecc. ecc. — 
ed a tutto questo corteo ed alla vìa percorsa dal Re formasse 
spaleggio truppa e guardia nazionale. 



336 LIBRO XX, CAPO XIII 

Fatto al Ee il saluto di omaggio alla Stazione, Egli, pre- 
ceduto dall'araldo della città e da guardia nazionale a cavallo, 
entrasse in città, accompagnato dalle suindicate rappresentanze, 
le quali, prendendo la via Maggiore facessero sosta al palazzo 
municipale. Quivi, entrato il Ee nella sala Verde e nelle stanze 
del Comune, e poscia montato sulla piattaforma sopraccennata, 
accogliesse gli omaggi, che gli saranno presentati in apposito 
discorso, e la sacra promessa di fedeltà ed obbedienza a Lui 
ed allo Statuto. Al che unanime voce delle Deputazioni fa- 
cesse plauso col grido : Viva il Re, Viva lo Statuto. 

Di qua il Ee passasse alla loggia sulla piazza delle Erbe 
ad assistere alla sfilata della guardia nazionale e della truppa ; 
ed in fine, corteggiato dalle prefate rappresentanze, al palazzo 
di Casa Sartori, assegnatogli a dimora. 

La sera, fu coronata la magnificenza delle civiche alle- 
grezze con universale illuminazione della città e de' pubblici 
stabilimenti. 

Nò occorre, che a questi brevi cenni debba aggiungere lo 
storico indicazioni o commenti, per dare maggiore lustro alle 
magnifiche dimostrazioni di allegrezza e di venerazione, che 
Padova tributò in questa circostanza al desiderato Monarca. 



CAPO XIII. 

Sistemazione di Padova sotto il nuovo governo 
del Re d'Italia. 

Padova aggregata all' Italia fu costituita, sulla forma di 
tutte le altre provincie del Eegno, capo luogo di una Prefet- 
tura, suddivisa in Distretti, e questi in Comuni. La civica 
rappresentanza; presso cui sta l'amministrazione dei proprii 
possessi e delle relative attribuzioni, consiste in una Giunta 
composta di qualificati cittadini e presieduta dal Sindaco. Que- 
sti benemeriti cittadini, animati da patriotico zelo, efficace- 
mente cooperano alla conservazione, all' abbellimento, al decoro 
delle grandiose opere monumentali, che tra le città cospicue 



ANNO ISol — 1866 337 

dello veneto provinole la costituiscono ragguardevole o singo- 
lare. Per le quali premure, nei pochi anni di questa sua vita 
novella, offre un aspetto di magnificenza e di decoro in più 
e più contrade, per V addotta to sistema di ampliamone delle 
strade, e conseguentemente di maestosa aereazione. E molti an- 
cora interessanti lavori si vanno proponendo, per cui la peri- 
colosa e deforme angustia delle vie, anche le più importanti, 
verrà trasmutata in elegante ampiezza ed in decoroso adorna- 
mento di piazze e di fabbricati. 

Anche Y edilìzio interno ed esterno della Università acqui- 
sta di giorno in giorno maggior lustro e decoro, ed offre più 
vaste ed opportune comodità, che non avesse da prima. 



CAPO XIV. 

Esposizione complessiva delle vicende religiose di Padova, 
con la serie completa de' suoi Vescovi. 

Ho riservato a quest' ultimo capo il pieno esaurimento di 
quella parte di storia di Padova, che nel progresso dell'Opera 
sarà stata forse da taluni reputata imperfetta o negletta. Il 
filo della narrazione mi costrinse non di rado per non interrom- 
perlo, ad astenermi dal commemorare fatti, persone, particola- 
rità essenzialmente integranti allo sviluppo delle nazionali esi- 
genze. Le vicende religiose e gli autorevoli presidi, che vi ebbero 
distinta ingerenza, non possono certamente ommettersi dallo 
storico imparziale e consapevole del suo obbligo. Imperciocché 
quale mai storia di una città, di una nazione, di un popolo, 
puossi trovare, la quale non abbia religiose vicende da esporre ? 
« Se tu, diceva Plutarco ad un filosofo Epicureo (1), scorrerai 
« la terra tutta, troverai delle città senza mura, senza lettere, 
«senza re, senza tetti, senza ricchezze; troverai delle città 
« prive di moneta, di teatri, di scuole; ma una città senza templi, 
« e senza Numi, una città, che non conosca nò preci, né oracoli, 

(1) Plut. adv. Colotem, prop. fin. 

Cappelletti. Storia di Padova II. 22 



338 LIBRO XX, CAPO XIV 

« che non offra dei Sacrifizi per ottenere prosperi eventi, che 
« non si adoperi a tener lungi con sacre ceremonie le desolanti 
« calamità, non videsi mai né vedrassi da chicchessia. Anzi è 
« più facile che una città si possa fabbricar senza suolo, di 
« quello che possa unirsi ed esistere una nazione senza divinità, 
« e senza religione. » — Ma sia pure, che a taluni non garbi 
la narrazione di avvenimenti sacri, o la progressiva narrazione 
di vescovi reggitori delle ecclesiastiche cose; ma chi scrive la 
storia non ha da curarsi del gradimento o della disapprova- 
zione di alcuni soli, trascurando per piacere a questi, le ra- 
gionevoli esigenze dei più. Lo storico, ciò facendo, mancherebbe 
al proprio dovere, o se ne mostrerebbe non curante od ignaro. 
Con questo capo adunque ho divisato di supplire alle de- 
ficienze, che su ciò mi potrebbero essere addebitate. Qui darò 
la progressione completa dei vescovi, acciocché lo studioso di 
siffatte materie non ne sia defraudato; qui esporrò le preroga- 
tive più interessanti, che rendono illustre la chiesa di Padova. 
Chi sa trattare la storia me ne sarà grato: — se ne sdegnerà 
l'indiscreto, che vorrebbe preferita agli altrui pensamenti la 
propria opinione. 

Il perno unico ed invariabile delle narrazioni, a cui in 
questo capo mi accingo, è la cronatassi dei vescovi, che res- 
sero ed amministrarono la Chiesa di Padova, e che nella pre- 
minenza ne regolarono le mosse: ed è questa così: 
I. San Prosdocimo discepolo dell' apostolo san Pietro, entrò 
al governo di questa primitiva cristianità F anno 46. 
Di lui e delle sue azioni ho parlato nel capo I del 
II libro -(1). 
II. San Massimo, ne fu successore F anno 139, ivi commemo- 
rato nel capo VI del libro II (2), e che visse sino 
al 166. 

III. San Fidenzo, armeno di nazione. Anche di lui ho parlato 

colà. 

IV. Calpurniano, nel 168. 



(1) Pag. 29 nel voi. 1. 

(2) Pag. 39. 



ANNO 1866 339 

V. Procolo, nel 175. 

VI. Teodoro ; nel 180. 

VII. Avisiano, nel 184. 

Vili. Ambrosio, nel 186. 

IX. San Siro, nel 191; ch'ebbe chiesa dedicatagli, quindici 

miglia all' incirca, fuori di Padova. 
X. Suadero, detto anche Suaero e Suario, nell'anno 215. 
XI. Il beato Leonio, o Leonzio, o Leonino, nel 233. Di lui 

ho parlato nel capo VI del libro II (1). 
XII. San Mariano, nel 245. 

XIII. Eupario, nel 275. 

XIV. Felice, nel 293, che segregò le sepolture dei cristiani 
da quelle dei pagani (2). 

XV. Paolo, nel 313, a cui viene attribuita F erezione, o*" 
l'ampliazione secondo altri, della cattedrale di santa 
Sofia (3). 
XVI. Vero, nel 332. 
XVII. Crespino, nel 346. 

XVIII. Santo Ilario, nel 348. Su questi due vescovi vedasi la 

opinione degli autori, da me esposta nel capo VI del 

libro II (4). 

XIX. Limpidio, nel 370. 

XX. Vitellio, nel 390. 

XXI. Provino, nel 410. 

XXII. Severiano, nel 419. 

XXIII. Barulo, nel 428. 

XXIV. Giovanni, nel 457. 
XXV. Cipriano, nel 458. 

XXVI. Nicolò, nel 497. 

XXVII. Olimpio, nel 509. 

XXVIII. Felice II, nel 525. 

XXIX. Diodato, nel 538. 

XXX. Pietro, nel 551. 

(1) Nella pag. 40 del voi. I. 

(2) Ved. ivi. 

(3) Ved. ivi, e seg. 

(4) Pag. 41 del voi. I. 



340 LIBRO XX, CAPO XIV 

XXXI. Virgilio, nel 574 
XXXH. Felice III, nel 591. 

XXXIII. Audacio, nel 609. Di questi quindici vescovi, da Lim- 
pidio ad Audacio, non si conosce che il nome e Fanno, 
perchè registrati nei dittici della Chiesa padovana. 

XXXIV. Tricidio, detto anche Tucidio, Fontana, emigrò nel 
620, per sottrarsi dalle violenze del re Rotari; come 
ho detto nel capo I del libro III (1); e fuggì a Ma- 

lamocco. 
XXXV. Berguardo, nel 647. Ne ho parlato nel capo I del 
libro III (2). 
XXXVI. Vitale, nell'anno 662. 
XXXVII. Oddo, nel 673. 
XXXVIII. Assalonne, nei 678. 
XXXIX. Eichinardo, nel 693. 
XL. Gonsaldo, nel 708. 
XLI. Diverso, nel 721. 
XLII. Teodosio, nel 730. Forse incominciò sotto di lui la 

erezione del monastero di Santa Giustina (3). 
XLIII. Rodingo, nel 748. 
XLIV. Bodo, nel 756. 
XLV. Giuseppe, nel 765. 
XLVI. Rodo, nel 780. 
XLVII. Lui tardo, nel 795. 
XLVIII Domenico, nell'827. 
XLIX. Aldegusio, nell'830. 
L. Nitingo, nell'838. 
LI. Ercurado, nell'852. 

LII. Rovio, neir861; sotto cui fu beneficata dal re Lo- 
dovico II la chiesa padovana (4). 
LUI. Bilongo neU'881. 
LIV. Loitaldo, neir886. 
LV. Osbaldo, nell'895. 

(1) Pag. 43 e seg. del voi. I. 

(2) Vcd. ciò che ne dissi, nella pag. 44 e seg.' del voi. I. 

(3) Ved. pag. 47 del voi. I. 

(4) Ved. pag. 49 del voi. I. 



ANNO 1866 341 

LVL Pietro II, nell'897. 
LVII. Ebo, nel 904. L'anno avanti era stata incendiata dagli 

Ungheri la cattedrale. 
LYIII. SiWco, nel 911. 
LIX. Turringario, nel 919. Per le istanze di lui V impera- 
tore Berengario unì alla mensa vescovile l'abazia di 
San Pietro in palazzo, e concesse ai vescovi di Padova 
il privilegio di batter moneta (1). Ed egli stesso aveva 
donato al vescovo Sibico la valle Solana nel canale 
di Brenta (2). E prima ancora, nell'897 aveva donato 
aì vescovo Pietro II la Corte di Sacco. 
LX. Valto fu vescovo nel 923. 
LXI. Pietro III ne fu successore l'anno 931. 
LXII. Pietro IY lo susseguì nel 938. 
LXIII. Ardemano visse nel 940. 
LXIY. Ilelberto gli venne dietro nel 942. 
LXV. Zeno, circa l'anno 964. 
LXYI. Gauslino, nel 967. 
LXYII. Orso, nel 990. 
LXYIII. Aistolfo, nel 1031. 
LXIX. Brocardo, circa l'anno 1034. 
LXX. Arnoldo, nel 1046. 

LXXI. Il beato Bernardo Maltraversi, nel 1048, il quale trovò 
il corpo del vescovo San Massimo, immediato succes- 
sore di San Prosdocimo, ed il corpo di Santa Felicita. 
LXXII. Yerculfo ebbe la sede patavina nell'anno 1057. 
LXXIII. Uldarico gli venne dietro nel 1074. 
LXXIY. Milo, detto anche Milone, ne fu successore l'anno 1083. 
Lo si reputa comunemente scismatico e morto nello 
scisma, perchè devoto all' imperatore Arrigo e all'an- 
tipapa Guiberto, ai quali aveva fatto, nell'anno prece- 
dente, onorifica accoglienza nel suo palazzo vescovile 
in Padova. 
LXXY. Pietro Y Cisarella, successore di lui nel 1096, se non 

(1) Ved. pag. 50 del voi. I. 

(2) Ved. pag. 51. 



342 LIBRO XX, CAPO XIV 

assolutamente scismatico, certo fu non legittimo, per- 
chè eletto dall' imperatore, non fu mai né confermato 
dal papa, né consecrato (1)- A sua discolpa devesi con- 
fessare per altro; che nei documenti e negli atti si 
intitolava sempre electus episcopus. Ed in questo tempo 
medesimo, altre illegittime elezioni contaminarono la 
chiesa di Padova. Al quale proposito un documento 
del 1158 ci fa sapere, che il papa aveva spedito dei 
Legati, di cui era capo un prete Alberico, per esami- 
nare e giudicare di siffatte intrusioni; e che Alberto 
arciprete della cattedrale, riconosciuto scismatico ed 
illegittimo, era stato deposto dalla sua dignità ed il 
prete Alberico era stato trucidato. Anzi nel concilio 
di Guastalla^ tenuto il 22 ottobre 1 # 106, il vescovo 
Pietro V ebbe il coraggio d' intervenirvi anch'esso. Ivi 
fu dichiarato intruso, deposto, e surrogato dal vescovo 
Sinibaldo; il quale fu altresì consecrato, perchè, es- 
sendo morto F imperatore, non trovò più chi lo so- 
stenesse. Tuttavia, finché visse ebbe partigiani; tra 
cui l'arciprete summentovato, il quale surrogato nella 
dignità arcipretale da San Bellino Bertaldo, che di poi 
fu vescovo di Padova, stavasi a Piove e mantenevasi 
nel titolo e nel possesso della sua carica. Ed ivi anche 
Pietro, vescovo deposto, si manteneva ed esercitava 
giurisdizione vescovile (2). Anzi, venuto in Italia l'im- 
peratore Arrigo V per farsi coronare dal papa, e saputo 
Pietro quanto egli fosse favorevole agli scismatici, mu- 
nito di forze domestiche e straniere, aiutato da amici 
e consiglieri scellerati, s'attentò di costringere il ve- 
scovo Sinibaldo ad allontanarsi dalla sua sede. 
LXXVL Sinibaldo, vescovo legittimo di Padova (ann. 1106) 
fu allora scacciato da Padova per violentiam regiam, 
e con esso anche l'arciprete Bellino; ed entrambi 



(1) Ved. il Dondi dall'Orolog., Dissert. IV, pag, 35 e seg. 
(!) Docum. del settembre 1110, presso il Dondi dall'Orologio, pag. 54 
della Dissert. IV. 



ANNO 1866 343 

andarono a ricoverarsi presso i principi d' Este, ove, 
assicurati dalla protezione del marchese Folco, fissarono 
la loro residenza presso la chiesa e la canonica di Santa 
Tecla. Ed intanto lo scismatico vescovo Pietro V potè 
rimanere pacifico nel palazzo vescovile di Padova col 
suo scismastico arciprete: la quale traslazione della 
residenza in Este durò sino alla conchiusa pace del- 
l' impero col sacerdozio (1). 

LXXVII. San Bellino Bertaldo, di cui più volte ho parlato: 

eletto nel 1128. 
LXXYIII. Giovanni II Kazo. 

LXXIX. Gerardo Marostica, o degli Offreduzzi, nel 1169. 
LXXX. Giordano Mal traversi, nel 1214. 
LXXXI. Giacomo Corrado, nel 1229. 

LXXXII. Giovanni III Forzate, nel 1250. A' giorni di lui 
fu decretata legalmente la separazione, di cui altrove 
ho parlato, dei monaci e delle monache del monastero 
doppio di Fistomba, ove dimoravano molti frati e tren- 
tasette monache. A quelli fu assegnato il monastero 
degli Ognissanti, a queste il monastero di Fistomba. 
LXXXIII. Princivalle Conti, nel 1285. Per l'elezione di lui 
nacquero contrasti, che non devono essere tacciuti 
nella progressione storica di Padova, e che vi cagio- 
narono* lunga vacanza di vescovato. Morto infatti il 
. vescovo Forzate, n'era stato eletto successore, addì 24 
luglio 1283 Prosavio vescovo di Treviso; ma non volle 
accettare. Gli elettori allora si divisero in due par- 
titi; l'uno scelse Princivalle Conti, e l'altro nominò 
Giovanni .degli Abbati, entrambi canonici della cat- 
tedrale di Padova. La vinse, dopo gravi contrasti, col- 
l' intervento altresì della Santa Sede, Princivalle, e fu 
vescovo di Padova dal 1285 sino al 1287; nel qual 
anno fu promosso all'arcivescovato di Cagliari. 



(1) Tuttociò è attestato da un documento autografo del 13 maggio 
1131 dell'archivio capitolare. Ne portò l' intiero tenore il Dondi Dall'Orologio, 
dissert. IV, pag. 92. 



344 LIBRO XX, CAPO XIV 

LXXXIV. Bernardo Platon gli fu dato successore dal papa 
Onorio IV. Visse otto anni, e nel dì 21 maggio 1295 
morì trucidato cultro cujusdam hominis infimae plebis; 
(narrano gli annalisti Camaldolesi; ma se ne ignora 
la vera cagione). — Opinano, che ne sia stato motivo 
perchè in tempo di carestia radunava grande quantità 
di frumento, per farla diventare più grave; ma la ero- 
naca del Monterosso la rigetta come non vera. Il Gen- 
nari, che da prima l' ammette va, poi ne dubitò; e la- 
mentossi, che la pietra sepolcrale ne fosse così corrosa 
per lo continuo camminarvi sopra, da non potervi leg- 
gere F epigrafe, da cui forse qualche notizia se ne 
avrebbe potuto ottenere. D'altronde poi è da notarsi, 
che nel 1294, a cagione dell'inondazione dei fiumi, era 
stata impedita la semina del grano; cosicché veramente 
nel 1295 eravi orribile carestia, la quale certo non 
poteva essere imputabile al vescovo Platon. 
LXXXV. Fr. Giovanni IV Savelli, nel 1296. 
LXXXVL Ottobono de' Razzi, nel 1299. 
LXXXVII. Pagano della Torre, nel 1302. 
LXXXVIII. Ildebrandino Conti, nel 1319. 
LXXXIX. Giovanni V degli Orsini, nel 1353. 
XC. Pileo de' Conti Prata, nel 1359. 
XCL Giovanni VI de 7 Piacentini, nel 1370. 
XCII. Elia Beaufort, nel 1371. 
XCIII. Eaimondo, nel 1374. 
XCIV. Giovanni VII Anselmini, nel 1389. 
XCV. Ugo de' Roberti, nel 1392. 
XCVI. Stefano da Carrara, nel 1398. 
XCVII. Albano Micheli, nel 1406: da lui comincia la serie 

dei vescovi di Padova eletti dal senato di Venezia. 
XCVIII. Pietro VI Marcello, nel 1409. 
XCIX. Pietro VII Donato, nel 1428. 
C. Fantino Dandolo, nel 1448. 
CI. Pietro Vili card. Barbo, nel 1459. 
CU. Jacopo II Zeno, nel 1460. 
CHI. Pietro IX card. Foscari, nel 1481, il quale morì 



ANNO 1866 345 

nel 1485. Appartengono qui alla storia di Padova le 
controversie tra il papa ed il senato di Venezia per 
la elezione del successore di lui; imperciocché il papa 
ne aveva eletto il cardinale Giovanni Micheli, vescovo 
di Verona; ed il Senato, tosto ch'ebbe notizia della 
morte del Foscari, gli aveva sostituito Pietro Barozzi, 
vescovo di Belluno. Opinò il Dondi dall'Orologio (1), 
che il papa non avesse già inteso di trasferire il Mi- 
cheli al vescovato di Padova, ma di dargliene invece 
la chiesa in commenda : la qual cosa vieppiù offendeva 
i diritti del Senato. D'altronde il Barozzi, per la sua 
somma umiltà, sembra che ne rifiutasse l'incarico. 
Fatto è, che negli atti di quel tempo, sino al 1487, 
se ne trova vacante la sede. Ed in frattanto il papa 
incaricò il cardinale Giambattista Zeno, vescovo di 
Vicenza, d'invigilare sulla chiesa di Padova, col ca- 
rattere di Commissario apostolico. Alla fine, nel 1487, 
il Micheli rinunziò alla sua nomina e rimase a Ve- 
rona; ed allora Pietro Barozzi ebbe dal papa la con- 
ferma della sua elezione fatta dal Senato. 

CIV. Ciò non di meno le cronatassi di Padova ammettono nella 
serie, nel 1485, anche Giovanni VII cardinale Micheli; 
perchè, legittimamente essendo stato eletto dal papa; 
egli benché non ne avesse preso il possesso, era però 
canonicamente nel diritto di conseguirlo. 

CV. Pietro X Barozzi, trasferito dalla sede di Belluno, fu ve- 
scovo di Padova nel 1487. Farò qui menzione della 
rifabbrica del grandioso tempio di Santa Giustina e 
del trasferimento delle sacre reliquie di essa e di altri 
santi, avvenuto in quella occasione, l'anno 1502. Se- 
cretamente da prima volle il vescovo se ne facessero 
indagini, pria di renderne pubblico al popolo il ritro- 
vamento. Perciò, di notte recossi egli alla chiesa di 
Santa Giustina col solo canonico Graziadio Bonafini. 
Ivi con l'abate Eusebio di quel monastero, con l'abate 

<1) Dissert. IX pag. 67. 



346 LIBRO XX, CAPO XIV 

di Sant'Eufemia di Brescia e con altre due secrate 
persone, calò nei sotterranei. Se ne aprì superiormente 
il sepolcro, e dentro vi si trovò un'arca di marmo, 
che ne chiudeva una di piombo, sulla quale leggevasi 
incisa l'indicazione: 

HIC CORPUS. B. JUSTINAE 

VIRG. ET. MABTIB. 

EEQUIESCIT. 

Contenti di questo primo ritrovamento, ne diedero av- 
viso alla civica deputazione, e fu stabilito apposito 
giorno per compierne la solenne cerimonia. V inter- 
vennero adunque il vescovo di Padova, l'abate di Santa 
Giustina e quello di Santa Barbara di Mantova, con 
altri sette abati benedettini. Abbiamo dallo Scardeo- 
nio, storico padovano (1), che «da prima fu visitata la 
« vecchia e quasi cadente cappella di San Luca ed ivi 
«trovarono i corpi di San Massimo vescovo, di San 
«Giuliano confessore e di Santa Felicita vergine; in 
«altra cassa tro varo usi alquante ossa de' Santi Inno- 
«centi. A lato della porta della chiesa, in un'urna 
«di marmo, una cassa di cipresso conteneva il corpo 
« del beato Arnaldo, già abate di cotesto monastero. » 
Le arche, sigillate dal vescovo, dall'abate e dalla de- 
putazione civica, furono portate processionalmente pel 
Prato della Valle, e poi riposte di bel nuovo nell'an- 
tico altare, finché si potessero collocare con migliore 
decenza nella nuova chiesa, che si stava innalzando. 
Aggiungerò, che al vescovo Barozzi furono tributati 
distinti encomj per le sue virtù e per lo suo sapere, 
singolarmente per la sua coltura negli studj fisici e 
matematici, nelle scienze naturali, nella botanica, ed 
in ispecialità nelle cognizioni delle piante esotiche (2). 
CVI. Pietro XI Dandolo, nel 1507. 



(1) Lib. VI, pag. 258. 

(2; Ved. il Dondi dall'Orologio, pag. 84 e seg. della Dissert. IX, 



ANNO 1859 — 18GG 347 

CYII. Sisto Gara card, della Rovere, nel 1509. 

CVIII. Francesco card. Pisani, 1524, il quale, quattro anni 
dopo, ne cedo il possesso a suo nipote Alvise Pisani. 
Il cardinale Francesco fu benefico e premuroso verso 
la sua Chiesa, ristaurandone con grande dispendio la 
cattedrale, ed ampliandone il palazzo vescovile. Egli 
aveva avuto in amministrazione anche la Chiesa di 
Treviso. Morì poi in Roma, vescovo di Ostia, nel 1570, 
e fu sepolto nella chiesa di San Marco, encomiato da 
onorevole epigrafe. 
CIX. Alvise Pisani, nipote di lui, sottentratogli alla sua volta, 
per le istanze di lui, nel pastorale governo. Fece fab- 
bricare in Padova il grandioso monastero di San Marco : 
morì a' 31 maggio 1570, in Venezia, 
CX. Nicolò II Ormanel lo, eletto nell'anno stesso. Era vero- 
nese, educato alla scuola di San Carlo Borromeo : morì 
a' 18 gennaio 1577. 
CXI. Federico card. Cornaro, eletto nel medesimo anno, dopo 
avere posseduto il vescovato di Traù e quello di Ber- 
gamo. Qui venne a' 19 luglio del detto anno: poi fu 
creato cardinale. Piantò in Padova il Seminario ed 
eresse i due monasteri di Santa Sofia e degli Ognis- 
santi. Celebrò più volte il sinodo diocesano: pose la 
prima pietra della chiesa e del monastero delle mo- 
nache in Este : acconsentì all' erezione della nuova 
chiesa parrocchiale di Dolo, intitolata a S. Rocco, in 
ringraziamento della preservazione di quel villaggio 
dal flagello della peste: consecrò in Padova la chiesa 
dei Cappuccini, intitolata alla Trasfigurazione del Si- 
gnore. Morì in Roma nel 1590 e fu momentaneamente 
sepolto in San Silvestro al Quirinale, donde poscia fu 
trasferito a Padova, in cattedrale. In più luoghi esi- 
stono in Padova memorie di lui, in onorevoli epigrafi. 

CXH. Alvise II Cornaro, nel 1590, il quale nell'anno prece- 
dente era stato fatto vescovo di Pafo, e dato allo zio 
card. Federico in coadiutore, con speranza di futura 
successione. 



34:8 LIBRO XX, CAPO XIV 

CXIII. Marco II card. Cornaro, già abate di Santo Zeno di 
Verona, eletto a' 12 dicembre 1594. 

CXIY. Pietro XI card. Valier, trasferito qui dal vescovato di 

Ceneda Tanno 1625. 
CXV. Federigo II card. Cornaro, figlio del doge Giovanni e 
fratello del card. Francesco, eletto a questa sede nel 
1629. Era stato vescovo di Bergamo ed attualmente lo 
era di Vicenza: nel 1632 diventò patriarca di Venezia. 

CXVI. Marc' Antonio Cornaro, fratello del card. Federigo; ne 
fu successore nel 1632. 

CXVII. Luca Stella, allievo dell' Università di Padova vescovo 
di Eetti mo e poscia arcivescovo di Zara, fu promosso 
a questa sede nel 1639, dopo un triennio di vedovanza. 
CXVIII. Giorgio Cornaro, nel 1642. 

CXIX. Beato Gregorio card. Barbarigo, eletto nel 1664. Fu 
prima vescovo di Bergamo; luminoso modello dei sacri 
pastori del suo tempo : emulo delle virtù e dello zelo 
di San Carlo Borromeo. Troppo lungo sarebbe il par- 
lare delle sue pastorali sollecitudini e delle innume- 
revoli memorie che ne lasciò in Padova. Morì a' 18 
giugno 1697. 

CXX. Giorgio II card. Cornaro ne fu successore l'anno stesso, 
trasferitovi dell'arcivescovato di Eodi; cospicuo ed in- 
signe per onorevoli legazioni civili ed ecclesiastiche 
da lui sostenute. 

CXXI. Gian Francesco card. Barbarigo ; eletto nel 1712, morto 

nel gennaio del 1729, more veneto; cioè 1730. 
CXXII. Giovanni Vili Minotto Ottoboni, trasferitovi dall' ar- 
civescovato di Nazianzo, l'anno stesso 1730. Visse do- 
dici anni. 
CXXIII. Carlo card. Eezzonico, eletto nel 1743. Diventò sommo 
pontefice l'anno 1758 ; col nome di Clemente XIII; 
benemerito di tante cospicue opere in Padova, parti- 
colarmente con l'erezione, poco meno che dalle fon- 
damenta, della magnifica cattedrale. 
CXXIV. Sante card. Veronese, che n'era stato il vicario gene- 
rale, gli fu anche successore l'anno 1758, e vi morì nel 



ANNO 1866 349 

1767 (e non noi 1766), come ce ne assicura l'epigrafe 
sepolcrale scolpitagli in cattedrale. 
CXXY. Anton Maria card. Priuli trasferitovi da Vicenza, nel 
detto anno 1767, e morto nel 1772. 
CXXVI. Nicolò Antonio Griustinian, monaco cassinese, già ve- 
scovo di Torcello e poi di Verona, venne al vescovato 
di Padova nel 1772: morì nel 1798. 
CXXVII. Francesco Scipione de' marchesi Dondi dall'Orologio, 
vescovo di Trimiti in partibus, ne fu successore nel 1807, 
dopo undici anni, di sede vacante. Di lui ho avuto 
occasione di parlare onorevolmente più volte. Durò il 
suo pastorale governo in quei tempi difficilissimi in- 
torno a dodici anni. 
CXXVIII. Modesto Farina, luganese, già consigliere ecclesia- 
siastico dell'imperiale governo di Venezia, gli venne 
dietro nel 1821. 
CXXIX. Federico III de' marchesi Manfredini, ne fu il suc- 
cessore nel 1857, traslatovi dal vescovato di Fama- 
gosta in partibus. Questi possedè tuttora la sede epi- 
scopale di Padova. 



CAPO XV. 

Smito compendioso di tutta V Opera. 

Ed ecco la Storia di Pàdova condotta sino ai nostri giorni, 
come ho saputo meglio, entro la misura fissatami del cammino 
che dovessi percorrere. Nella deficienza di positivi ed autentici 
documenti, che mi fossero di guida a narrarla nei primissimi 
secoli della fondazione di questa cospicua città, ho dovuto at- 
tenermi alle divulgate tradizioni, che me ne davano storiche 
traccie; siccome ho fatto commemorando il valore dei Padovani 
in favore dei Romani (1), dimostrandone l' indipendenza na- 
zionale, costantemente in quei primi secoli goduta, e la loro 

(\) Cap. II del lib. I, pag. 17 del voi. I. 



350 LIBRO XX, CAPO XV 

aggregazione alla romana cittadinanza (1). Anche gli avanzi 
grandiosi degli antichi edilizi di questa città e le memorie dis- 
sotterrate nei precipui luoghi della sua provincia mi diedero oc- 
casione a dimostrarne la primiera munificenza; le particolarità 
del suo culto religioso, nei secoli dell' idolatria; la rinomanza 
ottenuta dagl'illustri suoi dotti; tutto mi ajutò a tracciare un 
complesso di notizie, quali si potevano avere tra la nebbia di 
quell'età. 

La irruzione dei barbari ed il frequente avvicendarsi or 
di sciagure, or di prosperamento; or di eccidio, or di risorgi- 
mento mi condussero a narrare le vicende di quasi quattro se- 
coli, finché giunsero i giorni, in cui Padova, dopo largizioni e 
privilegi ottenuti dai regnanti di Germania, sistemò il suo go- 
verno nella reggenza consalare (2). Qui cominciarono le mosse 
guerriere, collegata ai popoli circostanti, contro la repubblica 
di Venezia (3). E qui Padova cominciò a figurare nella famosa 
Lega Lombarda, contro V imperatore Federigo Barbarossa (4). 
Ed ecco sorgere in Padova le due famose fazioni de' Ghibellini 
e de' Guelfi (5). L' imperiosità delle circostanze ne indusse il 
Comune a cercare sicurezza e prosperamento nella reggenza 
per Podestà (6). 

Qui cominciò a figurare la famiglia degli Eccellili, sotto 
la cui tirannide gemè Padova quasi un mezzo secolo: secolo 
di guerre, di contrasti, di eccidi (7). 

La cittadinanza di Padova, la saggia reggenza del suo 
Comune, l'erezione di maestosi edilìzi, tra cui il grandioso pa- 
lazzo della Ragione, la posero al pari, ed in molte cose al 
di sopra, delle più cospicue città d' Italia. 

Espulsi e sterminati gli Eccelini, entrarono le feroci lotte 



(1) Cap. Ili e IV, pag. 18 e seg. del voi. I. 

(2) Lib. II, III e IV, pag. 29*75 del voi. I. 

(3) Pag. 69, e 73 del voi. I. 

(4) Pag. 75 e seg. del voi. I. 

(5) Ivi, pag. 79 e seg. 

(6) Ivi, pag. 81 e seg. 

(7) Ivi, pag. 140-175. 



ANNO 1866 351 

con gli Scaligeri di Verona, sostenuti dall' imperiale potenza, le 
quali non terminarono che con la dominazione dei Carraresi (1). 

Sotto questa, godè Padova giorni lieti e di prosperità. Ma 
le inimicizie di essi contro la Repubblica di Venezia la rav- 
volsero in mille guai e ne affrettarono la rovina. Vinta dalle 
armi di questa, ne diventò suddita per dedizione, ed i suoi Prin- 
cipi finirono la vita sotto processo del Consiglio de' Dieci. D'al- 
lora in poi l'esistenza sua, sino al giorno d'oggi, rimase imme- 
desimata con quella di Venezia, fatta partecipe delle buone 
egualmente che delle tristi vicende di essa. 

Padova primeggiò e primeggia tra tutte le più illustri 
città a cagione del suo Studio od Università. E di questa ho 
parlato diffusamente commemorandone le leggi, le vicende, gli 
uomini illustri in ogni ramo di scienze. 

Nel trattare cotesta Storia di Padova, io mi sono atte- 
nuto al mio consueto sistema di appoggiarne possibilmente il 
racconto a documenti storici irrefragabili. E qui ebbi la sorte, 
che mi giovassero di molto i registri delia Cancelleria secreta 
della Eepubblica. A taluni forse non avrà garbato la prolissità 
di questi; ma trattandosi di documenti finora inediti, io non 
poteva astenersene; tanto più che da molti eruditi amatori di 
siffatto genere di studj mi erano state fatte raccomandazioni 
vivissime di non astenermivi per timore di prolissità o di non 
ragionevole disapprovazione di chi non vorrebbe mai leggere 
testimonianze latine. Nel che, se non in tutto, in grande parte 
almeno, ho potuto mostrarmi condiscendente. Il pregio migliore 
di questo lavoro documentale si fu, che io ho pubblicato cose 
finora inedite. 

Altrettanto devo dire delle Serie, da cui non ho potuto 
astenermi, — appunto perchè finora non mai pubblicate né 
raccolte da altri, — dei Podestà sotto le varie dominazioni, — 
dei Podestà e Capitani stabiliti dalla Repubblica, — dei ve- 
scovi, che dal primo secolo cristiano sia al giorno d'oggi ebbero 
in mano V ecclesiastica, e talvolta anche la civile ammini- 
strazione di Padova. Tutto ciò io feci con la maggior possibile 

(1) Pag. 487-240. 



352 LIBRO XX, CAPO XV 

brevità, proporzionata alla strettezza del campo, eh' erami stato 
concesso a percorrere. 

Di tutto questo ho dato di volta in volta, qualche sentore ; 
ed ho lasciato all'imparzialità dei veri dotti e degli amatori 
delle antichità e delle notizie patrie il pronunziarne giudizio. 
Al giudizio adunque di questi io di buon animo mi rassegno; 
certissimo, che la rettitudine delle mie intenzioni sarà tenuta 
in qualche considerazione, e che il mio lavoro troverà presso 
gli eruditi benigno compatimento. 

A maggiore corredo poi e perfezionamento dell'Opera, darò 
in fine, dopo l' Indice del Volume, un copioso Indice alfabetico 
generale, a facile e necessario repertorio delle materie, in essa 
contenute: ciò ad esaurimento della promessa altrove da me 
fatta nel progresso dell'Opera. 



FINE DEL SECONDO VOLUME. 



INDICE 



Cappelletti. Storia di Padova II. 23 



INDICE 

DEI CAPITOLI CONTENUTI I» QUESTO SECONDO VOLUME 



Prefazione dell'Autore pag. 5 

LIBRO XIII. 

Dalla dedizione di Padova alla repubblica di Venezia (an. 1406) 
sino alla scomunica di Sisto contro i Veneziani (an. 1483). 

Capo I. Sistemazione della politica amministrazione 

di Padova pag. 9 

IL Ordinazione del Consiglio municipale di Padova 

per la sua civica sistemazione ... » 19 

III. Rinnovazione del diploma ai drapperii, dopo 

l'incendio avvenuto del palazzo municipale » 28 

IV. Onorevoli ufficj, a cui dalla Repubblica di Ve- 

nezia erano chiamati sovente i cittadini di 

Padova » 29 

V. Contrasto della Repubblica di Venezia con la * 
corte di Roma, per la nomina del vescovo 
di Padova » 31 



356 INDICE 

Capo VI. Congiura scoperta in Padova .... pag. 34 
VII. Gravissima controversia circa l'identità del 
corpo di san Luca Evangelista, alla quale 
presero parte Venezia, Padova e Roma » 37 

LIBRO XIV. 
Balla scomunica di Sisto IV sino alla lega di Cambray. 

Capo I. Padova è ravvolta nella scomunica fulminata 

da Sisto IV contro i Veneziani . . . pag. 43 
II. Pubblicazione della bolla di scomunica . » 47 

III. Il Senato provoca il parere dei teologi e dei 
giureconsulti, circa la risposta da contrap- 
porre alla sentenza del papa .... » 49 

IV. Venezia e le altre città dello Stato veneto 
sono sciolte dalle censure dal pontefice suc- 
cessore » 50 

V. Nuovi disgusti con Roma per la nomina del 

vescovo di Padova » 52 

VI. Pittori celebri, che fiorirono in Padova » 53 
VII. Breve sposizione degli avvenimenti, che or- 
dirono le fila della lega di Cambray . » 59 

LIBRO XV. 

Vicende di Padova a cagione della lega di Cambray 
(dall'an. 1509 al 1516). 

Capo I. Sagge precauzioni della Repubblica di Venezia 
a preservamento de' suoi Stati dai danni del- 
l' imminente guerra pag. 61 

II. Padova è riacquistata dai Veneziani . . » 65 
III. Conseguenze, che di qua derivarono alla no- 
biltà padovana » 69 



INDICE 357 

Capo IV. I Tedeschi assediano Padova .... pag. 71 
V. Discorso del doge al Senato per la difesa di 

Padova » 73 

VI. Mosse dell' imperatore Massimiliano per dis- 
porsi all'assedio di Padova .... » 78 
VII. Gelosie e dissidii tra gli ufficiali e capitani 
delle varie nazioni, che componevano que- 
sto esercito » 81 

VIII. Riacquisto delle altre città e dei castelli del 

padovano » 84 

IX. Maneggi secreti del papa, per unirsi coi Ve- 
neziani a distogliere i confederati dal recare 

ad essi nuove molestie » 85 

X. Mosse delle truppe confederate sui luoghi 

del territorio di Padova » 88 

XI. I Veneziani entrano in alleanza col re di 

Francia » 91 

XII. Gli alleati assediano Padova .... » 92 

XIII. Mosse dei Veneziani nel vicentino . . » 95 

XIV. Conflitto dei Veneziani contro gli Spagnuoli, 

che vi rimangono vincitori » 97 

XV. Guerra dei Veneziani nel Friuli ... » 100 
XVI. La pace è conchiusa : la lega è sciolta . » 103 

LIBRO XVI. 

Provvedimenti della Repubblica di Venezia per la 

sistemazione dello Studio Generale di Padova 

(an. 1516 e seg.). 

Capo I. Instituzione della Magistratura dei Rifor- 
matori dello Studio di Padova . , pag. 107 



358 INDICE 

Capo II. Regole universitarie di antica instituzione pag. 112 

III. Pròvvide discipline spettanti alle rispettive 
attribuzioni e prerogative dei componenti le- 
galmente lo Studio » 116 

IV. Collegi per mantenervi giovani studenti » 119 
V. Collegio di san Marco » 122 

VI. Vertenze con la Corte di Roma pel diritto 

di laurea dottorale » 154 

VII. Sistemazione dei Collegio Veneto artista » 160 

Vili. Fondazione del Collegio Veneto leggista » 161 

IX. Collegio greco in Padova ed in Roma » 164 

X. Controversie in Consiglio de' Dieci, circa 

l'autorità del Podestà di Padova sopra gli 

studenti dell' Università » 170 

CAPO XVII. 

Sagge instituzioni del Comune di Padova 'per la retta 
amministrazione civica. 

Capo I. Il Monte di Pietà pag. 171 

IL Abbellimento della basilica di sant'Antonio » 174 

III. Altri lavori del secolo XVI ad ornamento 

di Padova » 179 

IV. Padova partecipa all'interdetto, da cui fu . 
colpita la Repubblica di Venezia ... » 180 

V. Disturbi cagionati in Padova per opera di 
chi si adoperava per l'esecuzione della bolla 

papale » 184 

VI. Il gesuita p. Gaiardo, padovano, denunziato 
alla Serenissima Signoria dal duca di Man- 
tova » 187 



INDICE 359 

Capo VII. Altre ordinazioni, che, sul proposito delle 
inquietudini cagionate da somiglianti motivi, 
furono trasmesse dal Senato ai Rettori ed al 

Podestà di Padova pag. 192 

Vili. Ordinamenti interni per le pubbliche solen- 
nità civiche » 197 

IX. Suir abolizione della civica festa all'Arena » 202 

X. Altre feste pubbliche e spettacoli di Padova » 206 

LIBRO XVIII. 

Edifìzj 'pubblici in Padova sotto la dominazione veneta. 

Capo I. Premure della civica amministrazione di Pa- 
dova per l'abbellimento della città . . pag. 213 
II. Edifizi profani in Padova a servizio pubblico » 214 

1. Ospitale civico » ivi 

2. Palazzo e Corte del Capitanio ... » 215 

3. Loggia del Consiglio » 216 

4. Università » ivi 

5. Orto botanico, o dei semplici ... » 217 

6. Mura della città » 218 

7. Porte della città » 219 

8. Palazzo della Municipalità ... » ivi 

9. Monte di Pietà » 220 

10. Arco Valaresso » ivi 

11. Biblioteca publica ....... » 221 

12. Teatro degli Obizzi, o Nuovissimo . » 222 

13. Osservatorio, o Specola » ivi 

14. Teatro Nuovo . » ivi 

15. Teatro a santa Lucia » ivi 

III. Dimora di fra Paolo Sarpi in Padova . » 223 



360 INDICE 

Capo IV. Edifìzi sacri eretti in Padova nel tempo della 

dominazione veneziana pag. 235 

1. Chiesa di san Francesco . . ♦ . » ivi 

2. Cupola di sant'Antonio » ivi 

3. Monumento sepolcrale di Erasmo da Narni, 
detto Gattamelata , » ivi 

4. San Giovanni di Verdara ...» » 236 

5. Santa Giustina é » ivi 

6. Santa Lucia e Rocco . , . . . » ivi 

7. La cattedrale » 237 

8. 11 Carmine ; . » 238 

9. San Gaetano » ivi 

10. San Canziano » ivi 

IL Seminario « . . » 239 

12. Torresino » ivi 

13. Santa Margherita » ivi 

V. Piazza delle statue, ossia il Prato della 

Valle » 240 



LIBRO XIX. 

Padova sotto la rivoluzione francese. 

Capo I. Stato della rivoluzione in Padova . . pag. 251 
IL Podestà e Capitani, che ressero Padova per 

tutto il tempo della dominazione veneziana » 254 

1. Podestà » 256 

2. Capitani . » 274 

III. Governo di Padova sottentrato a quello della 

Repubblica di Venezia » 291 



INDICE 361 

LIBRO XX. 

Padova sotto dominazioni straniere 
sino allo stabilimento dell'odierno governo italiano. 

Capo I. Successiva dominazione in Padova dell' Au- 
stria e della Francia pag. 293 

II. Casa di forza » 296 

III. Concentrazione delle parrocchie di Padova » 299 

IV. Il vescovo di Padova, Dondi dall'Orologio » 303 
V. Padova sotto la dominazione austriaca . » 315 

VI. Opere civiche in Padova sotto la domina- 
zione austriaca » 317 

VII. Accademia delle scienze, lettere ed arti . » 322 
Vili. Collegio armeno fondato in Padova . . » 323 
IX. Alla dominazione austriaca sottentra il go- 
verno nazionale italiano, anche nelle Pro- 
vincie di qua del Mincio, sotto la reggenza 
del re Vittorio Emanuele II ... . » 327 
X. Autentica relazione dell'operato del Munici- 
pio di Padova, in occasione della partenza 

degli Austriaci dalla città » 329 

XI. Altri saggi provvedimenti del Municipio di 

Padova per abolire memorie austriache . » 333 
XII. Ingresso e feste del Re in Padova . . » 334 

XIII. Sistemazione di Padova sotto il nuovo go- 
verno del re d' Italia » 336 

XIV. Esposizione complessiva delle vicende reli- 
giose di Padova, con la serie completa de' 

suoi vescovi » B37 

XV. Sunto compendioso di tutta l'Opera . . » 349 



INDICE GENERALE 

DELL' OPERA 



delle materie contenute nei due volumi di questa 



STORIA »X PABOYA 



XB. Il numero romano indica il volume; l'altro, la pagina. 



Abano, villaggio rinomatissimo per 
le sue acque termali, II, 19 — For- 
tificato dai Padovani, ne furono 
distrutte le fortificazioni da Cane 
della Scala nel 1320; poi passò sotto 
la giurisdizione criminale della fa- 
miglia Peraga; e finalmente diventò 
dei Veneziani, li, 19 — Patria di 
Arunzio Stella, console romano, 
preside ai pubblici spettacoli ordi- 
nati da Nerone, II, 249. 

Abano {d') Pietro, valentissimo in me- 
dicina, astrologia, ed altre scienze, 
1, 181 — È accusato da Pietro da 
Reggio, I, 488 — Gli è eretta sta- 
tua dai professori dell'Università, 
l'anno 1777, in Prato della Valle, 
II, 242. 

Abazia di san Pietro in Palazzo, do- 
nata dall'imperatore Carlo Magno 
al vescovo Turingario, I, 50. 

Accademia di scienze, lettere ed arti, 
II, 322 — Composta delle altre ac- 
cademie, sotto il nome de' Ricovrati. 
Ivi — Sua residenza, ivi e seg. — 
Sua amministrazione, II, 323. 

Adolfo Gustavo (Banner), valoroso 
generale svedese, onorato di sta- 



tua nel Prato della Valle, a spese di 
Gustavo III, re di Svezia, II, 248. 

Adriatico — Mare solcato dai Tro- 
jani e dagli Eneti per venire a 
predare Padova, I, 15. 

Astolfo nel 1031, LXVIII vescovo di 
Padova. 

Alano Enrico, vicepodestà di Padova, 
eletto di comune accordo dalla Si- 
gnoria di Venezia e dal Municipio 
di Padova, II, 9. 

Alarico, re dei Goti — Devasta la 
provincia padovana e ne costringe 
gli abitatori ad emigrare, I, 33. 

Alberico da Romano, fratello di Ec- 
celino, tiranno al pari di lui, I, 85 
e seg. — 148 e seg. — Sue cru- 
deltà, d' accordo con Eccelino, sui 
Trivigiani, I, 169 e seg. — Fa de- 
capitare i congiurati seguaci del- 
l' Enginolfi ecc. I, 171 — Sterminio 
della sua schiatta e di lui, I, 172 
e seg. — Supplizio de' suoi figli nel 
castello di san Zenone, 1, 176 e seg. 

Albero della libertà, piantato in Pa- 
dova, II, 254 — Di nuovo contro 
il governo della repubblica di Ve- 
nezia, II, 291. 

Alberto dalla Scala, unisce le sue 
truppe a quelle di Marsilio e di 



366 



INDICE 



Ubertino da Carrara, reputandoli 
amici, I, 240. — Attenta alla vita 
dei due Carraresi, I, 241 e seg. — È 
trattenuto prigioniero nel suo pa- 
lazzo in Padova, con tutti gli al- 
tri uffiziali veronesi, ivi. — È con- 
dotto a Venezia per ordine del Se« 
nato, 1, 248. — Per insulto, l'eser- 
cito della lega tiene un pallio di- 
nanzi alle porte di Verona, ivi. 

Alberto da Maone, podestà di Pa- 
dova, I, 493. 

Alberto, marchese d'Este, perde i 
castelli di Lendinara e di Badia, 
toltigli da Francesco II Novello da 
Carrara, I, 379, 

Agilolfo, re dei Longobardi. — As- 
sedia e distrugge Padova, 1, 37 e seg. 

Aldrighetli, famiglia aggregata nel 
1420 alla nobiltà padovana, I, 510. 

Alessandro Vili, papa; ved. Ottobon. 

Alvarotti, Aicardino ed Alvarotto, 
fratelli benemeriti degli studi le- 
gali, I, 479; famiglia cospicua di 
Padova, I, 510. 

Andolfi, famiglia proveniente da Pa- 
via, aggregata dai Carraresi alla 
nobiltà padovana, I, 511, 

Anguillara , piccola terra , in riva 
all' Adige : una delle sei vicarie 
piantate dai Veneziani, II, 18. 

Ansedisio Guido tto, tiranno agli or- 
dini di Eccelino, T, 144 e seg. — 
Guerra mossagli dalle truppe con- 
federate, I, 159 e seg. — È asse- 
diato in Padova, I, 161 e seg. — 
È costretto a cedere vergognosa- 
mente, I, 162. — 

Anselmini, antica derivazione della 
famiglia àe'Capodi lista, 1, 512. 

Antenore. Fondatore di Padova, I, 
15. — - Nobilissimo tra i Trojani, 
ivi. — Scacciò gli Euganei, ivi. — 
Istituisce de' giuochi, I, 16. — Suo 
sepolcro, creduto, ivi. — Vi si rac- 
chiude invece il cadavero di un 
soldato ungherese, ivi. — Iscrizio- 
ne scolpitavi, ivi. — Dove era la 
chiesa di san Lorenzo, ivi. — Opi- 
nione di chi lo reputa invece fon- 
datore di un' altra città nominata 
Patavium, I, 17. — Gli è eretta ono- 
rifica statua nel Prato della Valle a 
cura del podestà Andrea Memmo, 

n, 241. 



Antifonario, miniato dal Mantegna, 
regalato al papa Pio VII dalle mo- 
nache benedettine di Padova, II, 295. 

Antonio (san?) è mandato a Verona 
per pacificare i dissidenti, ma inu- 
tilmente, I, 122 e seg. — Se ne co- 
mincia la fabbrica della Basilica, 
I, 181. — Incendio, ivi. — • Abbel- 
limento della stessa, lì, 174. — 
Statuti Civici relativi, ivi 174 e 
seg. — Grandiosa cupola, li, 235. 

Apollo. Sulle rovine del tempio di lui 
si crede eretta od ampliata in Pado- 
va la chiesa di santa Sofia, I, 40. 

Arena, presso gli Eremitani, I, 21. 

— Comperata da Enrico Scrovegni 
nel 1300, vendutagli da Manfredo 
Dalesmanini, un. — Festa statutaria 
che ivi si celebrava, II, 200 e seg. 

— È abolita, II, 202 e seg. — Voto 
delle autorità civili e politiche di 
Padova circa l'oratorio dell'Arena, 
di proprietà privata, II, 303 e seg. 

Arena (d') Jacopo, parmegiano, pro- 
fessore di legge, I, 482. 

Ariosto Lodovico ebbe statua nel Pra- 
to della Valle, II, 245. 

Armeni — Loro collegi in Padova ed 
in Venezia, II, 324 e seg. 

Arquà , villaggio divenuto celebre 
per la dimora del Petrarca, ove 
anche morì, II, 18. 

Arunzio, od Aronzio, Stella, preside 
della sorveglianza ai pubblici spet- 
tacoli ordinati da Nerone, II, 243. 

— Gli eressero statua nel Prato 
della Valle gli abitanti di Monta- 
gnana, ivi. 

Arrigo IV, imperatore, concede fa- 
vori alla città di Padova, 1, 65. — 
Conferma ai Padovani, ad istanza 
di sua moglie Berta, la libertà di 
governo, a forma di repubblica, 
I, 66. 

Arrigo VII imperatore, vorrebbe im- 
padronirsi di Padova, I, 197 e seg. 

Arsendi Rainieri da Forlì, chiamato 
ad insegnare la legge nell'Univer- 
sità da Ubertino da Carrara, I, 483. 
— Arsend/no, suo figlio, gli fu col- 
lega nell'insegnamento legale, ivi. 

Artuso, conte padovano mandato da 
Francesco II Novello a suo padroì 
Francesco I por fargli noto il pro- 
getto di uccidere Galeazzo Visconti ; 



ALFABETICO 



367 



n'è scoperto e palesato al Visconti, 

I, 375. 

Asolo, castello del trevigiano, vor- 
rebbe darsi a Francesco I da Car- 
rara, ma n' è impedito dal podestà 
veneziano Francesco Doliìn, 1, 345. 

Attila re degli Unni. — Soprannomi- 
nato flagèllo di Dio, 1, 33. 

Angusto imperatore. — Viene più 
volte a Padova, I, 26. 

Aw-vf/wisoltentrano alla repubblica 
di Venezia nel governo di Padova, 

II, 291. — Pel trattato di Campo- 
formio, ivi. — Agli austriaci, nel 
1805, sottentrano i Francesi, II, 293. 

— Ritornano nel 1813 dominatori 
di Padova, II, 315. — Vi stabili- 
scono uno stabile governo, 11,316. 

— Opere civiche in Padova sotto 
la loro dominazione, 11,317 eseg. 

Avogaro Alberico, bergamasco, pro- 
fessore di legge, I, 484. 

Azzo marchese d' Este, 1, 87. — Eletto 
podestà dai Guelfi di Verona, I, 88. 

— Azzo VII d' Este, capo dei Ghi- 
bellini di Ferrara, costringe i Guelfi 
ad uscire di città, I, 113. — Tradi- 
tore della patria, I, 140. 

Azzo II, marchese d'Este, figlio di 
Alberto Azzo I, pose in alto lustro 
pel suo valore la Casa d' Este, II, 
242. — Gli è eretta statua in Prato 
della Valle, ivi. 



Badia, Castello del Polesine, I, 379. 
— Occupato da Francesco II No- 
vella da Carrara, tolto ad Alberto 
d' Este, marchese di Ferrara, ivi. 

Bajamonte Tiepolo, e suoi aderenti in 
Verona, I, 218. 

Baldo da Perugia, legale valentissi- 
mo, nell'Università di Padova, I, 
485 — Curioso aneddoto, ivi. 

Bagilardi dal Fiume, — Vedi Fiume ; 
famiglia padovana, I, 516. 

Bandiera tricolore sostituita in Padova 
agli stemmi di san Marco, II, 291. 

Banner Gustavo Alamo, svedese, gran- 
de scudiere del re di Svezia, sin- 
daco e protettore dell' Università, 
fu onorato di statua ne! Prato della 
Valle, a spese del suo re Federico 
Adolfo, II, 248. 



Barbarigo beato Gregorio, cardinale. 
già vescovo di Bergamo. Nel 1664, 
CXIX vescovo di Padova: luminoso 
modello de' sacri pastori del suo 
tempo, II, 348. 

Barbo, nobile veneto, vescovo di 
Padova, fu Paolo II papa, ed ebbe 
statua nel Prato della Valle, lì, 244. 

Bar aldo, famiglia padovana oriunda 
da Pavia, I, 511. — È detto anche 
Andolfi, ivi. 

Barisoni da Vigonza, nobile famiglia 
padovana, I, 510. 

Barozzi Pietro X, nel 1487, trasferito 
dal vescovato di Belluno, CX ve- 
scovo di Padova, II, 345. — Si oc- 
cupa del ritrovamento del corpo 
di santa Giustina, ivi. 

Barozzi Jacopo tiene secrete pratiche 
a danno della repubblica di Vene- 
zia, con Giacomino Quirini, rim- 
piattato in Verona, I, 218. — È 
impiccato, ivi, 

Barriera Elisabetta, denominazione 
sostituita digli austriaci alla Porta 
di Codalunga, II, 333. — N' è re- 
stituita la primitiva, in occasione 
dell'arrivo dell'armata italiana, ivi, 

Basilica di sant'Antonio. — Ved. Santo 
Antonio. — Descrizione intera di 
essa, li, 176 e seg, 

Bussano, castello, consegnalo dai Ve- 
neziani ad Ubertino da Carrara, 
signore di Padova, per la libera- 
zione di Alberto dalla Scala, T, 233. 

— Ivi sono accampati gli Unghe- 
resi contro i Veneziani, 240. 

Bebbe , o Torre delle Bebbe, motivo 
di contrasti coi Veneziani, 1, 69 e seg. 

— Occupata dagli Ungheresi, I, 340. 
Belcario, insigne politico padovano, 

fondatore dello studio di Trevigi, 
I, 479. 

Bellino (san) Bertoldo, nel 1128, ve- 
scovo di Padova.— Arciprete del 
vescovo Sinibaldo, I, 68 — Esule in 
Este, ivi e li, 343. 

Belluno unita alla diocesi di Feltre 
dopo l' uccisione del suo vescovo 
Gerardo de' Jacoli, I, 105. 

Berengario imperatore dona al ve- 

scovovo di Padova la valle Solana 

del canale di Brenta, e la Corte di 

Sacco, I, 51, 

! Bernardo Platon, nel 1287, vescovo 



36S 



INDICE 



di Padova: trucidato dal popolo, 
li. 344. 

Berta regina, moglie di Arrigo IV, im- 
peratore, I, 66. — A lei è attribuito 
il detto, passato in proverbio : No?i è 
più il tempo che Berta filava, 1, 519. 

Bertoldo, patriarca di Aquileja, si fa 
cittadino di Padova, per avere as- 
sistenza contro i Turchi, I, 106 — 
Fa costruire in Padova un ampio 
palazzo, ivi. — È difeso dai Pado- 
vani contro i Trivigiani, ivi. 

Biancardo Ugonotto, generale delle 
truppe del Visconti, tenta di toglie- 
re al Carrarese la città di Padova; 
ma vi rimase sconfitto, I, 379. 

Bianca de' Rossi, valorosa difenditrice 
di Bassano, I, 165. — Cade in po- 
tere di Eccelino, ivi. — Crudeltà 
di costui contro di essa, I, 166, — 
Eroismo di lei, ivi. 

Biblioteca pubblica, per 1' Università, 
nel cortile del Capitaniato, 11,221. 

— Pregevole per li dipinti, ivi. 
Biso Polenta, signore di Ravenna, e- 

letto dal Maggior Consiglio capi- 
tano di Padova, nel 1411, dopo che 
vi erano stati eletti altri sei, che se 
ne rifiutarono, II, 275. 
Bonafmi Graziadio , canonico assi- 
stente al vescovo Barozzi nel 1502, 
per l'investigazione delle sacre 
spoglie di santa Giustina, II, 345. 

— indagini relative, con Eusebio 
abate di quel monastero, e con 
l'abate di santa Eufemia, ivi. 

lìongiacomo da san Vito, professore 
in legge, invitato a Padova da 
Francesco T Carrarese, I, 270. 

Bonifario Baldo da Piombino, fonda 
tore dell'Ospitale di Padova, II, 214. 

Bordoni Benedetto, rinomato pittore 
ed artista padovano, II, 57. 

Bozo da Nono in guerra contro i Car- 
turi, I, 513. — Una figliuola di 
Bozo sposò Cino da Carturo, ivi. 

Bragazzi, famiglia aggregata alla 
nobiltà padovana, detta in origine 
di Camposampiero, I, 512. 

Bravi, famiglia, che sosteneva in Pa- 
dova 1' ufficio di campioni dei liti- 
ganti, 1, 511. 

Bravi e (lampioni, modo di decidere 
le liti in Padova, I, 76. 

Brazzoli, detti anche de Vitriariis, 



famiglia del tempo degli Eccelini, 
I, 511. 

Brenta fiume, dato a titolo del Di- 
partimento, di cui Padova era sta- 
ta dichiarata capitale, II, 294. 

Briosco Andrea, detto anche Crispo 
o Riccio, padovano, fonditore di 
bronzi, II, 57 e seg. — Onorato di 
statua nel Prato della Valle, li, 250. 

Brocardo vescovo di Padova, a cui 
ed al Comune fu concesso il privi- 
legio di batter moneta, I, 61. — - 
Fu vescovo nel 1034,11,341. 

Bruno da Longoburgo, celebre chi- 
rurgo calabrese, 1, 488. 

Buzzacarini, famiglia antichissima, 
unita in parentela coi principi 
Carraresi, esistente prima ancora 
degli Eccelini, I, 511. 

Buzzacarino Lodovico, nobile pado- 
vano, generale delle truppe venete 
nell'espugnazione di Sebenico: ebbe 
anch' egli statua nel Prato della 
Valle, II, 247. 

C 

Caffè Pedrocchi: sua descrizione, II, 
318 e seg. 

Cajo Cornelio — Auguro e sacerdote 
padovano celebratissimo, I, 25. 

Calcinar a, terra acquistata da Gual- 
pertino Mussato, per costruirvi sa- 
line, I, 244. — Ne fa permuta col 
comune di Padova per alquante 
decime nel villaggio di Cona, ivi. 

Calza, famiglia ricchissima oriunda 
da Treviso, I, 511, 

Calza Pietro, trivigiano, professore 
di Università, I, 480. — Suo con- 
tratto col Comune di Modena, ivi, 
in annoi. 

Camerlengo: carica istituita sotto i 
Veneziani in Padova; sue attribu- 
zioni, II, 11. . 

Camiti (da), famiglia potente, in di- 
scordia coi Cenedesi, 1, 105. — Gravi 
discordie perciò coi Trevigiani, ivi. 

Campagnola; villici da Campagnola, 
divenuti ricchi e potenti sotto i 
principi Carraresi, I, 512. 

Campagnola, padre e figlio, illustri 
pittori padovani, II, 56 e seg. 

Campanati Aldovr 'andino, capo e giu- 
dice degli Anziani, si sottrae dalla 



ALFABETICO 



369 



signoria di Mastino e di Albertino 
dalla Scala, I, 471). 

Campioni e Bravi; modo di decidere 
le liti in Padova, I, 70. 

Camposampiero (signori di) in di- 
scordia col vescovo di Padova, coi 
Montecehi ed altri ghibellini, 1,419. 

— In armonia con Eceelino, II ivi. 

— Vi si accampano gli Ungheresi 
ad assistenza di Francesco I da 
Carrara contro i Veneziani, 1, 310. 

— Origine della loro schiatta, 1 , 512. 

— Dalla famiglia, che ne possedeva 
il castello omonimo, e che figurò 
molto nella Storia di Padova, ne 
derivò il nome, li, 16. — Fu una 
delle otto podestarie piantate dai 
Veneziani, ivi. 

Cane della Scala ottiene a tradimento 
il castello di Monselice, I, 208. 

Can grande della Scala in guerra coi 
Padovani, I, 200 e scg. — I Vene- 
ziani s' intromettono per la pace, 
I, 201 e seg. — Nuove discordie 
coi Padovani, I, 207 e seg. — Sue 
vertenze coi Padovani favorito dal 
conte Enrico di Gorizia, da parte 
dell'Austria, I, 211. — S'impadro- 
nisce a prezzo d' oro del castello 
di Monselice, T. 212. — Progetta la 
conquista di Padova, I, 214. — Ne 
domanda il domi aio a Lodovico il 
bavaro, l , 214. — L'ottiene da 
Marsilio da Carrara, ivi — Crea 
trentotto cavalieri, I, 217. — Do- 
manda alla repubblica di Venezia 
di venire aggregato alla sua no- 
biltà, ], 218 e seg. — Manda a Ve- 
nezia il congiurato Giacomo Quiri- 
ni, ivi. — Perdona a' suoi avversarj, 
1, 219. — Si accinge alla conquista di 
Trevigi, 1, 220 e seg. — Muore dopo 
il suo ingresso in Trevigi, I, 221. 

Canossa Rolando mandato podestà a Vi- 
cenza da Marsilio da Carrara, I, 496. 

Canziano (san), chiesa adorna di pre- 
giati dipinti, li, 238. 

Capitaniato, abitazione pel Capitanio 
della repubblica, li, 215. 

Capitano — Carica militare in nome 
della Repubblica di Venezia, II, 11. 

— Sue attribuzioni, ivi. 
Capodilista, anticamente Transalgra- 

di, Piccacapra, Forzate, Montemerli, 
Anselmini, I, 512. 

Cappelletti. Storia di Padova. 



Capodilista Federico, cav. e dottore, 
mandalo a Vicenza podestà per lo 
comune di Padova, I, 490. 

Capo di Vacca, famiglia milanese, 
detta anticamente Capodondra, Ca- 
ponegro, Paradisi, I, 512. — Vario 
diramazioni della famiglia dei Capo 
di Vacca, I, 512. 

Capo di Vacca Bartolomeo, profes- 
sore di leggi sotto Francesco I da 
Carrara, 1, 267, e seg. — Uno de- 
gli Anziani, a cui il Carrarese Fran- 
cesco li consegnò la città finche 
fossero decise le vertenze col Vi- 
sconti Signore di Milano, I, 480. 

Capodivacca Nicolo — Sua grave ini- 
micizia con Gualpertino Mussatto, 
I, 243 e seg. 

Capodondra, famiglia milanese dei 
Capo di Vacca, ì, 5 12. 

Caponegro, antica derivazione della 
famiglia de' Capodivacca, I, 512. 

Carceri pretoriali, criminali e di po- 
lizia, 11. 299. 

Carenzoni Bernardo Maria, vescovo 
di Feltre, morto nel tempo del 
conciliabolo di Parigi. II, 304. — 
Encomiato con Orazione funebre 
dal vescovo di Padova, Dondi dal- 
l'Orologio, ivi. — L'Orazione fune- 
bre testualmente recitata, ivi, pag. 
304 e seg. alla pag. 313. 

Carlo della Pace, nipote del re d'Un- 
gheria, tratta di pace con gli am- 
basciatori Veneziani, a favore della 
città di Treviso, I, 342. 

Carmine, chiesa grandiosa, II, 238. 

Carrara (da) Francesco rimasto solo 
nella signoria di Padova, intra- 
prende opere grandiose in prospe- 
ramento della sua città, 1. 266, e 
scg. — Valenti professori di legge 
e di medecina, che fiorirono sotto 
il governo di lui, I, 267 e scg. — 
Assiste Lodovico re d' Ungheria a 
danno dei Veneziani, I, 279. — 
Entra in discordia coi Veneziani, ivi. 
— Si rappacifica con questi. Testo 
originale dei varii trattati di ricon- 
ciliazione, I, 283 e seg. — Viola- 
zione del trattato per parte di Fran- 
cesco, I, 294. — Sdegno dei Vene- 
ziani per ciò, I, 293. — Nuovi 
trattati, ivi e seg. — Tenta di am- 
pliare i suoi confini a danno dei 

24 



370 



INDICE 



Veneziani, I. 300 e seg. — La 
rompo di nuovo coi Veneziani per 
darsi all'Austria ed al re di Un- 
gheria, I, 301 e seg. — Ordisce tra- 
ma contro alcuni nobili veneziani 
I, 302 e seg. — Invoca di nuovo 
l'assistenza del re d' Ungheria, I, 
307 e seg. — Guerra tra lui e la 
repubblica di Venezia, I, 308 e seg. 

— Perdite di lui, ivi. — Fortifica 
la linea da Monselice a Padova, I, 
310 e seg. — Suoi trattati secreti 
contro i Veneziani, I, 312. — Ri- 
spinge le trattative di pace, pro- 
poste dai Veneziani, I, 314. — Gli 
è insidiata la vita da suo fratello 
Marsilio, I, 315 e seg — Francesco I 
è costretto a maneggiare la pace 
coi Veneziani, I, 3 19. — Trattato 
di questa pace, ivi, pag. 320 e seg. 

— Sua novella infedeltà contro la 
repubblica, 1, 322 e seg. — Conti- 
nua la guerra sul trivigiano e sul 
cenedese, ivi 327. — Moltiplica le 
ostilità nel territorio trivigiano, I, 
339 e seg. — Tiene bloccata Chiog- 
gia, 1, 310. — Aiuta i Genovesi nelle 
mosse a danno di Venezia, ivi. — 

— Cerca l'amicizia di Carlo della 
pace nipote del re d' Ungheria , 
contro i Veneziani, per toglier loro 
la città di Trevigi, I, 3 il. — Sue 
nuove imprese nel territorio trivi- 
giano, ivi, 143. — È aiutato da Ge- 
rardo da Camin, I, 344. — Progetti 
di pace per la cessione di Treviso, 
I, 346 e seg. — Compera da Leo- 
poldo, duca d'Austria, la città di 
Trevigi, I, 353 e seg. — Ne prende 
solennemente il possesso, 1, 355. — 
Entra in lotta coi signori del Friuli 
ivi. — Gli fanno guerra i Veneziani, 
ivi. — Suoi vantaggi in questa 
guerra, 1, 358 e seg. —Manda re- 
gali all'avogador veneziano Pietro 
Giustiniani, il quale n' è scoperto 
e processato, 1, 359. — Piinunzia 
la sovranità di Padova al suo fi- 
gliuolo Francesco II Novello, 1, 366. 

— Ed egli rimane padrone di Tre- 
viso soltanto, ivi. — Ne rimane 
spogliato dalle armi di Galeazzo 
Visconti, ivi. — Sua dura condi- 
zione in Trevigi, I, 368 — Si man- 
tiene in possesso del castello, ed è 



insidiosamante esortato a cederlo 
al Visconti, 1, 369 e seg. — Sue 
domande per aderirvi, I, 369. — 
Acconsente, I, 370. — É condotto 
a Cremona, I, 374 — Muore pri- 
gioniero nel castello di Monza, I, 
390. — Suoi funerali, ivi. — È detto 
anche il Magnifico, ivi. 

Carraresi, o da Carrara, primordii 
della loro dominazione in Padova, 
1, 196. — Veci, per la serie sotto 
il vocabolo Carrara (da), susseguito 
dal rispettivo nome. — Ottengono 
la Signoria di Padova, 1, 245. — 
Vantaggi delle scienze e delle let- 
tere sotto la loro dominazione, ivi 
ed in più luoghi nominatamente. — 
Vicende parziali di ciascuno di lo- 
ro. Vedi sotto il proprio nome. — 
Processo e morte di Francesco II 
Novello, e de' suoi due figli, Fran- 
cesco IH ed Jacopo nelle carceri 
di Venezia, 1, 448 e seg. — Con- 
futazione delle favole e delle ine- 
sattezze introdotte su questi fatti 
da scrittori non veneziani, I, 452 
e seg. r— Atti del Consiglio dei 
dieci, relativi ai processi dei Car- 
raresi e di quanti ebbero con essi 
attinenze sospette, I, 455 e seg. — 
Totale sterminio della loro schiatta 
I, 461 e seg. — Schiatta dei Carra- 
resi, 1, 466 e seg. — Loro impegno 
per lo prosperamento delle arti, 
delle lettere e delle scienze in Pado- 
va e nel suo territorio, I, 477 e seg. 

Carrara (da) Francesco II Novello, 
figlio di Francesco I ottiene dal 
padre la signoria di Padova, I, 366. 
N' è spogliato da Galeazzo Visconti 
che lo conduce a Verona, 1,368. — 
È indotto a persuadere il padre di 
cedere Treviso al Visconti, e darsi 
a questo, ivi. — Toglie al Visconti il 
Padova, I, 374. — Progetta di am- 
mazzare il Visconti, 1,375.— Chie- 
de licenza di andare in Asti finché 
si restaurasse il castello di Corti- 
sone, concessogli in feudo dal Vi- 
sconti, ivi. — Esortato dai Fioren- 
tini ed aiutato dai Veneziani a ri- 
cuperare Padova, 1, 376. — Fugge 
da Asti e si dirige a Firenze, I, 377. 
— Sconfigge Ugonotto Biancardo co- 
mandante delle truppe del Visconti, 



ALFABETICO 



371 



I, 379. — Mutfve contro Alberto di 
Este, marchese di Ferrara; occupa 
Badia e Lendinara ed assedia Ro- 
vigo, ivi. — I suoi due tìgli Fran- 
cesco III ed Jacopo sono fatti pri- 
gionieri, I, 392 e seg. — Ricupera 
il figlio Jacopo, I, 396. — Muove 
guerra alle città di Verona e di 
Vicenza, I, 399 e seg. — Perde Vi- 
cenza, I, 403. — Intima guerra olla 
repubblica di Venezia, I, 405 e seg. 

— Si offre ai Genovesi contro i Ve- 
neziani, 1, 405. — Sue discussioni 
nel Consilio generale, I, 406 e seg. 
Fatti di questa guerra, I, 409 e seg. 
Perde Verona, 1, 411 e seg. — Di- 
sperato assalto al campo dei Ve- 
neziani, 1, 415 e seg. — E condotto 
a Venezia con Francesco III suo 
figlio, 1, 423 e seg.— Suo processo 
e sua morte coi figli, I, 448 e seg. 

— Minute circostanze di questo 
fatto, 1, 449 e seg. 

Carrara (da) Francesco III, figlio di 
Francesco II Novello, si unisce al 
padre nella difesa di Padova, I, 405 
e se g, — È condotto a Venezia, I, 
423 e seg. — Suo processo e morte 
col fratello e col padre, I, 448 e seg. 

Carrara (da) Jacopo succede a Mar- 
silietto. — Ved. Jacopo da Carrara. 

Carrara (da) Jacopo in discordia con 
Cane grande dalla Scala, I, 207 e 
seg. — È proclamato signore di 
Padova, I, 209. — Muore nel 4324 
e lascia erede del principato il pro- 
prio nipote Marsilio, I, 212. 

Carrara (da) Marsilio, sostituito nel 
principato di Padova a suo zio Ja- 
copo daCarrara, 1, 212. — Consegna 
la città di Padova a Cane grande 
dalla Scala, I, 215 e seg. — È ag- 
gregato alla nobiltà di Venezia, I, 
219. — Assiste alla morte di Cane 
grande dalla Scala, I, 222. — Fa 
riconoscere i figli di questo per 
signori di Padova, ivi. — Prospe- 
ramento delle scienze e delle let- 
tere in Padova sotto Marsilio da 
Carrara, I, 245 e seg. — Sua pro- 
vida condotta sino dai primi giorni 
della sua reggenza, 1,2 il. — Ricu- 
pera il castello di Monselice, ivi. — 
Fa tradurre a Venezia Alberto dalla 
Scala, eh' era suo prigioniero in 



Padova, I, 248. — Cinge di mura 
la città di Padova, l, 230. 
Carrara (da) Ubertino, scacciato da 
Padova, I, 214. — Succede a suo 
cugino Marsilio nella sovranità di 
Padova, I, 219. — Continua le mura 
di Padova incominciate da Marsilio 
I, 250. — Mette l'assedio a Monse- 
lice, e costringe Pietro dal Verme, 
fedelissimo allo Scaligero, a capi- 
tolare, I, 250. — Assedia la rocca 
di Verona e la costringe ad arren- 
dersi, ivi. — Ottiene con le armi 
Montecchio maggiore, che obbediva 
allo Scaligero, I, 250. — Riceve 
in consegna dai Veneziani i castelli 
di Bassano e di Castelbaldo, I, 253. 
Sagge sue provvidenze nel governo 
di Padova, I, 255 e seg. — Sue 
premure per lo prosperamento del- 
l' Università, ivi. — Si pacifica con 
Mastino dalla Scala, I. 256. — Se 
ne ingelosiscono i Trivigiani, ivi. 

— È iì primo ad introdurre nel suo 
Stato pubblici edifizi per la fab- 
brica della carta e per follare i 
panni di lana, ivi. — Muore, I, 257. 

— Istituisce suo erede Marsilio Pa- 
pafava da Carrara, ivi. — Sua pit- 
tura presso gli storici, I, 258. 

Carrara (da) Jacopino e Francesco, 
signori di Padova, I, 261. — Dis- 
sensioni domestiche tra loro, I, 262 
e seg. — Francesco è fatto capitano 
dell' esercito confederato contro il 
Visconti, I, 264. — Reca danni gra- 
vissimi ai Bolognesi, ivi. — S'in- 
sidiano scambievolmente la vita, 
I, 265. — A Francesco è minac- 
ciata la vita di veleno per opera 
di Jacopino; ma, scopertane la 
cangiura, fu messo Jacopino in una 
gabbia di ferro, e Francesco ri- 
mane solo nel dominio, I, 265. 

Carrara (da) Nicolò insidia alla vita 
di suo nipote Marsilio, 1, 212 e seg. 

Carrara (da) Taddea si unisce in ma- 
trimonio secreto con Mastino dalla 
Scala, I, 216 e seg. 

Carluri, in guerra con Bozzo da Nono 
I, 513. 

Carluro, famiglia padovana, oriunda 
da Vicenza, I, 513. 

Carturo (da) Guglielmo, nobile pado- 
vano, che militò a difesa di Padova 



372 



INDICE 



contro Eccelino da Romano, I, 513. 

— Dall' imperatore Federigo gli è 
tolto il castello di Carnero, I, 513. 

Casa degli Esposti, II, 321. — La pri- 
ma fu eretta io Padova e non in 
Roma, ivi. — La contrada si no- 
mina tuttora Cà di Dio vecchia, ivi. 

— Casa degli Esposti di Santo Spi- 
rito in Sassia, è detta erroneamente 
la prima stabilita in Italia, ivi. 

Casa degli Invalidi; sua fondazione, 
suoi regolamenti, li, 317 e seg. 

Casa di Dio • ospitale per gli espo- 
sti, piantato in Padova prima del 
secolo decimo, li, 321. — Eretto 
di nuovo nel secolo decimolerzo, ivi. 

— Trasferito nel monastero di san 
Giovanni di Yerdara, ivi. — Siste- 
mazione e regolamento di esso, ivi 
e seg. — Oggidì agli Ognissanti, 
II, 322. 

Casa di forza, destinata per i con- 
dannati delle provincie venete, II, 
296. — Piantata nel castello di Ec- 
celino, ivi. — Sua torre, destinata 
dai Veneziani ad Osservatorio del- 
l'Università, ivi. — Regolamenti di- 
sciplinari, li, 297. 

Casa di Ricovero e d' Industria, eretta 
in Padova a merito del Comune, 
II, 320. 

Casale Zilio, od Egidio, valoroso giu- 
reconsulto ai giorni di Francesco I 
da Carrara, I, 272. 

Cassoli Filippo, dall' Università di 
Pieggio sua patria, viene a questa 
di Padova; invitatovi dal Visconti, 
I, 483. — Sua vertenza sulle ultime 
volontà, I, 484. 

Castelbaldo, castello consegnato ad 
Ubertino da Carrara signore di Pa- 
dova, per la liberazione di Alberto 
dalla Scala, I, 253. — Fortezza fab- 
bricata dai Padovani a difesa contro 
le scorrerie dei Veronesi, IL 17. — 
Una delle otto podesterie istituite 
dalla Repubblica di Venezia, II, 17. 

Castel d'amore; festa in Treviso, a cui 
intervengono Padovani e Veneziani, 
I, 89. — Guerra per questo fatto, 1, 
91. — Pace tra Venezia e Padova, 
I, 93. — Trattato autentico della 
pace seguita, I, 94 e seg. 

Castelfranco si dà spontaneamente a 
Francesco I da Carrara, 1, 345. 



Castellano: carica sotto la domina- 
zione veneziana: sue incombenze 
li, 11. 

Cavalli Marino, patrizio veneto del 
secolo XVI, ebbe onorevole statua 
nel Prato della Valle, li, 250. 

Cavitelli Egidio o Ziliolo, cremonese, 
valentissimo giureconsulto, giudice 
di gravissime controversie, I, 485. 

Cecilia d'Abano è maritata ad Ecce- 
lino li, detto il Monaco, I, 81. 

Chioggia — Guerra dei Genovesi aiu- 
tati da Francesco I da Carrara, I, 
340 e seg. — Vi sono inalberatele 
bandiere dei Carraresi, dei Geno- 
vesi e del re di Ungheria, dopo 
calpestata quella di san Marco, ivi. 

Cimbri — Assalgono il territorio pa- 
dovano e vi sono scacciati, I, 19. 

Chiocchi (da) Vero, cittadino di Fer- 
mo, podestà di Padova per li Car- 
raresi, I, 497. 

Cittadella, castello eretto dai Pado- 
vani, 1, 128. — Si dà ai Carraresi, 
I, 242. — Jacopo da Carrara vi 
accoglie Lodovico re di Ungheria, 
I, 260. — È occupato dagli Unghe- 
resi, I, 340 — Ved. Cittadella gros- 
sa terra ecc. 

Cittadella, grossa terra murata : una 
delle otto podestarie instituite dalla 
Repubblica di Venezia; sue vicende 
particolari nei secoli addietro, II, 
15. — Posseduta da Pandolfo Mala- 
testa, ivi. — A lui tolta allorché si 
diede al partito della lega formata 
contro Venezia dal papa, dal re di 
Francia, dall' imperatore Massimi- 
liano, ivi. 

Cittadella Pietro, eretico di Cittadella, 
li, 15. — Processato, II, 16. 

Cittadella, origine umile della fami- 
glia di questo nome, I, 513. — 
Notizie di essa, ivi. 

Chiesa cattedrale, rifabbricata nel 
1532, dopo crollata per terremoto 
due volte, II, 237. 

Cleonino re di Sparta, approda ai lidi 
marittimi del territorio padovano, 
I, 18. 

Claudiano, poeta, che in cento versi 
cantò le maraviglie delle acque 
termali di Abano, I, 31. 

Codalunga, porta di Padova, celebre 
per la sconfitta dell' imperatore 



ALFABETICO 



373 



Massimiliano. II, 66 e seg. — Tra- 
mutatane la denominazione in Bar- 

riera Elisabetta, por ordino del go- 
verno austriaco, II, 333. — Colonna 
commomorativa ivi oretta per la 
sconfitta di Massimiliano, ivi. 

Codiee dei Reggimenti della Repub- 
blica di Venezia, nel quale^ veni- 
vano registrati i podestà e i capi- 
tani di tutte le città e provincie 
dello stato, II, 255. 

Coliseo — Detto anche Zairo in Prato 
della Valle, I. 22. 

Collalto, famiglia derivata dal castello 
omonimo, I, 514. 

Collegi, por mantenere giovani stu- 
denti all'Università, II, 117 e seg. 

— Regolamenti relativi, ivi. 
Collegio Tencarari, II, 119. 

ltem Boateri, II, 120. 
Ifem D'Arquà, II, 121 
ltem Cesi, ivi. 
Itene Carfano, ivi. 
ltem PUeo di Praia, ivi. 
ltem Per cittadini di Osimo, ivi. 
ltem Da Rio, ivi 122. 
Collegio di san Marco, II, 122 e seg. 

— Decreti ed informazioni relative, 
ivi 123 e seg. sino alla pag. 153. 

Collegio veneto artista, II, i^O e seg. 

Collegio veneto leggista, e relativi de- 
creti, II, 161 e seg. 

Collegio greco di Roma e di Padova, 
II, 164 e seg. — Consultazioni del 
p. Paolo Sarpi, lì, 166, e seg. 

Collegio armeno di Samuele Moorat, 
II, 323. 

Collegio armeno, li, 323. — Fondato 
dall' indiano-armeno Samuele Moo- 
rat, II, 32 i. — Governato dai mo- 
naci armeni mechitariti di san Laz- 
zaro di Venezia, ivi. — Vicende, If, 
325. — È trasferito a Parigi, II, 326. 

Colonna commemorativa la sconfìtta 
dell' imperatore Massimiliano nel 
4509: piantata in Padova, fuori 
della Porta Codalunga, tolta dagli 
Austriaci nel 1859 : rimessa dal Mu- 
nicipio Padovano, II, 333. 

Comitati di emigrazione e d'insurre- 
zione, piantati da per tutte le Pro- 
vincie venete, II, 327. 

Concentrazione delle parrocchie di Pa- 
dova, II, 299 e seg. 

Conciliabolo di Parigi convocato dallo 



imperatore Napoleone I, nel 1811, 
11, 303. -- È sciolto, II, 315. 

Confederazione proposta per formare 
dolio varie municipalità della ter- 
raferma veneta nel 1797 il nuovo 
governo democratico, II, 291. 

Congiura scoperta in Padova, a pro- 
tezione dei Carraresi, II, 34 e seg. 

Conselve, una delle sci vicarie isti- 
tuite dalla repubblica di Venezia, 
II, 18. — Sua etimologia, ivi. 

Couselvc (da) Francesco, professore 
di legge, rettore degli scolari ol- 
tramontani, I, 480. 

Consiglio maggiora, stabilito in Pa- 
dova dalla repubblica di Venezia, 
per rappresentare il governo civile 
della città, II, 11. — Sue ordina- 
zioni per la reggenza di quella, 
II, 19 e seg. — Particolari delibe- 
razioni di esso nel 1420, le quali 
trattano di tutte le materie legali 
occorrenti, II, 21 e seg. — Il Se- 
nato di Venezia ne approva le ri- 
forme, II, 27. — Testo originale 
del Diploma ducale, II, 28 e seg. 

Contese della repubblica con la corte 
di Roma, per l'elezione del vescovo 
di Padova, II, 31 e seg. — Accomo- 
damento di questo contrasto, II, 32. 

Conti, detti anche Maltraversi da Loz- 
zo e da Castelnuovo, I, 514. 

Cornar o card. Federico, nel 1577 , 
CXI vescovo di Padova, II, 3i7. — 
Pianta in Padova il seminario dei 
Chierici ecc. ivi. 

Cornaro card. Federico li, fratello 
del card. Francesco: nel 1629, CXV 
vescovo di Padova, trasferitosi dal 
vescovato di Vicenza, II, 348. 

Cornaro card. Giorgio li, nel 1697, 
vescovo di Padova, trasferitovi dal- 
l'arcivescovato di Rodi, II, 348. — > 
Insigne per legazioni ecclesiasti- 
che, ivi. 

Cornaro, card. Marco li, già abate 
di santo Zeno di Verona, nel 1594, 
vescovo di Padova, II, 348. 

Corsa dei barbari, If, 208. — Tras- 
mutata nelle corse dei fantini e 
delle carrette, ivi. — Ordini rela- 
tivi, pag. 209. 

Cortelerio Teobaldo, valentissimo le- 
gale sotto i principi da Carrara 
1,481. 



374 



INDICE 



Cortusone, castello dell'Astigiano, con- 
cesso in feudo a Francesco 11 No- 
vello da Carrara, I. 371, 375. 

Cordisi, detti anche de Curtis ossibus, 
I, 514. 

Cortusi Lodovico, profondo legale del- 
la pubblica Accademia di Padova, 
I, 481. 

Costante imperatore, figlio di Costan- 
tino. — Viene in Padova, I, 31. 

Crespino, nel 3ì6, vescovo di Padova, 
I, 41 —Fu al concilio di Sardica, ivi, 

Crispo, fonditore di bronzi; ved. Brio- 
sco. 

Cumani , detti anche Vescovelli e 
Fontana; famiglia oriunda da Mon- 
selice, I, 515. 

Curan (torre di) combattuta dai Ve- 
neziani contro Francesco I da Car- 
rara, I, 311. 

Curtarolo castello di Carturi, espu- 
gnato da Bozo da Nono, I, 513. 

Curtarolo, famiglia, detta anche de 
Q'ialeis, I, 5Ì5. — Cronaca della 
sua derivazione, ivi. 



D 



Daniele (san) Protettore di Padova, 
È martirizzato, I, 30. 

Danicletti Pietro, valentissimo scul- 
tore padovano, onorato di statua 
nel Prato della Valle, II, 249. 

Dente Guglielmo, ucciso da Ubertino, 
da Carrara, I, 214. 

Deputati delle varie città mandati a 
Bassano per trattare della unione 
di Padova con le altre città della 
terraferma veneta, li, 291. — Nomi 
dei deputati, che vi furono man- 
dati, ivi. — Bernadette generale 
impedisce questa unione, ivi, — 
Berthier la scioglie, ivi. 

Descalzi, famiglia oriunda da Citta- 
della, aggregata alla nobiltà pado- 
vana dai Carraresi, nella guerra 
contro Cane della Scala, I, 516. 

Descalzi Ottonello, illustre giurecon- 
sulto, I, 481. 

Diedo Antonio, nobile veneto, pode- 
stà di Padova nel-1455, II. 257.— 
Onorato di statua nel Prato della 
Valle, a cura dei due cittadini pa- 
dovani Tiso da Camposainpiero ed 
Alberto Zacco, II, 2 il. 



Dipartimento del Brenta: titolo del 
capoluogo della provincia di Pa- 
dova, 11, 294. 
Divinità adorate dai Padovani, I, 23. 
Dominila— Venerata in Padova, 1, 23. 
Dondi dall'Orologio, vescovo di Pa- 
dova, successore del vescovo Ni- 
colò Antonio Giustinian nel 1796; 
— già canonico di Padova; — uno 
dei vescovi del conciliabolo di Pa- 
rigi, radunato da Napoleone I, im- 
peratore, II, 303. — Vi figurò ono- 
revolmente, e fu scelto a pronun- 
ziare Orazione funebre pel vescovo 
di Feltre, Bernardo Maria Caren- 
zoni, ivi defunto, li, 30 i. — Sua 
Orazione funebre colà recitata, ivi 
e seg. — Sue produzioni letterarie, 
storico-scientifiche, II, 315. 
Dondi Gabriele fratello di Giovanni, 
esercitò la medicina in Venezia, I, 
227 e seg. 
Dondi Giacomo, valente professore di 
medicina, I, 273 e seg. — Insegnò 
il modo di trarre il sale dalle acque 
delle fontane, ivi. — Autore del- 
l'opera YAggregatore, compendio 
di tutte le dottrine mediche sino 
a' suoi dì conosciute, I, 274. — Ot- 
tiene da Francesco I da Carrara 
il privilegio di estrarre e commer- 
ciare il sale, ivi. — A torto gli 
viene attribuita l' invenzione degli 
. Orologi a ruota, per cui taluni vol- 
lero che prima d'ogni altro della 
sua famiglia, ottenesse il soprano- 
me dall'Orologio, ivi, in annot. 
Dondi Giovanni, valentissimo in tutte 
le scienze che coltivò; ma preci- 
puamente nella medicina, onorato 
perciò dal Petrarca, dal Savonarola, 
dal Menzini ecc. con sublimissimi 
encomii, I, 276. — Ebbe perciò 
onorevole statua nel Prato della 
Valle, ir, 248. 
Dotti, detti anche de' Dauli, derivali 

dalle rovine di Troja, 1, 516. 
Dottori, famiglia ferrarese, così no- 
minata per li molti dottori, che 
aveva, I, 516. s \ 

Dressina (da) Leonardo, (o Trissmo), 
governatore in Padova per l'im- 
peratore Massimiliano, è sconfitto 
dai Veneziani, II, 65 e seg. 



ALFABETICO 



375 



i: 



Ebo, vescovo di Padova, noli' anno 
904, dopo che la cattedrale di Pa- 
dova era stata incendiata dagli Un- 
gheri, I, 52 — 11, 3 il. 

ÈcceHno — Ved. Ezzelino e viceversa. 

Eccellilo il tiranno si fa padrone di 
Padova, 1, J iO e seg. — Sue vio- 
lenze, 1, 1 13 e seg. — Lega con- 
tro lui e l'imperatore, formata dei 
Genovosi, dei Veneziani, del papa 
e di altri, I, 146 e seg. — Sue 
violenze contro le terre e gli abi- 
tanti che dipendevano dai Signori 
a lui sospetti, I, 150 e seg. — Or- 
dina in Padova la fabbrica del ca- 
stello, 1, 151 e seg. — Crudeltà 
usale in Padova, ivi. — È scomu- 
nicato dal papa Innocenzo IV ; nuo- 
ve imprese di lui, I, 154 e seg. — 
Nuova lega contro lui e suo fra- 
tello Alberico, 1, 157 e seg. — Perde 
Padova, I, 163 e seg. — Gli si ri- 
bella Bassano, I, 165. — Sua cru- 
deltà contro la valorosa Bianca 
de' Fiossi, ivi. — Muove per ricu- 
perare Padova, ma indarno, I, 166 
e seg. — Sue crudeltà sui Padovani 
prigionieri in Verona, I, 167 e seg. 
— Si riconcilia con suo fratello 
Alberico, J, 169. — Ultime sue cru- 
deltà e sua morte, i, 172. — Van- 
taggi delle marche Veronese e Tri- 
vigiana per la morte di lui, I, 1 73 
e seg. — Sterminio della sua schiat- 
ta, 1, 175 e seg. 

Edifìzi pubblici in Padova, sotto la 
dominazione veneta, li, 213 e seg. 

Elicaone — Uno de' figliuoli di Ante- 
nore, I, 16. 

Elicaonia — Altro nome attribuito a 
Padova, pel figlio di Antenore, che 
dicevasi Elicaone, I, 16. 

Elisabetta — Barriera denominata 
cosi in lnogo di Porta Codalunga, 

11, Oou. 

Emigrazioni dei Padovani — Per le 
irruzioni dei barbari, I, 33, — I, 
38, — I, 42. 

Emigrazioni di famiglie, nel decen- 
nio 1848-1859, per sottrarsi alla 
schiavitù austriaca, II, 327. 

Eneti — Venuti in queste parti con 
Antenore, che fabbricò Padova, 1, 15. 



— Si sparsero a popolare l'ampio 
spazio di paese, che fu nominato 
A/ Venezia, I, 16. — Vanno coi 
Padovani a difesa dei Romani , 
contro i Calli Scnoni, I, 17. 

Engeschi Tebaldo, mandilo dai Pa- 
dovani podestà a Vicenza, I, 497. 

Enginolfì Giovanni, rapo di congiura 
coi Trivigiani contro Alberico da 
Romano, I, 169 e seg. 

Engolfo de i Conti, podestà, eletto dai 
Padovani per Vicenza, I, 497. 

Erizzo, provveditore straordinario in 
Verona all'epoca della rivoluzione 
francese, è richiamato dal Senato 
a Venezia, per la sua personale 
sicurezza, II, 252. 

Esadapio — Statua colossale, trovata 
negli scavi, nel 1766, e portata a 
Venezia ed è nel museo della bi- 
blioteca, I, 25. 

Esposti — Ved. Casa degli Esposti. 

Este, castello del territorio padovano, 
I, 140 — Si dà ai Carraresi, I, 2i2 
— ^È opinione che sia derivato il 
nome da Ateste suo fondatore, uno 
dei compagni di Antenore, I, 17. — 
Lapidi e marmi ed altri monumenti 
antichi dissotterratti negli scavi. 
ivi. — Sue vicende narrate dal- 
l'Alberti, ivi e seg. — Si dà ad 
Eccelino, I, 145, — È ricuperato 
dal marchese Azzo, I, 47. 

Este (d') marchesi, I, 87. — Dissen- 
zioni Coi Padovani, ivi. — Padroni 
di Este dal 970, dopo molte inva- 
sioni dei barbari, e ne possederono 
il castello sinc alla dominazione 
Veneta, da cui fu eretta in resi- 
denza di un podestà, li, 17 e seg. 

Este, d'Este e Cd d' Este; famiglia de- 
rivata dal castello omonimo, I, 516. 

Eugenio IV, papa; ved. Condulmer 
Gabriele. 

Euganei — Scacciati da Antenore 
trojano, I, 15. — Da loro presero 
il nome i Colli Euganei, ivi. 

Ezzelino II detto il Monaco, in discor- 
dia coi Signori di Camposampiero, 
I, 82. — Pacificato dal vescovo Ge- 
rardo degli Offreduzzi, ivi. —Prende 
moglie Cecilia d'Abano, già promes- 
sa a Gerardo da Camposampiero, 
I, 84. — È dichiarato capo parte 
dei nobili e dei Ghibillini, I, 86. 



376 



IXMCE 



Ezzelino, tiranno di Padova: sua fa- 
miglia, I, 8ì e seg. — Ezzelino I, 
dotto il Balbo, marita suo figlio 
Ezzelino II, detto il Monaco, a Ce- 
cilia d'Abano, I, 84. 



Fabia, tribù, a cui fu aggregata Pa- 
dova, I, 20. 

Fabiani, illustre famiglia padovana, 
1. 516. 

Famiglie padovano da tempi rimoti, 
precedenti ad Eccelino, 1, 503. 

Famiglie nobili padovane ai tempi di 
Eccelino, I, 507. 

Famiglie nobili padovane, viventi do- 
po la morte di Eccelino, I, 508. 

Famiglie nobili padovane quando il 
Comune di Padova affidò il domi- 
nio ad Jacopo da Carrara, I, 508. 

Famiglie nobili padovane nel 4404,, 
allorché i Carraresi mandarono 
ambasciatori a Venezia, I, 509. 

Federigo II imperatore, chiamato in 
Italia da Eccelino, contro i Pa- 
dovani-, I, 121 e seg : — Sue vio- 
lenze contro i Veneziani, 1, 124. — 
Invade e saccheggia Vicenza, 1, 137. 

— Ritorna in Germania, 1, 138 e seg. 
Felice, vescovo di Padova nel 293, 

introduce l'uso di seppellire i cri- 
stiani in luogo separato dalle se- 
polture dei pagani; e quel luogo 
fu detto Fistomba, I, 40. 
Feste civiche di Padova, comandate 
dagli Statuti, II. 198 e seg. — Rito 
della festa dell'Area, II, 200 e seg. 

— Altre feste pubbliche e spetta- 
coli di Padova, 11, 206 e seg. 

Fidenzio (san), armeno, terzo vescovo 
di Padova, I, 39; II, 338. 

Fislomba, luogo ove i cristiani veniva- 
no sepolti segregati dai pagani, 1,40. 

Fiume, ossia Bagialardi dal Fiume, 
famiglia padovana, I, 516. 

Fiumicello, canale d'acqua su cui è si- 
tuato ii castello dì Montagnana,Il,12. 

Fomentatori di contro la Repubblica 
di Venezia, lì, 291. 

Fontana Filippo, arcivescovo di Ra- 
venna, costituito capo dell' impresa 
d<lla lega formata dai potentati 
d' Italia contro Eccelino ed Albe- 
rico, I, 157. 



Forzale, antica derivazione della fa- 
miglia de' Capodilista, I, 512. — 
Si confonde colle famiglie de' Ca- 
podilista e de' Transelgradi, I, 517. 

Forzate Giovanni III, nel 1250, LXXXII 
vescovo di Padova. — Ved. Gio- 
vanni 111 Forzate, II, 3i3. 

Foscari Francesco, consigliere, pode- 
stà di Padova nel 1508. D'ordine 
del Senato, consegnò Padova nel 
1509, all' imperatore Massimiliano, 
II, 259. 

Francesco li Novello, figliuolo di 
Francesco I da Carrara, è dichia- 
ralo dal padre signore di Padova, 
I, 366. — Rimane spogliato di Pa- 
dova, ivi. — È condotto a Verona, 
ed ivi è dal Visconti esortato a 
persuadere suo padre a darsi spon- 
taneamente al Signore di Milano. 
I, 368. — Ottiene dal Visconti il 
castello di Cortusone nell'Astigiano 
ed una pensione mensile di 500 
fiorini d'oro, I, 271. — Manda il 
conte Artu30 a manifestare a Fran- 
cesco I, suo padre, il progetto di 
ammazzar Galeazzo Visconti, I, 375 

— Fugge da Asti e si dirige alla 
volta di Firenze con la moglie, I, 
377. — Sue vicende di questo viag- 
gio, I, 377 e seg. e 380 e seg. — 
Entra sul padovano e tenta 1' as- 
salto di Padova, e se ne impadro- 
nisce, I, 378 e seg. — Muove con- 
tro Alberto d'Este marchese di Fer- 
rara; occupa Badia e Lendinara e 
porta l'assedio a Rovigo, I, 379. — 
Collegato coi Bolognesi, ottiene as- 
sistenza contro Galeazzo Visconti, 
I, 386 e seg. — Conchiude una tre- 
gua con questo, I, 388 e seg. — 
I suoi figli Francesco III ed Jacopo 
sono fatti prigionieri, I, 392 e seg. 

— Ricupera il figliuolo Jacopo, I, 
396. — Muove guerra alle città di 
Verona e di Vicenza, I, 399 e seg. 

Friuli — Saccheggiato dai Tedeschi, 
1, 213. 

Fusina, luogo all'estremità della la- 
guna veneta e della terraferma, 
ove il papa Pio VII fu accolto da 
un distaccamento di cavalleria im- 
periale, mentre si recava da Ve- 
nezia a Padova, II, 295. 



ALFABETICO 



377 



Gaetano (san), chiesa di molto pre- 
gio, li, 238. 

Gagliardi, famiglia villica, del villag- 
gio di Lodia, cosi detta per la ro- 
bustezza de* suoi, I, 517. 

Gaiardo p. gesuita padovano è de- 
nunziato alla Signoria di Venezia, 
per le sue prediche contro di essa, 
li, 187 e seg. — Relative delibe- 
razioni del Senato, II, 190 e seg. 
— Ordini al Podestà ed ai rettori 
di Padova, II, 492 e seg. 

Galli Boi — Combattuti dai Padovani 
a difesa dei Romani, I, 18. 

Galli Senoni — In guerra coi Rima- 
ni, combattuti dai padovani e dagli 
Eneti, I, 17. 

Galeotto Alberto, parmegiano, profes- 
sore di legge, I, 482. 

Galileo Galilei, oracolo delle scienze 
sublimi, onorato di statua nel Pra- 
to della Valle, II, 246. 

Gambarini (de') Patavia, mandato 
dai Padovani podestà di Vicenza, 
I, 497. 

Gara Sisto, cardinale della Rovere, nel 
1509, vescovo di Padova, IT, 317. 

Garbo (del) Dino da Firenze, valente 
professore di medicina, I, 488. 

Gattamelata. od Erasmo da Narni, 
valoroso generale della Piepubblica 
veneta, II, 235. — Suo monumen- 
to, ivi. 

Gauslino, nel 961, vescovo di Padova, 
I, 53; li, 341. 

Gazo, famiglia di aromatario I, 517. 

Genovesi, collegati con Francesco I 
da Carrara contro i Veneziani, nella 
guerra di Chioggia, I, 340 e seg. 

Gerardo degli Offreduzzi vescovo di 
Padova, pacifica Ezzelino II il Mo- 
naco coi Signori di Camposampie- 
ro, I, 82. — Sua parlata ad essi, ivi. 

Gerardo de' Taccoli, vescovo di Bel- 
luno, trucidato dai Trivigiani, 1, 10 j. 

Gerardo Marostica, ved. Mar ostica 
Gerardo, o degli [[redazzi, II, 343. 

Gerione — Celebratissimo oracolo, 
consultato dagl'imperatori di Roma, 
I, 25. — Sue Iscrizioni votive e 
doni, dissotterrati negli ultimi se- 
coli, ivi. 

Qhislieri marchese è mandato col te- 



nente maresciallo Manfrult ad ac- 
cogliere il papa Pio VII a Padova. 
II, 298. 

Ghisilieri Lamberto, podestà di Pa- 
dova, al quale furono sostituiti 
dodici cittadini, I, 139; — ma po- 
scia fu richiamato, I, 49i. 

Giotto pittore, dipinse l'Oratorio del- 
l'Arena, 11, 3)2. 

Giovanelli, provveditore straordina- 
rio di Verona, è richiamato a Ve- 
nezia dal Senato, per la sua per- 
sonale sicurezza, nel tempo della 
rivoluzione francese,, II, 252. 

Giovanili (fr.) da Vicenza predica a 
tutti i potenti della Lombardia, I, 
130 e seg. — Patti da lui proposti 
per la cittadinanza di Padova, 1, 
132 e seg. — Inutilità de' suoi pro- 
getti, I, 133. — Perde ogni credito 
ed è costretto di ritornare a Vi- 
cenza, I, 134. — Fugge a Bolo- 
gna, ivi. 

Giovanni III Forzate, nel 1250 LXXXII 
vescovo di Padova, 11, 343. — Fu 
decretata da lui la separazione dei 
monaci e delle monache di Fistom- 
ba, che dimoravano promiscua- 
mente in un medesimo monastero, 
II, 343. 

Giovanni degli Abati, eletto vescovo 
di Padova, contro Princivalle Conti. 
Suoi contrasti, II, 343. 

Giuliani Pietro (o Zigliani) nobile 
veneziano, podestà di Padova; fu 
fatto il canale da Monselice ad E- 
ste, I, 492. 

Giuochi Cestici, di remotissima anti- 
chità, che si facevano in Padova 
nel teatro Zairo o Satiro, II, 207. 

Giunone — Dea venerata dai Padova- 
ni, I, 18. — Appendono al tempio 
di lei i nastri delle navi predate 
ai Greci, ivi. — Fu tra le primarie 
divinità, ed aveva più templi, I, 24. 

Giustina (santa) — Educata da san 
Prosdocimo, I, 30 — Sostiene il 
martirio, ivi. — Sua chiesa e mo- 
nastero, I, 47. — Piifabbricata come 
si vede oggidì, II, 236. — Se ne ri ; 
fabbrica il tempio. — Se ne trova 
il corpo, ivi. — Precauzioni usate 
in quella circostanza dal vescovo 
Barozzi, nel 1502, II, 348. — Mi- 
nuta descrizione di questo fatto, ivi. 



37S 



INDICE 



Giustinìan Nicolò Antonio, monaco 
cassinese, già vescovo di Torcollo, 
e poi di Verona, nel 1772, vescovo 
di Padova, II, 349. 

Giustinìan Tommaso, podestà di Pa- 
dova per li Carraresi, I, 496. 

Godcscalco, genero di Agiloffo — Con- 
dotto prigioniero a Ravenna, con 
sua moglie, I, 37. 

Gosia Martino, bolognese, professor 
di legge nella Università, I, 482. 

Governo provvisorio fissato in Padova 
dopo caduta la repubblica di Ve- 
nezia, li, 291. 

Graziano imperatore — Viene in Pa- 
dova, I, 31. 

Grimani Giovanni, consigliere, amba- 
sciatore ali' imperatore, eletto ca- 
pilanio a Padova nel 1636, perla 
Repubblica di Venezia, gli e n' è 
riservato il luogo finché avesse fi- 
nito la carica di ambasciatore; fu 
poi capitanio di Padova nel 1646 
e nel 1649, essendo savio del Con- 
siglio, II, 213. 

Guitti Andrea, provveditore dei Vene- 
ziani, s' incarica di ricuperare Pa- 
dova, togliendola all'imperatore 
Massimiliano, II, 66 e seg. — Suo 
piano d'impresa, ivi. 

Gritti Andrea, consigliere, podestà di 
Padova nel 1505, II, 259, — Ricu- 
pera Padova dalle mani dell'im- 
peratore Massimiliano, ivi. 

Grampo, famiglia di ferraresi, presi 
a servizio di cacciatori dai principi 
di Carrara, I, 517. 

Guariento, eccellente pittore pado- 
vano, I, 334. 

Guarnerini, formarono una sola fa- 
miglia coi Lupisini e con gli Al- 
brighetti, I, 514. 

Guarnarini Bonfranccsco, podestà a 
Vicenza per parte dei Padovani, 
incaricato di portarvi gli statuti di 
Padova, I, 496. 

Guasco Reniero, sanese, supremo ge- 
nerale dell'esercito veneto in Pa- 
dova, nel secolo XIV; onorato di 
statua nel Prato della Valle, II, 249. 

Guerrini Folco, bolognese, podestà di 
Padova, confuso da taluni con Bo- 
nifacio da Giudo Guzzardo, I, 493. 

Guidelonio da Perugia, prof, di legge 
nell'Università di Padova, I, 487. 



Guilandino Melchiorre, di Konisberga, 
primo botanico d'Europa cominciò 
a dettare in Padova pubbliche le- 
zioni di botanica, II, 217. 

Guidorizzo da Fogliano, podestà di 
Padova è trattenuto prigioniero di 
Pietro de' Rossi comandante delle 
truppe veneziane, I, 242. — Con- 
segna Padova all'esercito della lega 
I, '255 — È aggregato alla nobiltà 
veneziana, ivi. 

Guidotti, famiglia bolognese divenuta 
celebre per le discordie civili di 
Bologna, ai tempi de' ghibellini e 
de' guelfi, I, 517. 

Guzzardo Bonifacio di Guido, bolo- 
gnese, podestà di Padova; detto 
dall' Ongarello Folco Guerrini, o 
Guarnarini, I, 493-494. 



Ilario (santo), vescovo di Padova nel 
348. — Opinioni degli storici, I, 41 
e II, 339. 

Italia (Regno d') di cui Padova è 
dichiarata città, li, 293. 

Japelli Giuseppe, valente architetto 
padovano autore del pubblico Ma- 
cello di Padova e di altre opere 
ragguardevoli, li, 320. 

Jacopo da Carrara, dopo trucidato 
Marsil ietto, assume il governo di 
Padova, 1,260. — Induce l'impe- 
ratore Carlo IV a riconciliarsi con 
Padova, ivi. — Accoglie in Citta- 
della il re Lodovico d' Ungheria, 
ivi. — È trucidato da Guglielmo 
da Carrara, I, 261. — Successori, 
ivi. 

Imperatori in Padova — Graziano I, 
31. — Onorio, ivi. — Costante, ivi 
ecc. ecc. 

Isole della laguna veneta — Come 
formate, I, 32. — Vi si rifugiano i 
profughi della terraferma, scacciati 
dalle irruzioni dei barbari, I, 33. 

Irruzioni dei barbari - Costringono 
gli abitatori della Venezia ad emi- 
grare alle lagune, I, 32. 

Ildobrandino, vescovo di Padova, ot- 
tiene dal papa Clemente VI con- 
ferma ed amplia zione dei privilegi 
concessi dal papa Urbano IV al- 
l'Università, I, 256. 



ALFABETICO 



379 



Jacopo figlio di Speronella, famoso 
per dissolutezze e per ricchezze e 
per pazzia, I, 93. 

Ilario (santo) nel 348, vescovo di Pa- 
dova, I, 41 — Ne stravolse la cro- 
nologia il Giustiniani, ivi. — Detto 
erroneamente vescovo Pictaviense, 
ivi. 

K 

Kazo Giovanni, vescovo di Padova, 
II, 343. 



Laguna veneta — Sparsa d' isolette, 
1, 32. A queste emigrano i profu- 
ghi della terraferma, per la irru- 
zioni dei barbari, I, 33. — È vie- 
tato agli estranei l' ingresso nelle 
lagune, I, 36. 

Lambertacci (de') Giovanni Lodovico, 
eloquente giureconsulto, accettis- 
simo a Francesco I da Carrara ed 
a Gian Galeazzo Visconti, I, 479 
e seg. 

Lana, n* è protetta l'arte dai Carra- 
resi e dai Veneziani, I, 424 ed al- 
trove, II, 9. 

Lancilao, detto anche Lancislao, pit- 
tore padovano assai rinomato, 11,37. 

Lanza Galvano, pugliese, podestà di 
Padova, e cognato di Eccelino, 1, 
495. — Promuove le rappresenta- 
zioni comico-sacre, II, 208. 

Lazara, famiglia oriunda francese, 
stabilita in Padova sotto il regno 
di Enrico IV, I, 518. 

Lazzarini Domenico, patrizio di Ma- 
cerata, professore della Università, 
ristoratore della letteratura greco- 
latina, rinomato poeta, emulo del 
Petrarca; ebbe statua nel Prato 
della Valle, II, 244. 

Laurea dottorale — Vertenze con la 
Corte di Roma, pel diritto di con- 
ferirla, li, 154 e seg. — Decreti re- 
lativi, II, 156 e seg. 

Lega di Veneziani, Genovesi, col papa 
ed altri, contro l' imperatore Fede- 
rigo II e contro Eccelino, I, 146. 
— Imprese di essa, I, 147 e seg. 

Legge, o Leze (de) — Ved. De Legge. 

Lezze Andrea, prò vv editor generale 



a Palma, e nel 1641 fu eletto po- 
destà di Padova ; ma ne fu con- 
tradetta ed annullata l'elezione. Fu 
poscia eletto il mese seguente, II, 
264. 

Leone (san) Pp. IX visita la città di 
Padova, I, 62. — Incontrato ono- 
revolmente dal vescovo Bernardo 
Maltraversi, ivi. — Pontifica nella 
chiesa di santa Giustina, ivi. '• — 
Concede all'abate Giovanni ed ai 
successori di lui 1' uso dei ponti- 
ficali, ivi. 

Leonio (beato) vescovo di Padova nel 
233; detto anche Leonzio e Leo- 
nino, I, 40. 
Leonino (beato), Ved. Leonzio o Leo- 
nino, vescovo di Padova, I, 40 ; 
II, 339. 

Leopoldo, duca d'Austria, vende a 
Francesco I da Carrara la città di 
Trevigi, I, 353 e seg. 

Lendinara: castello del Polesine, I, 
379. — Tolto da Francesco li No- 
vello da Carrara ad Alberto d'Este, 
marchese di Ferrara, ivi. 

Liceto Forlunio, genovese, celebre 
medico dell' Università ed autore 
di molte opere scientifiche, fu ono- 
rato di statua nel Prato della Valle, 
II, 247. 

Lino e sua coltivazione nel territorio 
di Piove di Sacco, I, 60. — Era 
proibito dal governo dei Veneziani 
il portarne semenze fuori del ter- 
ritorio di Pieve, ivi. — Ne doveva 
contribuire il Comune di Pieve due- 
cento libbre all'anno alla Camera 
ducale, I, 61. 

Lion, famiglia padovana, derivata dal 
villaggio omonimo, I, 518. 

Liurisio Gerolamo, veronese, rettore 
dell'Università nel secolo XVI: o- 
norato di statua nell' isola del Prato 
della Valle, II, 250. 

Loggia del Consiglio, edifizio eretto 
nel 1493, per le radunanze del Con- 
siglio civico, II. 216. 

Longoburgo (da) Bruno, celebre chi- 
rurgo calabrese, 1, 481. 

Longo Francesco, eletto podestà di 
Padova nel 1584, morì prima di 
andare al suo posto, II, 262. 

Loredan Marco, eletto nel 1692 po- 
destà di Padova, rifiutò la carica. 



3S0 



INDICE 



II, 268. — Rieletto neh" anno se- 
guente, ottiene di essere dispensato, 
tv». — Eletto di nuovo nel 1703, 
se ne rifiutò, tv»* 

Lwca(san) — Gravissima controver- 
sia sull' identità del corpo di san 
Luca evangelista, IT, 37. — Parte 
che vi prese il cardinale Bessario- 
ne. Il, 40. — Esposizione di tutto 
il fatto, II, 38 e seg. 

Lucca città è data in deposito per 7 
anni alla repubblica di Venezia, 
finche Mastino dalla Scala fosse ve- 
nuto ad accordo col comune di Fi- 
renze, I, 251. — N' è stipulato un 
contratto in Venezia da tre amba- 
sciatori fiorentini, tv». — Trattato 
di questa pace, pubblicato dal Ver- 
ci, e nella mia Storia di Venezia, 
sull'originale di esso eh' è nella 
Cancelleria secreta della Repub- 
blica, tv». 

Ludolfo Jobo, prestantissimo orienta- 
lista tedesco, ebbe statua nel Pra- 
to della Valle, II, 248. 

Lupaio de' Lupati, podestà dì Vicenza. 
— Induce i capi della città di Pa- 
dova ad erigere un sepolcro e col- 
locarvi il cadavere creduto di An- 
tenore, I, 16. — Morì nel 1292, ivi. 

Lupisini famiglia originaria di Citta- 
della, I, 513. — Fatti conti della 
Bolzonella, per avere difeso il ca- 
stello di Cittadella, nel 1509 contro 
l' imperatore Massimiliano. I, 513. 



II 



Macaruffi (dei) Zilio, mandato dal 
comune di Padova podestà a Vi- 
cenza, I, 496. 

Macello pubblico eretto in Padova a 
cura del Municipio. Sua descri- 
zione architettonica, II, 320. 

Malamocco — Contrastato dai Pado- 
vani, I, 36. — Discorso di Nicolò, 
tribuno di Rialto, dinanzi al patrizio 
Narsete, a cui li Padovani erano 
ricorsi, tv». — Vi si rifugia nel 641 
il vescovo Tricidio Fontana, I, 43. 

Ma/aspina Guglielmo degli Obizzi, 
lucchese; o secondo altri, fioren- 
tino; podestà di Padova, I, 497. — 
Onorato di statua nel Prato della 
Valle, li, 248. 



Malatesta Pandolfo, signore di Rimi- 
ni, cede il dominio di quella città 
alla repubblica di Venezia, ed in 
contraccambio ne ottiene la signo- 
ria di Cittadella, II, 15. 

Malfatti, famiglia oriunda da Pesaro, 
fattasi illustre pel suo valore, 1, 518. 

Malitia, famiglia antichissima, che 
precede la dominazione degli Ec- 
celini, I, 518. 

Malombra Nicolò, e suo figlio Ricardo 
celebri giureconsulti dell'Universi- 
tà, I, 4*3. 

Maltraversi Bernardo (beato) nel 1048, 
vescovo di Padova, I, 61. — Ot- 
tiene dall' imperatore Arrigo Iti il 
privilegio di batter moneta, tv»*. — 
Trova il corpo di san Massimo, 
vescovo di Padova e di santa Fe- 
licita, II, 341. — Ai giorni di lui, 
il papa san Leone IX visita la città 
di Padova, I, 62. 

Manfrault, tenente maresciallo, go- 
vernatore della piazza di Venezia, 
riceve a Padova onorevolmente, 
col marchese Ghislieri , il papa 
Pio VII, nel suo viaggio da Vene- 
zia a quella volta. 

Manfredo de' Manfredi, personaggio 
di molta importanza negli affari 
pubblici del Comune di Padova, 
nel secolo XIV, con Jacopo da Car- 
rara (il grande), I, 479. 

Man f redini march. Federico HI, nel 
1857, dal vescovato di Farmagosta 
in partibus, CXXIX e odierno ve- 
scovo di Padova, II, 349. 

Mantegna, celebre pittore padovano, 
II, 53. — Ebbe statua nel Prato 
della Valle, li, 214. — Suo magni- 
fico Antifonario, regalato al Papa 
Pio VII dalle monache benedettine 
di Padova, II, 293. 

Mantova — Il duca denunzia alla Si- 
gnoria di Venezia il gesuita p. Ga- 
iardo padovano, 11,-187 e seg. — 
Atto autentico di questa denunzia, 
IL 189. — Deliberazioni del Senato 
intorno a ciò, II, 190, 192 e seg. 
Mantova Benavides Marco, celebre giu- 
reconsulto padovano, ebbe statua 
nel Prato della Valle, II, 244. 
Manzoni, famiglia oriunda di Este, 
divenuta nobile ai tempi della guer- 
ra con gli Scaligeri, I, 518. 



ALFABETICO 



3S1 



Maometto, tavernaio, proleggo P in- 
gresso delle truppe dello Scaligero 
in Monselice, I, 208. 

Marianna, arciduchessa d'Austria, re- 
gala al papa Pio VII una magni- 
fica carrozza, addobbata a festa, 
pel suo transito di viaggio dal Dolo 
a Padova, II, 295. 

Mariano (san), vescovo di Padova. Ila 
chiesa in diocesi, I, 40; 11, 339. 

Marmi che ricordano varie divinità 
e cariche tra i Padovani, I, 2i. 

Marsilietto (Marsilio Papafava da Car- 
rara), istituito erede di Ubertino da 
Carrara, signore di Padova, I, 257. 

— È trucidato, e ne assume la so- 
vranità Giacomo di Nicolò da Car- 
rara, I, 258. 

Marsilio da Carrara succede a suo 
zio Jacopo, nel principato di Pa- 
dova, I, 212. — Gli è insidiata la 
vita da suo zio Nicolò, I, 213 e seg. 

— Dà la città di Padova a Cane 
della Scala, 1, 215 e seg. — Viene 
aggregato alla nobiltà veneziana, 
I, 219. — Assiste alla morte di 
Cane grande della Scala, I, 222. 

— Fa giurare obbedienza dai Pa- 
dovani ai figliuoli di Cane grande 
Scaligero, I, 222. — Accoglie in 
Padova trionfalmente Pietro de'Ros- 
si, comandante delle truppe vene- 
ziane, I, 241. — È proclamato capi- 
tano generale di Padova, I, 242. — 
Muore, ed ha per suceeesore nella 
signoria di Padova suo cugino li- 
bertino da Carrara, 1, 249. 

Massimiliano imperatore, nella guerra 
di Cambray, perde Padova, sor- 
preso dalle armi veneziane alla 
porta Codalunga, II, 65 e seg. — 
Sue mosse per l'assedio di Padova, 
li, 78 e seg. — Disanimato, fugge 
a Limena, d'onde a Vicenza, II, 81 
e seg. — Colonna d' infamia eretta 
dai Veneziani, fuori della porta 
Codalunga, a commemorazione di 
questo avvenimento, II, ivi. — Pà- 
posta dal Municipio di Padova. — 
Ved. Cotonila — Ved. Porta di Co- 
dalunga. 

Mastino dalla Scala sposa Taddea da 
Carrara, I, 216 e seg ; ■— Ingelosito 
dei Veneziani, fa fortificare Trevigi, 
I, 222. -« Viene in rottura coi Ve- 



neziani, I, 223 e seg. — Guerra 
contro di essi, J, 230 e seg. — È 
insultato, con un palio per P ere- 
zione del castello delle saline, I, 
248. — Perde anche Vicenza I, 250. 
— Accoglie festosamente il fratello 
Alberto, liberato dalla prigionia, 
Ij 25 i. — Si pacifica con Ubertino 
da Carrara, I, 256. 
Memmo Andrea, benemerito in mille 
guise di Padova, fu erettore del 
monumento delle statue nel Prato 
della Valle, II, 247. 
Memmo Giammaria, benemerito delle 
lettere e delle scienze, ebbe statua 
nel Prato della Valle, II, 245. 
Menabuoi, detto anche Giusto celebre 

pittore padovano, I, 335. 
Menocchio Jacopo, patrizio pavese, 
celebre giureconsulto del secolo 
XVI, presidente del senato di Mi- 
lano onorato di statua nel Prato 
della Valle, II, 249. 
Meretrici, in numero di cento undici, 
entrano a festa nella vittoria di 
Francesco I da Carrara, I, 309. 
Micheli Albano, nel 1406, vescovo di 
Padova, lì, 344, — Fu il primo 
eletto da senato veneto, ivi. 
Michiel Domenico, nel 1778 podestà 
di Padova, 1(, 273. — Consegnò la 
carica nel 1780 al cavaliere Gia- 
como Nani, ivi. 
Micheli card. Giovanni VII, vescovo 
di Verona, eletto dal papa nel 1485 
vescovo di Padova, II, 345. —Con- 
trasti per questa elezione, ivi. 
Milanesi assediano Padova e se ne 

impadroniscono, I, 367, 
Milo, detto anche Milonc, vescovo di 
Padova, nell'anno 1083; reputato 
fautore dell' imperatore Arrigo IV 
e dell'antipapa Guiberto, I, 65. — 
Reputato per ciò comunemente 
scismatico, II, 341. — Accoglie nel 
suo palazzo vescovile V antipapa 
Guiberto, ivi. — Ottiene conferma 
del dominio temporale della città 
di Padova, I, 66. 
Miniature del Mantegna, regalate al 
papa Pio VII, in magnifico Anti- 
fonario dalle monache benedettine 
di Padova, 11, 295. 
Mirelto, o Miretti, Giovanni, esimio 
pittore, I, 336. 



3S2 



INDICE 



Mocenigo Alvise, cavaliere e consi- 
gliere, eletto podestà di Padova nel 
1616; ne fu contradetta ed annul- 
lata l'elezione, II, 265. — Fu eletto 
nel mese dopo, ivi. 

Mocenigo Alvise I, capitanio di Pa- 
dova nel 1780: passò nel 1782 
savio del Collegio, consegnando la 
carica di capitanio al provveditore 
Baglioni, II, 290. 

Mocenigo Zuanne, capitanio a Cre- 
mona; e nel 1508, capitanio di Pa- 
dova per la repubblica di Venezia, 
li, 277. — Cede nell'anno seguente 
la città all'imperatore Massimi- 
liano, ivi. 

Moneta, diritto di batter moneta, con- 
cesso dall' imperatore Corrado al 
vescovo Brocardo e collettivamente 
al Comune di Padova, 1, 61. 

Monselice, castello del padovano, oc- 
cupato per tradimento dalle truppe 
degli Scaligeri, I, 208. — Una delle 
otto podestarie, istituite dai Vene- 
ziani, li, 12. — Sua descrizione e 
vicende, li, 13 e seg. — Ne fu fon- 
datore Opiscella trojano; ebbe sta- 
tua nel Prato della Valle, II, 243. 

Montagnana, castello del padovano, 
si dà ai Carraresi, I, 242. — È 
preso da Ubertiuo da Carrara e lo 
toglie a Mastino dalla Scala, I, 250. 
Anticamente dicevasi, Mons Aneja- 
mus, II, 12. — Sua descrizione, ivi. 
—Eretta dalla repubblica di Venezia 
in Podestaria, una delle otto II, 12. 
Montagnana, illustre pittore padova- 
no, II, 56. 
Montagnon, famiglia fatta nobile per 
la generosità della regina Berta; 
da cui il detto Non è più il tempo 
che Berta filava, I, 519. — Ane- 
doto relativo a questo detto, che 
riguarda l'origine delti nobili huo- 
mmi da Monlagnone, I, 519. 
Monte di Pietà — Sua origine, fon- 
dazione, prerogative, II, 171 e seg. 
— Suo ingrandimento e traslazione 
per le civiche largizioni, II, 220. 
Montecchi (conti) di Verona, I, 87. — 
Dissensioni coi Padovani, ivi, — 
In discordia coi signori di Campo- 
sampiero, I, 119. 
Mon temerli, antica derivazione della 
famiglia de' Capo di lista, I, 512. 



Monlorso (da). Guglielmo, celebre a- 
slronomo modenese. I, 428. 

Moorat Samuele, fondatore del col- 
legio armeno di Padova, trasferito 
ora a Parigi, 11, 324. 

Moricchini: sugl'istituti di carità nella 
città di Roma, II, 171 e seg. 

Morosini Francesco, detto il Pelopo- 
nesiaco, gloria della repubblica di 
Venezia, onorato di statua nel Pra- 
to della Valle, II, 2^0. 

Morosini Michele, riformatore dello 
Studio di Padova, nipote del doge 
Francesco detto il Peloponesiaco, 
ebbe statua nel Prato della Valle 
li, 245. 

Municipio di Padova, benemerito del- 
la tranquillità civica nella par- 
tenza degli Austriaci; autentica re- 
lazione, li, 329, e seg. sino alla 
pag. 333. 

Mura della città, antiche e nuove 
II, 219. 

Mussali, famiglia illustre, I, 202, 243, 
520. — Di essa e de' suoi, varie 
notizie, I, 521. 

Mussato Albertino, illastre cittadino 
padovano, I, 202 e seg. — Amba- 
sciatore pel comnne di Padova, 
all'imperatore Arrigo settimo, I, 
203 e seg. — Lodato dal Petrarca, 
dal Cesarotti, dal Colle, I, 205 e 
206. — Sua legazione al congresso 
di Mestre, nel 1316, con Jacopo da 
Carrara (il grande), I, 479. 
Mussato Francesco, esimio orientali- 
sta, uno dei fondatori dell' Accade- 
mia dei Ricovrati, II, 242. 
Mussato Gualpertino, monaco cister- 
cense, padovano, I, 243, e seg. — 
Sua vita scandalosa, ivi. — Ac- 
quista pel suo monastero la terra 
di Calcinara, ivi, 244. — La cede 
al comune di Padova, e ne riceve 
in compenso alcuni fondi e decime 
nel villaggio di Cona, ivi, — So- 
stiene grave questione contro il 
capitolo della cattedrale, ivi. — Va 
co' suoi aderenti alla difesa di Cur- 
tarolo, e vi respinge Cane della 
Scala, ivi. — È fatto prigioniero 
con Zambonetto Capo di Vacca, 
ivi. — Difende Padova, unitamente 
a Vogano della Torre, contro gli 
Scaligeri, ivi. — Ristaura il tempio 



ALFABETICO 



383 



di santa Giustina, ivi. — Fugge 
da Padova, ivi. — Entra nella con- 
giura contro i Carraresi ed è per- 
ciò esiliato, ivi. — Muore, ivi. 
Musso, famiglia padovana, 1, 521. 



m 



Nani Bernardo, gentiluomo veneziano, 
riformatore dello Studio di Padova, 
ebbe statua nel Prato della Valle, 
il, 243. 

Narrazione autentica dell'avvenuto in 
Treviso pel fatto del Castel d'a- 
more, tra Veneziani e Padovani, 
I, 97. 

Narvesa, grossa terra del Trivigiano, 
vicino al Piave, tolta agli Scaligeri, 
I, 238. 

Navagiero Bernardo, ambasciator al- 
l'imperatore, e nel 1547, poi an- 
che nel 1559, podestà di Padova, 
li, 260. 

Negri, detti anche Cecchini e Rogati, 
I, 521. 

Nersete, generale dell' imperatore gre- 
co — Chiede ai Veneziani assistenza 
di barche, I, 36. — ' Dinanzi a lui 
portano i Padovani lagnanze con- 
tro i Veneziani, a cagione del traf- 
fico, 1, 36, — Ne lascia indecisa la 
controversia, ivi, 

Neumachia, per un finto combatti- 
mento navale nel Prato della Valle, 
If, 207, e seg. 

Neumayer Antonio, illustratore delle 
statue del Prato della Valle, II, 241, 
in annot. 

Nicolò, tribuno di Rialto — Oppone 
calda arringa dinanzi al patrizio 
Nersete, contro le ragioni dei Pa- 
dovani, circa il porto di Malamoc- 
co, 1, 36. 

Nicolò da Carrara — Sue violenze 
contro suo nipote Marsilio, I, 212 
e seg. 

Noali o Novali, famiglia oriunda dal 
villaggio omonimo del territorio 
trivigiano, I, 522. 

Nuyent, generale austriaco, li, 315. 
— Gli è impedito di unirsi con le 
truppe austriache stanziate a Pa- 
dova, II, 316. 



Offrcduzzi o da Marostica, Gerardo , 
vescovo di Padova nel 1169, dona 
alle monache di S. Zaccaria di 
Venezia le decime che avevano 
nel territorio di Monselice, I, 80, 

— Rappacifica Ezzelino 11 coi si- 
gnori di Camposampiero, I, 82. — 
Suo eloquente discorso pronun- 
ziato in questa occasione, ivi e seg. 

— II, 343. 

Ognissanti : monastero assegnato dal 
vescovo Giovanni Forzate ai mo- 
naci di Fistomba, i quali dimora- 
vano colà promiscuamente con mo- 
nache, li, 343. 

Olderico, vescovo di Padova. — Veci. 
Uldarico. 

Olderico od Ulderico, benemerito 
dello Studio di Padova, I, 63. — 
Sua legazione in Germania, I, 64. 

Onara, feudo degli Ezzelini, I, 84. — 

Ongarelli, illustre famiglia padova- 
na, I, 522. 

Ongarello, storico padovano. — • Fa 
menzione di due Colise, 1, 22. 

Onor conjugale, di Ubertino da Car- 
rara, offeso da Alberto dalla Scala, 
che ne sforzò la moglie, I, 223. — 
Come Ubertino venisse a saperlo, 
I, 224. — Vendetta, che ne prese 
Ubertino, I, 232; I, 241. 

Onorio, imperatore — Viene in Pa- 
dova, I, 31. — Sotto di lui comin- 
ciano le irruzioni dei barbari, I, 32. 

Opiscella, trojano, fondatore di Mon- 
selice, ebbe statua nel Prato della 
Valle, li, 243. 

Oriago, antica torre, divenuta dei 
Veneziani per la dedizione dei Pa- 
dovani a quella repubblica, li, 19. 

Orsati, od anche Rossati, I, 522, 

Orologio (dell') sopranome derivato 
alla famiglia Dondi, e perchè, I, 
274 e seg. 

Orsalo, storico. — Indicò nel 1678 
le traccie dell'antico teatro in Pra- 
to della Valle, I, 22. 

Orto botanico, li, 217. — Ne fu sta- 
bilita la cattedra, ivi — Comme- 
morato altrove, I, 115. — Sua an- 
tichità e preminenza sopra tutti 
gli altri Òrti botanici d'Europa, 
ivi. — Memoria relativa stampata 



381 



INDICE 



a Venezia, ivi, in annoi, — Sua de- 
scrizione, II, 218. 

Ospitale civico, li, 214. — Sua pri- 
mitiva fondazione, ivi. — Trasfe- 
rito nel locale già dei gesuiti, a 
spese del vescovo Nicolò Giusti- 
niani, ivi. — Descrizione della nuo- 
va fabbrica di esso, li, 215. 

Osservatorio dell' Università, pianta- 
to sullaT'torre del castello di Ezze- 
lino, II, 296. 

Ospitale militare: sua fondazione; 
suoi regolamenti, 11, 317. 

Ottoboni Mimili Giovanni Vili, nel 
1730, vescovo di Padova, trasferi- 
tovi dall'arcivescovato di Nazianzo, 
li, 348. 

Ottobon, fu papa Alessandro Vili : 
onorato di statua nel Prato della 
Valle, II, 248. 

Ottone II, imperatore, favorisce le 
animosità interne dei Veneziani a 
danno di Padova, I, 53 e seg. 

Ottone IV, imperatore, rappacifica 
Salinguerra con Azzo VI marchese 
di Este, 1, 88. — Concede ad Ec- 
celino li, già signore di Bassano, 
il governo di Vicenza col titolo di 
vicario imperiale, ivi. 



Padova — Sua antichità, I, 15. — 
Sua fondazione, ivi. — Fabbricata 
da Antenore trojano, ivi. — Pre- 
cede di 430 anni la fondazione di 
Roma, e di 1174 il principio del- 
l'era cristiana, I, 16. — È nomi- 
nata città Antcnorea, ivi. — Ed 
anche Elicaonia, ivi. — Giuochi 
istituiti da Antenore, ivi. — Opi- 
nione di chi ne fa derivare l'eti- 
mologia dalla palude Patina, 1, 17. 

— Prosperamento di Padova, 1, 18. 

— Ottiene la cittadinanza roma- 
na, I, 20. — È aggregata alla tri- 
bù Fabia, ivi. — Avanzi de* suoi 
antichi edifizi, I. 21. — Ponti an- 
tichi, I, 23. — Culto pagano e di- 
vinità ivi adorate, ivi. — Via sa- 
cra, ov' erano tutti i suoi templi, 
ivi e seg. — Suo storico Tito Li- 
vio, I, 26. — Prosperamento di Pa- 
dova sotto il re Teodorico, 1, 35. — 
Assediata e distrutta dai Longo- 



bardi, sotto il re Agilolfo, I, 37. — 
Risorge ai tempi di Carlo Magno, 
I, 39. — Vescovi di Padova dopo 
san Prosdocimo, I, 39. — Padova 
ai giorni del re Liutprando, I, 46. 

— Monastero di santa Giustina, I, 
47. — Beneficenze di Carlo Magno 
e di Lodovico lì verso la città e 
la chiesa di Padova, I, 48. — Del- 
l'abazia di san Pietro in Palazzo, 
I, 50. — Padova distrutta dagli 
Ungheri, I, 52. — Pdsorge sotto i 
re a' Italia Lotario ed Ugone, I, 53. 

— Nuovi danni del suo territorio 
per le discordie dei Veneziani fa- 
vorite dall' imperatore Ottone se- 
condo, 1, 55. — Potere temporale 
dei vescovi di Padova, I, 59. — 
Contrasti del comune di Padova coi 

.Vicentini, per gelosia di contini 
territoriali, 1, 61. — Privilegio con- 
cesso al vescovo ed al Comune di 
Padova dall' imperatore ^ Corrado, 
di batter moneta, ivi. — È visitata 
dal papa Leone IX, reduce da Ve- 
nezia, I, 62. — Sua Università, di 
cui fu benemerito il vescovo Ul- 
derico od Olderico, I. 63. — Fa- 
vori concessi dall' imperatore Ar- 
rigo IV alla città di Padova, I, 65. 

— Vi fanno residenza contempo- 
raneamente due vescovi, 1, 67. — 
È retta e governata eia Consoli, I, 
68. — Entra in lega coi Ravennati 
e coi Trivigiani contro la repub- 
blica di Venezia, I, 69. — Com- 
battimento per la Torre Bebia o 
delle Bebbe, in cui restano vinci- 
tori i Veneziani, I, 71. — Prende 
parte alla lega Lombarda, 1, 75. — 
Guelfi e Ghibellini di Padova, I, 
79. — È governata da Podestà, 1, 
81. — È compresa nella pace di 
Costanza, I, 82. — È visitata dal- 
l' imperatore Federigo Barbarossa, 
ivi. — Cittadinanza e condizioni 
per ottenerla, 1, 107. — Feudatari!, 
che vi si ascrivono, ivi. — Saggia 
reggenza del suo Comune, I, 109. 
-— Lavori a sicurezza ed adorna- 
mento di essa, I, 110. — Palazzo 
della Ragione, I, 112. — Origine 
della sua Università. I, 115. — 
Suoi disturbi per le inquietudini 
tra i Signori di Camposampiero, 



U.riP.ETK'O 



38! 



i! vescovo di Padova, i Moriteceli! 
ed altri Ghibellini, I, 119. — Santo 
Antonio è mandato a Verona, per 
pacificare i potentati colà, raccolti, 
l. 122. — Ne ottengono la cittadi- 
nanza Eccelino ed "il marchese di 
Este, 1, 132. — Cade sotto il po- 
tere di Eccelino, che se ne fa pa- 
drone, I, 140. — 11 suo Comune 
si adopera per sottrai" visi, I, 143. 

— Entra in lega coi Veneziani, coi 
Genovesi e col papa, contro Ecce- 
lino, I, 1 ì6. — È liberata dalla ti- 
rannide di costui, I, 163. — Suo 
prosperamento dopo 1' eccidio degli 
Eccelini, I, 179 e seg. — Statuti 
di Padova, 1, 178. — Entra in di- 
sgusti con la Ptepubblica di Vene- 
zia, I. 187. — Documenti relativi 
a questo fatto, I, 191. - Maneggi 
dell'imperatore Arrigo per farsi 
piidrone di Padova, I, 197. — Gli 
imperiali se ne impadroniscono, e 
ne consegnano il governo ai loro 
vicarj, 1, 212 e scg. — È conse- 
gnata da Marsilio Carrarese allo 
Scaligero Can Grande, I, 216. — 
P. cagione di guerra tra i Veneziani 
e gli Scaligeri, I, 226. — E tolta 
agli Scaligeri, I, 210 e seg. — È 
difesa contro questi dal vescovo 
pagano dalla Torre e da Cualper- 
tino Muzzato, I, 2ìi. — Gli studj 
!» le scienze vi fioriscono onore- 
volmente, I, 245. — In matto dei 
Carraresi, I, 2i7 e seg. — Saggia- 
mente governata da Ubertino da 
«'.un'ara, I, 255, — . Agitata dalle 
dissensioni domestiche dei Carra- 
resi, signori di Padova, I, 262 — 
Ricca di valentissimi maestri di 
legge e di medicina, sotto Fran- 
cesco 1 da Carrara, f, 267 e seg. 

— In discordia con la Repubblica 
di Venezia, I, 279 e seg. — Trat- 
tasi di riconciliazione, 1, 283 e seg. 
Collegata col re di Ungheria, I, 
307. — Guerra contro la repub- 
blica di Venezia, I, 309. — Trattati 
a danno dei Veneziani, I, 812. — 
Tratta e conchiude la pace, I, 319. 

— In guerra di nuovo coi Vene- 
ziani, nel Friuli, I, 358. — E tolta 
dal signore di Milano, Galeazzo 
Visconti, I, 366. — Dominazione 



del Visconti in Padova, I, 373. — 
Le toglie ad esso il Carrarese Fran- 
cesco' Novello, 1, 374. — Desolata. 
dalla peste, I, 413. — Guerra di 
Francesco II da Carrara contro la 
repubblica di Venezia, I, 409. — 
Disperato assalto del Carrarese al 
campo veneziano, l, ilo e seg. — 
È presa dai Veneziani, I, 419 e seg, 

— Si dà spontanea alla Ptepubblica 
di Venezia, I, 421. — Circostanze 
particolari di questa dedizione, I , 
422 e seg. — Trattato originale di 
essa, 1, 42 i e seg. — Sunto com- 
pendioso del medesimo, I, 440 e 
seg, — Sua politica sistemazione 
sotto la reggenza della Repubblica 
di Venezia, 11, 9 ed 11. — Sue po- 
destarie, lf, 10. — Sue vicarie, ivi. 

— Incendio del palazzo munici- 
pale, II, 28. — È ravvolta nella 
scomunica di Venezia del papa Si- 
sto IV in occasione della guerra 
di Cambray, II, 43 e scg. — Pub- 
blicazione della relativa Bolla, II, 
47. — Opinione dei teologi e giu- 
reconsulti, li, 49 e seg. — E sciolta 
dalle censure, II, 50. — Padova, 
nella guerra, di Cambray è riacqui- 
stata dai Veneziani, 11, 65 e seg. 

— Discorso del doge Leonardo Lo- 
redan, per la difesa di Padova, II, 
73 e seg. — È assediata dai Tede- 
schi, 11, 71 e scg, — È ricuperata 
dai Veneziani, li, 65. — Feste isti- 
tuite a Venezia per questa vittoria, 
ivi. — Le chiavi di Padova furono 
perciò depositate nella chiesa di 
santa Marina di Venezia, ove an- 
nualmente and iva il doge a' 17 
luglio, a commemorazione di que- 
sta vittoria, li, 68 e scg. — N' è 
sciolta la lega, II, 103 e seg. — 
Partecipa all' Interdetto, da cui fu 
colpita la repubblica di Venezia 
dal papa Paolo V. Motivi storici. 

— Il, 180 e seg. — Disturbi ca- 
gionati in Padova da chi si ado- 
perava all'esecuzione della bolla 
papale, II, 184 e seg. — Alti re- 
lativi della Autorità, ivi sino alla 
pag. 187. — Palazzo municipale, 
il, 220. — PJvoJuzione in Padova 
ai tempi francesi, II, 252 e seg. — 
È abbattuto il leone di Marco, e vi 



C\ppelletti. Storia di Padova. 



25 



3S0 



INDICE 



è sostituita una bandiera a tre co- 
lori, LI, 254. — Vi è proclamato 
un Governo democratico, ivi. — È 
caduta agli Austriaci, pel trattato 
di Campoformio, II, 291. — Ri- 
mane spoglialo di tutte le truppe, 
che ne formavano il presidio, ri- 
chiamate a Venezia, ivi. — Serie 
cronologica de' suoi podestà, che 
ressero a nome della Repubblica 
di Venezia, II, 256 sino a 274. — 
Sistemazione del governo di Pa- 
dova sotto il nuovo Re d' Italia, 
II, 336. — Esposizione comples- 
siva delle sue vicende religiose, 
con la serie completa dei suoi ve- 
scovi, II, 337 e seg. 
Padovani — Loro valore in favore 
dei Romani, I, 17. — Furono in 
grado di porre in piedi un eser- 
cito di 120 mila uomini, I, 18. — 
Loro indipendenza nazionale, ivi. 

— Scacciano i Greci condotti da 
Cleonino re di Sparta, ivi. — As- 
salgono i Galli, Boi, per difesa dei 
Romani, ivi. — Prendono parte 
nella guerra sociale Italica e Mar- 
sica, I, 19. — Sono ascritti alla 
cittadinanza romana, I, 20.— Culto 
pagano e divinità adorata dai Pa- 
dovani, I, 23. — Falsa opinione, 
ch'eglino abbiano fabbricato la città 
di Venezia, I, 34. — Dissidio coi 
Veneziani, di cui portano querela 
al generale Nersete, I, 36. — Con- 
trasti coi Vicentini per li confini 
territoriali, 1,61. — Ottengono fa- 
vori dall' imperatore Arrigo IV alla 
loro città, I, 65. — Fanno lega coi 
Ravenati e coi Trivigiani contro 
la Repubblica di Venezia, per ca- 
gione della torre Bebia o della 
Bebbe, I, 69. — Sono pacificati 
per mezzo dell'imperatore, I, 71. 

— Si rinnovano le discordie per 
aver eglino fatto un taglio sul fiu- 
me Brenta, I, 73. — Prendono 
parte alla lega lombarda, I, 75. — 
Guelfi e Ghibellini padovani, I, 79, 

— Sono governati da Podestà, I, 
81. — Loro contegno nelle dissen- 
sioni dei marchesi a Este, dei conti 
di Sambonifacio e dei Montecchi 
<ìi Verena, I, 87. — Avvenimento 
'Iella festa del Cosici d'Amore in 



Treviso, I, 89. — Guerra per que- 
sto motivo coi Veneziani e coi Tri- 
vigiani, I, 91. — Pace, ivi. — Trat- 
tato originale di questa pace, I, 
94 e scg. — Loro contegno nelle 
discordie esterne con le città li- 
mitrofe, I, 105. — Favoriti appa- 
rentemente dall'imperatore Fede- 
rigo, II, per molestare la Repub- 
blica di Venezia, I, 115. — Van- 
taggi dei Padovani contro Ecce- 
lino, Salinguerra e i Veneziani, I, 
124 e seg. — Cittadinanza pado- 
vana ed Eccelino, ed al marchese 
d* Este, I, 132. È persa da loro la 
città di Vicenza, I, 135. — Loro 
precauzioni a sicurezza della pro- 
pria città, I, 137 e seg. — Sono 
traditi dal marchese Azzo settimo, 
ivi, 139. — Cadono in potere di 
Eccelino, I, 140 e seg. — Cercano 
di ricuperare la loro città dalle 
mani di lui, I, 143. — Vantaggi 
sopra Eccelino, I, 171 e seg. — 
Loro prosperamento dopo la strag- 
ge degli Eccelini, I, 179 e seg. — 
Loro riti superstiziosi del secolo 
XIII e seg., I, 184. — Disgusti con 
la Repubblica di Venezia, I, 187 
e seg. — Documenti relativi, I, 191 
e seg. — Loro vertenze coi Vicen- 
tini, I, 198 e seg. — Guerra contro 
Can grande della Scala, I, 200 e 
seg. — Nuove discordie con gli 
Scaligeri, I, 207 e scg. — Accol- 
gono trionfalmente i provveditori 
della Repubblica di Venezia a pren- 
dere possesso della loro città, II, 9. 

Paganno Sala, professore di legge ai 
tempi di Francesco I da Carrara, 
I, 268 e seg. 

Paglianini, Bartolomeo ed Angelo, zio 
e nipote, triestini, professori di 
questa Università, I, 484. 

Palapesana Marsilio , mandato dai 
Padovani podestà a Vicenza, I, 496. 

Palazzo delta Municipalità, eretto nel 
1541 a merito del podestà Antonio 
Contarini, li, 220. 

Palazzo del Comune di Padova, I, 
133, ved. anche Palazzo munici- 
pale. 

Palazzo della Ragione, o della Giu- 
stizia, eretto in Padova , 1 , 110 
e seg. 



ALFABETICO 



387 



Pallavicini Uberto, vicario imperialo 
nel secolo XIII, fu onorato di sta- 
tua nel Prato della Valle, II, 248. 

Pallio di donne, spettacolo clamoroso 
descritto, li, 209. 

Paolo, vescovo di Padova nel 313, a 
cui si attribuisce 1* erezione, o se- 
condo altri l'ingrandimento del 
tempio di santa Sofia, sulle rovine 
del tempio di Apollo, I, 40. — Ai 
tempi di lui cominciò in Padova il 
pubblico culto cristiano, I, 41. 

Paolo {fr.) Sarpi. Ved Sarpi fr. Paolo. 

Paolo, vescovo di Padova. Eresse, o 
forse ampliò la cattedrale di santa 
Sofia, I, 40 e seg. — II, 339. 

Papa fava Albertino, benemerito dei 
pubblici affari, e dell' abbellimento 
di Padova, nel secolo XVIII, ebbe 
onorevole statua nel Prato della 
Valle. II, 230. 

Papafava da Carrara, mandato po- 
destà a Vicenza, I, 496. 

Paradisi, antica denominazione della 
famiglia de' Capo di Vacca, I, 512. 

Parocchie di Padova. — Concentra- 
zione di esse sotto il regno d' Ita- 
lia, II, 299 e seg. 

Pastrengo Guglielmo , ambasciatore 
mandato a Venez.a da Mastino della 
Scala, I, 226. 

Patriarca di Aquile] a, si fa feudata- 
rio di Padova per ottenerne la cit- 
tadinanza, I, 107. 

Pavia: gli ambasciatori di questa co- 
munità si trovano in Venezia, con 
altri sessanta delle varie comunità 
d' Italia, contro gli Scaligeri, I, 236. 

Pediano — Valoroso capitano dei Pa- 
dovani, I, 18. 

Pedrocchi caffè — Sua descrizione 
ecc. , II, 319. 

Pelacani Biagio, parmigiano, profes- 
sore di Università, I, .489. 

Pensieri filosofici di fr. Paolo Sarpi, 
II, 229. 

Pepoli marchese, Commissario del Re 
in Padova, II, 332. 

Peraga, famiglia giurisdicente in A- 
bano, II, 19. 

Pertoldo , detto anche Bertoldo, pa- 
triarca di Aquileja, fa fabbricare in 
Padova ampio palazzo, per otte- 
nerne la cittadinanza, I, 106. 

Pesaro Francesco, eletto capitanio di 



Padova nel 1703, ne rifiutò la ca- 
rica, II, 285. — Rieletto nel 1706, 
non accettò; nel 1712, ne fu ta- 
gliata la nomina, li, 286. 

Pctadebò, castello piantato dallo Sca- 
ligero alla sua volta dai Padovani 
e dai Veneziani, I, 225. 

Petrarca, amicissimo del professore 
di medicina Dondi Giovanni , lo 
istituisce suo legatario, I, 277. — 
Lo encomia in una sua lettera 
a Francesco da Siena, ivi. — È 
mandato a Venezia per trattare 
in Senato per la pace con Fran- 
cesco I da Carrara, ed in quella 
magnificenza di adunanza si smar- 
risce, né sa proferire parola, I, 321. 

— Neil' indomani si rinfranca e 
pronunzia magnifico discorso, ivi, 
322. — Sua dimora e morte in 
Arquà, II. 18. — Gli fu eretta sta- 
tua nel Prato della Valle, II, 246. 

Piacentini Bartolomeo, pretore delle 
carte Carraresi; I, 484, 

Piazza delle Statue, ossia il Prato 
della Valle: sua storia, sua de- 
scrizione: enumerazione di tutte 
le statue, II, 240 e seg. sino alla 
pag. 250. 

Piazzola, villaggio e famiglia omo- 
nimi, I, 522. 

Piazzola Rolando , celebre politico , 
padovano, I, 479. 

Piccacapra, antica derivazione della 
famiglia de' Capo di lista, I, 512. 

Pietro (san) in Palazzo, abazia ap- 
partenente all' imperatore , presso 
il fiume Retrone e Robolone, I, 
50. — Unita alla menda vesco- 
vile, con diploma imperiale neì- 
1*866, e dovuta al vescovo Turi- 
gario, I, 50. 

Pietro d'Abano : sua celebrità, I, 181 
e seg. 

Pietro da Reggio, antagonista ed ac- 
cusatore di Pietro d'Abano, I, 488. 

Pietro 11, nell' 897, vescovo di Pa- 
dova, II, 341. — Gli è donata dal- 
l' imperatore Berengario la Corte 
di Sacco, 1, 48 — lì, 341. 

Pietro V Cisarella , successore del 
vescovo Milo, nel 1096. reputato 
anch' egli scismatico, I, 67 e seg. 

— Processo intimato dai papa, lì, 
342. — È deposto, nel consiglio di 



333 



INDICE 



Guastalla, ed è sostituito a lui il 
vescovo Simbalclo, ivi. — Doppia 
residenza dei due vescovi di Pa- 
dova, I, 67, e li, 3-42. — Fonda- 
tore dei capitolo di santa Tecla in 
Este, favorito dal marchese Folco, 

I, 68. 

Pieve, o Piove di Sacco, castello con- 
cesso in fondo ai vescovi di Pa- 
dova, I, 66-68, — Commercio di 
terra e di mare, I, 60 — Protetto 
dai Veneziani, ivi, — Una della 
otto podestarie della provincia di 
Padova, IF, 16 — Nominavasi an- 
che Corte Saccisca, ivi. — Celebre 
pel suo commercio nella coltiva- 
zione del lino, ivi. 

Pio VI, sommo pontefice, viene a Pa- 
dova nel 1782. Accoglienza che gli 
venne fatta ; sua dimora ; sua par- 
tenza ecc. scc. , II, 294 in annoi. 

Pio VII, eletto papa in Venezia nel 
4800, viene a Padova, per visitare 
il santuario di sant'Antonio, li, 294. 
— Accoglienza, che v' ebbe : sua 
dimora giorno per giorno ecc. ecc., 

II, 293. — Sua detenzione in Sa- 
vona, II, 313. — Suo colloquio alla 
deputazione dei vescovi mandatigli 
dall'imperatore Napoleone, ivi e seg. 

Piovene Cesare, vicentino, generale 
d'armata nella guerra di Cipro, 
li, 246 

Pivelli Vincenzo, presso cui frequen- 
tava in Padova fr. Paolo Sarpi, II, 
231. — A n edoto curioso ivi acca- 
duto in lode di fr. Paolo Sarpi, ivi. 

Pisani Alvise, nel 1525, vescovo di 
Padova, per cessione di suo zio car- 
dinale Francesco, If, 317. 

Pisani Benedetto, nel 1706 podestà 
di Padova; nuncio per la Corte, 
II. 269. 

Pisani Francesco, cardinale veneto 
del secolo XVI, vescovo di Padova, 
onorato di statua nel Prato della 
Valle, li, 249. 

Pisani card. Francesco, nel 152fc ve- 
scovo di Padova, li, 347, — Ne 
cede il possesso a suo nipote Al- 
vise Pisani, ivi. — Ristaura il pa- 
lazzo vescovile, ivi. — Ila in am- 
ministrazione anche la Chiesa di 
Treviso, ivi. Muore in Roma, ve- 
scovo di Ostia, ivi. 



Pisani Vettore, valoroso capitano della 
Repubblica di Venezia, costringe a 
pessima condizione i Genovesi che 
bloccarono Chioggia, 1, 341 e seg. 

— Gli è decretata statua nel Prato 
della Valle, II, 243. 

Pittori celebri padovani del XV se- 
colo, I, 333 e seg. 

Pittori celebri padovani, nel tempo 
della dominazione veneziana, IJ, 
53 e seg 

Pizzolo Nicolò, pittore padovano, sco- 
laro dello Squarcione, II, 57. 

Platon Bernardo, nel 1287, vescovo 
di Padova; trucidato dal popolo, 
II, 344. — Opinioni varie degli 
storici su questo assassinio, ivi. 

Podestà di Padova — Furono sosti- 
tuiti ai consoli ed ai tribuni, I, 81. 

— Assunti di tempo in tempo da 
città estranee, I, 492, — Podestà 
veneziani mandati a Padova dalla 
Repubblica, dopo la sua dedizione 
a questa, II, 254 e seg. — Loro 
serie cronologica, ivi. 

Podestà di Vicenza, dacché questa 
città si diede al Comune di Pado- 
va (an. 1266) : vi fu sempre man- 
dato un cittadino padovano, 1,496. 

Podestà, carica affidata dal Senato di 
Venezia ad esercitare rappresenta- 
zione politica in nome della Re- 
pubblica ; e durava a sedici mesi, 
II, 11. — Loro attribuzioni e po- 
teri, ivi. 

Pomodello, detto anche da Ponte, Tri- 
golfo, podestà di Vicenza pel co- 
mune di Padova, I, 496-497. 

Polenta Biso , signore di Ravenna. 
Ved. Biso Polenta. 

Polentone Sicco, illustre notaio pa- 
dovano onorato di statua dal col- 
legio de' notari , nel Prato della 
Valle, II, 246 e seg. 

Pollani Bernardo, luogotenente a Udi- 
ne, e nel 1639 podestà di Padova, 
II, 264. 

Pomedelli dal Ponte, I, 522 e seg. 

Pontedera Giulio, celebre filosofo e 
professore di botanica nell' Univer- 
sità di Padova, li, 249. 

Ponte Corbo, porta di Padova, mu- 
nita di bastione, opera del San- 
michieli, II, 219. 

Ponte di ferro, il primo che fosse 



ALFABETICO 



389 



costrutto in Italia; eretto a speso 
del Comune di Padova, II, 320, 

Pontefongo: villaggio, ove Martino 
dalla Scala si accampò, per impe- 
dire il corso alle barche dei Vene- 
ziani, che navigavano su pel Bren- 
ta, I, 210. 

Ponte, o Pomedelli dal Ponte, I, 522 
e seg. 

Ponti antichi, di s. Lorenzo, dei mu- 
lini, di Aitino, Corbo, l. 23. 

Porcellini, famiglia padovana, oriun- 
da di Germania, I, 523. 

Porte di Padova, costruite dai Vene- 
ziani, cioè, Portello, S. Giovanni e 
Savonarola, II, 219. 

Portello, una delle porte di Padova, 
costruita dai Veneziani, li, 219. — 
Accoglienza che v' ebbe quivi il 
papa Pio VII da una deputazione 
di monaci benedettini di santa Giu- 
stina, allorché venne a Padova, 
II, 295. 

Pozzo dei martiri — Luogo in Prato 
della Valle, ove i cristiani soste- 
nevano il martirio, I, 30. — È com- 
preso nell'odierno recinto del tem- 
pio di santa Giustina, ivi. 

Prato (da) Guglielmo, friulano, pode- 
stà di Padova, I, 493. — NB. LOn- 
garello, forse per isbaglio, lo disse 
Guecello da Parma. 

Prato della Valle. — Ivi era un Co- 
liseo, che si chiamava Zains e che 
fu scoperto nel 1678; meglio nel 
1775, I, 22. — Vastità di esso Prato 
ed uso a cui serviva, ivi. 

Prefetto (un), costituito capo del di- 
partimento di Padova, li, 293. 

Prcpedigna. — Madre di santa Giu- 
stina, I, 30. 

Princivalle Conti, nel 1285, vescovo 
t di Padova, lì, 343. — Contrasti 
'per la sua elezione, ivi. — Ved. 
Conti Princivalle. — É promosso 
nel 1287 all' arcivescovato di Ca- 
gliari, ivi. 

Priuli Alvise, provveditor generale 
a Palma, podestà di Padova nel 
1654,11, 265 

Priuli Anton Maria cardinale, trasfe- 
ritovi da Vicenza nel 1767, vescovo 
di Padova, II, 349. 

Prudi Anton Maria, podestà di Pa- 
dova nel 1766; cacciato per l'ele- 



zione di suo fratello cardinale a 
vescovo di Padova, II, 272. 

Procolo, vescovo di Padova nel 175, 
I, 40. 

Prosavio, vescovo di Treviso, eletto 
vescovo di Padova ; ma non vuole 
accettare, II, 343. 

Prosdocimo (san). — Predica in Pa- 
dova la fede cristiana, 1, 29. — Ed 
in altre città, ivi. — Miracoli da 
lui operati nel suo primo ingresso 
in Padova, ivi, e seg, — Guarisce 
Vitaliano prefetto della città, 1, 30. 
— - N'è trovato il corpo l'anno 1564, 
ivi. — Primo vescovo di Padova, 
ivi, e li, 338. 

Prospetto delle Chiese da conservarsi 
in Padova, e di quelle da chiu- 
dersi, II, 301 e seg. 



Quaglia, soprannome della famiglia 
Curtarolo, I, 515. 

Quaranta (santi); Borgo di Treviso, 
a cui spinsero i Veneziani le loro 
barche su per lo Sile, per pian- 
tarvi il loro campo contro gli Sca- 
ligeri, I, 237. 

Quirini Giacomino, congiurato contro 
Venezia, vive rimpiattato in Ve- 
rona, I, 218, -- Tiene pratiche col 
Barozzi, ed è mandato a Vene- 
zia, ivi. 

Querini Guglielmo, riceve dai Trivi- 
giani la loro città in nome della 
Repubblica di Venezia, I, 368. 

Quero (Chiusa di* : castello, che si 
sottrasse dalla servitù degli Sca- 
ligeri , per darsi ai confederati , 
1 , 238. 

Quirini Marco, nob. veneziano, po- 
destà di Padova dopo scacciato Ec- 
celino, I, 495. 



Ragione (palazzo della) eretto in Pa- 
dova. 1, HO. 

Ragnina (de) Matteo, raguseo, rettore 
dell' Università , ebbe statua nel 
Prato della Valle, II, 248. 

Rangone Gherardo, modenese, eletto 
podestà per parte del conte Ricardo 
da san Bonifacio, I, 121 e seg. 



390 



INDICE 



Recanati (da) Andrea, fondatore di 
quattro piazze nella Università, a 
beneficio di studenti Ozimani: ebbe 
statua nel Prato della Valle, ir, 245. 

Regenzolo; terra del trivigiano, che 
si diede a Rizzardo da Camin, sot- 
traendosi alla schiavitù degli Sca- 
ligeri, I, 238. 

Renieri da Forlì, chiamato a profes- 
sore dell'Università, I, 256. 

Reriier Alvise, consigliere, eletto po- 
destà, ne rifiutò l'incarico, II, 264. 

Rezzonico cor. Carlo, nel 1743, LXXU 
vescovo di Padova. Diventò papa 
nel 1758 col nome di Clemente XIII. 
Benemerito in Padova per molte 
opere, e specialmente per la ere- 
zione della cattedrale, II, 348. 

Rezzonico, papa Clemente XIII, ve- 
scovo di Padova, nobile veneziano, 
ebbe statua nel Prato della Valle, 
II, 249. 

Rezzonico Paolo, vescovo di Padova, 
poi papa Clemente XIII, incomincia 
la nuova fabbrica del Seminario, 
lì, 239. 

Rezzonico principe, senatore di Roma, 
si reca appositamente dalla sua vil- 
leggiatura di Bassano, per corteg- 
giare il papa Pio VII, finché si trat- 
tenne in Padova, II, 296, 

Ricardo (conte) da San Bonifacio : sue 
vicende nelle fazioni de' Ghibellini 
e de' Guelfi, I, 120 e seg. 

Ricardo da san Bonifacio, pacificato 
da sant'Antonio, I, 123. 

Riccio, fonditore di bronzi; V. Briosco. 

Richinardo, XXXIX vescovo di Pado- 
va, nell'anno 693, II, 340. 

Ricovrali (dei) : Accademia formata 
delle varie Accademie di Padova, 
lì, 322. — Sua residenza ed am- 
ministrazione, II, 323. 

Riformatori dello Studio di Padova ; 
Magistratura istituita dalla repub- 
blica di Venezia, II, 107 e seg. — 
Decreti relativi del Senato, II, 108 
e seg. 

Rio o da Rio, detti anche Buzzamli 
e Scrimia, I, 523. 

Roberti (de) Guido, da Reggio, po- 
destà di Padova per li Carraresi, 
I, 496. 

Roberti (de) Roberto, da Reggio, pode- 
stà pei Carraresi in Padova, I, 496. 



Rodolfo, re d'Italia, concede a Sili- 
cone vescovo di Padova la giuri- 
sdizione su tutto il suo vescovato, 
I, 59 e seg. 

Rodrone. — Fiume, presso cui era 
l'abazia di s. Pietro in Palazzo, 
I, 50. 

Romani. — Aiutati dai Padovani, nella 
guerra contro i Galli Senoni, I, 17. 
— È contro i Galli Boi, J, 18. 

Romano, feudo degli Ezzelini, I, 84. 

Romano, castello degli Eccelini, di- 
strutto dai Trivigiani I, 177. 

Rorio o Rorigo, vescovo di Padova, 
favorito dal re Lotario e da Carlo 
Magno, I, 50. — Curioso diploma 
a favore del monastero di s. Giu- 
stina, I, 51. 

Rossi, famiglia illustre padovana, I, 
523 e seg. 

Rossi (de'j Jacopo, parmegiano, po- 
destà di Padova, ebbe statua nel 
Prato della Valle, per commissione 
di Ferdinando I, duca di Parma, 
Piacenza e Guastalla, II, 248. 

Rossi Pietro, valoroso comandante 
delle (ruppe veneziane contro gli 
Scaligeri, J, 231. — Passa a nuoto 
col suo cavallo il Brenta, a Vi- 
gonza, e n' è seguito dai soldati. 
ivi, — Spavento di Alberto dalla 
Scala, che fugge perciò a salvarsi 
in Padova, ivi. 

Rossi (de') Pietro, comandante delle 
armi venete nella guerra contro 
Alberto e Mastino dalla Scala, pa- 
droni di Padova, I, 231 e seg. — 
Tende alla conquista di Padova, I, 
235 e seg. — Concerta la sorpresa 
di Padova, e la tenta alla porta 
di Santa Croce, I, 241 e seg. — 
Muore nell' assedio di Monselice, 

I, 147. — Gli viene restituito, nel 
comando delle truppe veneziane,* 
suo fratello Marsiglio, ivi. 

Rovere (della) cara. Sisto, vescovo 
di Padova CVil, nell'anno 1509, 

II, 347. 

Rovigo assediata da Francesco II No- 
vello da Carrara, I, 379. 

Rovio, nell' 861, LII vescovo di Pa- 
dova, li, 340. — La chiesa pado- 
vana è beneficata, sotto di lui, dal 
re Lodovico secondo, 1 , 49 ; — 
II, 340, ed altrove. 



ALFABETICO 



391 



Ruffo (da) Giacomo, podestà per li Pa- 
dovani, in Vicenza, I, 496. 

Rustica , detta anche Xiqodarzcre , 

i, 523. 

Ruzziui Marco, podestà a Bergamo, 
e nel 1666 a Padova, li, 266. 

Ruzzila Domenico, consigliere, capi- 
tanio a Padova nel 1613, n' è intro- 
messa e "tagliata l'elezione, li, 282. 



Sacchetti (de') Zuanne Franco ; ossia, 
Gian Francesco, eletto podestà di 
Vicenza per li Padovani, I, 497. 

Sacco (Corte di) donata dall'impera- 
tore Berengario, uell' 897, al ve- 
scovo Pietro li, per la chiesa di 
Padova, I, 48 e seg. — II, 3*1. — 
Gli abitanti di questa Corte erano 
molto induslriosi ed avevano gran- 
de commercio per terra e per mare, 
1, 60 — li, 341. 

Sagredo Pietro, consigliere, capitanio 
a Padova nel 1629" per la Repub- 
blica di Venezia, lì, 282. 

Sala Paganino, professore in legge, 
invitato a Padova da Francesco I, 
Signore di Padova, I, 268 e seg. 

— I, 480. 

Salgardi Giovanni da Feltre, podestà 
più volte, I, 503. 

Saliceto Bartolomeo, valente legale, 
con due suoi figli Giovanni ed Ja- 
copo, I, 484. 

Salingnerra, collegati con Eccelino e 
coi Veronesi a danno dei Padova- 
ni, I, 122. 

Salingnerra, tiranno di Ferrara, par- 
tigiano dell' imperatore Federigo e 
del tiranno Eccelino, I, 147 e seg. 

— Ordina un taglio nel Po, ed al- 
laga le campagne contigue a Fer- 
rara, I, 148. — È assediato in Fer- 
rara dalle genti del vescovo Fon- 
tana, ivi. 

Saline, motivi di guerra coi Padovani 
e cogli Scaligeri contro i Venezia- 
ni, 1, 227 e seg. — Lavori, che vi 
fanno i Chioggioti, ivi. — I Vene- 
ziani ne stringono di assedio il ca- 
stello, I, 232 e seg. — Costruite a 
Calcinara da Cualpertino Mussato, 
e da questo cedute al Comune di 
Padova, I, 244. 



Salviati Filippo, allievo del Galilei, 
fu onorato di statua nel Prato della 
Valle, a cura del cardinale Sal- 
viati, II, 248. 

San-Bonifacio — Contegno dei Pado- 
vani nelle dissensioni di questi coi 
marchesi d' Este e coi Montecchi 
di Verona, I, 87. 

Sanbonifaoio (di) Conti, I, 87. — Dis- 
sensioni coi Padovani, ivi. — Col- 
legati col marchese d'Esle, 1, 88. 

San-Bonifacio Lodovico, celebre nelle 
guerre contro Salinguerra ed Ec- 
celino ; ebbe statua nel Prato della 
Valle, II, 2ii. 

San Giovanni una delle porte di Pado- 
va, costruita dai Veneziani, II, 219. 

San Pietro Tuba: castello degli Sca- 
ligeri nel trivigiano, datosi spon- 
taneamente a Rizzardo da Camin, 

I, 238 — II, 206. 
Sant'Angelo Antonio, professore ce- 

lebratissimo in ambe le leggi, in- 
vitato a Padova ai tempi dei Car- 
raresi, I, 271. 

Sant'Angelo Antonio, giudice per de- 
finire le controversie tra giuristi e 
medici dell'Università, I, 268, 480, 

Santa Sofìa, sette professori di me- 
dicina — Giovanni, Marsilio, Gu- 
glielmo, Daniele, Galeazzo, Fran- 
cesco, Bartolomeo — di una me- 
desima famiglia, I, 328 e seg. 

Santa Sofia, famiglia illustre, 1, 523. 

Santa Sofia Nicolò, distinto professore 
di medicina, stipendiato da Fran- 
cesco I da Carrara a servizio del- 
l' Università, I, 272 e seg. 

San Zenone, castello della famiglia 
di Eccelino, I, 177. — Distrutto 
nell' esterminio della schiatta degli 
Eccelini, ivi. 

Sarpi fr. Paolo — Sua consulta sulle 
scuole dei gesuiti, e sul collegio 
greco di Roma e di Padova, II, 
166 e seg. — Sua dimora in Pa- 
dova, li, 223. — Suggerisce il di- 
segno del Teatro anatomico della 
Università, li, 217, — Suoi studj, 
li, 225 e seg. — Anedoto curioso, 

II, 231. — Monumento decretato- 
gli dalla Repubblica, II, 233. — 
Decreto relativo del Senato, ivi. 

Satiro, detto anche Zairo o Zadro. — 
Antico teatro in Prato della Valle : 



892 



INDICE 



è scoperto nel 1775 dal co. Simone 
Stratico, I, 22. 

Savonarola; una delle tre porte di 
Padova, costruita dai Veneziani, 
II, 219. 

Savonarola Michele, padovano, cele- 
bre professore di medicina nel se- 
colo XV, autore di pregiati scritti : 
i'u onorato di statua nel tórato della 
Valle, li, 250. 

Scala (dalla) Antonio, signore di Ve- 
rona, entra in guerra con France- 
sco 1 da Carrara, I, 361. 

Scala (dalla) Mastino in rotta con la 
Repubblica di Venezia, I, 227. — 
Si collegano contro lui li Fioren- 
tini e i Veneziani, ivi. 

Scaligeri, ossia dalla Scala, signori 
di Verona in discordia coi mar- 
chesi d'Este, I, 196 e seg. — In 
discordia coi Veneziani e coi Fio- 
rentini, I, 227. — Trattato di al- 
leanza delle due repubbliche con- 
tro lui, I, 228. — Trattato sullo 
stesso argomento con gli amba- 
sciatori di sessanta potenti e comu- 
nità d'Iialia, I, 236. 

Scaligeri — Si mettono in rottura 
coi Veneziani, 1 , 223 e seg. — 
Guerra contro i Veneziani, I, 226 
e seg. — Le loro terre sono deva- 
state, I, 237 e seg. — È tolta loro 
la città di Padova, I, 240. — Loro 
slemmi atterrati in Padova, ed a 
questi sono sostituiti quelli di San 
Marco per Venezia, il gigli per la 
repubblica di Firenze, ed il carro 
per la signoria dei Carraresi , 1 , 
242. — Sono scacciati dal vescovo 
Pagano della Torre e da Gualper- 
tino Mussato, I, 244. — Sono scon- 
fitti a Montagnana, 1, 250. 

Scavi. — Oggetti interessanti e cu- 
riosissimi, che vi si trovano, 1, 24 
e seg. 

Schincìla co. Antonio, prete dell'Ora- 
torio, nobile di Padova e di Vene- 
zia, filologo e filosofo sommo, fu 
onoralo di statua nel Prato della 
Valle, II, 248. 

Scrinila, e Huzzaniti — Vcd. Rio o 
da Rio, 1, 523. 

Scrov agno-Enrico comperò nel 1300 
l'Arena da Manfredo Dalesmanini, 
1, 22. 



Scrovcgni, famiglia illustre ed antica, 
prima della dominazione degli Ec- 
celini, I, 525. 

Scrovegno Manfredo, padovano, spe- 
dilo podestà a Vicenza pel Commi.- 
di Padova, I, 497. 

Segretario alle voci: magistratura, 
a cui apparteneva tenere registro 
delle nomine, che venivano fatte 
dal Maggior Consiglio o del Senato, 
per gì' impieghi e le reggenze di 
tutte le provincie dello Stato. In 
questi registri perciò si trovano i. 
varii uffici degT impiegati di Pa- 
dova, li, 267. 

Secretano alle voci, il quale teneva, 
registro dei podestà e capitani* delle 
varie città e provincie dello stato 
veneto, li, 255. 

Selva, villaggio contiguo al Bosco 
del Mantello distrutto dai confede- 
rati contro gli Scaligeri, I, 238. 

Selvaggia — Precipua concubina di 
Eccelino, I, 144. — Entra in Ve- 
rona con bella comitiva, ivi. — 
È sposata ad Eccelino ivi. 

Seminario, II, 239, — Sua fonda- 
zione, sua fabbrica, sua descri- 
zione, ivi. — L' odierna fabbrica 
ebbe principio sotto il cardinale 
Paolo Piezzonico , poi papa Clemen- 
te XII l : ne rimase imperfetta, ivi. 

Serravafle : nel trìvigiano ; occupata 
da Rizzardo da Camin, per sot- 
trarsi dalla schiavitù degli Scali- 
geri, I, 237. 

Sessanta ambascerie di diversi po- 
tenti e comunità d' Italia, concorse 
in Venezia per trattare della lega 
contro gli Scaligeri, I, 236. 

Sevcriano, XXII vescovo di Padova, 
nell'anno 419, lì, 339. 

Stòico, nel 911, LV1II vescovo di 
Padova, II, 341 — Ottiene in dono 
dall' imperatore Berengario la valle 
Solana nel canale di Brenta, I, 51, 
— II, 341. 

Sibilla, figlia del padovano Gualperlo 
di Ceto, primitiva fondatrice del- 
l' Ospitale civico di Padova, li, 214. 

Sile: fiume del trivigiano, su cui na- 
vigando più barche de' Veneziani, 
fu espugnato il castello di Muse- 
sire contro gli Scaligeri, I, 237. 

Simone conte di Puglia, podestà per 



iLUABETICO 



398 



l' imperatore Federico II in Monse- 
lice. I, 495. 

Siro (san), 1\ vescovo di Padova, II, 
339. — Ebbe chiesa dedicatagli, 
fuori di Padova, ivi, 

Sobìesclì)/ Giovanni, valoroso guerrie- 
ro polacco del secolo XVII; ono- 
rato di statua nel Prato della Valle 
a spese di Stanislao re di Polonia, 
II, 2i9. 

Sofia {sanla) — Chiesa eretta da san 
Prosdocimo, I, 31. — Servì di cat- 
tedrale ai vescovi di Padova, sino 
al settimo secolo, I, 31. 

Solana, valle nel canale di Brenta, 
donata dall' imperatore Berengario 
al vescovo Sibico per la chiesa di 
Padova, I, 51, ed anche II, 341. 

Sono (de), o Sopo, Bartolomeo, podestà 
di Padova sotto i Carraresi, I, 496. 

Sopo (de) o De Sono Bartolomeo, po- 
destà di Padova al tempo dei Car- 
raresi, T, 496. 

Sperone Sperone degli Alvarotto, ca- 
valiere padovano , reputatissìmo 
giureconsulto del XVI secolo : ono- 
rato di statua nel Prato della Valle, 
II, 247. 

Spinelli Nicolò, da Giovenazzo, napo- 
letano, che dall'Università di Pa- 
dova passò a quella di Bologna, 

I, 484. 

Squarcione Francesco, celebre pittore 
padovano, I, 337. 

Stalimbeco, terreno occupato dai Ve- 
neziani contro i lavori dei Pado- 
vani per le saline, I, 226, 

Statuti di Padova, F, 178. — Conser- 
vati e conservati dalla Repubblica 
di Venezia, li, 9. — Riforma di 
questi, nella nuova sistemazione 
sotto i Veneziani, II, 41. — Altra 
riforma del 4626, fatta dal Senato 
veneto, ivi. 

Stella Luca, già vescovo di Rettimo, 
e poscia arcivescovo di Zara; nel 
4639, CXVIII vescovo di Padova, 

II, 348. 

Stemmi di S. Marco atterrati in Pa- 
dova, alla caduta della Repubblica 
di Venezia, II, 291. 

Stratico co. Simone, scopre nel Prato 
della Valle P antico teatro, detto il 
Satiro, I, 22. — Ne fa erudita illu- 
strazione, ivi. 



Studenti dell' Università — Sull'au- 
torità del Podestà di Padova sopra 
di loro, II, 470. 

Studio ili Padova, di cui fu beneme- 
rito il vescovo Ulderico, I, 63. — 
Detto anche Università : sua ori- 
gine, I, 145. — Varie opinioni su 
j « ciò, I, 116 e seg, — Perchè si di- 
cesse il Bò, ivi. — Favorito ed am- 
pliato dalla repubblica di Venezia, 
Il 9. — Provvedimenti per la si- 
stemazione di esso, II, 407 e seg. 
— - Istituzione della Magistratura 
; dei Riformatori dello Studio di Pa- 
dova, ivi. — Regole universitarie 
di antica istituzione, II, 442. e seg. 
— Discipline spettanti le relative* 
attribuzioni e prerogative dei com- 
ponenti legalmente 1^ Studio, II, 
416 e seg. — Distinzione dell'Uni- 
versità dei * leggisti sopra quelle 
degli artisti, II, 148. — Formavano 
questi due collegi una fraglia, lì, 
119. — Collegi per mantenervi gio- 
vani studenti, ivi e seg. 

Suadero, X vescovo di Padova nel 215; 
detto anche Suaero e Suacio, I, 40 

^ — II, 339. 

Suzzura (da) Guido, da Reggio, pro- 
ftssore di Università, I, 482. 



Tacito, commemora alcuni giuochi 
istituiti a Padova da Antenore, I, 49. 

Taddea da Carrara si unisce in ma- 
trimonio secreto con Mastino dalla 
Scala, I, 216. ~ Lo si pubblica, 
I, 217. 

Tadi (de*) Zuanne, podestà di Vi- 
cenza, per li Padovani (si nomi- 
nava anche da Prosano), I, 497, 

Taglio l'atto dai Padovani nel Brenta, 
per impedire ai Veneziani la na- 
vigazione di questo fiume, I, 73. 
| Tartaro di Lendinara, espulso da Pa- 
dova con Ubertino da Carrara, per 
le loro insolenze, I, 214. 
I Tartini Giuseppe, rinomatissimo col- 
tivatore della musica, fu onorato 
per ciò di statua nel Prato della 
Valle, II, 245. 

Tasso Torquato, allievo dell'Univer- 
sità di Padova, è onorato di statua, 
nel Prato della Valle l'anno 4774, 



394 



INDICE 



a cura degli allievi dell' Università 
stessa, II, 242. 

Teatro — Antico teatro, o Coliseo, in 
Prato della Valle, I, 22. — Teatro 
degli Obizzi, II ; 222. — Teatro 
Nuovo, ivi. — Teatro a santa Lu- 
cia, ivi, pag. 223. 

Tempesta Guecello entra nella lega 
coi Veneziani contro gli Scaligeri, 
I, 238. — Consegna in mano della 
lega le due fortezze di Noale e di 
Brusaporco, ivi. 

Tempo, famiglia illustre padovana, 

I, 526. 

Teoderico re d'Italia — Coopera al 
ristauramento di Padova, I, 36. 

Teolo, villaggio su di un colle: una 
delle sei vicarie portate dai Vene- 
ziani nella provincia di Padova, 

II, 18. 

Terradura, famiglia illustre, I, 526. 

Tessitori di panni : loro privilegi con- 
fermati dalla Piepubblica , dopo 
T incendio del palazzo Municipale, 
II, 28. 

Tiepolo Bajamonte, favorito da Gia- 
comino Quirini, congiurato in Ve- 
rona, I, 218. 

Tiepolo Pietro, figliuolo del doge di 
Venezia, fatto prigioniero dai Pa- 
dovani ed impiccato in Puglia sul- 
la spiaggia del mare per comando 
di Eccelino, I, 124. 

Tito Livio — Primo storico, pado- 
vano, I, 16. — Era sacerdote della 
dea Concordia, ivi, in annoi. — Fu 
creduto esserne trovato il cadave- 
re, ivi. — Visse lungamente in 
Pioma, I, 26. — Morì l'anno IV di 
Tiberio imperatore, cioè nel 17 
dell'era cristiana, ivi. — Sepolto 
presso il tempio della Concordia, 
ivi. — Fu trovata colà, nel 1413, 
una cassa di piombo, che si cre- 
dette contenerne il corpo, ivi. — 
Progetti per collocarlo in un mau- 
soleo sulla piazza de' Signori, ivi. 
— Fu trasferito, nel palazzo della 
Ragione, ivi. — È onorato di statua 
nel Prato della Valle, II, 247. 

Torre dell'Orologio, in piazza dei Si- 
gnori, II, 215, ed altrove. 

Torre di Eccelino, adattata ad uso di 
Osservatorio, o Specola dell'Univer- 
sità, II, 222. 



Torre delle Bebbe, occasione di litigi 
e di guerre tra Padovani e Vene- 
ziani, I, in più e più luoghi. 

Torre (dalla) Jacopo, detto anche Ja- 
copo da Forlì, insegnò filosofia in 
Bologna ed a Padova, I, 490. 

Torre (della) Luttiproldo , milanese, 
podestà di Padova sotto i Carra- 
resi, I, 496. 

Torre (dalla) Pagano, vescovo di Pa- 
dova , collegato con Gualpertino 
Mussato, difende Padova dalle armi 
dello Scaligero, I. 244. 

Torr eselle: porta di Padova, I, 145. 

Torresino: chiesa eretta nel 1720, di 
bizzarra architettura, II, 239. 

Torviano Pagano, milanese, podestà 
di Padova nel 1195 ; benemerito 
della città, per avervi fatto co- 
struire il ponte degli Ognissanti, 
II, 243. — Onorato di statua nel 
Prato della Valle, ivi. 

Tossignano (da) Pietro, celebre imo- 
lese, professore di medicina, I, 488. 

Totila, re dei Goti — Molesta l' Ita- 
lia, en'è scacciato dalle armi dei 
Greci, I, 36. 

Transalgradi, antica derivazione della 
famiglia de' Capodilista, I, 512. 

Trasea — Padovano, senatore : preso 
di mira per le sue virtù dall'im- 
peratore Nerone, I, 27. — Enco- 
miato dagli antichi scrittori, I, 28. 
— Gli è eretta statua nel Prato 
della Valle , per decreto civico, 
li, 242. 

Trattato di alleanza tra la repubbli- 
ca di Firenze e quella di Venezia, 
tostochè si seppe rotta la pace tra 
questa e Mastino dalla Scala, I, 
227 e seg. 

Trattato di pace tra i Padovani e i 
Veneziani dopo il fatto di Treviso 
del Castel di Amore, \, 93. — Dopo 
la violenza di Federigo II contro 
i Veneziani per favorire i Padova- 
ni, I, 125 e seg. 

Trattato di pace tra Venezia e Tre- 
viso, pel fatto del Castel d' Amore, 
I, 402 e seg. 

Trevisan Bernardino, patrizio pado- 
vano, professore di botanica nel- 
l' Università ; ebbe statua nel Prato 
della Valle, II, 245. 

Trevisan Domenico, cavaliere, podestà 



ALFABETICO 



395 



a Cremona, e nel 1501, a Padova, 
li, 259. 

Treviso — Festa del Castel d'Amore, e 
successive controversie coi Pado- 
vani, I, 94 e seg. — Devastato dagli 
imperiali, 1, 213. — La città è mi- 
nacciata dalle armi di Cane Grande 
dalla Scala, I, 220 e seg, — Se ne 
fa padrone, I, 220 e seg. — È for- 
tificata da lui, I, 222 Si è appro- 
vigionata la città a difesa contro 
Francesco I da Carrara, I, 342. — 
N' é venduta la città a Leopoldo 
duca di Austria, 1, 349. — È ven- 
duta da questo a Francesco da Car- 
rara, I, 353. È perduta dai Carra- 
resi, I, 366. 

Tricidio — Vescovo di Padova nella 
metà del settimo secolo, I, 31 - I, 
43. — Soprannominato Fontana, 
ivi. — Ritorna a Padova, e vi fab- 
brica la cattedrale, ivi. Sua lapide 
sepolcrale, 1, 45 in annot. 

Tricidio, detto anche Tucidio, Fonta- 
na, XXXIV vescovo di Padova nel 
620. Emigrò, per sottrarsi alla vio- 
lenza del re Rotari, I, 43 e seg. — 
Fuggì a Malamocco, II, 340. 

JTrivigiani, in lega coi Ravennati a 
favore dei Padovani, contro la Pie- 
pubblica di Venezia, I, 69. — De- 
vastano i territorii di Ceneda, di 
Belluno e di Feltre, per le discor- 
die dei Cenedesi con la famiglia 
da Camin, I, 105. — Sorprendono 
a tradimento il vescovo di Belluno, 
Gerardo de' Taccoli, e lo uccidono, 
ivi. — Si armano contro Cane 
Grande dalla Scala, I, 221. — Vil- 
laggi incendiati, I, 230. 

Trojani. Venuti con Antenore a fon- 
dare Padova, I, 15. 

Tron Nicolò, cavaliere veneziano della 
stola d'oro, e promotore della flo- 
ridezza del commercio, già pre- 
fetto e pretore di Padova: onora- 
to di statua nel Prato della Valle, 
II, 249. 

Truppe austriache occupano Padova, 
II, 291. 

Turringario, nel 919, LIX vescovo di 
Padova, I, 50. — Per le istanze di 
lui, l'imperatore Berengario uni- 
sce alla mensa vescovile l' abazia 
di san Pietro in Palazzo, e con- 



cede ai vescovi di Padova il pri- 
vilegio di batter moneta, ivi. 



Il 



Uba/dì Angelo, fratello di Baldo, re- 
putato il padre della pratica legale, 

I, 487. 

Ubertino da Carrara, scacciato da 
Padova per le sue insolenze, I, 214. 
— E con esso, Tartaro da Lendi- 
nara, ivi. — Cerca vendetta sopra 
Mastino dalla Scala per torti rice- 
vuti, I, 241. -«- Ved. in seguito - 
Carrara (da) Ubertino. 

Ufjìzii onorevoli, a cui dalla Repub- 
blica venivano chiamati i cittadini 
di Padova, II, 29. 

Ugolino d'Andrighetto, scopre al ti- 
ranno Alberico la congiura ordita 
dai Trivigiani contro di lui, 1, 170 
e seg. 

Ulderico, vescovo di Padova — Vedi 
Olderico. 

Università di Padova, detta anche 
Studio di Padova: sua origine, I, 
115. — Varie opinioni su ciò, I, 
116 e seg. — Ved. Studio generale 
ecc. — Fabbrica eretta dalla repub- 
blica di Venezia, II, 216. — *Sua 
descrizione, ivi e pag. seg. — Suo 
archivio, ivi. — Suo Osservatorio 
o Specola, II, 222 e 296. — Detta 
il Bò, e perchè?, I, 116 e seg. 

Ungheresi, occupano la Torre delle 
Bebbe, ed il Mòranzano, I, 340. — 
Incendiano, nel 903, la cattedrale 
di Padova, essendo vescovo Ebo, 

II, 3 il. 

Uvea : sua contrazione e dilatazione, 
nelle funzioni dell'occhio : interes- 
sante scoperta di fr. Paolo Sarpi, 
II, 228 e seg. 



Verona ; vi predica sant'Antonio, man- 
datovi dai collegati per tranquilliz- 
zare le inquietudini tra i signori 
da Camposampiero, il vescovo di 
Padova, i Montecchi - ed altri ghi- 
bellini, I, 119 - 1, 122. — Crudeltà 
usate dal tiranno Eccelino in Ve- 
rona, I, 167. — Guerra mossavi 
da Francesco Carrarese , I, 309. 



39G 



INDICE 



— Se ne t'a padrone , ivi. — La 
perde, 1, 411. 

Vicentini-, contrastano coi Padovani, 
per diritti di confini territoriali, 
1, 61. — Implorano l'assistenza 
della duchessa di Milano e del Si- 
gnore di Mantova, contro gli sforzi 
militari di Francesco III "da Car- 
rara, I, 401. — Se ne fanno pa- 
droni i Veneziani, I, 402 e seg. 

Vicenza ; è tolta ai Padovani da Ec- 
celino; incendiata e distrutta, I, 
435. — Vi predica il frate Giovan- 
ni da Vincenzo a tutti i potentati 
della Lombardia e delle provincie 
di qua del Mincio, I, 130. — Fran- 
cesco III da Carrara tenta di far- 
sene padrone, I, 401. — Se ne im- 
padroniscono invece i Veneziani, 
I, 401. 

Vicenza, (da) frate Giovanni vi pre- 
dica a tutti i potentati della Lom- 
bardia e delle provincie di qua del 
Mincio, I, 130. — Perde ogni sua 
autorità ed è costretto a ritirarsi 
a Bologna, I, 134. 

Veronese cardinale Sante, nel 1758, 
CXXIV vescovo di Padova, II, 349. 

Ver cui fo, nel 1057, LXX1I vescovo di 
Padova, II, 341. — Fu detto an- 
che Vintoldo, Vintalfo e Waltolf, 
I, 63. 

Vitellio, XX vescovo di Padova, II, 339. 

Vero, XVI vescovo di Padova, II, 339. 

Virgilio, nel 574 XXXI vescovo di 
Padova, II, 340. 

Venier Lorenzo, podestà a Verona, 
capitanio di Padova nel 1499 per la 
Repubblica di Venezia. Morì l'anno 
stesso, li, 277. 

Vescovi del conciliabolo di Parigi del 
1811 , — non ricevuti da Pio VII 
ad udienza, in Savona: poi rice- 
vuti col ceremoniale di uso, II, 313. 

— Loro diverbio col Papa, ivi — 
Contegno di Pio VII nel colloquio 
con essi, ivi, 314 

Vittorio Emanuele 11, collegato al- 
l' imperatore Napoleone 111 per la 
libertà dell' Italia, li, 327. — Sua 
alleanza con la Francia e la Prus- 
sia, 11, 328, — Salutato merita- 
mente Re d'Italia nella maggio- 
ranza, o quasi ad unanimità del 
plebiscito, ivi, Suo ingresso in Pa- 



dova, II, 334. — Ordinazioni mu- 
nicipali per regolarne le feste, II, 
335 e scg. — Accoglienza brillante 
che gli fu fatta, ivi. 

Venier Nicolò , podestà di Padova 
nel 1738, fu dispensato dopo di 
avere accettato, 11, 271. 

Venier Antonio, nel 1721 podestà di 
Padova, li, 270, — Podestà una 

' seconda volta nel 1733, 11, 271. 

Veneziani, per le discordie delle fa- 
miglie dei Caloprini e dei Moro- 
sini cagionano gravi danni al ter- 
ritorio padovano, I, 55. — L'im- 
peratore Ottone li le favorisce, ivi. 

— Guerra contro i Padovani per 
la Torre delle Bebbe, in cui rie- 
scono vittoriosi, I, 71. — L'impe- 
ratore Arrigo V s'interpone per 
la pace, ivi. — Nuove discordie 
coi Padovani pel taglio del Brenta, 

I, 73. — Entrano in discordia coi 
Padovani per la festa del Castel 
d'Amore, 1, 94 e seg. — Stringono 
alleanza coi Trivigiani, per stac- 
care questi dall' alleanza coi Pa- 
dovani, I, 106. — Trattano di pace 
coi Veneziani, I, 124. — Originale 
testo di questa pace, I, 125. — In« 
lega coi Genovesi e col papa ed 
altri contro l'imperatore Federigo 

II. ed Eccelino, I, 146 e seg. — Ne 
rimangono vittoriosi con la libe- 
razione di Padova, I, 163 e seg. — • 
Vanno in rottura con gli Scaligeri, 
I, 223 e seg. — Guerra contro gli 
Scaligeri, I, 226 e seg. — Sono 
offesi da Francesco I da Carrara, 
il quale si mette in alleanza con- 
tro di loro con Lodovico re d' Un- 
gheria, 1, 281. — Sagace politica 
di questi contro l' infedeltà di Fran- 
cesco I, 2S2, — Si rappacificano 
con lui, Testo originale dei trattati 
di riconciliazione, 1, 283 e seg. — 
È violato dal Carrarese il trattato, 
per lo che entrano con esso in 
nuove discordie, I, 295 e seg. — 
Nuovo trattato di pace col Carra- 
rese ; testo originale, I, 296 e seg. 

— Nuovi disgusti con Francesco 
da Carrara, I, 300 e seg. — Trama 
ordita da Francesco contro alcuni 
gentiluomini veneziani. Punizione 
dei cospiratori, I, 302 e seg. — 



ALFABETICO 



397 



Guerra tra la repubblica di Vene- 
zia ed il Signore di Padova, 1, 308 
e seg. — Rovesciano il piano di 
guerra di Francesco 1 contro la 
repubblica, I, 312 e seg. — Pro- 
pongono maneggi di pace, che sono 
rigettati dal Carrarese, I, 314. — 
Vi acconsente di poi e la pace n' è 
conchiusa. Trattalo e condizioni di 
essa, I, 320 e seg. — Infedeltà del 
Carrarese contro questa pace , I, 
32 fc e seg — Varii fatti d'armi, 
hi. — Loro imprese contro Fran- 
cesco I da Carrara, sul territorio 
trivigiano, I, 3ì4 e seg. — Cedono 
Treviso al duca d'Austria, I, 349 e 
seg. — Guerra contro il Signore di 
Padova', I, 355 e seg. — Lega con- 
tro di lui, I, 357 e seg. — Man- 
dano ambasciatori a Padova, per 
favorire le mosse di Francesco II 
Novello da Carrara, I, 380. — Di- 
ventano padroni di Vicenza, I, 402 
e seg. — Loro precauzioni per pre- 
servare le loro città dai danni del- 
l' imminente guerra di Cambray, 
II, 61 e seg. — PJacquistano Pa- 
dova, II, 65 - 68 - 69 e seg. — En- 
trano in alleanza col re di Fran- 
cia, II, 91 e seg. — Loro mosse 
nel territorio vicentino, li, 95, e 
seg. — Loro combattimento contro 
gli Spagnuoli, che ne rimangono 
vincitori, II, 97 e seg. — Guerra 
nel Friuli, contro i confederati, II, 
100 e seg. — Piichiamano a Vene- 
zia, per la loro sicurezza personale, 
i provveditori straordinarii di Vero- 
na Erizzo e Giovanelli, ed il capita- 
no e vicepodestà Contarmi, lì, 252. 

Verona è tolta al Carrarese Francesco 
Novello e se ne impadroniscono i 
Veneziani, I, 411 e seg. — Ne sono 
richiamati a Venezia dal senato, 
per la loro sicurezza personale, i 
provveditori straordinarii Erizzo e 
Giovanelli, ed il Capitano e Vice- 
podestà Contarmi, II, 252. 

Ver dar a (san Giovanni di Ver dar a), 
ampia chiesa, adorna di opere mo- 
numentali, II, 236. 

Valeresso Arco, eretto dal Comune 
di Padova in onore del capitanio 
Alvise Valeresso, benemerito nel 
tempo della pestilenza, li, 220. 



Vallano, o Ballano, fusore di bronzi, 
padovano, discepolo del Donatello, 
li, 55. 

Vighizzuolo, lago, in cui si scarica 
il canale (Fiumiccllo) di Montagna- 
na, 11, 12. 

Vigodarzere, detta anche Rustica; 
famiglia illustre, I, 523. 

Vitaliani, famiglia illustre, I, 526. 

Vigonza (da) Bonzonello, podestà di 
Vicenza per li Padovani, I, 497. 

Vigo d'Arzere Guerzo, podestà pel 
comune di Padova, J, 496. 

Vescovi di Padova — Prosdocimo 
(san), I, 29 e seg. — Massimo (san), 
I, 39 — Fidenzio (sam, ivi — Altri 
vescovi di Padova sino al 348, I, 
40 e 41. — Altri del secolo setti- 
mo, I, 43. — Potere temporale dei 
vescovi di Padova, I, 59. — Conti 
di Pieve (o Piove) di Sacco, I, 66. 
— Ottengono tfagl' imperatori il 
privilegio di batter moneta, I, 61. 

Verano (del) Ugofredo , piacentino, 
podestà di Padova, I, 494. 

Violardo Giacomo, da Vercelli, pode- 
stà di Padova, I, 493. — Sotto di 
lui fu fatto il canale da Padova a 
Stra, ivi. 

Visconte Uberto da Piacenza, podestà 
di Padova, I, 193. — Sotto di lui 
fu fatta lega contro i padovani, ivi. 

Visconti Caterina, vedova di Galeaz- 
zo, implora la protezione dei Ve- 
neziani, I, 398. — Assiste i Vi- 
centini contro i Carraresi, I, 401 
e seg. 

Visconti Galeazzo, signore di Milano, 
si finge amico ora di Antonio della 
Scala, ed ora di Francesco I da 
Carrara, I, 361 e seg. — Si unisce 
in lega con la Repubblica di Ve- 
nezia contro il signore di Padova, 
I, 363 — Assedia Padova e se ne 
impadronisce, I, 367 e seg. — Sua 
breve dominazione in questa città, 
I, 374 — Cli è tolta Padova da 
Francesco II Novello da Carrara, 
I, 378 — Manda Ugonotto Bìan- 
cardo contro il Carrarese, da cui 
resta sconfitto, I, 379 — Fa tras- 
ferire Francesco I carrarese da Cre- 
mona a Como, e poscia a Monza, 
in carcere, I, 380 e seg. — Muore, 
L 393, e seg. 



398 



INDICE ALFABETICO 



Vèrme (dal Verme) Jacopo, amba- 
sciatore a Venezia, per trattare 
sulF acquisto di Padova, toglien- 
dola a Francesco I da Carrara, 
I, 363. 

Vero, nel 332, vescovo di Padova, 
I, 41 — Ne fu stravolto l'ordine 
nella cronologia del Giustiniani, ivi. 

Via Sacra — Qui erano molli templi 
delle divinità pagane, I, 24. 

Voleso — Re degli Euganei, scacciato 
da Antenore e dai Trojani, I, 15. 

W 

Wolchero patriarca di Aquileia entra 
in lega coi Padovani contro i Ve- 
neziani, I, 91 — Prende parte alla 
riconciliazione di questi, I, 94. 



% 



Zabarella Francesco, illustre letterato 
padovano, I, 470 e seg. — Vescovo 
di Firenze, e poi cardinale, I, 472 
e seg. — Elogi attribuitigli dagli 
storici contemporanei, I, 474 e seg. 
— Sue opere, I, 475 e seg. — Ori- 
gine della famiglia padovana dei 
Zabarella, I, 476 e seg. — Questa 
famiglia fu detta anche de' Sab- 
batini, I, 526. 

Zacchi, famiglia oriunda da Monse- 
lice, I, 527. 

Zacco Antonio nobile padovano, va- 
loroso militare nell* armata bava- 
rese e poscia nella veneziana, fu 



onorato di statua nel Prato della 
Valle, II, 246. 

Zairo o Zadro detto an he Satiro — 
Antico teatro in Prato della Valle, 
I, 22, — Scoperto nel 1775, ivi. 

Zairo o Zadro o Satiro, I, 22, 64. 

Zanchi (di) Bartolomeo, mandato po- 
destà a Vicenza, 1, 497. 

Zambono Dotto de' Dauli, padovano, 
che stabilì nel Prato della Valle 
opportuna stazione ai civici mer- 
cati ed alle corse de' cavalli, fu 
onorato anch'egli di statua, II, 247. 

Zen Carlo, persuade al Senato il modo 
di contenersi con Galeazzo Visconti, 
contro Francesco I da Carrara, I, 
364 e seg. — Sue prodezze nella 
guerra di Padova contro France- 
sco II Novello, I, 409 e seg., ed al- 
trove — È processato, I, 458 — 
È condannato, I, 459 — Incidente 
disgustoso a danno di lui, I, 464. 

Zeno card. Giambattista, vescovo di 
Vicenza, incaricato dal papa, nel 
1487, d'invigilare sulla chiesa di 
Padova, qual Commissario aposto- 
lico, II, 345. 

Zeno Giambattista cardinale, vescovo 
di Vicenza , Commissario aposto- 
lico della chiesa di Padova, II, 345. 

Zenone (san), Castello di Alberico da 
Romano, assalito dai Trivigiani e 
distrutto, I, 175 e seg. 

Zigliani Pietro, ved. Giuliani. 

Zilio Casale, professore di Università 
celebratissimo, I, 271, 480. 



Fine. 






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UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBANA 
945.312 C173S C001 v.2 
Storia di Padova della sua origine sino 




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